“Omicidi in Sì minore” di Davide Bottiglieri, Les Flaneurs edizioni. A cura di Sabrina Giorgiani

 

L’autore apre la storia con la lettera di Clara Schumann scritta in risposta alla Sonata con Si Minore di Liszt.

Un’apertura particolare per un thriller ma l’ho trovata così perfetta alla fine della lettura, che ho voluto documentarmi, ed il risultato è stato quello di aver trovato congruità dall’inizio alla fine del libro.

Mi spiego.

L’opera racconta, in musica, tutto lo spirito del libro ed è ispirata ad un tema molto caro al compositore: il dualismo.

La coesistenza di due principi distinti e opposti, risulterà essere il filo conduttore del racconto, questo a partire dal periodo storico in cui è ambientato.

1790 epoca detta “dei Lumi” per la nascita e la diffusione della cultura illuministica, MA , il paese Cluj è un piccolo cantone vicino Vienna abitato da un popolo mentalmente arretrato :

 

“ Cluj era costruita su culti esoterici e superstiziosi della bassa gleba che rappresentava, comunque, la vetta più grande dell’intera popolazione.”

 

Periodo storico e mentalità descritti, sono il primo di una lunga serie di “contrasti” che troveremo durante la lettera.

Ogni capitolo viene aperto da passi della Bibbia scritti dal Profeta Ezechiele.

Profeta visionario la cui vocazione profetica annunciava insieme distruzione e speranza.

Secondo “contrasto” riconducibile alla dualità.

Ottima la scelta dei passi che introducono perfettamente il narrato del capitolo.

I personaggi, tutti, a partire dal principale l’ispettore Ljudevit, sono caratterizzati da un’anima bianca e una nera in perenne lotta tra loro, tanto che spesso si confonde, volutamente, il buono dal cattivo.

Questa la struttura del libro assolutamente ben impostata, il cui DNA risulta essere “il dualismo” in varie forme.

La trama.

Fare un riassunto di un thriller è cosa assurda, toglierebbe al lettore futuro tutto il phatos ,che l’autore è riuscito ad esaltare.

Del thriller non manca nulla, c’è una storia ben impostata, un ispettore, l’assassino e diversi delitti. I delitti sono tutti ben orchestrati e seguono uno schema preciso dettato da lettere che ne anticipano la scena.  Lettere di difficile interpretazione, lasciate dal criminale quasi fosse un gioco per ponderare, testare e mettere al confronto due menti astute. La sua e quella dell’ispettore. Un gioco quindi, a chi per primo agisce o capisce e previene.

Lo consiglio vivamente agli amanti del genere e anche a lettori che, vogliono avvicinarsi a questo tipo di lettura. Se poi avete mente aperta, potrete addirittura cimentarvi a decifrare diventando voi stessi una terza mente investigativa.

La scelta del finale, nonostante i giochi siano del tutto compiuti, la trovo particolare, ma assolutamente conforme al DNA del libro.

Ottima la scrittura, sottile, dettagliata, persino “adatta” ai tempi, nei dialoghi diretti.

Devo dire di più? Leggetelo

 

 

 

“Ceramiche a Capodanno” di Rita Angelelli, Mezzelane editore. A cura di Micheli Alessandra

 

Siamo così, dolcemente complicate 
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

 

 

Mentre leggevo il libro di Rita Agelelli, ascoltavo le parole della canzone, famosissima di Fiorella Mannoia “quello che le donne non dicono”. E pensavo a quante cose quest’essere quasi mitologico, la donna, da tutti nominato ma ancora non davvero creato, non dice, non può dire o non riesce a dire.

Perché dico nominato e non creato?

Nominare una cosa nei rituali esoterici equivale a possederlo, comandarlo o manipolarlo. Ed è quello che accade al nostro essere definite donne (quando ci va bene) o femmine (nei casi sempre più diffusi in cui ci va davvero ma davvero male) Siamo un nome ma non ancora persona. Non siamo create, non siamo reali ma semplicemente frutto di stereotipi e aspettative. La donna è, la donna deve, la donna fa, la donna ha queste regole. Ma mai nessuno, tranne Freud (ma da psicologo me lo aspetto un gradino in più di apertura mentale) si è chiesto cosa davvero vuole la donna. E non si è risposato. Ci penserà più tardi Jung e i suoi discepoli a dirci la donna cerca semplicemente sovranità.  Cerca di essere non più comparsa di un triste romanzo di formazione ma protagonista, capace e quasi in dovere di poter scegliere.

Per queste profonde riflessioni, leggere il libro di Rita non è stato per nulla immediato a livello emotivo. Ho dovuto spesso metabolizzare le sue parole, ritagliarmi un posto per me, e assorbire, nel miglior modo possibile il dolore.  Anche se apparteniamo alla fortunata categoria di donne libere di auto crearsi ogni giorno secondo i propri impulsi più profondi e non seguendo cliché di genere, scevre dall’essere solo femmine, carne da macello, apparenza e mai sostanza non possiamo non partecipare empaticamente a una tale devastazione. Perché a essere vituperata non è solo la persona precisa di quel momento tragico ma la stessa, universale identità del femminino sacro, che appartiene e ci appartiene di diritto e che collega in un mosaico di luce e ombre tutte le donne.  Ma diciamocelo. Chi non è stata mai vittima di piccoli abusi?

Parlo di complimenti non graditi, a cui dobbiamo sorridere per non essere considerate snob o bigotte pur se ci feriscono, a uomini che decidono di essere i nostri maestri e noi le loro Lolite, infangando la nostra esperienza, la nostra saggezza. Di chi ci considera solo oggetto da vetrine e ci dice serafico “a che ti serve creare/scrivere/dipingere/poetare/scolpire sei carina trovati un uomo che ti soddisfi”. Nulla di più degradante come una frase che fa di noi soltanto un seno, un bel visino, un paio di gambe. Mentre dentro si muove un intero mondo simbolico pronto a eruttare.  Come se una donna ha solo bisogno di passare dal padre al marito o compagno, come se non può provare il sacro fuoco dell’indignazione di fronte a una tragedia o provare l’acuta passione della politica. Siamo donne a cosa ci serve? Sii bella e sta zitta.

donne che devono sentirsi in colpa perché sanno dire un NO, perché vogliono scegliere una strada diversa da quella tradizionale, perché semplicemente si amano tra loro o decidono di non avere figli. E cosa dire di chi ha la volontà di farsi un’ampia cultura?

Quanti ne ho sentiti dirmi “Tu leggi Steinbeck?” o consigliarmi autori “ma devi ampliare la tua cultura, leggiti Pirandello, Flaubert, Manzoni non i soliti After o 50 sfumature” come se una donna non può essersi nutrita di classici, ma solo di adeguate sue letture. Beh a chi legge vi informo che a dieci anni leggevo Papa Goriot di Balzac, a undici adoravo Joyce  e Wilde. A 13 mi sono buttata su una cosa leggerina come Guenon, Frazer, Fulcanelli e Lanci. Rifletteteci quando approcciate una donna che vi sorride.

Perché questa riflessione?

Perché il fulcro del testo di Rita è proprio questo: la donna che viene identificata come oggetto, che è costretta a conoscere la violenza orrenda di chi, insicuro, trova diletto nel manipolare, sottomettere e denigrare non una donna qualsiasi ma la compagna di una vita, la madre dei propri figli. La violenza di genere nasce da questi piccoli orrendi gesti, ritenuti insignificanti ma che ci danno la dimensione di quanto ancora c’è da fare in questa fantastica Italia retrograda.  In queste pagine conoscerete il dolore di chi ha visto devastare la dignità di persona, un dolore che appare:

 

quell’inchiostro viscido e nero che ricopre la tua anima.

Ed è un inchiostro che ricompre tutto il nostro io, che ci costringe a

Misuri il tuo valore nella quantità di volte che lui deve colpirti prima di farti un livido.

