“Arrivederci all’inferno” di Luciano Dal Pont, Eroscultura edizioni. A cura di Micheli Alessandra

 

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Ho scritto questa recensione ascoltando le soavi melodie di Enya, osservando la magnificenza della riproduzione della Primavera di Botticelli appesa in camera e le sinuose eleganti movenze del mio micio. Tutto questo perché ho dovuto ubriacarmi di bellezza e armonia dopo la lettura di questo libro.

Perché questo libro racconta qualcosa da cui la mia anima rifugge ma che sa che deve affrontare, tenerle testa, sopportarne la vista e andare di nuovo, con sempre più fede, in cerca della luce, del bene e dell’armonia del tutto.

Perché è questa la funzione del male: sfidare gli uomini a guardarlo dritto in faccia, seppur con i suoi miasmi ripugnanti, sopportarne il tanfo di putrefazione e mantenere la propria anima salda.

L’orrore qua descritto è osceno, al limite della tolleranza. È un libro scomodo, che brucia, che infastidisce, che minaccia la stabilità mentale.

Allora perché io, così assertiva fautrice della bellezza, ho scelto di leggerlo, sporcarmi e recensirlo?

Perché questo libro deve:

 

mostrare quanto possa essere malvagia la mente umana.

 

Ma serve davvero per capire la malvagità, tanto orrore, tanta brutalità e tanto schifo?

Non tutti possono scrivere un romanzo di denuncia sociale, perché è un genere che va scritto senza emotività, lucido, crudo, brutale. Perché la denuncia deve far rabbrividire, deve schifare così tanto da svegliare i sensi e allertare contro quel mostro minaccioso. I mostri si nutrono di indifferenza, vivono sotto gli strati protetti dai filtri della difesa mentale.

L’orrore, anche se descritto nei libri, ha sempre quel lieto fine, deve avere un sorso di speranza. Ma è sbagliato.

Non c’è riscatto per il carnefice come non ce n’è per la vittima. Uccidere un’anima, violentare un fanciullo, nasce da una malattia profonda dell’animo, della psiche, chiamata male.

Il male esiste quando spersonalizza la vittima, quando non è che carne da macello, quando non ha una dignità umana.  Non esistono unicorni e arcobaleni a indorarci la pillola. Non esistono conversioni all’Innominato a illuminare l’oscurità con la luce della Provvidenza.

Esistono sangue, lamenti, occhi pesti e vuoti, vuoti come la ragazza della copertina. Assente a sé stessa, uccisa dentro, priva di luce, che si lecca le ferite come se esse fossero normali. E il nostro silenzio complice, quella volontà di non vedere e di trovare un alibi o di stendere un velo colorato, è un’aberrazione.

Il libro di Dal Pont mi ha disgustata. Mi ha fatto stare male. E questo significa che sono sana. Significa che non ho l’anima assuefatta all’orrore. Significa che posso vedere e usare il mio istinto per scovare e stanare il mostro, per difendere l’innocenza, per proteggere i sorrisi.

Un libro deve scuotere dentro. Deve arrivare come un pugno dritto allo stomaco. Deve dirti:

 

imbecille, nascondi la testa sotto la sabbia? L’orrore sta urlando, e tu che fai?

Lo edulcori?

 

Benvenuti all’Inferno.

Questa è l’altra parte della nostra realtà. Quella da combattere. E soltanto se riuscirete a leggere questo libro, a piangerci sopra, a sconvolgervi, allora sarete pronti alla battaglia. Agili e attenti ai piccoli dettagli. Di quella cover vedrete l’assenza.

Vedrete l’incapacità di sentirsi persona. E reagirete.

Soltanto così questo libro avrà raggiunto il suo scopo.

Il male esiste. Si nutre del dolore, dell’orrore più oscuro.  È una non scelta che ci allontana dall’ordine cosmico.

Ogni essere umano vive in bilico tra follia e abisso, bellezza e luce. Ecco, questo precario filo su cui noi ignari danziamo, va conosciuto, affrontato e ne dobbiamo uscire vinti. Dobbiamo provare, leggendolo, un autentico disgusto. Come dice la prefazione:

 Solo per chi, forte, equilibrato, desidera per alcune ore lasciare la rassicurante strada della bontà per immergersi nel male più assoluto, per vedere cosa c’è dall’altra parte, per comprendere come bisogna davvero starne lontano.

