“Doll bones” di Holly Black, Mondadori editore. A cura di Natascia Lucchetti

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Ecco perché a Zach piaceva tanto giocare: in quei momenti aveva accesso a un mondo diverso, un mondo che gli sembrava vero come tutto il resto. Non vi avrebbe mai rinunciato. Avrebbe voluto continuare a giocare per sempre, a qualunque età, anche se gli sembrava impossibile. Era difficile già adesso, a volte.

 

 

Il gioco è un mezzo per vivere una realtà parallela a quella nuda e cruda, escludendo tutti i limiti dati dalla propria posizione. I bambini ne fanno spesso ricorso, proprio perché sono carichi di sogni e aspettative che vanno infinitamente oltre le loro possibilità.
Creare una storia e dare vita a personaggi che rappresentano propri alter ego potenziati e perfezionati, è un modo per evadere e allo stesso tempo vivere davvero.
Il gioco di Zach, Alice e Poppy non è semplice divertimento, ma creatività. Non ho potuto fare a meno di trovare un’analogia tra l’esplosiva creatività di Poppy e la mia.
Alla fine, scrivere è un gioco dove si crea un personaggio, lo si fa crescere e gli si complica la vita nelle modalità che più preferiamo. E’ un metodo per spezzare l’ordinaria ripetitività delle nostre vite, vivere avventure solo immaginate e combattere demoni che ci portiamo in fondo al cuore.
La fantasia serve a questo e ci tiene giovani e sognatori anche quando l’età anagrafica avanza.
E’ proprio da un gioco tra tre ragazzini oramai adolescenti che si innesca la vicenda descritta in Doll Bones. Gli occhi attraverso cui viviamo la vicenda narrata sono quelli di Zachary, un ragazzino adolescente che è rimasto legato alle due amiche d’infanzia Poppy ed Alice, con le quali ha sempre condiviso il tempo libero. Il loro passatempo preferito consiste nel portare avanti una storia sempre più intricata che parla di pirati, di ladre pazze e affascinanti, di insidie nei mari e terre fiabesche e inventate. Le fila della vicenda sono tirate da Poppy, che ha la personalità più forte del gruppo e tenta di imporsi sugli altri due, forse nemmeno facendolo apposta. E’ lei che crea le vicende e le vive con trasporto, dando loro la stessa importanza di avvenimenti reali.
C’è da sottolineare la situazione sociale di tutti e tre i ragazzi. Poppy, Zach e Alice sono legati a realtà familiari traballanti per motivi diversi. Poppy ha genitori assenti e si trova a passare la maggior parte del tempo da sola. Zach ha una famiglia rattoppata dopo una separazione tra i genitori, dove il padre tenta di ripulirsi la coscienza, sforzandosi di dare più considerazione alla moglie e al figlio in un modo inutile e anzi, distruttivo, Alice ha perso i suoi genitori in un incidente d’auto e vive assieme ad una nonna all’antica e bacchettona.
Nelle vite dei tre ragazzini manca la stabilità e forse questo elemento è complice di quel voler rimanere insieme e condividere il gioco per forza che più che altro anima Poppy. Zach, tuttavia è costretto ad abbandonare quel divertimento comune, poiché il padre getta nella spazzatura tutti i suoi pupazzi. Il ragazzo fa fatica ad adattarsi a quella nuova situazione, poiché in un primo momento non accetta quel distacco repentino dalla sua infanzia. Questo porta Zach a non dire la verità sull’accaduto e a giustificare il suo allontanamento come volontà propria, come se negando la verità a voce, essa fosse meno reale. Ovviamente Poppy ed Alice non accettano quel cambiamento così brusco. Tentano in tutti i  modi di far cambiare idea all’amico, ma senza successo. Zach inizia a prendere le distanze dalle altre due, ma dopo pochi giorni un sogno di Poppy indica che la Regina delle loro storie, una bambola di porcellana chiusa in una teca in casa della ragazzina, è in pericolo. Poppy ha infatti sognato che la bambola racchiuda il fantasma di una bambina caduta dal tetto di casa, nata e vissuta in una cittadina parecchio lontana da quel punto. La ragazzina dice agli amici che la loro missione è quella di portare la Regina, Eleanor, nella tomba che gli spetta in modo da darle pace. E’ l’ultima vera missione prima di chiudere il gioco. Titubanti, i ragazzini accettano di intraprendere quel viaggio e partono di notte verso questa destinazione non proprio vicina. Da quel punto ha inizio un’avventura che molto si avvicina a quelle create per gioco. Questa unisce i ragazzi e fa crescere due di loro: Zach e Alice. L’affrontare pericoli insieme e l’adattamento a situazioni limite li rende di gran lunga diversi dall’eternamente bambina Poppy.
Gli altri due maturano insieme e lei soffre immensamente per quel cambiamento, per quel distacco dato dal passaggio dall’infanzia all’adolescenza che poi sfocerà nella gioventù e nell’età adulta. Lei, nonostante la fine del gioco, non riuscirà mai ad accettarlo.
E non è difficile sentirci Poppy e condividere la sua tristezza. Quanti di voi, come me, arrivati all’adolescenza, sono stati reticenti a lasciarsi le bambole e i pupazzi alle spalle? Quanti di voi, come me, sorridono nostalgicamente nel ricordarsi quanto fosse bello avere la sensazione di vivere oltre quello che ci era consentito?
Alcuni di noi, anzi, forse la maggior parte, hanno deciso di non crescere più di tanto e di concedersi quello spazio di fanciullezza, facendo capo alla scrittura, la lettura, il videogioco, tutte fonti di alienazione che ci permettono di staccare dall’ordinario ed aprirci a mondi che abbiamo sempre sognato.

