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La vita cambia. Se ne va tra le tue mani! Ogni cosa che conosci ti abbandona senza motivo. Ti trovi da sola con la sabbia fra le dita. Solo allora capisci che cos’è la vita. La vita è il sole. La vita è il mare. La vita è il buio e la voglia di ricominciare. Dietro di sé lascia una scia di sale!” 

Ho scelto questa frase perché nasconde in sé il senso del libro di Antonio Lucarini. Un libro complesso e al tempo stesso semplice, scritto con un’ansia evocativa in grado di trasportare il lettore in una dimensione onirica, sospesa tra due mondi, quello reale e quello del sogno, accompagnato da note ossessive e deliranti forse, ma che aprono l’anima a nuove sensazioni a nuove scoperte. E’ un libro “tattile” un libro le cui parole non restano scritte ma prendono forma in una danza che è sospesa tra il languido e carnale tango, e la devastante e mistica danza della morte cosi come raffigurata nello splendido quadro di Nicolas Poussin.

Mescolando destini e percezioni, alternando visioni reali e realtà irreale, Lucarini con arguzia e con classe scopre il vaso di Pandora dell’esistenza, portando allo scoperto la bellezza cosi come l’altra sua faccia, ossia la decadenza, il marciume. E’ un inno all’essenza delle cose ma anche al Verme trionfante (Baudelaire) che si nutre delle carcasse di morti che, in questo caso, sono tragicamente simili alla nostra faccia. I morti non sono vampiri, i signori della notte, fluide presenze oscure, ma è il postmoderno, con la sua ansia di esistere che, per ironia della sorte si fa sempre più evanescente:

Il tempo passa e ci conduce alla morte. Allora fottimi adesso che ancora puoi!»

Attraverso la storia disperata e decadente di Claudia e Lara, cosi simbiotiche da sembrare parti di uno stesso ferito io, si delinea una società marcia, che sotto il solito perbenismo ossessivo nasconde la sua fragilità simboleggiata dalla ricerca costante della forma e dell’apparenza e di un sesso che è soltanto una scappatoia per un’anima che si desidera rendere sempre più evanescente. Per esistere non ci si rivolge alla sostanza a quel fluido cosi luminoso che Lucarini paragona a quello amniotico, origine e fonte di ogni nascita, ci si rivolge alla filosofia del mordere la vita, dell’ansia di raggiungere obiettivi, in una sindrome compulsiva che porta a chiedere sempre di più a sé stessi.

Vincitori e vinti si contendono la coppa della gara verso la non esistenza percepita però come unica via reale possibile e che è soltanto un reiterare la non esistenza quella tanto decantata da Stoker e da Salgari nelle cupe storie di vampiri. in fondo i protagonisti del romanzo sono burattini, sono ombre sono dannati e mai redenti.

 

Non devo ammalarmi, secondo loro. Perderei delle occasioni importanti. Vince chi sa stare al mondo e asseconda il vento! Non devo sprecare neanche un’opportunità. Si vive di opportunità oggi. Bisogna programmare, centrare scopi. Si deve escludere a priori l’eventualità di vivere la vita come viene. Si deve programmare! 

Questa è la società degli anni 70/80, una società completamente marcia che crolla pezzo per pezzo sotto la spunta convulsa dei suoi asfissianti miti, sotto le luci stroboscopie di discoteche che perdono il senso dell’antica danza e sono solo amalgama di corpi in cerca di lussuria per…esistere.

E’ il concetto dell’esistenza, di rendere corporea la sostanza che serpeggia bizzarro in ogni pagina. È la risposta all’eterna domanda a cui il nostro filosofo Cartesio ha tentato invano di dare una risposta

 

cogito ergo sum

E che il nostro frenetico mondo ha totalmente ribaltato in una filosofia nichilista che è più dedica alla corruzione e alla morte che alla vita stessa. E lo fa separando lo spirito dalla mente (o anima) relegando chi è in grado di viaggiare tra i due sistemi spirito e materia o corpo e mente, come estraneo, straniero, deviato minaccioso. Claudia e Lara sono i figli di questa società profondamente malata che si regge a mala pena su assunti culturali stantii e stagnanti: una figlia della cosiddetta classe borghese.

