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Mi sono spesso chiesta se leggere libri in cui è presente il male in ogni sua forma non mi renda a rischio. La domanda mi ha rimbalzato nella mente, anche leggendo il romanzo di Roberto Ottonelli.

 Del resto il titolo è già inquietante e minaccioso di suo,” il diavolo dentro” come a suggerire che, in fondo, il male abita una parte della nostra anima, ne ha preso dimora e rischia se non si agisce di infettare il resto di noi. Ed in fondo è proprio così.

Il male, inteso come disordine, come evento dannoso per la collettività e per il nostro prossimo è accanto a noi, è quell’abisso su cui noi ci muoviamo tronfi, perfetti giocolieri in bilico su un filo sottile, quello stesso che separa la sanità dalla follia. Quello che leggerete qua è un male seduttivo, il gusto del proibito, la volontà dominatrice che ci fa cozzare contro ogni regola e dogma. Ma è differente dalla fede portata con orgoglio sul bavero da molti satanisti. Non sarà un essere o una presenza nata dall’infernale girone, dotata di corna (quasi a ricordare la figura del dio celtico Cerunnos, da cui l’iconografia attuale del cattolicesimo ha attinto) o denti lunghissimi (come il vampiro lascivo) o piedi caprini (qua riecheggia l’allegra e bizzarra figura del satiro Pan).

Il male che qua viene raccontato e che apre le porte alle nefandezze è il disagio sociale.

Tutti i ragazzi descritti sono ragazzi perduti. Un po’ come i famosi bimbi dell’isola che non c’è, solo che in questo caso, il rifiuto e le ferite sono più nette e perturbanti, sono causate da una società profondamente divisa da un baratro enorme riempito di paradisi artificiali, di violenza e di distruzione. Ogni ragazzo ha subito un abuso, un rifiuto profondo, ha assistito a eventi traumatici ed è rimasto solo con sé stesso a riempire quel vuoto educativo con un’insicurezza patologica.

Perché dei ragazzi scelgono la violenza?

Semplicemente perché non hanno goduto di un apprendimento diverso da quello ereditato dal contesto sociale, che si risolve nella legge della sopraffazione.

Non sono stati testimoni che di aggressività e ogni opportunità è da loro vista come un debito da saldare, una donazione di cui non è assolutamente degno.

Cosa rappresenta, dunque il satanismo?

E’ ben esplicato da Ottonelli:

 

Perché no? Le regole a cosa mi hanno portato? Ho visto mia sorella spappolata sui gradini di casa, mio padre era uno schizofrenico paranoide che ha deciso di porre fine alla sua esistenza per prevenire l’apocalisse, mia madre è caduta in un tunnel senza fine.

Io voglio sovvertire l’ordine naturale delle cose. Troppe volte mi sono sentito dare del poverino. Il dramma mi ha reso forte, niente più mi può scalfire. 

 

Ecco il motivo, sovvertire l’ordine naturale che è avvertito dal protagonista come ingiusto per trovare la vendetta, sentirsi forte e nutrirsi della paura e dell’energia che la stessa dona. Il satanismo è l’atto finale, disperato di chi si sente escluso dal perfetto mosaico della società e trova il suo posto nel concetto occidentale di male, di peccato, che si spinge al limite estremo senza remore, regole e compassione

 

Posso portare all’estremo le mie scelte.

 

E questo acme è una scelta precisa per:

 

È il solo modo che conosco per combattere i miei demoni.

 

Ecco la parola. Demoni. Demoni nuovi, eredi del post moderno, lontani dal significato originario di entità sovrannaturali, ma nati  da ferite sanguinolente le stesse che, scavalcando l’empatia che ci rende umani, devono essere inflitte a qualcun altro, animale o essere umano, in una sorta di rito apotropaico per esorcizzarle.

Secondo le teorie, spesso deliranti non esiste la differenza tra bene e male ma come direbbe l’oscuro signore, nato dalla penna perfetta di J.K.  Rowling:

 

esiste solo il potere… E quelli troppo deboli per averlo!

 

E lo stesso concetto è presente nei deliri del padre di uno dei protagonisti afflitto da dipendenza e un lutto atroce, causato proprio dalla sua debolezza:

 

Egoismo, superbia, lussuria, orgoglio, desiderio, passione, queste sono le vere doti, i tesori che ognuno deve alimentare e coltivare.

L’altruismo è vuoto. È giusto perseguire i propri intenti cercando di combattere e sconfiggere i propri simili, per arrivare al potere. 

 

In questi pensieri c’è una confusione di fondo. Si esalta l’individualismo estremo fino al rifiuto di limiti e regole, desiderando da un lato la

 

Esalta il corpo e la mente, desiderando la conoscenza, fino alla saggezza. 