E più resisti, più sei forte.

Ecco che la donna, considerata dai simboli una Dea, la Loba che protegge i suoi cuccioli, indomita selvaggia come i suoi mille archetipi (da Aracne a Medusa a Ecate) diviene simile a una ceramica, bellissima, quelle che tieni nella vetrina in salotto, ma così fragile che basta un solo colpo per incrinarla. Spesso la ceramica non si rompe. Ma si vene di righe e venature che la rendono triste, quasi vecchia fino alla tremenda rottura finale, quella che sparge i pezzi in terra. Quella che non puoi più ricomporre.

 

Questo materiale è estremamente fragile, ma resistente nel tempo.

Tutto inizia da un soave sogno, quello di un amore rosa, pieno di palpiti e di speranze. Un amore accecante, troppo luminoso da ferire gli occhi. ti senti una privilegiata perché lui ti dice “sei mia”

 

Quella prima notte eri così bello.

Il tuo tocco era morbido

le tue parole gentili,

il tuo sorriso

la cosa più incantevole

che avessi mai visto.

I tuoi baci erano dolci.

Mi sono sentita così bella

e così desiderabile

come mai mi ero sentita

prima.

In quel mia non noti anzi non vuoi notare, perché così ti hanno insegnato, quei lampi di buio inquietanti che fanno presagire l’orrore della trasformazione:

Non capisco come mai/quel tuo desiderio di me/si sia trasformato in oscurità,/la passione in perversione/l’urgenza in pulsione animale.”

È la storia eterna di Barbablu il nostro che ti seduce con parole e poi ti rende creata nelle tue mani, fino a convincerti di meritare la degradazione perché sei sua, sei donna, sei solo una creazione dalla sua costola.

Ed è il momento della discesa nell’inferno della violenza, una spirale che avvolge e non fa respirare, tanto che il ritmo usato da Rita appare cupo, soffocante orrorifico e tragico. E si assiste, impotenti e in lacrime alla spersonalizzazione di una dea che si ritrova a essere un demone, al taglio netto delle ali di una bellissima farfalla, all’incatenamento di un’anima che come una lucciola prigioniera di un bicchiere si spenge lentamente.

Ma in questo orrore lei perdonerà, perché non le è stato insegnato a essere guerriera ma angelo del focolare, dolce crocerossina e quindi:

La prima volta che ti colpirà ti dirà che è dispiaciuto.

Dirà che il suo pugno è stato attratto dal tuo volto impenitente e dalla colpa che vi appariva.

Sarà facile perdonarlo, questa volta.

Le sue labbra al sapore del vino rosso saranno irresistibili, la notte lui deciderà di amarti e le mani… le mani sapranno solo darti piacere e non faranno nessun danno al resto del tuo corpo.

E tutto questo perché? Per stupidità?

Ce lo svela tragicamente Rita:

Lascerai spazio al tuo complesso d’inferiorità e alla sua misoginia.

E ti dirai: lui non conosce di meglio.

Ha solo bisogno di essere curato, amato.

E invece dovete urlare qui no! Dovete dire anche a quelle che sono per il resto di questo mondo storto piccolezze il vostro no fregandovene se sarete giudicate pazze, esagerate aggressive. Si siamo lupe e tali dobbiamo diventare. Dobbiamo azzannare chi invade il nostro spazio. Mettere paletti e intervenire se vogliono distruggere il nostro giardino. Impedire ai non degni di entravi e essere in grado di cacciarli se calpestano le nostre curate aiuole e non dire “forse non se n’è accorto”

Chi esce via da queste tragedie avrà ferite invisibili e dolorose ma saprà che quello che davvero vale è la sua sopravvivenza, quel poco che ha salvato e che tenta di ricostruire e saprà difenderlo fino allo stremo:

Sei un uomo coraggioso

se mi stai vicino

Dici di amarmi.

Sei pronto a farti male?

Sono più confusa

di quello che pensi.

E imparerà una lezione importantissima:

 

So quando tirarmi indietro,

ma non quando lasciarmi andare.

Prima di fare il romantico,

ti prego di essere sicuro

di avermi studiato bene,

mente e anima

– il corpo è solo un involucro –

così che tu mi capisca.

Chi si avvicina a noi, deve farlo con riverito stupore, come se si trovasse davanti a qualcosa di prezioso, inaspettato, un dono. Deve osservarci come osserverebbe uno spettacolo, dovrebbe parlarci come se parlasse il vento, estasiato, curioso. Dovrebbe lottare con unghie e denti per arrivare fino a noi e accettare di lasciarci andare convinto che, il sacro ha sfiorato la sua vita. Dovrebbe tremare ogni volta che ci osserva, dovrebbe, soprattutto, avere il coraggio di imparare da noi, dalle parole e anche dai silenzi. E che si trova di fronte non a un corpo ma a un’anima, a un’interiorità di cui il famoso corpo è solo una maschera. e dovrebbe decidersi di perdersi nel mare in tempesta di noi stesse.

Un giorno tornerò a sorridere

e sarò me stessa;

il cielo sarà luminoso e io altrettanto brillante,

così brillante da riscaldarti

con il bagliore

del mio io ritrovato.

 

Ecco cosa si dice Rita.

In tutto quell’orrore, in cui diventiamo ceramica esiste un nuovo inizio un vero capodanno: il ritrovare la propria divinità E con divinità intendo dire l’anima Sacra in ognuno di noi, che pochi sanno cogliere.

Leggete ogni verso, ogni riflessione, fatela penetrare dentro di voi affinché conosciate il buio di una notte senza luna, quella che sorrisi accattivanti e egocentrismo mascherato da interesse tenta di divorare la nostra luce interiore.

Siete la bellezza resa viva, voi ogni donna che esiste. Voi miracoli di dio. Voi nate dall’unione cielo e terra. Voi nate non da una costola dell’uomo ma da un autentico soffio divino. La prima Donna fu Lilith. Eva è solo un prodotto maschile. ritrovare grazie a Rita la vostra Lilith interiore.

E tu Autrice di talento, grazie per questo scritto, grazie per aver raccontato il dramma e la speranza della resurrezione. Grazie per credere assieme a noi nel riscatto di ogni madre, figlia, nonna e nipote.

Di ogni donna.

 

“Harry Potter e il calice di fuoco” di J.K. Rowling, Salani editore. A cura di Francesca Giovannetti

 

Il quarto anno a Hogwarts porta una grossa novità per tutti gli studenti. Sospeso il tradizionale campionato di Quidditch viene ripristinato il famoso torneo Tremaghi, al quale può partecipare un solo allievo per ogni scuola. L’aspirante campione viene scelto dal Calice di Fuoco, dove gli studenti che hanno l’età giusta possono inserire il loro nome e sperare che venga risputato fuori dal Calice. Harry non ha l’età per partecipare, ma magicamente il Calice lo designa come un aspirante campione. Sbigottito e confuso Harry dovrà superare difficilissime prove, fare i conti con la gelosia del suo migliore amico, e accorgersi solo alla fine che tutto ciò era stato premeditato da Lord Voldemort che riesce a riesce a recuperare forma umana e tenta di uccidere Harry.

 

 

Nel quarto volume della serie ritroviamo i protagonisti a cui ci siamo affezionati. Fanno il loro ingresso due nuovi insegnanti. Una in particolare, la docente di Divinazione, ha attirato la mia attenzione per la pennellata reale che la contraddistingue. Dotata dell’Occhio Interiore quasi a sua insaputa, riuscirà infatti ad avere un solo vero episodio di trance del quale non è assolutamente consapevole, la professoressa Cooman incarna quasi alla perfezione il cliché delle sedicenti medium, di cui spesso sentiamo parlare da giornali e televisioni in modo tutt’altro che lusinghiero; dall’abbigliamento al modo di parlare non c’è niente che non rasenti la perfezione.

