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Atmosfera claustrofobica, onirica e ossessiva avvolge la storia di Gaia Coventi, un thriller psicologico, sviluppato sullo sfondo del limaccioso Po, testimone di un dramma familiare che suscita più tristezza, pena che orrore. È una storia di un legame profondo distorto che ingloba l’intera personalità di due fratelli simboli di una immaturità emotivo sentimentale che li relega al margine del mondo conosciuto, in un’atmosfera dai tratti inquietanti sospesa tra sogno e realtà. Giovanni e Jolanda, figli partoriti da una mente fondamentalmente malata che li allatta a finzione, a bugie e a terribili sevizie psicologiche, forse più devastanti di quelle fisiche. Giovanni è il figlio non voluto, odiato e respinto un figlio che per la madre castrante non esiste, poiché lei stessa, la donna dal cui ventre si è generato ed è emerso si rifiuta di accettarlo, quasi di nominarlo preda di deliri che si riversano in una sorta di alter ego servile la sorella Jolanda. Ma non tutto è come sembra e la rivelazione finale ci porterà ad aver compassione di questa immatura psiche sospesa, un embrione mai completamente distaccato, un cordone ombelicale mai reciso che si adatta agli umori e ai sogni malsani di una donna che non è, e non potrà mai essere davvero madre.

Entrambi i personaggi sono emanazioni di esigenze distorte da un’errata illusoria percezione della realtà. La madre fagocita per sopravvivere ogni elemento in grado di dotare Giovanni di un’autentica crescita emotiva e pertanto umana. Lui è un bimbo sospeso, perduto come i protagonisti tristi ma adorabili dei bimbi dell’isola che non c’è di James Barrie. Entrambi non hanno corporeità, vivono ai margini di incubi o sogni, sono potenzialità mai sviluppate che nutrono una donna dall’aspetto vampiresco. Lei non ama Giovanni. Ne rifiuta la mascolinità tanto da appiattirlo, da renderlo indistinto, dando forma e sostanza alla bimba che sarò sempre quasi un’escrescenza della madre stessa, nata per servire il proprio ego malato, per essere assoggettata alle strane leggi, per poter nutrirla con attenzione e riverita ammirazione costante. Giovanni seppellisce sé stesso in un selva oscura, un cespuglio tenebroso che rappresenta la tomba del suo io mai completamente sviluppato.

Madre e figlio o figlia è e resta il legame affettivo più profondo. noi siamo completamente parte di lei, esistiamo per un suo arcano e misterico volere, quasi trascinati dalle alture dello spirito, attratti dalla possibilità di divenire carne. Il bimbo, il feto stesso compie un miracolo particolare: da idea diventa essere. Ed è stato da sempre il dono e la maledizione che ha reso la donna e la maternità un atto potente, quasi magico, avvolto dal più oscuro mistero. Non solio un agglomerato di sangue e organi ma coscienza viva.

E pertanto, che sia tossico o sano, il rapporto madre figlio non può non condizionare la vita e influire sulla capacità di instaurare relazioni affettive con l’esterno e con i propri simili e sul modo di approcciarsi alla vita sociale. Ed è questa particolare affezione che se distorta condiziona la percezione che il futuro uomo avrà di Sé stesso e pertanto del mondo. Giovanni, non esistendo, non avendo avuto dalla genitrice la possibilità di essere più che una velata tenue idee potenziale perché rifiutato in quanto maschio, vive ai margini di una realtà che appare onirica e infestata da spettri.

Perché Giovanni, pur essendo reale non esiste? Perché è rivo di un passaggio fondamentale nella crescita ossia l’approvazione. Senza essere approvato, accettato la sua nascita è parziale, è sì fisica ma non morale non spirituale. Esiste cammina ma non riesce ad avere coscienza di sé stesso. La madre, infatti non nutre soltanto il figlio, ma lo accetta coccolandolo, amandolo, identificandolo come creatura dotata di una sua particolare bellezza emotiva. Giovanni non ha avuto questo. Giovanni è rifiutato nella sua essenza di genere e perciò è condannato a vagare nel limbo. Senza questa accettazione il bimbo non diventerà adulto, non cercherà l’autonomia perché in sostanza resterà evanescente quasi un fantasma. Non percepirà mai sé stesso come individuo. Giovanni  è una figura remota, scarna, quasi tratteggiata che riesce a avere una sua forza soltanto attraverso una sorella altrettanto castrante, altrettanto soffocante.

