“Omicidi in Sì minore” di Davide Bottiglieri, Les Flaneurs edizioni. A cura di Sabrina Giorgiani

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L’autore apre la storia con la lettera di Clara Schumann scritta in risposta alla Sonata con Si Minore di Liszt.

Un’apertura particolare per un thriller ma l’ho trovata così perfetta alla fine della lettura, che ho voluto documentarmi, ed il risultato è stato quello di aver trovato congruità dall’inizio alla fine del libro.

Mi spiego.

L’opera racconta, in musica, tutto lo spirito del libro ed è ispirata ad un tema molto caro al compositore: il dualismo.

La coesistenza di due principi distinti e opposti, risulterà essere il filo conduttore del racconto, questo a partire dal periodo storico in cui è ambientato.

1790 epoca detta “dei Lumi” per la nascita e la diffusione della cultura illuministica, MA , il paese Cluj è un piccolo cantone vicino Vienna abitato da un popolo mentalmente arretrato :

 

“ Cluj era costruita su culti esoterici e superstiziosi della bassa gleba che rappresentava, comunque, la vetta più grande dell’intera popolazione.”

 

Periodo storico e mentalità descritti, sono il primo di una lunga serie di “contrasti” che troveremo durante la lettera.

Ogni capitolo viene aperto da passi della Bibbia scritti dal Profeta Ezechiele.

Profeta visionario la cui vocazione profetica annunciava insieme distruzione e speranza.

Secondo “contrasto” riconducibile alla dualità.

Ottima la scelta dei passi che introducono perfettamente il narrato del capitolo.

I personaggi, tutti, a partire dal principale l’ispettore Ljudevit, sono caratterizzati da un’anima bianca e una nera in perenne lotta tra loro, tanto che spesso si confonde, volutamente, il buono dal cattivo.

Questa la struttura del libro assolutamente ben impostata, il cui DNA risulta essere “il dualismo” in varie forme.

La trama.

Fare un riassunto di un thriller è cosa assurda, toglierebbe al lettore futuro tutto il phatos ,che l’autore è riuscito ad esaltare.

Del thriller non manca nulla, c’è una storia ben impostata, un ispettore, l’assassino e diversi delitti. I delitti sono tutti ben orchestrati e seguono uno schema preciso dettato da lettere che ne anticipano la scena.  Lettere di difficile interpretazione, lasciate dal criminale quasi fosse un gioco per ponderare, testare e mettere al confronto due menti astute. La sua e quella dell’ispettore. Un gioco quindi, a chi per primo agisce o capisce e previene.

Lo consiglio vivamente agli amanti del genere e anche a lettori che, vogliono avvicinarsi a questo tipo di lettura. Se poi avete mente aperta, potrete addirittura cimentarvi a decifrare diventando voi stessi una terza mente investigativa.

La scelta del finale, nonostante i giochi siano del tutto compiuti, la trovo particolare, ma assolutamente conforme al DNA del libro.

Ottima la scrittura, sottile, dettagliata, persino “adatta” ai tempi, nei dialoghi diretti.

Devo dire di più? Leggetelo

 

 

 

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“Roba degli altri mondi” di Arsenio Siani, Officine Editoriali editore. A cura di Vito Ditaranto.

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“…Feci un sogno. Il sonno in cui ero piombato mi condusse verso un vortice di immagini, sensazioni ed emozioni a cui ancora oggi non riesco a dare un significato. Un’esperienza che ha travolto la mia vita. Che da quel momento ha cominciato a muoversi verso il fatidico. L’epilogo inevitabile, forse preventivato, forse no. Che mi ha confuso e spiazzato…”

 

La storia raccontata da Arsenio Siani, in “Roba degli altri mondi”, si svolge essenzialmente in un ambiente parallelo, in un mondo misterioso.

Un racconto dalle molteplici sfaccettature, commovente, con la narrazione delle disavventure del protagonista e l’empatia generata dalla descrizione degli stati d’animo. Emozionante, con la storia d’amore tra i due protagonisti ed  avvincente, con la intricata trama avvolta da un alone di mistero che si srotola fino al finale.

Un romanzo che mi riporta alla mente il “De l’Infinito, Universo e Mondi” di Giordano Bruno, con il discorso principale tra Elpinio e Filoteo:

“…ELPINIO. Come è possibile che l’universo sia infinito?

FILOTEO. Come è possibile che l’universo sia finito?

ELPINIO. Volete voi che si possa dimostrar questa infinitudine?

FILOTEO. Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?

ELPINIO. Che dilatazione è questa?

FILOTEO. Che margine è questa?…”

Con questo dialogo immaginario tra Elpino e Filoteo comincia il De l’Infinito, Universo e Mondi di Giordano Bruno, l’opera più inquieta e folgorante del pensiero rinascimentale. Le sue visioni proiettarono l’umanità oltre l’eliocentrismo del sistema copernicano. Così come Bruno, “Roba degli altri mondi” di Arsenio Siani ci ricorda l’esistenza di un Universo infinito, costituito da infiniti Mondi, dove le stelle sono dei soli in numero infinito.  Siani ci riporta inevitabilmente al pensiero di Marc Augé, «La ricerca del vero. Forse il segreto della saggezza più profonda degli individui sta (proprio) nel cuore delle ambizioni più vertiginose della letteratura che anticipa la scienza».