Nonostante il campionato di Quidditch non sia previsto, l’autrice non ci fa mancare in apertura la descrizione di una finale mondiale; l’attesa, la tensione e la trepidazione sono le stesse che accendono oggi molti animi quando si parla di calcio, almeno in Italia. Ho apprezzato molto la sensibilità dell’autrice di risparmiarci altre scene sportive durante la lettura.

Lo stile si fa sempre più raffinato ma possiamo dire che è ancora un libro dedicato a un pubblico giovane. Il vero e proprio cambio di passo, in questo frangente, l’ho colto dal quinto volume della saga. Il ritmo è ovviamente godibile e adatto e il libro scorre via veloce.

Harry ha quattordici anni e lo vediamo alle prese con i primi amori adolescenziali, e lo stesso accade per Ron ed Hermione. Questi ultimi battibeccano continuamente e questo è il segnale che ci dà l’autrice per intuire dove andranno a parare.

Assolutamente da applausi nel romanzo è la presa di posizione di Hermione sulla condizione degli elfi domestici. Si erge infatti a paladina dei diritti degli elfi, non pagati e sfruttati dai loro padroni. La sua incredulità davanti allo stupore di Ron, che proviene da una famiglia di maghi e non si pone il problema, è descritta in maniera sublime. Mai come sulla “questione elfica” i due amici si scoprono mago di stirpe pura e strega proveniente da una famiglia di babbani.

Harry è ancora il centro delle attenzione del Signore Oscuro, che ha bisogno del suo sangue per poter risorgere in forma umana. Come sempre il suo nemico è nascosto nell’ombra e come sempre gli elementi per intuire la sua identità sono insufficienti.

L’autrice ha dato la vita a una scena finale di scontro con Voldemort usando tinte molto oscure, ambientandola addirittura in un cimitero.  È forse la scena più riuscita di tutto il libro.

La scoperta della spia che ha “incastrato” , Harry inserendone il nome nel Calice di Fuoco, è a mio parere quella meno prevedibile. Le tracce e gli indizi disseminati nel libro sono  assolutamente insufficienti per giungere alle conclusioni che la Rowling espone alla fine. Potrei dire che non mi è piaciuto per niente, ma trattandosi di Harry Potter e della sua “mamma” , credo di dover sorvolare sulla mia impressione.

“Play” di William Bavone, Bertoni editore. A cura di Milena Mannini

 

Ho cominciato la lettura di questo libro senza nessuna aspettativa, convinta di trovarmi di fronte all’ennesimo romanzo, in cui si racconta di amori tormentati, tradimenti e lieti fine, ed invece mi sono ritrovata a girare pagina dopo pagina con sempre più avidità di sapere come proseguiva la storia, catturata da questa amicizia che, incontro dopo incontro nasce tra i protagonisti.

Davide, adolescente, che trascorre le sue giornate sui social, a condividere, chattare con gli amici ed a giocare con la play, si ritrova suo malgrado, un sabato pomeriggio nell’impossibilità di usare la sua adorata consolle, si ritrova così a suonare al campanello del vicino di cui non conosce il nome e che, a differenza di lui è poco incline all’uso della tecnologia.

“ Ciao Davide, cosa ti porta qui?”

“Entra pure! Vieni! Scusami, ma ho il caffè sul fuoco e non vorrei combinare un disastro. Entra e accomodati pure. Riempio una tazza anche per te se ti va”

Davide rimane subito colpito da questo “Vecchio” con modi di fare a lui sconosciuti, aperto al dialogo e con una cultura musicale che colpisce subito il giovane.

“Basfemia!” disse il vecchio guardando in modo sbalordito Davide “sono i Pink floyd. Non puoi chiedere chi sono.”

La musica infatti scandisce gli incontri che diventano quotidiani tra i due amici e  il Vecchio, tra una tazzina di caffè e una canzone in sottofondo, porta il giovane Davide a riflettere sul suo modo di vedere e gestire l’esistenza.

Perché c’è bisogno di capire che vale sempre la pena vivere, ma sopratutto vivere nel mondo reale.

Il testo è  arricchito da una scrittura semplice nella comprensione, ma raffinata nei termini usati e da una scelta perfetta delle canzoni citate.

Una splendida lettura che tutti dovrebbero fare

 

 

 

 

 

 

“Ras Tanura. il cielo è basso” di Gianluigi Amore, Eretica edizioni. A cura di Sophie Sarti

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Emily Dickinson ha detto:

 

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.

 

Ed è con questo pensiero che ho concluso la lettura della silloge di Amore: Ras Tanura è Cielo Basso.

Non è stata una lettura semplice e nemmeno una passeggiata in riva al mare.

Direi più una faticosa scalata in alta quota, con un panorama mozzafiato alla fine.

Perché questo è ciò che provocano le parole di Gianluigi Amore: scavano solchi inaspettati nell’animo, colpiscono al cuore e poi lo liberano.

Sono poesie lunghe che parlano un linguaggio quasi dimenticato; alcune più ritmate dalla rima, altre più intense e taglienti.

Immagini che si formano lentamente, che prendono vita mentre gli occhi inghiottiscono le parole e le fanno proprie. Una salita nei boschi, una discesa al porto e poi ancora…

“[..] a dispetto degli sbarramenti

di porte stagne e fiati umani e non

ricircolo vizioso

sentore di tutte le atmosfere velenose.

Navi senza misura gonfie di vuoto

entrano,

escono basse appiattite dall’immane peso

strisciando su fondali di solo fango grasso

e scorie di quanti già per là sono passati.”

Si entra in un ospedale e lo si vede dagli occhi di chi è prigioniero di un letto, il cui tempo è scandito solo dalle visite e da quel camice bianco che ha la soluzione o almeno, così si è tenuti a credere.

E l’attesa diventa sogno oppure è quest’ultimo a far divenire preziosa l’attesa.

Nel buio della notte

(alto splendeva su altri mondi il Sole)

scandivano le ore battiti di paura

rodevano il respiro

raspa su legno secco

polvere il pensiero.

Un saliscendi emotivo che smuove le fondamenta dell’animo e induce a una riflessione che richiede tempo, ed è proprio attraverso di esso che ho apprezzato l’intera opera. Mi sono concessa delle pause, ho riletto alcuni passaggi (i più intensi) e mi sono fatta trasportare dallo stesso autore tra i suoi pensieri e le sue emozioni, mischiandole con le mie.

Lo stile è attento e le parole selezionate con cura, affiancate con sapiente maestria per creare la giusta immagine nella mente del lettore, quasi a voler suggerire la stessa ispirazione e farla scorrere nelle vene di chi legge.

Termini disusi che respirano nel tempo della globalizzazione e delle letture d’intrattenimento, nell’epoca delle chat e della frenesia di comunicare abbozzando la parola.

Un azzardo che denota il grande amore per la lingua italiana e per la sua storia, una scelta che ho trovato elegante e profonda.

Sazio di pace

allora starò bene

prima persona singolare

di un futuro semplice

che non ci sarà più

nell’eterno presente

dell’unico modo.

 

e poi ancora

 

Profumava l’aria e la terra consacrata

parlavano I silenzi di Asìni offesa

di Midea la corrusca pace

allora ci abbracciammo,

al ruvido lentischio

ai barbaglii dell’ulivo

al cielo su Nauplia.

 

Ma ce ne sono molti di passaggi simili, in cui si arriva a vedere, come a essere di fronte a un’opera d’arte visiva e non a un susseguirsi di lettere.

Trovo la poesia, così poco apprezzata in Italia, come la massima sublimazione della lingua. Un poeta, a differenza di un romanziere deve fare un lavoro certosino con il proprio idioma. Dare voce all’ispirazione, alle emozioni scaturite da un’immagine e permettere loro di essere udite, lette, sentite e interiorizzate è da pochi.