 

Figlio di un falegname povero, aveva avuto come unico scopo nella vita il riscatto sociale. Voleva riprendersi con violenza quello che, a suo dire, gli era stato rubato all’inizio.

Una conquista effettuata con escamotage, rinnegando la meritocrazia e persino l’arte dalle vite:

 

Pensava che quando non si è in grado di farsi strada con il proprio talento, è giusto che si usino i mezzi più scorretti. I ricchi lo fanno, schiacciandoci, ed è giusto che lo faccia anch’io, si diceva spesso. Nessuno avrebbe mai saputo né sospettato nulla. Con i soldi che la Pilati gli regalava ogni mese riuscì ad avviare la sua impresa di costruzioni. Era un mantenuto…

Trovando sollievo solo nei tradimenti e nella lussuria, tutto per mordere quella vita che sfuggiva loro e che tentavano di raggiungere con un affanno isterico

 

Filippo e Carla erano una bella coppia di tronfi borghesi, dediti alla continua ricerca delle cose belle e del piacere, a scapito degli altri e di un’umanità sofferente. Erano assertori degli aspetti più effimeri dell’esistenza. Erano dei profeti della vacuità del vivere. 

Dall’altra parte della barricata c’è Claudia allevata da una coppia di pseudo intellettuali di sinistra facili fruitori delle ideologie pret a porter, di facile e immediato consumo che lenivano le mancanze delle loro esistenze rendendoli narcisisti della loro inferiorità. Ma non erano veri promulgatori di teorie sociali, quanto per un acuto senso di invidia che provavano verso le classi abbienti:

 

si dichiaravano di sinistra. Lo facevano perché non si conoscevano veramente, nel profondo. O si rifiutavano di farlo, come molti borghesi che ad un certo punto si inventano una finta ribellione. È una necessità che nasce per noia. Erano di un’ambizione sfrenata, ma più per sentirsi alla pari con l’emergente classe imprenditoriale di allora che per altro. Si ritenevano sottopagati e mal valutati socialmente. Alla figlia avevano messo in mente le loro idee di finta sinistra, di riscatto proletario aleatorio e superficiale. 

Ed è questo malsano ambiente educativo che spinge le due giovani a reagire a questo piatto mondo così chiuso e soffocante con un’ansia, anzi una fame di affetto di protagonismo che le porteranno a percorrere strade diverse e simili al tempo stesso. Ed è quella loro ricerca dell’assoluto che sfugge e che non può compensare quel cuore nero, quella voragine interiore che le rende alternativamente vittime e carnefici. La loro è la ricerca della redenzione in un mondo che nega la spiritualità dell’esistere:

 

Che cos’è l’uomo che non è più capace di scoprire in sé la sua dimensione spirituale? Dimmi che cos’è?», le chiese.

«Non lo so!», gli rispose lei.

«È una macchina biologica che produce merda! Soltanto merda!»

Ecco che dietro l’acuta critica sociale di un mondo vanesio che con la tecnologia senz’anima uccide la realtà, si delinea un significato gnostico profondo. Per Lucarini questo universo è il prodotto di una divinità crudele, irriverente il Demiurgo, che si bea nel contemplare lo sfarcelo di un’umanità che:

 

Era come se ognuno di quegli esseri strani e spenti tributasse un plauso a quelle scorie, a quel merdume vario. Era come se ognuno considerasse quei rifiuti come la vera essenza dell’individuo attuale, dell’homo faber contemporaneo. 

Ed è la malattia, quella spada di Damocle della morte sospesa tra le due giovani che le porta a liberarsi, a intraprendere un percorso di eliminazione dei legami che la costringono a considerare la vita un’eterna lotta per emergere. La malattia e il luogo in cui il loro incontro si svolge, è simile a un utero materno in cui esse:

 

Era come se attendesse di rinascere, come se fosse un embrione in concepimento.

E Claudia e Lara, l’essere diviso dalla sua discesa in una terra desolata, ritrovano attraversando i ricordi e sciogliendo i nodi del loro dolore a morire e rinascere libere dalle pastoie di un’esistenza rinnegata e dannata.  I malati incapaci di affrontare sé stessi non erano che figure vane, iridescenti:

come se fossero leggermente ricoperti da fango o cera.