Gran parte della storia narrata da Siani, ricorda, dal punto di vista tecnico, la struttura delle storie del «Mad Friend» che G.C. Edmonson pubblicava su «The Magazine of Fantasy and Science Fiction» nei primi anni Sessanta. In quei racconti, Edmonson intrecciava due linee di storie, svolgendole simultaneamente con tecnica quasi contrappuntistica, usando le prime righe per distrarre il lettore dagli indizi disseminati nel corso del racconto secondario, in modo che la conclusione, quando ci si arriva, giunga come una sorpresa… sebbene siano stati forniti abbastanza elementi per poter capire, se non ci si fosse lasciati distrarre da elementi di contorno.

Il protagonista principale del racconto di Siani è Fabrizio, laureato in giurisprudenza che dopo un periodo negativo della sua vita, troverà lavoro, presso un ristorante della zona per eseguire la mansione di lava piatti.

Fabrizio, una sera si affaccierà dalla sua stanza e vedrà un uomo in mezzo la strada che l’osservava, sotto una pioggia incessante, si rivelerà una figura-fantasma nei giorni successivi. Fabrizio incontrerà finalmente in un bar Federica, timida, introversa, lavoratrice e si lascerà trasportare per una sera in un contesto, quasi surreale, una sorta di realtà parallela che sconvolgerà la vita del protagonista.

Il romanzo si mostra come una storia mitologica proiettata in un futuro possibile le parole si scrutano e si osservano come quando si osserva una bella donna ed ogni parola riecheggia suoni argentei. È un opera di fantasia, ma tante cose sono reali! Quindi molto interessanti, rendono il romanzo più profondo. Ho passato metà del libro con il fiato sospeso e l’altra metà arrabbiato contro il destino, ma va bene comunque. Niente da dire riguardo i personaggi, sono ben caratterizzati e ognuno lascia qualcosa.

Un romanzo scritto con molti punti di vista che lo rendono più completo, mostrandoci tante sfaccettature e facendoci entrare ancora di più nella mente dei protagonisti. I vari caratteri, sono descritti bene, non tutti positivi o simpatici al primo impatto, ma rendono il tutto reale e che permette di immedesimarsi.

Uno dei tanti fattori che fanno venire voglia di andare avanti, leggere come finirà la storia, cosa faranno i personaggi.

Pieno di colpi di scena anche riguardo i nemici che riappaiono con doti più misteriose e che lasciano tutti sconvolti.

Insomma, una storia bella, ben scritta, che coinvolge e trasporta fino alla fine.  La lettura procede spedita e alla descrizione dettagliata degli ambienti, sempre piacevole e mai noiosa, si alternano le fasi di azione mantenendo alta l’attenzione fino alla fine del libro che si ha la tentazione di leggere tutto in fiato. Il libro rappresenta il giusto mix tra realtà e fantascienza direi pure che rappresenta una gemma abbagliante nel panorama letterario attuale.

Vi ritroverete dentro una Realtà Virtuale, un immenso videogame. Comunque e in definitiva vale la pena leggere questo libro, che vi porterà a riscoprire, attraverso le emozioni del protagonista, le vostre emozioni più intime.

Un ottimo libro, da non perdere assolutamente.

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“Ceramiche a Capodanno” di Rita Angelelli, Mezzelane editore. A cura di Micheli Alessandra

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Siamo così, dolcemente complicate 
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

 

 

Mentre leggevo il libro di Rita Agelelli, ascoltavo le parole della canzone, famosissima di Fiorella Mannoia “quello che le donne non dicono”. E pensavo a quante cose quest’essere quasi mitologico, la donna, da tutti nominato ma ancora non davvero creato, non dice, non può dire o non riesce a dire.

Perché dico nominato e non creato?

Nominare una cosa nei rituali esoterici equivale a possederlo, comandarlo o manipolarlo. Ed è quello che accade al nostro essere definite donne (quando ci va bene) o femmine (nei casi sempre più diffusi in cui ci va davvero ma davvero male) Siamo un nome ma non ancora persona. Non siamo create, non siamo reali ma semplicemente frutto di stereotipi e aspettative. La donna è, la donna deve, la donna fa, la donna ha queste regole. Ma mai nessuno, tranne Freud (ma da psicologo me lo aspetto un gradino in più di apertura mentale) si è chiesto cosa davvero vuole la donna. E non si è risposato. Ci penserà più tardi Jung e i suoi discepoli a dirci la donna cerca semplicemente sovranità.  Cerca di essere non più comparsa di un triste romanzo di formazione ma protagonista, capace e quasi in dovere di poter scegliere.