C’è poi un altro elemento che ci tengo a sottolineare e che rende questo libro scomodo ma anche interessante dal punto di vista filosofico-ontologico.

Come narra uno dei protagonisti, dietro alla storia disgustosa c’è anche una profonda riflessione accucciata, quasi ingobbita, annichilita dall’orrore, che per molti risulterà invisibile.

E io voglio, devo mostrarvela. 

Ho scritto che il male è una non scelta, in questo testo, e che non ci sono alibi né capacità di giustificare il male. Ma c’è una domanda relativa all’educazione e alla società che emerge proprio, ironia della sorte, dal rifiuto dell’autore di prenderla in considerazione. Come dire: no, non c’entra l’esperienza o l’educazione “io sono malvagio e malvagio resto”.

Eppure è questa doppia negazione che focalizza la mente allenata a riflettere su questo dettaglio.

Nel testo, il serial killer, privo di coscienza, è esso stesso vittima prima che carnefice. Dal Pont non assolve, non giustifica, non usa l’arma della compassione (quella dovrete svilupparla voi, non chi racconta) ma indaga. Perché il termine “scelta” presuppone una variegata possibilità di direzioni da prendere, una miriade di punti di vista da sperimentare, perché la scelta presuppone un universo sfaccettato quanto un diamante. Ed è dalla modalità di ricezione o non ricezione della luce che si determinano i colori. Cosa significa?

Che il nostro contesto sociale, educativo e culturale è e resta profondamente malato. Resta avvinto o dall’incapacità di una reale consapevolezza o dall’impossibilità di trovare alternative valide ai modelli proposti. Modelli che pertanto diventano stereotipi.

La nostra civiltà, imbevuta della differenziazione Bene/ Male, determina posizioni nette che servono a reiterare dei comportamenti prestabiliti. Abbiamo bisogno del mostro così come del santo, del bigotto così come dell’innovatore, ma in questa dicotomia manca la bellezza complessa dell’essere umano. Manca, e lo ripeterò fino allo sfinimento, la capacità del terzo tipo di apprendimento che prende coraggiosamente di petto tutti gli insegnamenti della società, della famiglia, dell’esperienza, della scuola, insomma di ogni singolo, innocente, ma fondamentale agente socializzatore.

Quanti di noi hanno avuto l’ardire di affermare: questo è un valore inutile!?

Pensate alla religiosità. Essa ci insegna l’esistenza di un Male, netto, preciso senza sfumature. Ci insegna che la scelta è tra due schieramenti bellicosi, così come ci racconta tronfio il protagonista: luce e tenebre. E la consapevolezza da noi tanto agognata, tanto esibita persino con fierezza dall’inumano protagonista, ci appare lecita.

Il Mostro non può essere assolto. Perché?

Perché convinto di aver scelto il male e di essere profondamente portato per il lato oscuro.

Perché le sue ferite non gli hanno impedito di rinunciare alla bellezza e alla “bontà”.

Perché la sua strada era quella distruttiva dell’infliggere dolore.

Ma leggendo, e leggendo con mente aperta, non si percepisce questa capacità di vedere l’altro lato della vita. Non si percepisce amore, non si contempla la bellezza. C’è soltanto un patetico relitto che riproduce comportamenti distruttivi appresi nell’infanzia. Questo non giustifica l’orrore ma lo inquadra in una modalità ben precisa sullo schema facile e semplicista del nostro, e sottolineo nostro, modo di contemplare la vita: lui deve essere il Male.

A questa imitazione di uomo è stato assegnato il ruolo del maligno, senza via di scampo.

Perché per sentirci perfetti, per viaggiare sui binari della stabilità, abbiamo bisogno di educare alcuni individui, tarati da una debolezza indotta, a essere mostri, in modo non da affrontare quel lato oscuro presente in ciascuno di noi, ma esorcizzarlo in un atto liberatorio che ha il sapore antico del capro espiatorio.

Ma cosa accade?