L’avete mai sentita questa? Quando passi accanto a un cimitero, devi trattenere il fiato. Se non lo fai, gli spiriti delle persone morte da poco potrebbero entrarti in bocca e impossessarsi del tuo corpo.

 

Lo sfondo gotico che fa da motore alla vicenda descritta da Holly Black è convincente e ben descritto attraverso gli occhi di un ragazzino. La paura, l’avventura, l’entusiasmo sono raccontati da una forma semplice, diretta ed incisiva. Bella da leggere e scorrevole. Ho letto il libro in poco più di due giorni, soddisfatta sotto ogni punto di vista.
I tre ragazzi sono bellissimi e caratterizzati in maniera realistica e affascinante. Sono diversificati, in modo da dare la visione della vicenda da tre punti di vista differenti, derivanti da caratteri molto diversi tra loro. Poppy la sognatrice che vive sospesa nel suo mondo di leggende e fantasia, Zach è riflessivo, ma estremamente amante dell’avventura, Alice è la tipa più pratica, forse più matura dei quattro, quella che ha lasciato alle spalle la sua infanzia prima di tutti, accettando la realtà per com’è.

Come posso riassumere questo libro in poche parole?

E’ bello, ben pensato sotto ogni aspetto, sia quello formale, che quello strutturale, che quello contenutistico.

E’ un libro che fa pensare sia col cuore che con la mente e ci fa chiedere a noi stessi, ancora una volta, quanto c’è di bambino all’interno del nostro cuore?

Abbiamo davvero abbandonato i giochi per sempre o continuiamo a cercarli?

Grandissimo libro.

 

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“La donna di Einstein” di M.Benedict, piemme edizioni. A cura di Monica Maratta

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La donna di Einstein è un libro eccezionale, poiché possiede non solo il fascino di un romanzo storico che narra le vicende di un personaggio importante, soddisfacendo la curiosità del lettore che, leggendolo, scopre i retroscena intimi della sua vita, mettendo in luce difetti umani insospettabili, ma perché la protagonista è la consorte e madre dei suoi figli, in un contesto di disagiata condizione femminile.

Necessaria, quindi, un’introduzione alla vita sociale delle donne nel 1800, periodo ancora loro poco favorevole in cui si parla e si scrive molto sul gentil sesso, soprattutto da parte degli uomini. Vengono esaltate ma solo se buone madri e “regine” del focolare domestico. I rivoluzionari avevano giustificato la negazione dei diritti alle donne sostenendo che affidare ad esse un ruolo domestico significava garantirne la felicità. Tale comportamento lo si ritroverà durante la Restaurazione, nell’ Inghilterra della regina Vittoria. In Italia, in ambiente borghese e aristocratico, si elevò a modello la donna religiosa e patriottica. Il suo esclusivo ambiente era la famiglia; doveva assoggettarsi a un marito impostole dai genitori e sognare, solo sui libri, un amore romantico. Libertà di lettura non ampia, tra l’altro, in quanto i romanzi erano considerati poco adatti alle ragazze, per le quali si preferivano libri religiosi o educativi.

Tale, breve, introduzione sull’argomento, su cui ci sarebbe stato ancora molto da dire, è necessaria per comprendere il contesto in cui è calato il personaggio femminile del romanzo: Mileva Maric , studiosa di fisica e matematica, di origine Serba.

