“V.I.T.R.I.O.L. L’artigliatore” di Vito Ditaranto, Mezzelane editore. A cura di Micheli Alessandra

 

Recensire Vito Ditaranto è sempre un’emozione duplice, composta da un senso di orgoglio profondo, visto i complessi argomenti che si snodano tra le sue pagine, ma anche una maledizione, poiché gli stessi che hanno nutrito la mia vita emotiva e spirituale, pur essendo impressi a fuoco nella mia anima, pur facenti parte del mio percorso evolutivo, in questo lungo viaggio chiamato vita, sono difficili da incidere su un semplice foglio.

Tutti noi siamo viaggiatori intimoriti dalla vastità del sapere e tutti noi preferiamo osservare quest’avventura da un solo lato, dove batte forse la luce più fioca, timorosi di addentrarci oltre il regno delle forme, delle ombre e delle immagini.

Eppure, queste immagini che noi consideriamo la realtà assoluta, non sono altro che frutto esclusivo della nostra percezione totalmente personale.

Vediamo solo un riflesso di noi stessi, in quella cosmogonia straordinariamente complessa che è chiamata vita, che è l’universo, che è il mondo intero. E così possiamo osservare le forme dando la sostanza che reputiamo più semplice, più gestibile, meno invasiva per la nostra umana che ha la strana tendenza a mantenere lo status quo.

 Lo riassume perfettamente il mito che Vito introduce all’inizio del libro, quello della caverna di Platone. Siamo prigionieri della nostra volontà, o del destino che ci ha posto nella condizione di schiavi, di prigionieri di un mondo di ombre, mentre fuori la vastità ci chiama con voce quasi minacciosa, quasi ostile.

Come mantenersi saldi davanti a un sistema cosi immenso, cosi interconnesso e pertanto di difficile decifrazione nell’assenza di un codice unico, di direttive e di leggi prestabilite?

E, infatti, il filosofo, il saggio, il folle, il mistico sono coloro che coraggiosamente e in maniera ardita hanno scelto di capovolgere totalmente gli assunti su cui si basa oggi la nostra società e i suoi valori: lo zeitgeist.

Cosa sarà mai?

Con questo colto termine tedesco, nato con la storiografia otto-novecentesca, si intende indicare la tendenza culturale e sociale predominante in una determinata epoca e che avvolge di ombre o di luce, la realtà immanente di noi uomini. Ci corteggia, ci ingloba e ci influenza il pensiero e dunque la visione delle cose e del mondo.  Per alcuni filosofi, immersi più nel campo dell’esoterismo che in quello scientifico, lo zeitgeist rappresenta non tanto un mero concetto, quanto un essere reale incorporeo che viene identificato con il livello angelico dei principati (come sostiene Steiner) o nel suo senso più cupo con quello degli arconti.

Cosa determina la sua identificazione?

Con la capacità o meno di far evolvere l’umanità.

Per esempio, il rinascimento può essere identificato con lo zeitgeist angelico, mentre la controriforma può essere di tipo arcontico. Tutto questo dipende, però, da un fattore personale collegato all’identità precisa di ogni mente che, a secondo della sua maturità, identifica uno spirito in grado di rappresentare l’anima in cammino.

Come dire, non tutti possono salire gli stessi gradini o per dirla con un termine cibernetico ognuno a seconda del suo modello di mente, può supportare un programma più o meno evoluto. Se inseriamo un programma più potente in un meccanismo non in grado di accoglierlo, avremmo un overload di impulsi e sensazioni che spesso portano alla follia. O al classico delirio mistico.

L’intero libro di Vito si rende partecipe di un simile concetto esoterico ma anche educativo: l’intento dell’anima Joshua di portare alla luce dei segreti, delle precise categorie di pensiero in un mondo dominato, nientedimeno che, da una losca figura, lo zeitgeist rappresentato dall’artigliatore.

L’artigliatore non è soltanto una tenebrosa presenza, la personificazione del male, ma è qualcosa di più sottile, il simbolo inquietante della resistenza al cambiamento. Non a caso, nel testo di Vito, l’oscuro figuro si scaglia con voracità e brutalità sui gatti.

I gatti, non sono soltanto esseri coccolosi e teneri, ma lungo il percorso della storia dei simboli hanno svolto il ruolo di intermediari tra il mondo fisico e quello spirituale, tra forma e sostanza.

Non solo.