Che il male, in quanto Disordine (ecco una parola davvero precisa per indicare le tare della nostra società) non viene compreso, assorbito e metabolizzato per poter essere trasformato in altro, ma viene sublimato, dando ai pochi la capacità di rivalersi dell’orrore che, per ironia della sorte, lasciamo che comunque germogli, lavandosene le mani come novelli Ponzio Pilato, con una vendetta che sa molto di rituale di redenzione.

Ecco, la domanda che non ho mai visto sorgere è questa: come può una società davvero sana aver bisogno di redenzione?

La redenzione non è altro che:

 

Acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione da colpe e motivi d’infelicità.

 

 Oppure

 

termine che indica il concetto religioso riferentesi al perdono o assoluzione dei peccati o errori commessi, e protezione dalla dannazione e disgrazia, eterna o temporanea

Ora, se una società è fondamentalmente equilibrata in ogni sua componente, non ha affatto bisogno di questa liberazione. Se cercate la liberazione significa che siete fondamentalmente schiavi.

E lo schiavo, legato ancora al suo padrone, subisce una profonda metamorfosi interiore che lo porta a concepire la rivalsa, la vendetta, la riparazione di torti.

Ed è quello che accade nel testo.

Da un lato il serial killer abbraccia un modello comportamentale, unico esempio di come si gestisce il complicato rapporto tra esseri umani, nel senso del dominio più che della cooperazione. Questo perché gli manca e ci manca la visione di universo interconnesso. Siamo tutte isole indipendenti una dall’altra, autonome, autoreferenziali, anche nell’acquisizione di consapevolezza che resta profondamente autocratica.

Dall’altra parte, esiste la vendetta compiuta da chi si libera del proprio peccato tramite il rito del sangue, un rito che nel nostro occidente è profondamente sentito. Olocausti, transustanziazione, Jihad, sono tutti mezzi con cui la società intrisa di colpa e decadente, offre un sacrificio ai suoi demoni interiori.

Sacrificio, ovvero fare il sacro. ma come si può rendere sacra un’offerta di una vita strappandola dalla sua interezza?

Ecco che la lucidità dell’autore, nel descrivere un processo distruttivo, si rivela nell’ultima parte, dove questo concetto di decadenza, abilmente simboleggiato dalle ombre, diviene privo di vinti o vincitori.

Nessuno si salva.

La vita torna a scorrere e non c’è assolutamente cambiamento. È un mondo immobile.

Un mondo che della vendetta e della riparazione dei torti subiti fa il suo mantra privilegiato. Le vittime restano grida inascoltate, i mostri serviranno per sentirci migliori ma nulla si muoverà davvero, nulla si evolverà, nulla cambierà. Ecco perché la scelta del simbolo Ombre.

L’Ombra è:

 

l’area scura proiettata su una superficie da un corpo che, interponendosi tra la superficie stessa e una sorgente luminosa, impedisce il passaggio della luce.

Ora, la luce è da sempre identificata con la conoscenza, la gnosi, profondamente differente dalla consapevolezza che non è altro che:

 

 la percezione e la reazione cognitiva di un animale al verificarsi di una certa condizione o di un evento

 

Ma non si parla di comprensione.

Il serial killer è soltanto percettivo nell’identificazione del suo evento distruttivo, ma non è in grado di esercitare la capacità di capire, ossia di comprendere, di afferrare con la ragione un contenuto conoscitivo (cum-prendo, cioè afferro insieme cose che stanno dinanzi a me).

Non prende e mette assieme in un organismo totalizzante i singoli pezzi della sua esperienza vitale.

Non esprime concetti universali che lo portano a osservarsi davvero dall’esterno.

È solo consapevole di avere bisogni, non di superarli e unirli in un’elaborazione totalizzante che lo porterebbe a farsi domande: perché ho bisogno di distruggere? Perché traggo piacere dal dolore altrui?

E cos’è l’altro se non il riflesso distorto di me stesso?

E nessuno, in questa società malata, è davvero in grado di fare un passo oltre i confini del proprio ristretto me.

Leggere questo libro può essere un atto terapeutico nel momento in cui, l’eccesso di male genera un NO.

