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Recensire un’anteprima della Dunwich è sempre e fortunatamente, una garanzia. No miei cari lettori, non è una sviolinata ruffiana. Ma è una constatazione di come le case editrici coraggiose, acute dai gusti raffinati, risalti in un panorama carente di atipicità e di competenza. Un riflessione che contiene un velo di amarezza.

Sondare una trama da proporre al pubblico ha bisogno di tanti piccoli preziosi dettagli. Dietro l’apparente semplicità del testo (semplicità ragazzi non banalità) si deve celare un intricato sistema di significati che rendano il libro simile al famoso baule a doppio fondo, tanto amato dal nostro caro Humpty Dumpthy di Alice in the wonderland. Senza quello il libro resta anonimo ed evanescente nella memoria.

Pertanto, seppur apparentemente il dono segue una scia trita e ritrita, che rende la mafia protagonista di tanti fastidiosi romanzi, spesso inconsistenti e brutte copie di Cime tempestose (il cliché del bello e cattivo che insidia e conquista la povera verginella tonta di turno) qua, finalmente,  si assiste a una raffinatissima elaborazione che sfocia nel thriller psicologico.

Tranquilli quindi, non vi troverete di fronte a un altro romantic suspense (un altro di questi termini post moderni e vi giuro chiudo baracca e burattini) ma in un viaggio pieno di tensione emotiva, di luoghi cupi e spesso claustrofobici, un percorso lastricato di domande più che di risposte, per scoprire il vero, inaccessibile luogo, il più esplorato ma il più misterioso dell’essere umano: la mente.

E’ quindi per questo sua scelta di indagare i misteri di un preciso fenomeno che spaventa e al tempo stesso affascina, ossia il coma, che il libro the Gift entra di prepotenza, con una baldanza quasi altezzosa nel panorama dei libri totalmente dotati di originalità e di una dosa di folle coraggio. Del resto stiamo dentro una mente scioccata e la follia è come dire, a suo agio.

La protagonista, ha un dono particolare e misterioso (the gift appunto) che le permette di entrare nella testa (mente o psiche) dei soggetti in coma. una mente che appunto per l’evento traumatico a cui ha assistito non è un lido felice, o un prato fiorito come si può immaginare ma un onirico e ossessivo limbo da cui è difficile scappare. Ed è il contrasto tra un sonno che all’esterno appare quasi sereno e il dramma terrorizzante che avviene all’interno da cui è impossibile sfuggire. Katy riesce tramite una mente molto più forte resa però salda dall’intervento di un altro dormiente Matt a penetrare in questo ovattato onirico limbo per far rivivere il trauma subito.

Soltanto questa coraggiosa capacità di osservarlo, nominarlo e affrontarlo permette l’uscita dal coma. Come notate, ci sono tutti gli elementi importanti che formano la base della psicologia e elencati gli interventi con cui l’elemento disturbante, deviante della mente, viene quasi isolato, metabolizzato e compreso.

E quindi per l’autrice, il coma è un vero e proprio stato di shock che causa il un qualcosa che spaventa e che rende la vittima quasi totalmente incapace di vincerlo. E lo ingloba irreversibilmente in un sonno che ha dello straordinario e si avvicina, forse, alla morte.

Un coma è una condizione peculiare, una sorta di assenza di coscienza, conosciuto fin dai tempi più remoti. Addirittura Ippocrate indicava il cadavere in sonno letargico quei soggetti in coma che apparivano all’esterno in uno stato di sonno profondo, dal quale non potevano essere risvegliati. Nel 1966, Fred Plum e Jerome Posner, neurologi statunitensi definirono il coma come:

 

“Unarousable unresponsiveness in which the subjects lie with eyes closed” (Paziente non risvegliabile, non responsivo, che giace a occhi chiusi).

 

Pertanto, ci si trova di fronte a una sorta di irrealtà provocata da vari traumi tra cui intossicazioni (stupefacenti, alcool, tossine) alterazioni del metabolismo (ipoglicemia e iperglicemia) o danni e malattie del sistema nervoso centrale (ictus, traumi cranici provocati da incidenti e ipossia ossia mancanza di ossigenazione al cervello).