Si potrebbe pensare a una donna avanti con i tempi, dunque, emancipata ed è ciò che sembra nella prima parte dell’opera, finché, grazie ai ricordi della sua infanzia, il lettore apprende che è una donna menomata da una malformazione all’anca e, una fanciulla in quelle condizioni non la vorrebbe nessuno, non è neanche adatta a diventare madre. Dunque Mileva è, in realtà, discriminata e la libertà di dedicarsi agli studi, concessale  dal padre, è una prigione dorata, seppur amata, in cui lei si rifugia negando un eventuale amore. E ancora la discriminazione nei suoi confronti la farà da padrone nell’università svizzera in cui andrà a studiare e dove conoscerà A.Einstein. Discernita nel suo nuovo ambiente, perché donna che pretende di avere un’intelligenza oltre che penalizzata fisicamente. Inizialmente, quindi il lettore troverà nello scienziato famoso un animo nobile che va oltre tutto questo, innamorandosi di Mileva per le qualità che possiede e non per il suo essere “diversa”.  Insieme costruiscono un mondo solo loro, dove regna incontrastato l’amore per la scienza che diviene l’unico stimolo dell’ unione tra i due giovani. Le fragili fondamenta su cui poggia il sentimento che li unisce, crollano ai primi eventi che costringono i protagonisti a dirottare la concentrazione dal progetto scientifico a quello di vita. Mileva rimane incinta illegittimamente, poiché ancora non sposata e rischia di mandare all’aria i suoi studi oltre che essere preda di malelingue. Proprio da questo momento il lettore scoprirà un Einstein egoista e forse immaturo, incapace di umanità persino nei confronti di una figlia nata e ancora non conosciuta, perché lasciata a vivere in Serbia dai nonni materni. Lui deve sistemarsi, trovare un lavoro rigorosamente appagante  nel suo ambito e solo allora potrà sposare Mileva, prima di volere la figlia con sé. La bimba però si ammala gravemente ed è questo il momento in cui si nota che  la protagonista possiede un’intelligenza matematica e scientifica forse pari a quella del futuro marito, ma è anche dotata di un’umanità e senso del dovere genitoriale che lui, egocentrico e quasi fanciullesco, non ha.

 

Scarlattina? No,no, no, non la mia Lieserl.

I bambini morivano di continuo per la scarlattina. E, se anche non morivano, pativano atroci tormenti. Cicatrici, sordità, problemi renali, cardiopatie, encefaliti e cecità erano solo alcune delle conseguenze a lungo termine per i sopravvissuti.

Dovevo andare.

Mi asciugai le lacrime, corsi in camera da letto e mi accinsi a fare i bagagli. Stavo tirando giù il baule dalla cima dell’armadio quando sentii sbattere la porta dell’ingresso. Albert era rientrato presto.

Continuai a preparare le mie cose. Non potevo sprecare neanche un secondo, non avevo tempo di correre ad accogliere mio marito sulla soglia come facevo di solito.

“Dollie?” Il tono di Albert era perplesso.

“In camera da letto.”

Gli porsi la lettera continuando a riporre i miei effetti personali.

“Quindi hai intenzione di andare a Kàc?”

Lo fissai, sbalordita dalla domanda. Che altro si aspettava che facessi?

“Certo.”

“Quanto starai via?”

“Finché Lieserl non si riprende.”

“Non può pensarci tua madre? Rischi di stare via un’eternità. Una brava mogliettina non dovrebbe lasciare il marito da solo troppo a lungo. Come farò a cavarmela?”

Lo squadrai. Davvero erano “quelle” le sue domande? Oh, per se stesso si preoccupava eccome ma non una parola sulla scarlattina o su come stesse la bimba! Dov’erano la compassione, la preoccupazione per la figlia?

 

Dunque, non solo il genio non è un perfetto connubio di mente e cuore ma, oltrepassato il campo ove si misura il suo talento, sono palesi le gravi lacune a livello emotivo. D’altro canto la moglie, equilibrata e umana, arriverà per prima ad elaborare la teoria sulla quale Einstein si accaniva da parecchio tempo.

 

L’orologio. Il treno. Lieserl.

E in un lampo mi venne in mente. Cosa sarebbe accaduto se il treno avesse lasciato la stazione non a sessanta chilometri all’ora, ma a una velocità prossima a quella della luce?

Cosa sarebbe accaduto nel tempo?

Feci i calcoli a mente, abbozzai una soluzione. Se il treno fosse uscito dalla stazione a una velocità che si avvicinava a quella della luce, le lancette dell’orologio si sarebbero mosse comunque,ma il convoglio sarebbe avanzato tanto in fretta che la luce avrebbe faticato a stargli dietro. Più il treno avesse accelerato, più lente sarebbero diventate le lancette, sino a bloccarsi del tutto una volta che il treno avesse raggiunto la velocità della luce. Il tempo si sarebbe davvero fermato. E se il treno fosse potuto andare più veloce della luce- impossibile, ma lo ipotizzai per puro amore di speculazione- allora il tempo si sarebbe addirittura dipanato all’indietro.

Eccola! La nuova legge era semplice, e naturale. Le leggi universali di Newton si applicavano solo ai corpi inerti. Non ci si doveva più far vincolare dalle vecchie regole. Il tempo era relativo allo spazio. Il tempo non era assoluto.

 

Lei è più completa di Albert eppure, nonostante tutto, a causa del sesso a cui appartiene, in un’epoca dove era ancora considerato inferiore, sarà costretta a rimanere nell’ombra.

Come se non bastasse, dovrà fare da equilibrista in un matrimonio dove lei sola conosce il sacrificio. Seppure capirà che non è lui, il grande Einstein, l’uomo della sua vita, per amore di un nuovo figlio in arrivo e, in nome della morale dell’epoca, si adopererà per mettere in piedi una famiglia convenzionale.

Intelligente, acculturata ma lo stesso schiava della predominante mentalità maschile.