Animale sacro per eccellenza, racchiude in sé tutti gli elementi che danno contorni ben definiti al sacro, intero sia come purezza che come impurità. Sacro, dal latino sacer, è una sorta di cartina di tornasole delle cose dello spirito e ingloba, pertanto, opposti e elementi apparentemente distanti, unendoli in un mosaico perfetto. Ecco perché il gatto diventa una sorta di portale verso il mondo altro, un mondo che deve essere in grado di penetrare nel nostro piano di realtà e favorire un cambiamento cosmico, che si traduce nella capacità di percepire l’unità nella dicotomia.

In sostanza il gatto è il punto focale della legge magica per eccellenza

 

come in alto così in basso

come è dentro cosi è fuori

Distruggere o meglio smembrare questo portale (non a caso l’artigliatore si scaglia sulle zampe dei regali felini) significa privare di energia questo portale, di lasciarlo senza il necessario movimento rotatorio in grado di mettere in circolo l’energia in ogni punto del corpo, dell’anima, della psiche o dello spirito limitando il percorso verso la salvezza. (l’energia cioè, non riesce a risvegliare i cosiddetti chakra).

Tale percorso è evidentemente “sabotato” da un insieme di resistenze, tra cui la più emblematica riguarda il settore del sapere. Emblematico è l’episodio rivelatore del libro: l’incontro di Johua con l’élite del potere accademico. Le sue teorie spaventano, fanno fuggire le menti non ricettive, fanno terrore e sono totalmente rifiutate. La scienza, negando la parte simbolico- alchemica e magica della sua natura, diventa dominio dell’angelo del male, anzi della discordia e della separazione.

E in questo concetto entra di prepotenza la Kabbalah.

Venerata ricercata, usata anche per scopi non nobili ma relativi alla moda del momento, (anche la cantante Madonna si vanta di aderire alla cabala…o dio dei cieli perdonaci) è una scienza Sacra (come direbbe Renè Guenon) che traduce in numeri e archetipi l’intera fenomenologia del vivente, della creatura per dirla alla Gregory Bateson.

Perché numeri?

E che legame hanno i numeri con gli archetipi?

Iniziamo con il dire che la Kabbalah rappresenta la storia, anzi il percorso mistico esoterico di un popolo che non è soltanto quello ebraico ma nasce molto prima, quando gli Dei (Annunaki) camminavano con gli uomini. Oppure torniamo ancora più indietro, quando i Figli di dio portarono come dono d’amore, le conoscenze relative all’universo alle loro donne. E tra queste conoscenze figuravano matematica, astronomia e linguaggio.  Si linguaggio, le parole, il famoso Verbo creatore. Ora la parola Verbo, presente nella meravigliosa genesi va tradotta esattamente, se vogliamo essere pignoli, con suono. E il suono, spero lo sappiate, è un evento acustico vibratorio che nei numeri e nella matematica e nella geometria trova i suoi codici per essere interpretato, compreso e descritto. Chi studia musica sa quanto i numeri siamo fondamentali:

 

La musica è una scienza che deve avere regole certe: queste devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l’aiuto della matematica. Devo ammettere che, nonostante tutta l’esperienza che ho potuto acquisire con una lunga pratica musicale, è solo con l’aiuto della matematica che le mie idee si sono sistemate, e che la luce ne ha dissipato le oscurità 

Jean Philippe Rameau, trattato dell’armonia ridotto ai suoi principi 1722

Questo rapporto stretto è stato studiato fin dall’antichità e posso citare il grande Pitagora che oltre a ragionare sulla scoperta di come   i differenti toni di una scala sono legati ai rapporti fra numeri interi, fu in grado di influenzare la scienza occidentale intuendo come, la matematica, fosse in grado di descrivere il mondo.

Da quest’intuizione abbiamo i risultati nell’architettura sacra, le cattedrali gotiche tipo Rosslyn o Notre Dame o Charteres che usavano come elemento costitutivo il famoso phi greco o numero aureo, per infondere una sorta di eternità alle pietre inanimate, rendendole vive e vibranti.

E non è un caso che tra queste arcane mura si ritrovi la scienza amata dal protagonista Joshua fatta non solo di numeri ma di simboli e di archetipi. Andiamo ora a conoscere gli archetipi presenti in quantità industriale nel libro. Gli archetipi sono considerati una sorta di prototipo universale per le idee attraverso il quale, l’individuo, interpreta ciò che osserva e sperimenta.

È, per Jung, l’immagine primordiale (urtümliches Bild) dell’inconscio collettivo. La parola deriva dal greco ρχέτυπος col significato di immaginearché (“originale”), típos (“modello”, “marchio”, “esemplare”). E’  utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata. È anche plausibile che derivi da άρχή (“arché”), col significato di “principio”, “inizio”. Pertanto essi sono la forma preesistente e primitiva del pensiero in germoglio, della potenzialità del pensiero per indicare idee innate nell’inconscio che, tramite il linguaggio, la parola, prendono una forma precisa.