Gianluigi Amore c’è riuscito, ha parlato la lingua dei poeti e l’ha fatto in modo eccezionale.

 

“Krane. il male puro” di Andrew Levine, self publishing. A cura di Ilaria Grossi.

Sconosciuto è un uomo senza memoria, un uomo o forse un mostro che sente la sua anima figlia del Male.

E’ lui il male, lui è l’oscuro, nutrendosi del dolore degli altri e provando piacere nel veder soffrire gli altri.

Sconosciuto, il suo vero nome è Sebastian Krane, è il protagonista del nuovo romanzo di Andrew Levine.

La sua storia dalle tinte scure si intreccia con quella di Hailee, giovane ragazza malata di cancro, a cui hanno dato poco tempo per il suo cuore. Nonostante questo peso che schiaccia ogni giorno la sua quotidianità, Hailee si sforza di andare avanti cercando di vivere al meglio il tempo che le resta.

L’ incontro con Sconosciuto, uomo misterioso e senza memoria, cambierà la vita della ragazza facendole provare nuove emozioni e soprattutto la sua vicinanza sarà per lei come un analgesico al suo dolore

 “Non sei una persona cattiva, vero? ” ” Non lo so” ” Sei attratto dal suo dolore, dal suo lato oscuro. E lei d’ altro canto, ha scelto te per questo. Non lo sa ancora, ma quando ti è vicina il suo dolore scompare perché tu te ne nutri”.

Hailee perderà il suo fidanzato Dylan in un incidente, Sconosciuto sa di essere pericoloso, una mina vagante eppure non riusciranno a stare lontani. Perché siamo così attratti da ciò che potrebbe ferirci, annullarci per sempre, consapevoli che tornare indietro non sarà così facile? Perché si sceglie qualcosa che può solo avvelenare anima e corpo quasi come se fosse linfa vitale? Il veleno è veleno. Il Male è male, non ci sono sfumature né giustificazioni…

il male è solo da ” estirpare”.

Leggendo il nuovo romanzo di Andrew Levine sono rimasta particolarmente colpita dalla trama, un romance che si colora di Fantasy. Lo stile è fluido e scorrevole e coinvolge il lettore fino alla fine.

Ho trovato la scrittura più ricca e matura, c’è tutto: sentimenti, toni caldi e suspense. Soprattutto l’inconfondibile profondità delle sue parole capaci come sempre di scavare l’anima.

Complimenti.

Buona lettura Ilaria

 

Incontro con l’autore: oggi nel blog uno straordinario Gianmario Mattei ci porta a conoscere il suo nuovo libro “Van Helsing. Una questione di famiglia” Edizioni 2000diciassette. A cura di Alessandra Micheli

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Diventare autori è la strada oramai, percorsa da molti, per non dire tutti.

In quest’epoca di democraticizzazione selvaggia della letteratura, scrivere è un vero e proprio mestiere allo sbaraglio unico sbocco di una carriera, unica possibilità di guadagno in quest’epoca disperata ricerca di una stabilità economica che ci porta a sperimentare e a commercializzare tutto. Ma essere artisti è molto diverso. È un dono, un privilegio per pochi eletti scelti dalla divina musa per raccontare quell’essere astruso chiamato uomo, la sua storia i suoi miti, per veicolare significati, coniugare in una sintesi fluida, innovazione e tradizione e donare nuova linfa vitale a unna società che, se non vuol morire deve necessariamente evolversi.

Tutto questo è Gianmario Mattei che dopo averci regalato il perfetto fantasy James Every e la caduta di Saalbard torna a incantarci con Van Helsing, Una questione di famiglia, una trilogia composta da tre testi ambientati nel 400, 600 e 80

 

 

A. ciao Gianmario è un onore averti nel blog. Vorrei iniziare la nostra intervista con una domanda forse scontata. Parlaci un po’ della tua ultima fatica letteraria

 

G. Tutto ha preso forma agli inizi di quest’anno, quando Maria Pia Selvaggio (Direttore Editoriale) e Maria Grazia Porceddu (Responsabile della Comunicazione) della casa editrice “Edizioni 2000diciassette”, mi hanno contattato proponendomi un contratto per la pubblicazione di una raccolta di racconti. Io adoro i racconti, ma non sono nelle mie corde da scrittore. Dopo alcuni giorni di ragionamenti sul da farsi, ripensai a Mnémonique, un mio mini romanzo di qualche anno fa, all’interno del quale avevo fatto muovere, in contesti temporali differenti, due Van Helsing di mia invenzione: Aldemar e Silvaine. Poco a poco l’idea prese forma e qualche ora più tardi ricontattai Maria Grazia Porceddu e le chiesi un parere sull’idea “venuta al mondo”, che venne accolta con suo grande entusiasmo. L’idea passò quindi a Maria Pia Selvaggio che, dopo avermi fatto qualche domanda nel dettaglio, mi diede l’ok per iniziare a scrivere il romanzo.

 

 

A. Come mai ti sei concentrato sulla figura di Van Helsing?

G. Per molte ragioni, ma una in particolare: Abraham Van Helsing è il personaggio chiave del Dracula di Stoker, l’ago che armonizza i “piatti” narrativi componenti la trama dell’intera opera. Abraham Van Helsing è solo un uomo che grazie al suo ingegno, al suo intelletto e alle sue conoscenze canoniche o meno, riesce a chiarire gli eventi occulti su cui viene chiamato a indagare e istruire alla lotta coloro che ne hanno bisogno.

L’uomo di scienze che non esclude l’esistenza di altre realtà presenti all’interno di quella in cui viviamo. Leggendo il Dracula e i passi che lo riguardano, è facile rendersi conto che Van Helsing è l’unico fra tutti i personaggi a non vacillare mai nelle sue decisioni e che riesce ad avere polso fermo in ogni situazione.

Mi è venuto spontaneo chiedermi: perché? Purtroppo, oltre a ciò che Stoker di lui scrive, non è possibile trarre conclusioni sull’istruzione e le motivazioni che hanno portato Abraham Van Helsing a diventate il famoso “cacciatore” di vampiri.

Stesso discorso può farsi per altri due libri del genere: “Il diario del professor Abraham Van Helsing” di Allen Conrad Kupfer, che tratta nello specifico la figura di Abraham senza però aggiunge nulla di nuovo a quanto detto da Stoker; d’altro canto “I diari della famiglia Dracula” di Jeanne Kalogridis, per quanto siano animati da una trama complessa e ben strutturata, aggiungno particolari troppo fantasiosi alla famosa figura del cacciatore di vampiri, fino a snaturare l’idea originaria del personaggio.

 

 

A. Che novità comunica il tuo libro su quest’affascinante figura?

G. Moltissime, dato che il titolo non si riferisce al solo Abraham ma all’intera famiglia Van Helsing e alle relazioni che i suoi membri hanno avuto con il mondo occulto. Preferisco, almeno per il momento, non parlarne nel dettaglio. Voglio stupirvi.

 

 

A. Van Helsing come medico, sintetizza la dicotomia tra scienza e occulto. Cosa ne pensi?

G. Molto probabilmente Abraham Van Helsing rappresenta la dicotomia insita all’interno dell’uomo moderno. Per quanto il nostro mondo evolva quotidianamente grazie agli avanzamenti scientifici, in esso persiste e persisterà sempre una componente spirituale-immaginativa che da calore e colore alle cose.

 

 

A. Oggi ci sono molte rivisitazioni del mito del vampiro, e di Dracula, come mai secondo te? E cosa pensi dei libri sui vampiri di oggi?

G. Non posso rispondere a questa domanda, poiché non leggo Harmony.

 

A. Che importante messaggio può dare oggi, il mito del vampiro?

G. Per quello che vedo pubblicato in giro, e la cosa mi addolora non poco, assolutamente nulla. Il clone di un clone di un clone, cosa può dire a un pubblico incapace di migliorare sé stesso?