Il coma, pur non essendo indice di morte cerebrale, cioè di cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello è, però, una situazione che varia dalla possibilità di ripresa totale alla vera e propria morte o conseguenza di gravi danni motori e neuro fisici. La caratteristica del coma è l’impossibilita (diversamente dal sonno) di svegliarsi a piacimento. Interessante ai fini dell’analisi della Daniels è il caso di Karen Ann Quinlan.

Siamo nell’aprile del 1975 in New Yesej quando una giovane la Quinlann appunto assunse una elevata dose di tranquillanti. Nulla di eccezionale se non fosse per una disattenzione che le costerà molto: assieme al valium assumerà del gin tonic. Questo mix apparentemente banale, le procurerà un coma durato ben dieci anni che si concluderà con la morte (per infezioni multiple). Perché questo caso è collegato con the gift?

Perchè l’autopsia effettuata, consentirà di comprendere il motivo del decesso: la bruciatura di una piccola porzione del cervello che resterà intatto, il talamo. Una parte circoscritta, quasi infinitesimale che però subendo il deterioramento fu causa di morte.

Il talamo è sì una piccola porzione dell’intero emisfero ma importantissima e la sua asportazione contribuisce alla morte della mentre. Badate bene parlo di mente, di intelletto di sede di quella che erroneamente chiamiamo anima. Infatti questo talamo è da considerarsi la sede centrale di collegamento attraverso cui tutte le informazioni sensoriali vengono trasmesse alla corteccia cerebrale e alla mente conscia. Tutto tranne l’olfatto. Se il talamo resta spento o meglio silenzioso, tutto il resto, corteccia e cervello sono pronti sì per accendersi ma nessuno accende l’interruttore. Tutto spento, perso in un limbo evanescente, irreale fatto di flash e pensieri come germogli, tutto resta mera potenzialità ma non riesce a formarsi. È in pratica una lunga attesa di un via che, in realtà, non può arrivare. In questo caso, il regno irreale e fatto di possibilità che vivono i protagonisti di the gift, (un reiterarsi continuo di flash e immagini chiave del trauma) è senza via d’uscita. non a caso sono spesso descritti come prigionieri.

In particolare il figlio del boss è chiuso in una stanza con solo la voce dell’io a fargli compagnia, impossibilitato a percepire gli stimoli esterni con una porta dotata di molti lucchetti. E la voce sa e gli spiega che per risvegliarsi deve riuscire ad aprire quella porta ossia accedere a quel via in grado di riattivare il talamo.

Kathy è la via.

Katy è l’interruttore e lo specchio con cui la vittima può osservare e affrontare quella ferita profonda che è la causa dello spegnimento del circuito centrale. Che sia l’orrore di un incidente, un tradimento o un dolore assoluto, la vittima non riesce a liberarsi, non riesce a affrontare i suoi demoni né a nominare e dominare la sua problematica.

È un argomento delicato, trattato con una semplicità che nasconde una conoscenza profonda del processo mentale e delle componenti della mente e che porta con sé il grande segreto per risvegliarsi sia dal coma, che dal dolore senza fine: nominare il dolore, la ferita, dare un volto alla sofferenza e all’orrore.

Come racconta J.K. Rowling spesso la paura della cosa che non riesce a essere nominata incita quella stessa ad acquisire potere. Non nominare un trauma, un dolore, un problema significa infatti, non riconoscerlo, nasconderlo e nutrirlo della nostra paura e del nostro terrore. Perché la sofferenza spaventa, perché farle fronte è una sorta di responsabilizzazione di noi stessi e delle scelte che, specie in condizioni delicate, di profonda mancanza di autostima, sino non più nostre ma frutto dell’ambiente e dell’educazione. per quanto noi consciamente rifiutiamo quest’eredità non riusciamo a livello inconscio a disubbidire davvero. Come narra la canzone di Ermal Metal:

 

Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede

Che cosa ti aspettavi da grande, non è tardi per ricominciare

E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza

Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire

 

Quello che spesso manca alla risoluzione di un trauma è proprio questa capacità di omettere in totale coscienza, di assecondare un ordine o di osservare una disposizione, appresa senza poterla osservare criticamente. L’agire in modo contrario rappresenta l’unica trasgressione davvero etica; molte delle disposizioni valoriali che riceviamo sono parte di una catena che affonda le sue radici in un tempo remoto e che appartiene alla regione dell’inconscio fatta non solo di valori morali, ossia relativi a una precisa epoca, ma anche a desideri frustrati, a volontà di rivalse a proprio drammi personali.