Io ne sono uscita con un’acuta fame di bellezza, con una corazza di fede più lucente e con una volontà più salda. Ed è questo che fa di noi, semplici mortali, veri guerrieri della luce. Perché il vero guerriero non nega la mostruosità, ne prova pena e la combatte con la lucente spada della speranza.

Vi consiglio questo libro?

Sì. Perché quando la luce diventa opaca e la fede sta in silenzio e diventa cieca, allora, il vero Male trionfa.

Coraggioso e agghiacciante, lucido resoconto della verità, è il romanzo di denuncia per eccellenza, capace di svegliare dal torpore sonnolento una parte del mondo che ancora oggi dorme.

 

 

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E’ con sommo orgoglio che lo staff annuncia l’uscita oggi di un grande capolavoro, cesellato con incredibile attenzione e mirabile fattura: “V.I.T.R.I.O.L. (L’Artigliatore)” Le Mezzelane Editore, di Vito Ditaranto. In bocca al lupo Vito!

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LIBRO CONSIGLIATO AGLI AMANTI DEL MISTERO CON UN CHIARO MESSAGGIO ESOTERICO

 

 

SINOSSI:

Joshua Tree, uno studioso della Cabala Ebraica, ricerca in una inesplicabile Venezia l’erede a cui trasmettere le sue conoscenze sulla Cabala, ma il suo progetto è ostacolato da un oscuro essere: “L’Artigliatore”. Questa misteriosa entità si dimostrerà “materiale” e non solo “spirituale” e, lentamente, ma inesorabilmente diventerà sempre più pressante ed insistente fino a far cadere il protagonista in una paranoia totale. Dopo aver scoperto di essere gravemente malato, Joshua non avrà molto tempo a disposizione per portare a termine il compito che si è prefisso, ovvero trascrivere tutti i suoi segreti e le “formule magiche” che ha imparato a utilizzare in tantissimi anni di studio. In un viaggio tra passato presente e futuro, un antico manoscritto risalente a Jacob Frank, cabalista ebreo di nazionalità polacca nato nel 1726, consigliere del re Augusto III re di Polonia, farà luce sull’intera vicenda, riaccendendo la luce di Prometeo.

 

 

NUNC SCIO TENEBRIS LUX (Ora so che dalle Tenebre viene la Luce).

 

Questo è solo l’inizio di un capolavoro che avevo sognato e che non mi ha deluso, sin dalle prime righe si assapora la magia dell’autore. E’ un romanzo inebriante, elettrizzante, fatto di passioni, intrighi e avventure. Vi ritroverete  a camminare per stradine lugubri avvolte nel mistero, tra la Venezia  reale e il suo rovescio, un riflesso maledetto della città. Il libro rappresenta l’arte di raccontare storie e il legame magico che si stabilisce tra la letteratura e la vita, tra il lettore e l’autore, tra la magia delle parole e l’immensità dei sogni. L’opera è caratterizzata da un intreccio narrativo solido, magnetico, dai giusti tempi. L’autore è un maestro nel fornire indizi e rimescolare le carte così da creare quella giusta dose di suspense nel lettore che, rapito da quel che è il rebus non può che andare avanti. I protagonisti di questa storia, si fanno amare, si fanno odiare, il tutto reso necessario per conoscere appieno le varie vicende e risolverle.

Se da una parte ci vien fatto di pensare che è vero che uno scrittore finisce per scrivere sempre lo stesso libro, dall’altra restiamo irretiti dalla ragnatela delle storie narrate nella trama dell’opera, inghiottiti da quello che pare essere un romanzo dentro un romanzo che contiene un altro romanzo, thriller, feuilleton, romanzo gotico, storia di amicizia profonda. Un libro magnetico che parla di libri, di autori di libri, di lettori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge. Magia ed estro mescolati con sapienza per una lettura indimenticabile… In pagine di memoria che sono state scritte col sangue, ho visto uomini soli e contriti, e resi poco sensibili, trascinarmi in un gioco di luci e ombre, sino a quando non hanno esalato l’ultimo respiro. Facendoli fuggire nell’unico luogo dove né il cielo né l’inferno potranno mai trovarli. Perdendomi completamente: imboccando una strada, senza trovare alcuna via d’uscita. E, come un magnifico sole arancione, si leva dietro la frastagliata lontananza di un eco, un rintocco dell’anima, facendomi lentamente uscire dall’oscurità in cui ogni tanto sprofondo. Fumi bianchi che velano gli occhi, il cuore, trasmettendomi il loro nocivo profumo.