Anche perché ai giorni nostri i veri lettori sono pochi. Molti sono scrittori che fanno marketing a sé stessi o ai propri amici scrittori, incrementando il mediocratico mondo letterario contemporaneo.

 

A. Bram Stoker Vs Polidori, chi vince secondo Mattei?ì

G. Stoker senza alcun dubbio.

 

A. Cosa ne pensi della rivisitazione in chiave femminista del simbolo del vampiro?

G. Avete una domanda di riserva?

 

A. Ogni tuo libro ha uno stile inconfondibile e particolare, cosa ci dobbiamo aspettare in questo?

G. Rapidità e velocità alternati a passaggi lenti e complessi. Il tutto sapientemente miscelato a un linguaggio articolato, ricercato e eufonico… non aggiungo altro.

 

 

Da parte mia sto già  gustando il momento in cui avrò tra le mani un altro capolavoro di uno scrittore che sa raccontare e raccontarsi, sa tenere affascinato il lettore fino all’ultima pagina. Un autore che rappresenta la vera arte, quella che non guarda certo alla commercializzazione ma all’espressione più autentica della letteratura: creare mondi diversi, aprire la mente del lettore e comunicare qualcosa che soltanto le lettere trasformate in frasi possono: un’emozione.

 

 

L’autore.

Gianmario Mattei è nato il 31 maggio del 1984 allo “Spedali Civili di Brescia” (Lombradia, Italia). Nel 1991 la famiglia Mattei si trasferisce nel piccolo comune di San Salvatore Telesino (Bn), paese natale del padre, dove Gianmario frequenta le scuole elementari e medie. Nel 1998 inizia la sua avventura scolastica presso il Liceo Scientifico Statale di Telese Terme (Bn), che termina nel 2003 con il conseguimento della licenza liceale. Ha frequentato la facoltà di Chimica Industriale presso l’università “La Sapienza di Roma.

Libri Preferiti

I Demoni, F. Dostoevskij

Il Paradiso Perduto, J. Milton

Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien

Il Conte di Montecristo, A. Dumas

L’angelo della finestra d’Occidente, G. Meyrink

Notturni, di E.T.A. Hoffmann

Racconti del Grottesco e dell’Arabesco, E.A. Poe

Racconti in Prosa, E.A. Poe

Racconti di Raziocinio. E.A. Poe.

I mastini dei Baskerville A.

IT, S. King

I Canti di Maldoror, I. L. Ducasse conte di Latréam

Racconti Crudeli, Villiers de L’Isle-Adam

Dracula, Bram Stoker

Frankenstein, M. Shelley

 

 

“L’orizzonte di Aton” di Francesco Grimandi. A cura di Micheli Alessandra

 

Scegliere un testo da proporre al pubblico che sia credibile, ben scritto ma anche accattivante non è semplice. presuppone genio, intuito e una certa sfrontatezza nell’ignorare i finti dati sui gusti dei lettori. Finti perché, dalla mia misera esperienza, non noto questo tremendo calo di cultura. Più che altro vedo un interesse a farlo credere proponendo libri di basso profilo emotivo o culturale. Un romanzo, per essere un romanzo, non ha bisogno di paroloni altisonanti, di trame psicologiche o di chissà quale arcano significato. Deve essere perfettamente articolato, armonico e con vari livelli di significato adatti a ogni tipologia di lettore: dal più esigente al più pigro. E la Delos non ha mai deluso. Non inserisco mai complimenti nelle mie recensioni per non essere tacciata di favoritismi. Eppure oggi sono decisa a farlo, perché questo splendido mistery vi sia di insegnamento: saper scrivere è un dono e Grimaldi lo ha dimostrato. Pagine che scorrono leggiadre, facendo provare al lettore la stessa sensazione dei primi cinematografi, stupore reverenziale, la sensazione di camminare tra gli scenari e quel senso di grandezza che solo i capolavori sanno ispirare. Definisco questo mistery un capolavoro? Si. Perfetto in ogni dettaglio, accurato nelle descrizioni rese vive dall’amore che si avverte per la storia antica, e con la capacità, rara per chi si diletta con gli storici di rendere reali e vivi miti resi immortali dagli studiosi. E che invece sono uomini come noi. E Francesco ha affrontato il più controverso, immaginifico, affascinante leader folle forse, di un lontano polveroso passato Akhenaton al secolo Amenofi IV. Chi era costui?

Personaggio che ha ammaliato molti storici e persino uno scienziato razionale e straordinario come Freud che ravvisava in questa figura il progenitore del popolo ebraico: Moshes.

Eh sì miei cari lettori. Vi annoierà un poco saperlo ma nel suo saggio L’uomo Mosè e la religione monoteista del 1938 il nostro padre della psicoanalisi discute le origini della religione monoteista fornendo la sua rivoluzionaria opinione sulle vere origini del principe del deserto Mosè e del suo rapporto con il popolo ebraico.  In sintesi, proponeva l’azzardata ma ora dibattuta idea che Mosè non fosse ebreo ma egiziano di antica nobiltà (come racconta la bibbia in fondo) che trasmise al popolo ebraico la religione monoteista del faraone Akhenaton. Una religione che seguendo la scia dei secoli, abbandonò del tutto le origini distaccandosene profondamente.

Questo breve excursus storico serve a farvi comprendere come questa complessa, sfaccettata figura, sia di notevole impatto emotivo per il lettore e per chi si immerge nelle sue strabilianti follie, in un mondo, come quello dell’antico Egitto fondamentalmente permeato su un forte senso dell’ordine cosmico, dell’armonia del cielo portata dall’Enneade in terra. Non solo divinità ma principi astronomici, fisici e strutturali dell’universo stesso, fattesi carne viva. E questa carne, queste realtà cosmiche erano le fondamenta di un sistema sociale, economico e politico che volgeva il suo eterno sguardo al cielo. Le moltitudini di divinità rappresentavano principi matematici o naturali da cui poteva snodarsi il flusso armonioso della vita, una legge sacra la Maat che rappresentava un ordine preciso, un ordine prestabilito di cui il faraone in quanto scelto dagli dei era la manifestazione. La teoria politica egizia, infatti, non può essere semplicemente definita diritto divino del re. Il faraone, diventava un Osiride. Ma per acquistare il venerato titolo doveva seguire un difficile rito chiamato intronizzazione. In questo viaggio astrale egli, al cospetto della personificazione della sovranità accettava di rispettare la Maat alla quale doveva rispetto e riverita e timorosa devozione. Come abilmente scrive Grimandi:

Non si può contrastare la volontà del popolo anche se si è il sovrano d’Egitto.

L’abbandono del politeismo egizio patrocinato dal faraone, in favore se non di un netto monoteismo sicuramente di un enoteismo monolatrico. Tranquilli non è una parolaccia. E’ il termine colto, coniato da Fedrich Max Muller uno storico delle religioni nonché filologo, che indica una religiosità che pone in rilievo un dio su tutti gli altri. La differenza con il monoteismo è semplicemente in una netta preferenza non in una negazione dell’esistenza di altre divinità ritenute, comunque minoritarie.

Perché tale preferenza?

la spiegazione di Grimandi è apocalittica ma perfetta:

All’epoca in cui la grande disgrazia calò su di noi, spesse nubi nere discesero da settentrione e il cielo si chiuse, bloccando i raggi del sole. Gli dei ci vollero punire perché avevamo dimenticato le nostre origini; gli insetti si moltiplicarono, guastando i magri raccolti, e le malattie e la fame falciarono la popolazione.

Come si rimediò a tale catastrofe ambientale?

 

allora Akhenaton propose le sue riforme, appoggiato da noi militari e da una piccola parte del clero.

– Ossia, dichiarò che Aton era l’unico vero dio?

