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Ho scritto questa recensione ascoltando le soavi melodie di Enya, osservando la magnificenza della riproduzione della Primavera di Botticelli appesa in camera e le sinuose eleganti movenze del mio micio. Tutto questo perché ho dovuto ubriacarmi di bellezza e armonia dopo la lettura di questo libro.

Perché questo libro racconta qualcosa da cui la mia anima rifugge ma che sa che deve affrontare, tenerle testa, sopportarne la vista e andare di nuovo, con sempre più fede, in cerca della luce, del bene e dell’armonia del tutto.

Perché è questa la funzione del male: sfidare gli uomini a guardarlo dritto in faccia, seppur con i suoi miasmi ripugnanti, sopportarne il tanfo di putrefazione e mantenere la propria anima salda.

L’orrore qua descritto è osceno, al limite della tolleranza. È un libro scomodo, che brucia, che infastidisce, che minaccia la stabilità mentale.

Allora perché io, così assertiva fautrice della bellezza, ho scelto di leggerlo, sporcarmi e recensirlo?

Perché questo libro deve:

 

mostrare quanto possa essere malvagia la mente umana.

 

Ma serve davvero per capire la malvagità, tanto orrore, tanta brutalità e tanto schifo?

Non tutti possono scrivere un romanzo di denuncia sociale, perché è un genere che va scritto senza emotività, lucido, crudo, brutale. Perché la denuncia deve far rabbrividire, deve schifare così tanto da svegliare i sensi e allertare contro quel mostro minaccioso. I mostri si nutrono di indifferenza, vivono sotto gli strati protetti dai filtri della difesa mentale.

L’orrore, anche se descritto nei libri, ha sempre quel lieto fine, deve avere un sorso di speranza. Ma è sbagliato.

Non c’è riscatto per il carnefice come non ce n’è per la vittima. Uccidere un’anima, violentare un fanciullo, nasce da una malattia profonda dell’animo, della psiche, chiamata male.

Il male esiste quando spersonalizza la vittima, quando non è che carne da macello, quando non ha una dignità umana.  Non esistono unicorni e arcobaleni a indorarci la pillola. Non esistono conversioni all’Innominato a illuminare l’oscurità con la luce della Provvidenza.

Esistono sangue, lamenti, occhi pesti e vuoti, vuoti come la ragazza della copertina. Assente a sé stessa, uccisa dentro, priva di luce, che si lecca le ferite come se esse fossero normali. E il nostro silenzio complice, quella volontà di non vedere e di trovare un alibi o di stendere un velo colorato, è un’aberrazione.

Il libro di Dal Pont mi ha disgustata. Mi ha fatto stare male. E questo significa che sono sana. Significa che non ho l’anima assuefatta all’orrore. Significa che posso vedere e usare il mio istinto per scovare e stanare il mostro, per difendere l’innocenza, per proteggere i sorrisi.

Un libro deve scuotere dentro. Deve arrivare come un pugno dritto allo stomaco. Deve dirti:

 

imbecille, nascondi la testa sotto la sabbia? L’orrore sta urlando, e tu che fai?

Lo edulcori?

 

Benvenuti all’Inferno.

Questa è l’altra parte della nostra realtà. Quella da combattere. E soltanto se riuscirete a leggere questo libro, a piangerci sopra, a sconvolgervi, allora sarete pronti alla battaglia. Agili e attenti ai piccoli dettagli. Di quella cover vedrete l’assenza.

Vedrete l’incapacità di sentirsi persona. E reagirete.

Soltanto così questo libro avrà raggiunto il suo scopo.

Il male esiste. Si nutre del dolore, dell’orrore più oscuro.  È una non scelta che ci allontana dall’ordine cosmico.

Ogni essere umano vive in bilico tra follia e abisso, bellezza e luce. Ecco, questo precario filo su cui noi ignari danziamo, va conosciuto, affrontato e ne dobbiamo uscire vinti. Dobbiamo provare, leggendolo, un autentico disgusto. Come dice la prefazione:

 Solo per chi, forte, equilibrato, desidera per alcune ore lasciare la rassicurante strada della bontà per immergersi nel male più assoluto, per vedere cosa c’è dall’altra parte, per comprendere come bisogna davvero starne lontano.

C’è poi un altro elemento che ci tengo a sottolineare e che rende questo libro scomodo ma anche interessante dal punto di vista filosofico-ontologico.