Per queste profonde riflessioni, leggere il libro di Rita non è stato per nulla immediato a livello emotivo. Ho dovuto spesso metabolizzare le sue parole, ritagliarmi un posto per me, e assorbire, nel miglior modo possibile il dolore.  Anche se apparteniamo alla fortunata categoria di donne libere di auto crearsi ogni giorno secondo i propri impulsi più profondi e non seguendo cliché di genere, scevre dall’essere solo femmine, carne da macello, apparenza e mai sostanza non possiamo non partecipare empaticamente a una tale devastazione. Perché a essere vituperata non è solo la persona precisa di quel momento tragico ma la stessa, universale identità del femminino sacro, che appartiene e ci appartiene di diritto e che collega in un mosaico di luce e ombre tutte le donne.  Ma diciamocelo. Chi non è stata mai vittima di piccoli abusi?

Parlo di complimenti non graditi, a cui dobbiamo sorridere per non essere considerate snob o bigotte pur se ci feriscono, a uomini che decidono di essere i nostri maestri e noi le loro Lolite, infangando la nostra esperienza, la nostra saggezza. Di chi ci considera solo oggetto da vetrine e ci dice serafico “a che ti serve creare/scrivere/dipingere/poetare/scolpire sei carina trovati un uomo che ti soddisfi”. Nulla di più degradante come una frase che fa di noi soltanto un seno, un bel visino, un paio di gambe. Mentre dentro si muove un intero mondo simbolico pronto a eruttare.  Come se una donna ha solo bisogno di passare dal padre al marito o compagno, come se non può provare il sacro fuoco dell’indignazione di fronte a una tragedia o provare l’acuta passione della politica. Siamo donne a cosa ci serve? Sii bella e sta zitta.

donne che devono sentirsi in colpa perché sanno dire un NO, perché vogliono scegliere una strada diversa da quella tradizionale, perché semplicemente si amano tra loro o decidono di non avere figli. E cosa dire di chi ha la volontà di farsi un’ampia cultura?

Quanti ne ho sentiti dirmi “Tu leggi Steinbeck?” o consigliarmi autori “ma devi ampliare la tua cultura, leggiti Pirandello, Flaubert, Manzoni non i soliti After o 50 sfumature” come se una donna non può essersi nutrita di classici, ma solo di adeguate sue letture. Beh a chi legge vi informo che a dieci anni leggevo Papa Goriot di Balzac, a undici adoravo Joyce  e Wilde. A 13 mi sono buttata su una cosa leggerina come Guenon, Frazer, Fulcanelli e Lanci. Rifletteteci quando approcciate una donna che vi sorride.

Perché questa riflessione?

Perché il fulcro del testo di Rita è proprio questo: la donna che viene identificata come oggetto, che è costretta a conoscere la violenza orrenda di chi, insicuro, trova diletto nel manipolare, sottomettere e denigrare non una donna qualsiasi ma la compagna di una vita, la madre dei propri figli. La violenza di genere nasce da questi piccoli orrendi gesti, ritenuti insignificanti ma che ci danno la dimensione di quanto ancora c’è da fare in questa fantastica Italia retrograda.  In queste pagine conoscerete il dolore di chi ha visto devastare la dignità di persona, un dolore che appare:

 

quell’inchiostro viscido e nero che ricopre la tua anima.

Ed è un inchiostro che ricompre tutto il nostro io, che ci costringe a

Misuri il tuo valore nella quantità di volte che lui deve colpirti prima di farti un livido.

E più resisti, più sei forte.

Ecco che la donna, considerata dai simboli una Dea, la Loba che protegge i suoi cuccioli, indomita selvaggia come i suoi mille archetipi (da Aracne a Medusa a Ecate) diviene simile a una ceramica, bellissima, quelle che tieni nella vetrina in salotto, ma così fragile che basta un solo colpo per incrinarla. Spesso la ceramica non si rompe. Ma si vene di righe e venature che la rendono triste, quasi vecchia fino alla tremenda rottura finale, quella che sparge i pezzi in terra. Quella che non puoi più ricomporre.

 

Questo materiale è estremamente fragile, ma resistente nel tempo.

Tutto inizia da un soave sogno, quello di un amore rosa, pieno di palpiti e di speranze. Un amore accecante, troppo luminoso da ferire gli occhi. ti senti una privilegiata perché lui ti dice “sei mia”

 

Quella prima notte eri così bello.

Il tuo tocco era morbido

le tue parole gentili,

il tuo sorriso

la cosa più incantevole

che avessi mai visto.

I tuoi baci erano dolci.

Mi sono sentita così bella

e così desiderabile

come mai mi ero sentita

prima.

In quel mia non noti anzi non vuoi notare, perché così ti hanno insegnato, quei lampi di buio inquietanti che fanno presagire l’orrore della trasformazione:

Non capisco come mai/quel tuo desiderio di me/si sia trasformato in oscurità,/la passione in perversione/l’urgenza in pulsione animale.”

È la storia eterna di Barbablu il nostro che ti seduce con parole e poi ti rende creata nelle tue mani, fino a convincerti di meritare la degradazione perché sei sua, sei donna, sei solo una creazione dalla sua costola.