E quest’accettazione di un totale stravolgimento dell’antico ethos egizio fu accettato in quanto

Accettammo le nuove imposizioni, anche se estranee alle nostre tradizioni, perché la situazione appariva disperata. Aton era un antico dio adorato a Heliopolis, e Akhenaton l’elevò al rango di divinità unica. Al principio la soluzione parve funzionare; il cielo lentamente si schiarì e le cose presero a migliorare. Tutti erano grati ad Aton, principio di Vita, e al suo profeta e servitore, Akhenaton.

Il problema però investì non soltanto la religione ma visto che come ho citato il sacro egizio investiva ogni settore della vita, dalla politica all’etica, all’arte si tratto di un abbandono totale delle tradizioni, delle idee, della forma mentis di ogni egiziano che trovava nella bonarietà dell’amore incontrastato e poco realistico di una divinità lontana, fonte sì di vita, ma quasi evanescente e non ancorata al mondo visibile, la salvezza e la compassione ma anche un invito al lassismo etico e morale. Nel promulgare l’uguaglianza di tutto di fonte all’Aton si creava una omologazione che lungi dal rendere davvero tutti sullo stesso piano, li spersonalizzava. Questo dramma della democratizzazione quello che creò lo strappo mai ricucito tra il principio sovrano e il popolo, fu abilmente svelato, secoli più tardi da Tocquieville: nella trappola dell’uguaglianza si nasconde la perdita di identità personale, di capacità e di stimolo per migliorarsi. Se un mosaico è eseguito alla perfezione da parti diverse che, però, riescono perfettamente a incastrarsi, se il buon Agrippa ci invitò a amare la diversità come unico mezzo del sostentamento di un organismo (collaborazione nella diversità) l’uguaglianza ci rende tutti piatti, schiavi di un sogno folle e pigri di fronte agli stimoli esterni per evolverci. Se siamo tutti uguali lo stimolo non esiste. E infatti Grimandi:

La rivoluzione imposta da Akhenaton negava la ricompensa della Valle dei Giunchi dopo la morte; le anime, stando ai nuovi dettami, si sarebbero invece trasformate in uccelli al sorgere del sole, per vivere sotto tali sembianze accanto ai mortali.

Negare la ricompensa nega, quindi ogni sforzo per meritarla. E rende tutti incapaci di spezzare le catene e il dio di tutti, i poveri e i potenti si manifestò come una sorta di parassita che:

sta prosciugando la linfa vitale del nostro popolo.

L’atto sognatore di Akhenaton si rivela più che altro una sorta di braccio di ferro con il clero di Tebe, potente e dominatore, sostituendo a esso quello di Amarna. E come ogni innovatore in realtà si assiste a un dittatore che costringe i suoi sudditi a costruire il suo sogno di grandezza, simboleggiato nella città di Akhetaton:

 

Così erano stati messi al lavoro tutti i maschi, anche i bambini.

Come larve scheletrite si consumavano ogni giorno per portare acqua, scaricare le navi che giungevano sui moli e costruire i grandi edifici in pietra che il faraone aveva dato ordine di innalzare.

Non si può non ravvisare in queste parole il dramma di ogni “tiranno autocratico” che con il sogno di una vita migliore fa dello sforzo e della coercizione il simbolo della sua potenza. E se all’inizio il grande faraone eretico, sembrò invogliato da un ideale, ovviamente, come abbiamo visto durante ogni storia, questo sogno di rivelò semplicemente un delirio di un uomo fragile e insicuro.

un sovrano che annienta istituzioni sacre antiche di secoli, e riduce il suo valoroso esercito a uno stuolo di manovali, è un pazzo o un tiranno.

Ma il dramma è vicino più di quanto si pensi, perché:

lo strappo creato riemerse in tutta la sua asprezza. Il popolo chiese di tornare al passato, alle vecchie usanze

Sordo alle proteste, affrontate con un’imposizione e con una feroce repressione, scatenarono le sue conseguenze più disastrose. Come la storia ci insegna ogni volta. Era una fede o un’ossessione l’Aton?

lo svelarsi di questo dubbio si snoda attraverso le pagine che, si tingono di giallo. Un giallo perfetto dal finale sconvolgente e annunciato. Ed è su questo elemento, che ovviamente non intendo svelarvi che lo stile unico e perfetto di Grimandi crea un testo che avvolge, intriga ma soprattutto incuriosisce. Tutto corredato da uno stile impeccabile, linguaggio adeguato al contesto eppure di facile fruibilità, ma soprattutto, una precisione storica che non appesantisce ma invade fluida l’intera impalcatura del testo. L’autore non inventa, elabora. L’autore intesse i fili di una storia esistente riassumendo in poche pagine tutti gli elementi scientifici, antropologici, attorno a quest’intensa e a volte odiata figura storica. Tutto concentrato in poche pagine. Se non è arte questa!

Un’ultima considerazione.

Le cause della morte di Akhenaton sono tuttora, sconosciute. Non esistono menzioni nei documenti, e il lasso temporale che si estende dalla metà del suo travagliato regno alla successione del figlio Tutankhamon è uno dei più oscuri, enigmatici e intricati dell’intero studio egittologico.

 Grimandi riesce, con maestria a colmare questo vuoto ontologico.

 Solo per questo dovreste precipitarvi a leggere il libro. Io fossi in voi lo farei immediatamente.

 

“Storie del secolo breve” di Alberto Di Girolamo, Le Mezzelane edizioni. A cura di Vito Ditaranto.

 

Esistono tempi in cui la realtà si fa troppo complessa per la Tradizione Orale. Ma la Leggenda le conferisce una forma attraverso la quale pervade il mondo intero.

(Alphaville-JEAN-LUC GODARD)

 

Ci sono messaggi che dividono, racconti come quelli che vi accennerò nelle prossime righe che vorrebbero parlare a tutti, ma quasi per condizioni di esistenza arrivano solo a metà e l’altra metà della storia siete voi lettori.

Le storie vere o verosimili come queste non possono scalfire la scorza di chi si è già fatto un’opinione, di chi ha già in mente schemi e categorie sociali in cui incastonare tutto ciò che gli si presenta davanti. Stiamo parlando della vita reale incasellata perfettamente in un libro.

Dopo aver letto questo romanzo i viaggi nel tempo dilagheranno in letteratura e nelle altre forme di narrazione, ma sempre dovranno confrontarsi con lo spaesamento e la vertigine di un tempo differente sotto il quale, il più delle volte, si cela il presente stesso. Questo è lo spirito di questo libro.

La narrazione come in film reale vi porterà indietro come se oggi fosse ieri.

 

“…respirai, strinsi i denti, impugnai con ambo le mani la leva di partenza e la spinsi…” (Time MachineH. G. Wells).

 

 

Da sempre le pagine di romanzi, poemi e cronache risuonano dei passi di una folla di viaggiatori: eroi omerici che vanno in guerra o peregrinano per mare; poeti che si addentrano negli Inferi; mercanti curiosi che raccontano i loro viaggi; cavalieri impegnati in imprese che vanno molto al di là della loro portata; sposi promessi costretti a lasciarsi.

Tutti hanno in comune il fatto di essere diretti a una meta: un luogo, uno scopo o uno scopo che coincide con un luogo o un bisogno. Non importa che il luogo esista oppure no, non importa che il bisogno esista oppure no.

C’è un solo viaggio che noi umani in carne e ossa non siamo ancora riusciti a fare: quello di tornare indietro nel tempo, un viaggio verso un altrove che non è solo un luogo, ma anche, e soprattutto, un tempo. Un tempo diverso, lontano dal presente decine e decine di anni.

Alberto Di Girolamo  con il suo libro “Storie del secolo breve”, riesce in questo, riportandoci magistralmente all’inizio dl XX° secolo.