Come narra uno dei protagonisti, dietro alla storia disgustosa c’è anche una profonda riflessione accucciata, quasi ingobbita, annichilita dall’orrore, che per molti risulterà invisibile.

E io voglio, devo mostrarvela. 

Ho scritto che il male è una non scelta, in questo testo, e che non ci sono alibi né capacità di giustificare il male. Ma c’è una domanda relativa all’educazione e alla società che emerge proprio, ironia della sorte, dal rifiuto dell’autore di prenderla in considerazione. Come dire: no, non c’entra l’esperienza o l’educazione “io sono malvagio e malvagio resto”.

Eppure è questa doppia negazione che focalizza la mente allenata a riflettere su questo dettaglio.

Nel testo, il serial killer, privo di coscienza, è esso stesso vittima prima che carnefice. Dal Pont non assolve, non giustifica, non usa l’arma della compassione (quella dovrete svilupparla voi, non chi racconta) ma indaga. Perché il termine “scelta” presuppone una variegata possibilità di direzioni da prendere, una miriade di punti di vista da sperimentare, perché la scelta presuppone un universo sfaccettato quanto un diamante. Ed è dalla modalità di ricezione o non ricezione della luce che si determinano i colori. Cosa significa?

Che il nostro contesto sociale, educativo e culturale è e resta profondamente malato. Resta avvinto o dall’incapacità di una reale consapevolezza o dall’impossibilità di trovare alternative valide ai modelli proposti. Modelli che pertanto diventano stereotipi.

La nostra civiltà, imbevuta della differenziazione Bene/ Male, determina posizioni nette che servono a reiterare dei comportamenti prestabiliti. Abbiamo bisogno del mostro così come del santo, del bigotto così come dell’innovatore, ma in questa dicotomia manca la bellezza complessa dell’essere umano. Manca, e lo ripeterò fino allo sfinimento, la capacità del terzo tipo di apprendimento che prende coraggiosamente di petto tutti gli insegnamenti della società, della famiglia, dell’esperienza, della scuola, insomma di ogni singolo, innocente, ma fondamentale agente socializzatore.

Quanti di noi hanno avuto l’ardire di affermare: questo è un valore inutile!?

Pensate alla religiosità. Essa ci insegna l’esistenza di un Male, netto, preciso senza sfumature. Ci insegna che la scelta è tra due schieramenti bellicosi, così come ci racconta tronfio il protagonista: luce e tenebre. E la consapevolezza da noi tanto agognata, tanto esibita persino con fierezza dall’inumano protagonista, ci appare lecita.

Il Mostro non può essere assolto. Perché?

Perché convinto di aver scelto il male e di essere profondamente portato per il lato oscuro.

Perché le sue ferite non gli hanno impedito di rinunciare alla bellezza e alla “bontà”.

Perché la sua strada era quella distruttiva dell’infliggere dolore.

Ma leggendo, e leggendo con mente aperta, non si percepisce questa capacità di vedere l’altro lato della vita. Non si percepisce amore, non si contempla la bellezza. C’è soltanto un patetico relitto che riproduce comportamenti distruttivi appresi nell’infanzia. Questo non giustifica l’orrore ma lo inquadra in una modalità ben precisa sullo schema facile e semplicista del nostro, e sottolineo nostro, modo di contemplare la vita: lui deve essere il Male.

A questa imitazione di uomo è stato assegnato il ruolo del maligno, senza via di scampo.

Perché per sentirci perfetti, per viaggiare sui binari della stabilità, abbiamo bisogno di educare alcuni individui, tarati da una debolezza indotta, a essere mostri, in modo non da affrontare quel lato oscuro presente in ciascuno di noi, ma esorcizzarlo in un atto liberatorio che ha il sapore antico del capro espiatorio.

Ma cosa accade?

Che il male, in quanto Disordine (ecco una parola davvero precisa per indicare le tare della nostra società) non viene compreso, assorbito e metabolizzato per poter essere trasformato in altro, ma viene sublimato, dando ai pochi la capacità di rivalersi dell’orrore che, per ironia della sorte, lasciamo che comunque germogli, lavandosene le mani come novelli Ponzio Pilato, con una vendetta che sa molto di rituale di redenzione.

Ecco, la domanda che non ho mai visto sorgere è questa: come può una società davvero sana aver bisogno di redenzione?