Ed è il momento della discesa nell’inferno della violenza, una spirale che avvolge e non fa respirare, tanto che il ritmo usato da Rita appare cupo, soffocante orrorifico e tragico. E si assiste, impotenti e in lacrime alla spersonalizzazione di una dea che si ritrova a essere un demone, al taglio netto delle ali di una bellissima farfalla, all’incatenamento di un’anima che come una lucciola prigioniera di un bicchiere si spenge lentamente.

Ma in questo orrore lei perdonerà, perché non le è stato insegnato a essere guerriera ma angelo del focolare, dolce crocerossina e quindi:

La prima volta che ti colpirà ti dirà che è dispiaciuto.

Dirà che il suo pugno è stato attratto dal tuo volto impenitente e dalla colpa che vi appariva.

Sarà facile perdonarlo, questa volta.

Le sue labbra al sapore del vino rosso saranno irresistibili, la notte lui deciderà di amarti e le mani… le mani sapranno solo darti piacere e non faranno nessun danno al resto del tuo corpo.

E tutto questo perché? Per stupidità?

Ce lo svela tragicamente Rita:

Lascerai spazio al tuo complesso d’inferiorità e alla sua misoginia.

E ti dirai: lui non conosce di meglio.

Ha solo bisogno di essere curato, amato.

E invece dovete urlare qui no! Dovete dire anche a quelle che sono per il resto di questo mondo storto piccolezze il vostro no fregandovene se sarete giudicate pazze, esagerate aggressive. Si siamo lupe e tali dobbiamo diventare. Dobbiamo azzannare chi invade il nostro spazio. Mettere paletti e intervenire se vogliono distruggere il nostro giardino. Impedire ai non degni di entravi e essere in grado di cacciarli se calpestano le nostre curate aiuole e non dire “forse non se n’è accorto”

Chi esce via da queste tragedie avrà ferite invisibili e dolorose ma saprà che quello che davvero vale è la sua sopravvivenza, quel poco che ha salvato e che tenta di ricostruire e saprà difenderlo fino allo stremo:

Sei un uomo coraggioso

se mi stai vicino

Dici di amarmi.

Sei pronto a farti male?

Sono più confusa

di quello che pensi.

E imparerà una lezione importantissima:

 

So quando tirarmi indietro,

ma non quando lasciarmi andare.

Prima di fare il romantico,

ti prego di essere sicuro

di avermi studiato bene,

mente e anima

– il corpo è solo un involucro –

così che tu mi capisca.

Chi si avvicina a noi, deve farlo con riverito stupore, come se si trovasse davanti a qualcosa di prezioso, inaspettato, un dono. Deve osservarci come osserverebbe uno spettacolo, dovrebbe parlarci come se parlasse il vento, estasiato, curioso. Dovrebbe lottare con unghie e denti per arrivare fino a noi e accettare di lasciarci andare convinto che, il sacro ha sfiorato la sua vita. Dovrebbe tremare ogni volta che ci osserva, dovrebbe, soprattutto, avere il coraggio di imparare da noi, dalle parole e anche dai silenzi. E che si trova di fronte non a un corpo ma a un’anima, a un’interiorità di cui il famoso corpo è solo una maschera. e dovrebbe decidersi di perdersi nel mare in tempesta di noi stesse.

Un giorno tornerò a sorridere

e sarò me stessa;

il cielo sarà luminoso e io altrettanto brillante,

così brillante da riscaldarti

con il bagliore

del mio io ritrovato.

 

Ecco cosa si dice Rita.

In tutto quell’orrore, in cui diventiamo ceramica esiste un nuovo inizio un vero capodanno: il ritrovare la propria divinità E con divinità intendo dire l’anima Sacra in ognuno di noi, che pochi sanno cogliere.

Leggete ogni verso, ogni riflessione, fatela penetrare dentro di voi affinché conosciate il buio di una notte senza luna, quella che sorrisi accattivanti e egocentrismo mascherato da interesse tenta di divorare la nostra luce interiore.

Siete la bellezza resa viva, voi ogni donna che esiste. Voi miracoli di dio. Voi nate dall’unione cielo e terra. Voi nate non da una costola dell’uomo ma da un autentico soffio divino. La prima Donna fu Lilith. Eva è solo un prodotto maschile. ritrovare grazie a Rita la vostra Lilith interiore.

E tu Autrice di talento, grazie per questo scritto, grazie per aver raccontato il dramma e la speranza della resurrezione. Grazie per credere assieme a noi nel riscatto di ogni madre, figlia, nonna e nipote.

Di ogni donna.

 

In collaborazione con il blog “Perchè lo dice Krilli” di Cristina Pace, oggi incontriamo un giovane ma promettente autore Stefano Mancini. Non perdetevi la sua intervista! ( Fonte perchelodicekrilli.wordpress.com/2016/02/22/conosciamo-lo-scrittore-stefano-mancini/)

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A. Ciao Stefano è un piacere averti tra noi! Raccontaci un po’ di te. Come nascono i tuoi romanzi?