Burattini o bambole i cui fili erano totalmente retti dal Demiurgo. Ma per quelle anime intrappolate, salvate dal fuoco sacro dell’arte attraverso questo critico momento riescono:

Nei momenti critici esce il vero spirito di ogni persona, si vaporizza la sua essenza! Poi sarà salva. Continuerà a percorrere la sua strada.

È un libro iniziatico?

Anche. Nel raccontare senza veli, senza abbellimenti, senza giustificazioni il nostro dramma eterno di anime intrappolate nella rete della non esistenza (cosi come raccontato dalla Pistis sophia) Lucarini racconta anche in chiave simbolica la redenzione:

 

Si disinteressi delle miserie del quotidiano. Le trascenda. La vita è un’illusione, solo una sterile illusione. È un sogno malvagio nella mente di un essere superiore che odia le creature!

Il malvagio dio minore, colui che in un sogno di onnipotenza ha creato la prigione ci costringe semplicemente a vivere di energie spremute, di energie rubate (il simbolo ricorrente del sangue che scorre) di lotte continue per soddisfare i bisogni più abietti in cui armonia, bellezza e arte sono totalmente esclusi:

In questa modalità altra di esistenza è solo il nostro corpo a scegliere cosa fare. Sceglie in base ai suoi bisogni puzzolenti e putridi. Tutto il resto non esiste. I valori, la solidarietà, l’amicizia, dagli anni ‘70 in poi, sono fandonie.

Cosa davvero salva le due anime?

La passione, quella che cozza contro il bisogno primario e dà valore alla nostra scintilla divina. Per Lara è il lavorare con le mani, mani che creano, mani che incantano e rendono estatica l’azione.

 

Le mani, per Lara, potevano essere assolutamente creative, riuscivano a costruire un universo di sogni e simboli. Le mani potevano creare e persino sognare

Questo perché, come ci dice la psicologa Clarissa Pinkola Estes le mani sono:

 

la forza creativa della psiche

E Lara usa proprio l’arte del saper fare, il collegamento tra anima e corpo che crea qualcosa di unico che rende il demiurgo un pallido imitatore dell’antica armonia: noi possiamo ricreare il cielo in terra quando ci avviciniamo al vero senso dell’arte, cosi come Claudia ha la speranza della salvezza cantando non per soddisfare l’appetito di morti viventi ma per dare sfogo e voce al dolore, alla meraviglia e all’incanto dei pensieri neri.

I pensieri neri, quel senso di smarrimento, quel non sentirsi accettati, nostalgici di qualcosa è il sintomo che siamo ancora collegati con la fonte originaria. E che anche nel percorso di perdita di sé resterà una piccola scintilla brillante, segno del nostro essere nel mondo ma non del mondo.

Come si torna a casa?

Uccidendo il simbolo del nostro dolore, quello che ci tiene ancorati a un mondo che non è il nostro, uccidere questa voglia di riprodurre il male e l’imperfezione all’infinito restando schiavi di chi ci vuole portare al cospetto di quella divinità minore che venera l’incompiutezza. E soltanto affrontando e sbrogliando il lato oscuro possiamo davvero rinascere e essere libere dalle catene della materialità:

 

Hai compiuto il nero del cuore. Adesso sei libera. Puoi tornare alla tua vita e devi stare tranquilla. Ora sei libera. Eri preda di furiose presenze

Un libro perfetto, che può essere letto in ogni angolazione, che rende liberi e incanta, angoscia ma fa vibrare davvero quello spirito sedotto dall’incapacità di ribellarci:

 

È un universo fatto di pochi privilegiati a cui tutti gli altri portano rispetto e donano la propria incondizionata sottomissione. Alla fine sono servi anche loro. Siamo tutti servi di questo gioco in cui per un istante vinciamo anche noi. 

E leggendolo e assorbendolo forse tutti voi potrete comprendere che il vero segreto del nostro essere divini è semplicemente rifiutare un mondo incentrato sul successo, sul vincere, ma vivere di vera passione.

 

Sei più brava di me perché hai passione per tutto ciò che fai. Ti perdi nel tuo fare e in questo modo esisti. 

 

E questo comporterà sempre una morta interiore che possa

 

annullare il mio ego, nel mio fare, nel mio pensare.

 

Spettacolare!

 

 

 

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