La redenzione non è altro che:

 

Acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione da colpe e motivi d’infelicità.

 

 Oppure

 

termine che indica il concetto religioso riferentesi al perdono o assoluzione dei peccati o errori commessi, e protezione dalla dannazione e disgrazia, eterna o temporanea

Ora, se una società è fondamentalmente equilibrata in ogni sua componente, non ha affatto bisogno di questa liberazione. Se cercate la liberazione significa che siete fondamentalmente schiavi.

E lo schiavo, legato ancora al suo padrone, subisce una profonda metamorfosi interiore che lo porta a concepire la rivalsa, la vendetta, la riparazione di torti.

Ed è quello che accade nel testo.

Da un lato il serial killer abbraccia un modello comportamentale, unico esempio di come si gestisce il complicato rapporto tra esseri umani, nel senso del dominio più che della cooperazione. Questo perché gli manca e ci manca la visione di universo interconnesso. Siamo tutte isole indipendenti una dall’altra, autonome, autoreferenziali, anche nell’acquisizione di consapevolezza che resta profondamente autocratica.

Dall’altra parte, esiste la vendetta compiuta da chi si libera del proprio peccato tramite il rito del sangue, un rito che nel nostro occidente è profondamente sentito. Olocausti, transustanziazione, Jihad, sono tutti mezzi con cui la società intrisa di colpa e decadente, offre un sacrificio ai suoi demoni interiori.

Sacrificio, ovvero fare il sacro. ma come si può rendere sacra un’offerta di una vita strappandola dalla sua interezza?

Ecco che la lucidità dell’autore, nel descrivere un processo distruttivo, si rivela nell’ultima parte, dove questo concetto di decadenza, abilmente simboleggiato dalle ombre, diviene privo di vinti o vincitori.

Nessuno si salva.

La vita torna a scorrere e non c’è assolutamente cambiamento. È un mondo immobile.

Un mondo che della vendetta e della riparazione dei torti subiti fa il suo mantra privilegiato. Le vittime restano grida inascoltate, i mostri serviranno per sentirci migliori ma nulla si muoverà davvero, nulla si evolverà, nulla cambierà. Ecco perché la scelta del simbolo Ombre.

L’Ombra è:

 

l’area scura proiettata su una superficie da un corpo che, interponendosi tra la superficie stessa e una sorgente luminosa, impedisce il passaggio della luce.

Ora, la luce è da sempre identificata con la conoscenza, la gnosi, profondamente differente dalla consapevolezza che non è altro che:

 

 la percezione e la reazione cognitiva di un animale al verificarsi di una certa condizione o di un evento

 

Ma non si parla di comprensione.

Il serial killer è soltanto percettivo nell’identificazione del suo evento distruttivo, ma non è in grado di esercitare la capacità di capire, ossia di comprendere, di afferrare con la ragione un contenuto conoscitivo (cum-prendo, cioè afferro insieme cose che stanno dinanzi a me).

Non prende e mette assieme in un organismo totalizzante i singoli pezzi della sua esperienza vitale.

Non esprime concetti universali che lo portano a osservarsi davvero dall’esterno.

È solo consapevole di avere bisogni, non di superarli e unirli in un’elaborazione totalizzante che lo porterebbe a farsi domande: perché ho bisogno di distruggere? Perché traggo piacere dal dolore altrui?

E cos’è l’altro se non il riflesso distorto di me stesso?

E nessuno, in questa società malata, è davvero in grado di fare un passo oltre i confini del proprio ristretto me.

Leggere questo libro può essere un atto terapeutico nel momento in cui, l’eccesso di male genera un NO.

Io ne sono uscita con un’acuta fame di bellezza, con una corazza di fede più lucente e con una volontà più salda. Ed è questo che fa di noi, semplici mortali, veri guerrieri della luce. Perché il vero guerriero non nega la mostruosità, ne prova pena e la combatte con la lucente spada della speranza.

Vi consiglio questo libro?

Sì. Perché quando la luce diventa opaca e la fede sta in silenzio e diventa cieca, allora, il vero Male trionfa.

Coraggioso e agghiacciante, lucido resoconto della verità, è il romanzo di denuncia per eccellenza, capace di svegliare dal torpore sonnolento una parte del mondo che ancora oggi dorme.

 

 

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