Non basta, dunque, prendere una strada diversa ma occorre osservare la vita di una ferita aperta per poterla disinfettare con il balsamo della conoscenza. E molti di noi non volgono lo sguardo alle ferite interiori, restando pertanto, schiavi di posizioni a cui, in realtà, non riescono a disobbedire. Scegliere una strada diversa presuppone una netta presa di coscienza dell’inutilità di un valore acquisito, e spesso inserito nella nostra mente a forza, bisogna poter appunto fare il contrario ossia disubbidire.

E in un certo senso Kathy è la disobbedienza. Il suo entrare di prepotenza in una mente non propria, violando tutte le regole di sicurezza e di segretezza che questa zona per esistere richiede, è quello shock necessario affinché il meccanismo del talamo di riattivi. non si sa perché si spegne ma sicuramente è per una forma disperata di difesa. Invece le incalza la vittima ad arrivare alle verità più scomode ad affrontare non solo il passato ma tutte le conseguenze emotive che esso porta con sé.

E queste conseguenze presenti e radicate nell’animo /mente di Daniel affondano le mani nell’untuoso universo dei bassifondi di Boston. E quindi trova spazio un’inedita riflessione sul male.

Ecco il male non è solo quello psichico e cupo dei serial killer ma anche quello adornato di lusso e denaro proprio dell’a criminalità organizzata protagonista di tanti noir di successo tra cui mi permetto di citare La via del male di Galbraight e  Come Cani selvaggi di Ian Rankin.

Daniel, il figlio di un boss, assuefatto quasi alla violenza, che sceglie a metà una strada diversa innamorandosi:

 

di ciò che Annabelle rappresentava, ovvero un calcio nel culo alla tua vecchia vita fatta di criminali, gangster, tizi con il cervello delle dimensioni di un fagiolo che agitavano armi anche se il cielo minacciava di annuvolarsi. Lei ti aveva dato una quotidianità rispettabile, discorsi intelligenti e una tranquillità che prima avevi solo sognato

 

E Daniels è il simbolo di chi ha il terrore di un mondo che sfugge al nostro controllo, che segue la logica del potere, dell’autorità evitando come la peste la compassione (ossia cum patior soffro con o provo emozione con) il sentimento per eccellenza che lega gli individui e li mette in relazione empatica uno con l’altro, rendendoli in grado di percepire a livello emozionale la sofferenza altrui desiderando alleviarla. Ma in un universo distorto come quello della malavita, la compassione è un difetto enorme che per una anima sensibile come quella di Daniel è uno stimolo per rifiutare non soltanto lo stile di vita del padre ma ogni forma di sofferenza.

 

Tu non vuoi restare qui per paura di rivivere il momento della sparatoria. Tu vuoi restare qui perché non vuoi affrontare il mondo reale. Un mondo in cui sei solo e non sei in grado di gestire niente di niente. Non sei stato neanche capace di avere un dialogo decente con la ragazza che sostieni di amare. Tutto ciò che pensavi di aver costruito è crollato come un castello di carte al primo sbuffo di vento.»

 

In fondo resta molto difficile non immedesimarsi in Daniel che resta nonostante l’indomita forza di Katy uno dei personaggi meglio tratteggiati dell’intero libro.

Che non sacrifica mai l’adrenalina al gusto sdolcinato del pubblico e che sa inserire elementi di profonda riflessione laddove meno ci si aspetta.

Mi resta un’ultima riflessione.

Questo testo dimostra come sia possibile scrivere un buon libro, emozionante e intrigante senza sacrificare l’effetto scenico alla melmosa passionalità fittizia di tanti romantic suspence.

 La suspense non è un genere ma è l’elemento capace di trascinare il lettore attraverso la storia ponendolo nella stessa dimensione emotiva che l’autore decide di raccontare. E non sarà la suspense a creare suspense ma l’approfondimento psicologico. Che la storia di  Daniel e katy e Matt vi sia di insegnamento. Sempre se volete scrivere romanzi e non biglietti dei baci perugina.

Perfetto in ogni dettaglio. Complimenti per la nuova scoperta di una grande casa editrice.

 

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