Un opera esaltata dal contrasto perfetto tra bellezza e semplicità, pagine bianche che vivono, pulsano, in cui possiamo riconoscere un pezzo di noi stessi, rivelare i nostri segreti, tanto gelosamente custoditi.

 

VICTA IACET VIRTUS (La virtù giace vinta).

 

 

 

Lo staff consiglia le letture per l’estate di Leggereditore: Christina Lauren – “(Non) ti voglio” e Jenny Hale “Estate a Oyster Bay “. Imperdibili!

 

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Ebook in uscita il 15 giugno e in libreria dal 29. 

 

Christina Lauren – (Non) ti voglio

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Il primo romance stand alone delle autrici bestseller #1 per New York Times e USA Today!

 

 

Sinossi

Nonostante tutte le probabilità fossero contro di loro, dopo un primo imbarazzante incontro a una festa di Halloween organizzata da un amico comune, Carter e Evie si sono immediatamente piaciuti. Nemmeno il fatto di lavorare per agenzie concorrenti di Hollywood è servito a spegnere il fuoco che è divampato tra i due. Ma quando le loro aziende si fondono, ha inizio una spietatissima competizione per occupare la stessa posizione, e quella che sarebbe potuta diventare una meravigliosa storia d’amore si trasforma in una guerra all’ultimo sabotaggio… Per capire il sadico gioco in cui sono invischiati, come ignare pedine mosse dal loro comune capo, Carter dovrà reprimere la sua indole compiacente e Evie mettere da parte la sua sconfinata ambizione chiedendosi entrambi cosa desiderino davvero dalla vita. Riusciranno a ottenere il loro finale da favola hollywoodiano? Oppure andranno incontro a una dramedy di proporzioni epiche? Un romanzo appassionante, divertente e sincero del duo Christina Lauren al top della sua forma.

 

L’autore

Christina Lauren è lo pseudonimo dietro cui si cela la coppia di scrittrici Christina Hobbs e Lauren Billings. Con le serie Beautiful Bastard e Wild Seasons, entrambe pubblicate da Leggereditore, hanno conquistato milioni di lettrici in tutto il mondo.

 

 

Jenny Hale – Estate a Oyster Bay 

 

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La lettura romantica perfetta per l’estate 

 

 

Sinossi

Dicono che innamorarsi sia facile. Ma cosa succederebbe se sapessi che l’amore ti spezzerà il cuore? Per Emily Tate, tornare nella casa dell’infanzia a Oyster Bay è come ricominciare a respirare dopo il ritmo affannoso della città. Circondata dalle chiacchiere della sorella Rachel, dai biscotti al burro di Gram e da chilometri di sabbia bianca e soffice, Emily ritrova sé stessa e ciò che ha di più caro. Quando inizia a lavorare nell’elegante Water’s Edge Inn, l’affascinante proprietario Charles Peterson chiede il suo aiuto. Il progetto dell’uomo è espandere l’albergo ma per far questo ha bisogno dei consigli esperti di una persona del posto. Emily accetta e si assume l’impegno di farlo innamorare della sua cittadina. È così che il loro rapporto inizia a trasformarsi in qualcosa di più profondo… Almeno fino a quando i piani di Charles per l’espansione dell’albergo non rischiano di compromettere la bellezza e l’integrità di Oyster Bay. Emily perderà la sua casa e Charles, o riuscirà a salvare Oyster Bay e dare una possibilità al vero amore? Estate a Oyster Bay è la lettura romantica perfetta per l’estate. Un romanzo sull’importanza degli affetti familiari e sulla scoperta dell’amore.

 

L’autore

Jenny Hale ha sempre sognato di fare la scrittrice e il sogno è diventato realtà dopo che il suo primo romanzo, Il regalo più grande, è diventato un bestseller. In Italia è stato pubblicato da Leggereditore insieme a Amami per come sono.