Il viaggio in questo libro resta una vertigine mentale e come tale è un potente, e quasi inesauribile, motore creativo che ha fatto, e fa, partorire le storie narrate.

L’autore è in grado di creare un fertile humus per gente dotata di immaginazione.

Proprio per il suo estremo fascino creativo saremmo portati a credere che esistano narrazioni come queste che io definirei reali.

D’altronde, le situazioni narrate sono quasi uniche e credo non si trovino nemmeno nel patrimonio mitico e leggendario, che è il bagaglio principale dal quale scrittori e poeti dell’antichità attingevano le loro storie. Insomma, definirei Alberto Di Girolamo  uno scrittore e un poeta di altri tempi.

Alberto Di Girolamo  vi farà conoscere la realtà degli uomini che si spezzano la schiena per estrarre pietre da costruzione. Vi farà conoscere i loro sentimenti più profondi, vi farà capire cosa è l’ingordigia, l’invidia, la vendetta, sentimenti che tutti conoscete bene, ma che difficilmente ammetterete di avere. Vi farà capire gli errori commessi per amore. Vi accompagnerà tra i contrabbandieri. Vi farà commettere gli stessi errori dei protagonisti. Tutto questo e molto dippiù è narrato in maniera ineccepibile dall’autore.

I dialoghi tra i vari personaggi sono spontanei e veri come quelli che si fanno in barberia sulla guerra in Libia, veri e propri pettegolezzi, che ravvivano la narrazione.

Fin dalle prime pagine “Storie del secolo breve” si dimostra un romanzo diverso dai soliti lavori di genere. In primo luogo per il ritmo ampio e posato, che si snoda attraverso luoghi ed episodi intrecciati con intelligenza. Poi per il linguaggio ricercato, che dimostra un’attenta programmazione del lavoro e un alto livello professionale. E infine per l’atmosfera, che scaturisce da una raffinata ricostruzione di culture e di affreschi d’ambiente, descritti con precisione.

L’aria che si respira è quella dei grandi best seller, dei capolavori capaci di grande presa sul pubblico, letterariamente godibili, frutto di un accurato lavoro preparatorio, di studi e ricerche non occasionali.

La narrazione porta il lettore ad andare fino in fondo al romanzo senza interruzione alcuna.

Così come sublimi sono i sobbalzi spazio-temporali che l’autore crea in maniera ineccepibile e  che rendono la narrazione stessa più interessante.

Leggendo questo libro vi ritroverete sicuramente dentro un sogno, il Sogno della Coscienza. Sarà come essere dentro una Proiezione Olografica, la proiezione della Coscienza.

In poche parole è un libro da non perdere.

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

 

“Il treno delle 8.28” di Valentina Paoletti Lombardi, Edizioni creativa. A cura di Micheli Alessandra

 

Su cosa sia la libertà, questo termine usato e abusato oggi, si sono interrogati filosofi, cantanti e intellettuali di ogni tempo. Libertà è un termine complesso e pieno di contraddizioni.

Ma cosa significa davvero?

Scevro da ogni limite?

E se si è totalmente idiosincratici verso i limiti, quale ruolo può avere la coscienza e la comprensione del bene o del male?

 Se la libertà è la capacità indiscussa, di poter fare tutto, quanto quel tutto invaderà lo spazio di un altro?

Se tutto è lecito, se la libertà è l’esaltazione dell’ego personale, siamo costretti a diventare tutti dei piccoli microcosmi in eterno conflitto uno con l’altro?

Per i greci la libertà era una questione seria. Non era l’inno alla centralità di un singolo, ma l’esaltazione del tutto.  L’uomo, inserito in un contesto preciso, trovava il suo libero spazio nell’esercizio di una funzione pubblica e scopriva sé stesso negli altri.

Libertà per i nostri progenitori è appartenenza.

E ancora.

Giorgio Gaber, strepitoso menestrello dei giorni nostri scrive un testo che stravolge il concetto anarchico di libertà:

 

La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione.

 

Cosa c’è di innovativo in questa definizione?

 Semplice.

Dopo la parentesi greca la libertà è stata considerata sinonimo di emancipazione, indipendenza, liberazione dalle costrizioni, esaltazione del super-io e via discorrendo.  Partecipazione, invece, ha un senso diverso che si riassume in: prende parte a, fare parte di un gruppo, di un pensiero, di un’azione, essere coinvolti in qualcosa, assistere in quanto dotati di vista, di udito e di empatia. E ancora: intervenire personalmente, ma anche annunciare, comunicar, fa sapere o conoscere.

In una sola frase, Gaber, racconta la speciale capacità umana di far sì che il singolo esca dal proprio ego, dalle ristrettezze del sé, per formare, creare e comporre un armonico mosaico omogeneo. Ed in questo mosaico in cui deve predominare conoscenza, consapevolezza (gnosi) e volontà creatrice si sente finalmente libero in quanto fruitore di un suo speciale unico indiscusso ruolo.  Pertanto, il concetto di libertà diviene, più che azione, essenzialmente pensiero, modo di osservare il reale e pertanto percezione. E questo significa che essa stessa invade ogni ambito della nostra umana vita; tutto è idea e nell’idea ci deve essere empatia, compassione ed essenza.

Cosa centra, direte voi, questo excursus filosofico con il libro?

Tutto vi rispondo io.

Se dovete leggerlo non potete con cimentarvi con questi concetti. Perché il libro affronta il tema della contraddizione libertà e libero arbitrio, destino e autodeterminazione e tutto è racchiuso proprio nella splendida canzone di Gaber.

 La Lombardi, non ha creato un romanzo. Ha dato vita e forma a concetti che per troppo tempo sono rimasti astrazioni riservate alla categoria intellettualoide, concetti resi estranei al nostro mondo reale.

Il treno delle 8,28 simboleggia il percorso di liberazione umana intrapreso sia sul campo ideale (delle idee) che materiale, la volontà di separarsi, una volta per tutte, dal demiurgo, un essere egocentrico che ci comanda dall’alto come burattini, decidendo cosa possa essere giusto o sbagliato, regalandoci illusioni e soprattutto rendendoci antagonisti uno dell’altro, cosi preda di sogni illusori da perderei l contatto con noi stessi.

 

Alle 8 e 28 si risolve il complotto

alle 8 e 28 si nasconde d’oro un lingotto

nelle 8 e 28 nasce una scia che della luce è la via

per le 8 e 28 si muove una battaglia

alle 8 e 28 non c’è un fuoco di paglia

8 e 28 sono i numeri dell’arcano offerti dal Leviatano

nelle 8 e 28 c’è la culla del cuore che nulla ha dell’orgoglio

che rima solo con imbroglio

alle 8.28 c’è la strada di casa che nell’informazione

passa dalla stazione.

 Letizia, apparentemente, vive una vita perfetta ma sostanzialmente autoreferenziale. Si domanda, si interroga sulla natura delle cose e degli oggetti, senza però comprendere l’altrui mondo. Riflette sulla sua idea di bellezza, d’amore, sul suo sistema valoriale ma senza che sia compresa nella sua filosofia l’altro.

È sempre lei il referente della sua vita interiore. E’ solo lei la protagonista indiscussa del suo dramma. Ma, accade che il mondo è beffardo, gioca tiri mancini degni di una partita di poker, facendole scoprire un’amara verità: la sua apparente perfezione è gestita da un Autore burlone e irridente. tolto il velo con cui osservava e si osservava, scompare e la sua vita è scritta e riscritta da un fantomatico Essere, sovrano e padrone di ogni sua decisione e azione.

Cosa accade a chi scopre che il libero arbitrio è solo una fandonia?

Due sono le vie. O mette la testa sotto la sabbia, rifiutando di vedere, o si rende disponibile, seppur tra ribellioni e disperazione, a partecipare (di nuovo quest’arcana parola) a un progetto comune di uomini che vogliono diventare Uomini e liberarsi del gioco del destino. Letizia scaglie la strada della consapevolezza, trovando, stavolta, davvero la sua essenza perduta.