 

Ma dall’altro c’è la volontà forte di andare incontro alla distruzione

 

Niente e nessuno potrà mai limitare i miei bisogni, poiché la frustrazione e la mancanza di libertà sono la morte più terribile.

Ribellione.

 

Perché ho parlato di confusione?

Perché prima di tutto la conoscenza o la gnosi presuppone proprio la possibilità del limite e della forma per poter essere raggiunta. Senza la discesa nell’abisso è vero che:

 

Solo oltrepassando l’abisso senza rimanerne vittima completerà la discesa verso il suo vero io. 

 

Ma la verità è l’adepto è vittima di sé stesso e delle proprie idee confuse.

Satana, l’ente da essi tanto venerato ha una storia che molti satanisti forse non conoscono. Satana ha una curiosa etimologia in ebraico Satàn o Saytan termine che identificava uno o più divinità minori delle religioni del medio oriente e del vicino oriente antico. Trova una sua collocazione nel monoteismo ebraico presente nel libro di Giobbe influenzato da molte religioni caldee e dallo zoroastrismo, una filosofia religiosa che considerava il mondo frutto dell’interazione tra due opposte e controversi principi bene e male. Dalla loro “lotta” si dava origine all’universo conosciuto in un perpetuo moto rotatorio. E’ dunque, l’azione tra due antitetici principi, il movimento, che dà forma e sostanza al mondo. Pertanto, non si tratta di un male assoluto, quanto di una sorta di sviluppo evolutivo che dà la spinta al cambiamento, passo necessario per la crescita. E infatti, nelle religioni Abramitiche, questa figura diventa l’incarnazione di un agente che mette in discussione e quindi alla prova, l’uomo considerato emanazione o creazione di Dio.

Satàn ha il significato di avversario, colui che si oppone. osteggiatore e aggressore e veniva usato per indicare sia i nemici politici e antagonisti nelle guerre, sia gli oppositori in giudizio o addirittura i nemici della fede religiosa che, ironia della sorte, rendevano salda quella fede messa alla prova. E infatti, nel meraviglioso libro di Giobbe, Satana o Satàn osteggia proprio il più probo dei servi di dio mettendo a nudo la sua imperfezione.

Ecco che il satanismo, con l’avvento delle concezioni gnostiche diventa una sorta di eresia ossia scelta critica che metterà in discussione tutti gli assunti culturali e dogmatici della religione cristiana divenuta fonte di potere.

Intendo dire che Saytan è il bene?

Satan è il principio con cui il bene si manifesta, soltanto che, il bene è considerato in maniera molto diversa rispetto all’occidente, dove spesso si confonde con etica e morale. Il bene è armonia, è la perfezione in terra è quel perfetto mosaico che dal cielo viene riproposto nella realtà umana. È la Maat egizia. Pertanto, se osserviamo i comandamenti in quest’ottica, noteremo come essi siamo frutto di un pensiero antico che vuole fa scendere il cielo in terra, e ripercorrere l’età dell’oro quando la divinità camminava tra gli uomini. Non uccidere diventa quindi un anatema contro chi si rende reo di un attacco a un circuito interconnesso in cui ogni parte dipende una dall’altra. Spezzare uno dei fili che ci tengono collegati è, quindi un atto violento contro il tutto che si ripercuoterà, prima o poi sull’intera compagine umana. Una sorta di effetto farfalla ante-litteram.

E cosi via discorrendo.

E se consideriamo il male nella stessa ottica antica vedremo come il male, sia il limite che la divinità guardiana mette come spinta al miglioramento umano. Come, direte voi, peccare, uccidere commettere nefandezze aiuta il bene?

Si.

Leggete le parole di Igor Sibaldi:

 

A un certo punto incontri le parti basse (il male) non le vuoi vedere e ti fermi lì non Sali più. Quelle sono le stanze di Barbablu. Se invece le attraversi la tua spirale continua a allargarsi anche verso l’alto verso le conoscenze superiori.

 

Il male è il limite che l’uomo deve superare per perfezionarsi. Superare, non caderci, non abitarci. Pertanto, il vero inferno sarà la paura della responsabilità che ci porterà a rispondere a cosa si è fatto o a cosa si è rifiutato di fare, e quella mancanza di accettazione crea la morte interiore. Ed è quello che, in fondo, accade ai protagonisti, vittime di demoni che sono soltanto le paure, le ferite non guarite mai suturate.