S. In un misto di ragionamento e ispirazione. L’idea in sé mi viene molto spesso dal nulla, magari mentre sono impegnato in tutt’altro. Poi, però, l’idea va sviluppata e questo è un processo molto più ragionato e impegnativo, che può portare via anche diverso tempo

 

 

A. Cosa rende vincente un fantasy?

S. Credo il mix tra creature fantastiche, avventure ai limiti dell’incredibile e su tutto la possibilità di far sognare il lettore. Un buon fantasy, a mio avviso, deve avere tutte queste componenti.

 

 

A. Come consideri la letteratura fantasy di oggi?

S. Buona. In Italia, dopo che per anni il fantasy è stato considerato un genere di nicchia, più per bambini che per adulti (a differenza di quanto ad esempio succedeva nei Paesi anglosassoni), ora si sta riscoprendo in tutte le sue forme migliori. E devo dire che ci sono tantissimi bravi autori nostrani che sanno cimentarsi e rivaleggiare alla pari con i colleghi stranieri.

 

 

A. Perché dovrebbero acquistare i tuoi libri cosa li rende diversi?

S. Io credo che i miei libri abbiano il pregio di uno stile scorrevole e fluido, unito a vicende capaci di tenere incollati alla pagina. O almeno è questo il mio obiettivo quando scrivo. Il fatto poi che i lettori me lo confermino, non può che farmi piacere.

 

 

A. Fate, draghi, folletti, elfi, nani, hobbit… quali personaggi prediligi per i tuoi libri?

S. Devo dire un po’ tutti quanti. Di sicuro, almeno stando alla mia prima trilogia edita per Linee Infinite, ho dato ampissimo spazio a elfi e nani. Quelle che, almeno per me, restano le creature immancabili di ogni buon fantasy.

 

 

A. Trattandosi di fantasia, dove trai l’ispirazione per i tuoi romanzi?

S. Dalla mia mente, ovvio. Ma anche da tantissima lettura. Leggo moltissimo e questo mi aiuta quando poi si tratta di scrivere.

 

 

A. Cosa serve per scrivere un buon libro?

S. Io credo anzitutto passione e impegno. Autori si diventa, non si nasce, ma ci vuole tempo, pazienza, studio e dedizione. I migliori autori che conosco continuano a migliorarsi, giorno dopo giorno, libro dopo libro.

 

 

A. L’autore oggi cosa deve dare al pubblico di nuovo?

S. Credo che dare qualcosa di nuovo sia difficile, ma al tempo stesso si possono dare cose già viste, in maniera innovativa. Una cosa che proprio non sopporto è il riproporre, da parte di alcuni autori, le stesse storie già viste, senza un minimo sforzo di originalità o di inventiva.

 

 

A. Caffè o panino? Cosa concilia di più la scrittura?

S. Nel mio caso il tè.

 

 

A. Descriviti come autore in tre aggettivi.

S. Determinato, originale, appassionato.

 

 

A. Consigli ai nuovi autori.

S. Beh, il consiglio è sempre quello di leggere, leggere tantissimo e di tutto. E ovviamente, quando poi si tratta di scrivere, cercate di essere originali.

 

 

Simpatia, stile, bravura tutto concentrato in un unico nome: Stefano Mancini. Cosa aspettate a divorare i suoi fantasy e entrare in un mondo che in fondo non è che il riflesso del nostro?

E ricordate, per scrivere e scrivere bene, bisogna….leggere!

 

 

 

L’autore.

 

Classe 1980, Stefano ha una Laurea in Giornalismo e dal 2014 è direttore editoriale della Aragorn Servizi Editoriali.

Ha all’attivo diverse pubblicazioni:

“Il labirinto degli inganni” (AndreaOppureEditore – 2005);
“La spada dell’elfo” (Runde Taarn Edizioni – 2010);
“Le paludi d’Athakah” (Linee Infinite Edizioni – 2013);
“Il figlio del drago” (Linee Infinite Edizioni – 2014);
“Il crepuscolo degli dei” (Linee Infinite Edizioni – 2015);

And… altre collaborazioni…

“Champions Tic” (Leconte Editore – 2005);
“Lettere al Parlamento” (Herald Editore – 2007);
“Le mogli della Repubblica” (Herald Editore – 2007);
“Doppia coppia” (David&Matthaus – 2016).

La sua passione per la scrittura affonda le radici nella notte dei tempi. Ha infatti cominciato a scrivere e inventare storie fin da piccolissimo.

“Ricordo che avevo forse 8-9 anni quando buttai giù alcuni primi racconti. E ne avevo forse 10 quando riscrissi una mia versione del Don Chisciotte, una storia che mi aveva davvero appassionato. I primi passi veri, però, ho cominciato a farli con il liceo, quando comincia a scrivere i miei primi “veri” libri. Ed erano tutti improntati a un’ambientazione medievale, popolata però di creature fantastiche (all’epoca quasi non sapevo il significato del termine “fantasy”, ma a quanto pare già ne scrivevo). Alternavo queste storie a racconti più brevi di vario genere: horror per lo più, essendo un appassionato di Edgar Allan Poe. Crescendo, poi, la necessità di migliorarmi e di fare sempre più sul serio si è fatta impellente. Così sono arrivate prima alcune segnalazioni in una serie di raccolte, poi la mia prima vera pubblicazione, con “Il labirinto degli inganni”. Da lì in poi, mi piace credere che non mi sono più fermato, avendo alternato la pubblicazione di miei romanzi, alla collaborazione con la stesura di altri”.