E la Kabbalah si occupa di inserire gli archetipi in simboli e numeri. Chi padroneggia questa scienza padroneggia l’essenza di una cosa o una persona, un’essenza collegata all’unità originaria o dio di cui essa è emanazione. Questo passaggio, permetterà la manifestazione di Dio nella natura dell’universo e umana.

Uno degli elementi della Kabala è l’albero della vita composto da diverse Sephiroth (emanazioni) a cui, durante i secoli, sono state concesse attribuzioni precise, tra cui i nomi di dio ossia una precisa essenza. Punto che ci interessa per capire il libro è che, dietro all’essenza di luce, se ne nasconde un’altra diciamo oscura chiamata qliphot, (gusci) e non sono altro che, prosaicamente, il rivestimento protettivo di un concetto: ossia i cosiddetti guardiani della soglia.

Questi elementi distruttivi sono i limiti citati dai libri di Igor Sibaldi, con cui l’adepto o il maestro deve confrontarsi per superarli, riconoscerli, affrontarli o soltanto comprenderli e quindi nominarli. Ed è questo che esegue Joshua; comprende e conosce facendo in modo che, l’artigliatore, venga sconfitto. E lo fa semplicemente indagando la sua storia e nominandolo.

E il libro sacro, il testamento, pieno dei segreti arcani torna illeso all’origine del tempo. Chi non affronta questo ostacolo, questo lato distruttivo, sarà per sempre inglobato nel significato contrario della sepiroth, il guscio,  restando sospeso in un tempo senza tempo, in un limbo considerato dai nostri mistici, il vero, originale,  inferno.

L’intera storia dello scontro/ incontro di Joshua con il “male” è la storia del percorso liberatorio di un’anima che, per essere eterna, per travalicare tempi e le ere, spirito del tempo e cultura stantia, deve affrontare l’ombra.  Pertanto questo libro ricorda altri testi esoterico iniziatici come il meraviglioso Le nozze chimiche o il recente il nome della rosa o il club dumas. Sono testi che nella loro apparente semplicità nascondo il senso vero del nostro viaggio esistenziale per tornare la piano astrale e immutato dello spirito.

Un altro importante accenno: i nomi.

I nomi non sono scelti a caso. Joshua per esempio significa il signore è la mia salvezza, YHWE è salvezza o il salvatore dato da Dio. Ed è il nome di un iniziato scelto dalla una divinità precisa, ossia quella della forma, per trovare la salvezza intesa come gnosi e come sostanza.

Non a caso Joshua si occupa proprio di questa incredibile azione di ripristino dello spirito dei nomi delle parole e dei concetti, che rappresentano il vero segreto del linguaggio universale. Johsua si dirige verso l’abbraccio dell’altro volto di dio il fondamento ossia l’elohim che indica l’intera forma energetica unica che è la forza che va oltre, che supera la staticità di colui che è per abbracciare il cambiamento e quindi il ritorno a casa.

In questo senso la morte è soltanto il novo inizio e il compimento del cammino: Joshua infatti torna all’inizio diventando concetto immortale nel testo sacro e proibito del libro dei segreti (un accenno non troppo velato al libro della formazione).

E non è un caso che Joshua Tree sia anche il nome di uno straordinario album degli U2 che fa riferimento a una pianta la yucca brevifolia detto appunto albero di Joshua che cresce in california. Questa pianta è stata considerata dalla tribù americana dei Cahuillia una risorsa preziosa chiamata humwichawa usata come nutrimento, cosi come per noi la kabbalah è il nutrimento dell’anima.

E che dire di Simone il finto allievo?

Simone significa che ascolta egli ha ascoltato. E Simone ascolta ma non crede, non recepisce non metabolizza perché in fondo rifiuta il cambiamento. E non è un caso che da Simone derivi la simonia ossia ottenere il potere di compiere miracoli in cambio di denaro. E Simone, il finto allievo nel libro di Ditaranto, non cerca conoscenza ma utilità immediata, vantaggio, fama e potere. E non sarà lui, esponente dell’élite accademica chiusa e bigotta, a recepire e personalizzare il messaggio di Joshua ma sarà un simpatico personaggio, umile, semplice quasi schivo che non vi rivelerò…

Testo complesso, mosaico meraviglioso, ricco di significati iniziatici e esoterici è da leggere assorbire, rileggere per poter trovare sempre nuovi indizi e nuove idee costruttive. Ma non limitatevi a essere semplici “simoni”, fare vostro il messaggio, non ascoltatelo ma vivetelo per potere fiori nell’arido deserto dell’anima.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...