 Non più personaggio ma persona, non più idea ma corpo, non più evanescenza ma forma.

E nella forma trova il suo corretto posto nell’arazzo di una vita che si realizza soltanto davanti a un atto ribelle, l’atto ribelle per eccellenza il rivoltarsi contro il proprio creatore. Vi ricorda per caso qualcosa?

Una parte del racconto biblico osteggiato e avvolto dal tabù ma che è il fulcro dell’evoluzione umana: la ribellione. Che sia di un essere angelico, che sia la disobbedienza dell’Adam (uomo) o di una manciata di religiosi attratti dalla gnosi (catari) o l’atto violento di un piccolo agricoltore che elimina la parte dipendente dal dio dei limiti ( Caino) la ribellione è stata sempre malvista eppure esaltata.

 Non a caso la simbologia non tanto del treno ma dei numeri scelti dalla Lombardi è emblematica: 8, 28, ripetendo non a caso il cabalistico numero 8, quello dell’equilibrio cosmico, dove nulla inizia e nulla finisce ma c’è soltanto un ciclo continuo che non ha fine ed è il riflesso dello spirito creato e in continua evoluzione. non solo. Esso essendo la somma del numero quattro (la concretezza) esalta la natura concreta e tangibile, indica la legge, il rigore che dà forma alla sostanza. Nell’alfabeto ebraico rappresenta la lettera HET (riparo) indicante la complessità e la bellezza del creato e nel creato comprende anche le leggi dell’evoluzione una via che unisce uomo e natura, in un organismo interconnesso, complesso, armonico, pieno di compassione (sentire con). Energie naturali e pensieri, sogni, ideali che vanno custoditi, alimentati da mille amorevoli attenzioni che soltanto cosi prendono forma e sono capaci di creare la nostra realtà interiore e esteriore.

Letizia affrontando quel passo indispensabile, quell’atto destabilizzante, trova la sua piena armonia in un mondo in cui il prepotente Autore, diviene complice e convinto assertore della necessità che, i suoi personaggi, le sue creature, si sviluppino appieno, possano autocrearsi e di conseguenza rinnovare e ricostruire anche la sua stessa immagine. E la bellezza del libro, nella sua quasi soffocante distopia delle precedenti pagine, sboccia inaspettatamente in un perfetto quadro: Autore e personaggi assieme si evolvono, si aiutano, si auto-liberano, trovano nella dialettica combattiva il proprio centro. Ed è la prova suprema, la lotta con Dio tanto decantata nello splendido passo della Bibbia, che porta la creazione in avanti, riscoprendo la bellezza di tronare a far parte di qualcosa, riconoscendo in quei piccoli innocui personaggi la stessa energia realizzatrice che l’autore stesso ha deciso di infondere in loro. Per non sentirsi solo. Per non restare nel caos primordiale.

Per divenire azione esso stesso e non potenzialità. Perché creatura e divinità sono entrambi parte uno dell’altro e come l’uomo ha bisogno del divino per crescere, il divino ha bisogno dell’uomo per esistere. Come ho scritto in un mio articolo:

Queste due forze in sostanza stimolano istruiscono incoraggiano l’uomo per andare avanti fino creare nuove visioni, nuove conoscenze e di conseguenza proprio perchè il pensiero stesso forma la vita a portare avanti la creazione intera!

In questa tensione energetica l’uomo collabora non solo alla sua particolare evoluzione ma all’evoluzione di tutta la vita. La loro opera ha, bensì, bisogno che, l’uomo, stesso vada oltre e porti avanti la  creazione di cambiamento in cambiamento, di stimolo in stimolo di differenza in differenza, nasce una straordinaria  cooperazione di scoperte terreno-celesti. Con l’esortazione al superamento dei confini in sostanza i confini stessi e cambiano con l’uomo, spostandosi sempre più in là fino a che le due forze opposte diventano parte di un’unica autentica forza ripristinando l’origine stessa della vita e di Dio.

Senza le resistenze, di un demiurgo, di un lato dell’io, senza la forza conservatrice non si avrebbe lo stimolo alla rielaborazione di idee o percezioni considerate “normali” ma che nel proseguo del nostro percorso apparirebbero non idonei a comprendere e gestire il contesto in cui viviamo.  È la vita che, resistendo al cambiamento spinge in un atto sovversivo al cambiamento stesso (simboleggiato qua dal treno di un preciso orario). La tensione tra la tendenza a non voler distruggere un equilibrio si scontrerà e si scontra nel testo con l’esigenza, profonda, di accogliere gli stimoli nuovi (anche la rabbia di sentirsi burattini o scimmie ammaestrate) perché accanto alla conservazione dello status quo esiste l’istinto all’evoluzione.

 

era guidato dal nuovo Autore che aveva spodestato il vecchio per-

ché era giunto il momento di evolversi: perché quando la vita ti chiede di cambiare e ti offre l’opportunità di farlo, salire su quel treno

dell’opportunità diventa un dovere.

Era il nuovo autore che si era materializzato e rivelato nella nostra

storia di personaggi inventati ma dalle emozioni vere.

 

Ed è di questo incontro scontro che parla il libro. È di un movimento, studiato da anni dagli intellettuali, tra nuovo e stantio che si crea il movimento necessario alla prosecuzione della vita. Altrimenti, saremmo tutti immersi in una mortifera stagnazione, in un proseguo senza fine di una vita senza essenza, comandati e gestiti come spaventose statue di cera.

 

Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. 
George Orwell

 

La verità, questa famigerata ombra che distrugge e crea è la vera autentica alleata di una libertà che deve poter germogliare fiori nella nostra, altrimenti, tetra esistenza. E la Verità si allea con la visione gnostica del mondo sopra descritta.

Incredibile trovarla in un romanzo. E come sempre resto stupida dalle coincidenze, quella che mi fanno scoprire romanzi che non sono romanzi. Mi aspettavo, infatti, un testo di narrativa semplice e immediato. E con mia somma gioia mi sono ritrovata tra le mani una piccola, perfetta versione gnostica del cammino dell’uomo. Una giovane autrice che, inserendo i meravigliosi paradigmi della filosofia, crea un piccolo “manuale” nascosto quasi dalla fantascienza, che ripercorre il cammino umano di cui Letizia è il simbolo, verso la luce della consapevolezza di se, che toglie il velo dell’illusione dal suo reale e lo affronta, rischiando, soffrendo ma ritrovando se stessa in un vero paradiso di luce:

 

Io ascolto tutto, il vento che soffia e fa rumore tra il canneto, il fruscio delle tende, il sibilo dell’aria, ogni molecola, ogni essere che si muove, io lo sento oggi, sento scorrere l’acqua di una fontana lontana, e lo sciacquettio del mare calmo tra gli scogli, ogni venatura delle rocce, ogni loro scanalatura, ogni loro atomo, ogni fermezza, ogni incavo, ogni pertugio, ogni profondità. Sono pesce, sono terra, sono fango, sono piuma, sono pettirosso, sono onda, sono liquame, sono un cormorano che si tuffa sott’acqua per ricomparire metri e metri dopo, sono roccia, sono aria,

 

E un inno gnostico alla vita che è e resta:

 

mutamento che scorre nelle mie vene come nelle loro, siamo un tutt’uno davvero, comprendo “l’agape”

 

Grazie Valentina per averci regalato uno spicchio di cielo, laddove come racconta Platone, sono sparse le verità che ci permettono di vivere appieno questa nostra, straordinaria avventura, li nell’iperuranio ci chiamano, ci sfiorano, ci seducono per far sì che:

 

il Nuovo si era fatto vita nella nostra storia per salvare noi, per

permetterci di raggiungere la salvezza in quel giorno tanto atteso e

bramato