Una madre castrante che si impone come unico referente nel limitato mondo dei figli o del figlio (capirete poi proseguendo nella lettura perché) e questo porta il protagonista a distaccare la sua compromessa psiche in due netti mondi distinti: uno in cui è poco assertivo, quasi rassegnato e un altro in cui si impone e tenta di prevaricare gli altri convinto di una sua superiorità mentale. Giovanni è convinto di avere poteri incompresi dai mortali e di essere minacciato da chi invidia la sua particolarità, la sua straordinaria capacità. E il suo regno è il mondo dell’immaginario, il suo dominio è su creature strane odiate e oggetto di una meticolosa persecuzione: i topi.

Ed è un simbolo interessante in questo strano percorso di ossessioni, il topo, infatti p un elemento che con i suoi denti appuntiti in grado di rosicchiare anche i materiali più duri è portatore, per la cultura popolare di eventi nefasti, strumento di morte e di estremo dolore. il topo come archetipo riguarda l’eccessiva meticolosità, la pignoleria ma anche quei piccoli pensieri logoranti che portano alla morte della stabilità che si traduce appunto in una seria di comportamenti (tipici del protagonista) ossessivo compulsivi. Giovanni manicale in un’eccessiva analisi di piccoli insignificanti elementi, con l’obiettivo di tenere tutto sotto controllo, perde la visione del tutto, perde la capacità di innamorarsi della vastità e del cambiamento per rifugiarsi in piccoli rituali sicuri, senza ampliare i propri orizzonti. E infatti ha paura di uscire dalla sicurezza della propria casa, un luogo decadente quasi un mausoleo dotato di oscure cripte piene di segreti e di porte da non aprire. La cantina stessa simboleggia una memoria logorata dai sensi di colpa instillati dalla madre castrante che minaccia, come una voce cantilenante e cavernosa di non dissotterrare i misteri, di non smuovere il terreno, di non scavare: in sostanza di non ricordare. E’ simile al tabù di Barbablù che impone alla sua sposa di non aprire la porta proibita per non osservare la propria anima compromessa e lacerata (simboleggiata dai cadaveri putrefatti delle mogli entrambi aspetti dell’io che si perdono nella non esistenza), Giovanni ha lo stesso divieto: non scavare, non comprendere non ricordare. Perché ricordare scinderebbe quel legame ossessivo e fagocitante con la madre. Ma anche in questa storia, cosi come in quella di Barbablù è il sangue ad aiutarci, il sangue copioso che scende a fiotti da una ferita che ci spinge a farci domande. E il sangue è la perdita non soltanto di energia ma di realtà, di identità: più a lungo rifiutiamo di ricordare, di capire di domandare più a lungo perdiamo noi stessi fino a essere soltanto pallidi fantasmi.

Ed è questo oscuro rapporto che apre la strada delle menti fragili alla nevrosi, specie se la vita ci pone di fronte le inevitabili crisi (per il protagonista è il ricovero in un ospedale psichiatrico) e questa nevrosi si manifestano anche nell’attaccamento di Jolanda alle bambole. Le bambole sono qua molto importanti, sono il simbolo dell’uso scorretto che la madre castrante fa dei figli sono oggetti inanimati che seguono senza volontà propria una sua delirante visione del mondo e delle cose. esiste nel libro una mancata integrazione tra le parti maschili e femminili della psiche che vengono esternalizzate e costantemente minacciata simbolo del rifiuto del figlio succube dalla madre drago, che continuerà a combattere Giovanni nella forma del legame odio con la “sorella”, piuttosto che affrontare questo ostacolo crescendo e reintegrando il alto femminile nel loro sé.

Senza questo passo Giovanni è costantemente attratto dai un mondo nebuloso di idee, di illusioni che finiranno per sopraffarlo completamente avverando il desiderio inconscio della sua genitrice: diventare inesistente.

Bellissimo, inquietante ma anche poetico nella delicata a pacata disperazione di un uomo in lotta con i suoi oscuri spiriti nella ricerca della sua verità familiare che vi terrà con il fiato sospeso fino alla dolceamara sintesi finale.

Perché spesso i mostri sono solo anime incatenate che cercano solo una parola per tornare a essere esseri umani.

 

 

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