 

( Fonte perchelodicekrilli.wordpress.com/2016/02/22/conosciamo-lo-scrittore-stefano-mancini/)

 

“Harry Potter e il calice di fuoco” di J.K. Rowling, Salani editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Il quarto anno a Hogwarts porta una grossa novità per tutti gli studenti. Sospeso il tradizionale campionato di Quidditch viene ripristinato il famoso torneo Tremaghi, al quale può partecipare un solo allievo per ogni scuola. L’aspirante campione viene scelto dal Calice di Fuoco, dove gli studenti che hanno l’età giusta possono inserire il loro nome e sperare che venga risputato fuori dal Calice. Harry non ha l’età per partecipare, ma magicamente il Calice lo designa come un aspirante campione. Sbigottito e confuso Harry dovrà superare difficilissime prove, fare i conti con la gelosia del suo migliore amico, e accorgersi solo alla fine che tutto ciò era stato premeditato da Lord Voldemort che riesce a riesce a recuperare forma umana e tenta di uccidere Harry.

 

 

Nel quarto volume della serie ritroviamo i protagonisti a cui ci siamo affezionati. Fanno il loro ingresso due nuovi insegnanti. Una in particolare, la docente di Divinazione, ha attirato la mia attenzione per la pennellata reale che la contraddistingue. Dotata dell’Occhio Interiore quasi a sua insaputa, riuscirà infatti ad avere un solo vero episodio di trance del quale non è assolutamente consapevole, la professoressa Cooman incarna quasi alla perfezione il cliché delle sedicenti medium, di cui spesso sentiamo parlare da giornali e televisioni in modo tutt’altro che lusinghiero; dall’abbigliamento al modo di parlare non c’è niente che non rasenti la perfezione.

Nonostante il campionato di Quidditch non sia previsto, l’autrice non ci fa mancare in apertura la descrizione di una finale mondiale; l’attesa, la tensione e la trepidazione sono le stesse che accendono oggi molti animi quando si parla di calcio, almeno in Italia. Ho apprezzato molto la sensibilità dell’autrice di risparmiarci altre scene sportive durante la lettura.

Lo stile si fa sempre più raffinato ma possiamo dire che è ancora un libro dedicato a un pubblico giovane. Il vero e proprio cambio di passo, in questo frangente, l’ho colto dal quinto volume della saga. Il ritmo è ovviamente godibile e adatto e il libro scorre via veloce.

Harry ha quattordici anni e lo vediamo alle prese con i primi amori adolescenziali, e lo stesso accade per Ron ed Hermione. Questi ultimi battibeccano continuamente e questo è il segnale che ci dà l’autrice per intuire dove andranno a parare.

Assolutamente da applausi nel romanzo è la presa di posizione di Hermione sulla condizione degli elfi domestici. Si erge infatti a paladina dei diritti degli elfi, non pagati e sfruttati dai loro padroni. La sua incredulità davanti allo stupore di Ron, che proviene da una famiglia di maghi e non si pone il problema, è descritta in maniera sublime. Mai come sulla “questione elfica” i due amici si scoprono mago di stirpe pura e strega proveniente da una famiglia di babbani.

Harry è ancora il centro delle attenzione del Signore Oscuro, che ha bisogno del suo sangue per poter risorgere in forma umana. Come sempre il suo nemico è nascosto nell’ombra e come sempre gli elementi per intuire la sua identità sono insufficienti.

L’autrice ha dato la vita a una scena finale di scontro con Voldemort usando tinte molto oscure, ambientandola addirittura in un cimitero.  È forse la scena più riuscita di tutto il libro.

La scoperta della spia che ha “incastrato” , Harry inserendone il nome nel Calice di Fuoco, è a mio parere quella meno prevedibile. Le tracce e gli indizi disseminati nel libro sono  assolutamente insufficienti per giungere alle conclusioni che la Rowling espone alla fine. Potrei dire che non mi è piaciuto per niente, ma trattandosi di Harry Potter e della sua “mamma” , credo di dover sorvolare sulla mia impressione.

“Play” di William Bavone, Bertoni editore. A cura di Milena Mannini

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Ho cominciato la lettura di questo libro senza nessuna aspettativa, convinta di trovarmi di fronte all’ennesimo romanzo, in cui si racconta di amori tormentati, tradimenti e lieti fine, ed invece mi sono ritrovata a girare pagina dopo pagina con sempre più avidità di sapere come proseguiva la storia, catturata da questa amicizia che, incontro dopo incontro nasce tra i protagonisti.