Il cuore dell’uomo che abbraccia totalmente l’idea di male come rifugio o ricompensa è privo di vera energia. Essi lo limitano, lo feriscono, l’ostacolano lo bloccano in una costante lacerazione della purezza o della bellezza armonica della vera essenza. Noi non siamo Dei noi siamo molto di più, parte di un’energia divinità che ha scelto di essere compassionevole con noi ossia empatica. E cosa significa compassione? partecipare con, entrare totalmente in quel regno che è accanto a noi eppure coperto da veli pesanti come macigni. Frenando così la nostra crescita. E i protagonisti si perdono inesorabilmente nelle proprie limitate visioni scambiando quegli infermi personali, quelle gabbie per l’assoluto che bramano. Non a caso sacrificano tutto ciò che simboleggia il regno dello spirito, i gatti (simboli del legame mondo basso e mondo alto, la porta che li mette in comunicazione) i cani ( i psicopompi, la mappa che ci segnala le strade per trovare la porta che dà sul regno dell’immateriale) e lo straniero, il vagabondo, simboli di noi stessi e di quella eterna ricerca interiore.

I protagonisti del romanzo non lottano per liberarsi, non combattono contro l’ingiustizia della loro esistenza, reiterano semplicemente l’unico modo che hanno di conoscere il mondo, perdendosi definitivamente senza mai davvero mettere in atto lo spirito critico e ampliare la loro mente.

La mente è assuefatta, in un delirio fatto di ombre e fantasmi. E non conoscerà mai la luce.

Perdonare e perdonarsi, ecco cosa manca nella vita di Andrea, Manuela, Pietro, Michele. Sono imitazioni delle colpe della società e dei padri, lezioni mai apprese in un costante rifiuto ad imparare, insegnandole a altri con gli esempi scabrosi in un cerchio di prigionia senza fine.

Cosa può insegnarci davvero questo libro perfetto?

E’ un romanzo sociale, più che un horror e un thriller e ha l’ambito compito di insegnarci a reagire alle violazioni dei tabù. Nel narrare la perfidia, la malvagità, la pochezza narra il tentativo dell’uomo di liberarsi e questa costante descrizione di orrori dovrebbe spingerci a violare il tabù più difficile per noi.

Quello del silenzio, della capacità di volgere lo sguardo altrove, di nascondere il marcio sotto il tappeto, di evitare il contatto con il reietto, di provare a rispondere all’orrore con una conquista più alta, che sia anche il perdono. Se da tutto questo racconto, vi resterà solo rabbia e vendetta, allora non avrete speranza di liberarvi, e sarà l’annullamento totale della coscienza.

Il male serve per spingersi ad abbracciare il mondo superiore, anche se questo ci costa osservarci allo specchio e renderci consapevoli di aver peccato non solo contro dio ma contro noi stessi. E ogni tanto facciamoci questa domanda:

 

Ho accettato tutto passiva, non ho mai reagito. Chi sono io?

 

Ultimo dettaglio che vorrei far conoscere al lettore. dietro il significato che ho analizzato c’è anche e soprattutto una certa abilità stilistica che usa (finalmente) il linguaggio come mezzo per raccontare. E fidatevi non è un fattore così scontato. E’ vero che un romanzo è comunicazione e quindi dovrebbe usare, per far giungere il messaggio al destinatario, un codice ( il linguaggio appunto) che possa essere il più possibile libero da distorsioni. E spesso nei libri quest’attenzione non c’è. Lo stile risulta lineare si ma piatto e privo di acme emozionale, poiché troppo standardizzato e rigido. Nel testo di Ottonelli non accade. Aggiungo per fortuna. Questo perché sa dosare a secondo del personaggio che inserisce nelle stroboscopiche luci della ribalta, non soltanto le parole ma il ritmo e lo stile con cui, la percezione personale e privata del protagonista di turno le elabora. significa che per ogni capitolo, riguardante un elemento della storia, o un personaggio della vicenda, Ottonelli cambierà totalmente il codice comunicativo. Si passerà dalla tortuosità emotiva dell’adulto, all’innocenza “sgrammaticata” del bambino. Alla complessità filosofica di Pietro, all’incapacità affettiva della madre adottiva di Manuela. Questo renderà i personaggi non soltanto credibili ma vivi, reali e corporei, pur appartenenti al regno di carta della letteratura. Una tecnica simile l’ho ravvisata in pochi Jan Rankin ad esempio o Stephen King, che non lesinano la velleità tutta artistica di inserirlo lo “slang” per dare più enfasi alla parte emotiva della psicologia. del resto noi siamo ciò che diciamo, siamo frutto di un dato periodo storico, di un dato contesto sociale da cui deriviamo totalmente o in parte la nostra personale percezione della realtà. Ed è questa che si traduce nel messaggio e quindi nella comunicazione. Essendo il romanzo una metodologia di trasmissione del significato, questa capacità di adattamento e di svelamento dell’io del personaggio è fondamentale.  E Ottonelli lo ha ben compreso, rendendo il suo stile fluido e empatico.

Un romanzo moderno, sociale che renderebbe il buon vecchio Dickens davvero orgoglioso.

 

 

 

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