 

Davide, adolescente, che trascorre le sue giornate sui social, a condividere, chattare con gli amici ed a giocare con la play, si ritrova suo malgrado, un sabato pomeriggio nell’impossibilità di usare la sua adorata consolle, si ritrova così a suonare al campanello del vicino di cui non conosce il nome e che, a differenza di lui è poco incline all’uso della tecnologia.

 

 

“ Ciao Davide, cosa ti porta qui?”

“Entra pure! Vieni! Scusami, ma ho il caffè sul fuoco e non vorrei combinare un disastro. Entra e accomodati pure. Riempio una tazza anche per te se ti va”

 

 

Davide rimane subito colpito da questo “Vecchio” con modi di fare a lui sconosciuti, aperto al dialogo e con una cultura musicale che colpisce subito il giovane.

 

“Basfemia!” disse il vecchio guardando in modo sbalordito Davide “sono i Pink floyd. Non puoi chiedere chi sono.”

 

La musica infatti scandisce gli incontri che diventano quotidiani tra i due amici e  il Vecchio, tra una tazzina di caffè e una canzone in sottofondo, porta il giovane Davide a riflettere sul suo modo di vedere e gestire l’esistenza.

Perché c’è bisogno di capire che vale sempre la pena vivere, ma sopratutto vivere nel mondo reale.

Il testo è  arricchito da una scrittura semplice nella comprensione, ma raffinata nei termini usati e da una scelta perfetta delle canzoni citate.

Una splendida lettura che tutti dovrebbero fare

 

 

 

 

 

 

“Ras Tanura. il cielo è basso” di Gianluigi Amore, Eretica edizioni. A cura di Sophie Sarti

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Emily Dickinson ha detto:

 

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.

 

Ed è con questo pensiero che ho concluso la lettura della silloge di Amore: Ras Tanura è Cielo Basso.

Non è stata una lettura semplice e nemmeno una passeggiata in riva al mare.

Direi più una faticosa scalata in alta quota, con un panorama mozzafiato alla fine.

Perché questo è ciò che provocano le parole di Gianluigi Amore: scavano solchi inaspettati nell’animo, colpiscono al cuore e poi lo liberano.

Sono poesie lunghe che parlano un linguaggio quasi dimenticato; alcune più ritmate dalla rima, altre più intense e taglienti.

Immagini che si formano lentamente, che prendono vita mentre gli occhi inghiottiscono le parole e le fanno proprie. Una salita nei boschi, una discesa al porto e poi ancora…

“[..] a dispetto degli sbarramenti

di porte stagne e fiati umani e non

ricircolo vizioso

sentore di tutte le atmosfere velenose.

Navi senza misura gonfie di vuoto

entrano,

escono basse appiattite dall’immane peso

strisciando su fondali di solo fango grasso

e scorie di quanti già per là sono passati.”

Si entra in un ospedale e lo si vede dagli occhi di chi è prigioniero di un letto, il cui tempo è scandito solo dalle visite e da quel camice bianco che ha la soluzione o almeno, così si è tenuti a credere.

E l’attesa diventa sogno oppure è quest’ultimo a far divenire preziosa l’attesa.

Nel buio della notte

(alto splendeva su altri mondi il Sole)

scandivano le ore battiti di paura

rodevano il respiro

raspa su legno secco

polvere il pensiero.

Un saliscendi emotivo che smuove le fondamenta dell’animo e induce a una riflessione che richiede tempo, ed è proprio attraverso di esso che ho apprezzato l’intera opera. Mi sono concessa delle pause, ho riletto alcuni passaggi (i più intensi) e mi sono fatta trasportare dallo stesso autore tra i suoi pensieri e le sue emozioni, mischiandole con le mie.

Lo stile è attento e le parole selezionate con cura, affiancate con sapiente maestria per creare la giusta immagine nella mente del lettore, quasi a voler suggerire la stessa ispirazione e farla scorrere nelle vene di chi legge.

Termini disusi che respirano nel tempo della globalizzazione e delle letture d’intrattenimento, nell’epoca delle chat e della frenesia di comunicare abbozzando la parola.

Un azzardo che denota il grande amore per la lingua italiana e per la sua storia, una scelta che ho trovato elegante e profonda.

Sazio di pace

allora starò bene

prima persona singolare

di un futuro semplice

che non ci sarà più

nell’eterno presente

dell’unico modo.

 

e poi ancora

 

Profumava l’aria e la terra consacrata

parlavano I silenzi di Asìni offesa

di Midea la corrusca pace

allora ci abbracciammo,

al ruvido lentischio

ai barbaglii dell’ulivo

al cielo su Nauplia.

 

Ma ce ne sono molti di passaggi simili, in cui si arriva a vedere, come a essere di fronte a un’opera d’arte visiva e non a un susseguirsi di lettere.

Trovo la poesia, così poco apprezzata in Italia, come la massima sublimazione della lingua. Un poeta, a differenza di un romanziere deve fare un lavoro certosino con il proprio idioma. Dare voce all’ispirazione, alle emozioni scaturite da un’immagine e permettere loro di essere udite, lette, sentite e interiorizzate è da pochi.

Gianluigi Amore c’è riuscito, ha parlato la lingua dei poeti e l’ha fatto in modo eccezionale.

 

“Krane. il male puro” di Andrew Levine, self publishing. A cura di Ilaria Grossi.

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Sconosciuto è un uomo senza memoria, un uomo o forse un mostro che sente la sua anima figlia del Male.

E’ lui il male, lui è l’oscuro, nutrendosi del dolore degli altri e provando piacere nel veder soffrire gli altri.

Sconosciuto, il suo vero nome è Sebastian Krane, è il protagonista del nuovo romanzo di Andrew Levine.

La sua storia dalle tinte scure si intreccia con quella di Hailee, giovane ragazza malata di cancro, a cui hanno dato poco tempo per il suo cuore. Nonostante questo peso che schiaccia ogni giorno la sua quotidianità, Hailee si sforza di andare avanti cercando di vivere al meglio il tempo che le resta.

L’ incontro con Sconosciuto, uomo misterioso e senza memoria, cambierà la vita della ragazza facendole provare nuove emozioni e soprattutto la sua vicinanza sarà per lei come un analgesico al suo dolore

 “Non sei una persona cattiva, vero? ” ” Non lo so” ” Sei attratto dal suo dolore, dal suo lato oscuro. E lei d’ altro canto, ha scelto te per questo. Non lo sa ancora, ma quando ti è vicina il suo dolore scompare perché tu te ne nutri”.

Hailee perderà il suo fidanzato Dylan in un incidente, Sconosciuto sa di essere pericoloso, una mina vagante eppure non riusciranno a stare lontani. Perché siamo così attratti da ciò che potrebbe ferirci, annullarci per sempre, consapevoli che tornare indietro non sarà così facile? Perché si sceglie qualcosa che può solo avvelenare anima e corpo quasi come se fosse linfa vitale? Il veleno è veleno. Il Male è male, non ci sono sfumature né giustificazioni…

il male è solo da ” estirpare”.

Leggendo il nuovo romanzo di Andrew Levine sono rimasta particolarmente colpita dalla trama, un romance che si colora di Fantasy. Lo stile è fluido e scorrevole e coinvolge il lettore fino alla fine.

Ho trovato la scrittura più ricca e matura, c’è tutto: sentimenti, toni caldi e suspense. Soprattutto l’inconfondibile profondità delle sue parole capaci come sempre di scavare l’anima.

Complimenti.

Buona lettura Ilaria

 

Un’autrice di talento ci delizia con un nuovo romanzo “Strange Love. Per una sola notte” di Paola Garbarino. Imperdibile!

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“Ero agganciato ai suoi occhi, non volevo nemmeno socchiuderli, non volevo perdermi un solo secondo di lei, desideravo imprimere la sua immagine, la sua stupenda immagine, nella mia retina; e mappare totalmente il suo corpo, riscoprirlo, riesplorarlo di nuovo come avevo fatto dieci anni prima.”

 

Sinossi

Può, una sola notte, cambiare la nostra esistenza, anche quando andiamo avanti senza sapere ciò che lasciamo indietro?

Tommy conosce Azzurra, a 17 anni, durante l’Heineken Jammin’ Festival, nel giorno della terribile tromba d’aria che provoca feriti e fa annullare il resto del concerto, compresa la performance dei Pearl Jam, per la quale entrambi erano lì coi rispettivi amici. I due ragazzi trascorrono un’appassionata notte in un albergo ma, al mattino, lei se ne va senza svegliarlo.

Dieci anni dopo, appena arrivato all’Acquario di Genova per lavorarvi come biologo, Tommy incontra Azzurra, con un bambino che gli somiglia in modo impressionante.

 

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Un romanzo intenso e divertente, commovente e romantico.

La storia, autoconclusiva, è narrata in prima persona da Tommy, a parte l’ultimo capitolo in cui appare il punto di vista di Azzurra.

 

 

“Azzurra!” udii e seppi di essere stato io ad aver chiamato il suo nome, forte abbastanza perché lei mi sentisse.

L’istante in cui i suoi occhi agganciarono i miei fu come al rallentatore.

D’improvviso non c’era più rumore, non c’era più confusione. C’erano soltanto quegli occhi castani, dorati intorno alle pupille, dentro ai miei.

Com’erano stati quella notte. Occhi negli occhi. L’uno dentro l’altra, per ore. Agganciati sia con lo sguardo che con i corpi.

Ero di nuovo lì, avevo ancora diciassette anni, tutta la vita davanti, molti sogni, una famiglia che si amava, il delirio di onnipotenza adolescenziale.

Ero di nuovo lì, sentivo l’odore dell’erba bagnata, il rumore della tromba d’aria, il freddo dei vestiti umidi… e poi il profumo di Azzurra, il suono dei nostri respiri accelerati, il calore della nostra pelle che scottava.

Cazzo!

Ero lì, con una sconosciuta che mi aveva rubato qualcosa dentro.

Ero lì ad accarezzare il suo tatuaggio sulla schiena, a lisciare le sue ciocche blu indaco, a lasciarmi viziare dal suo gioiello sulla lingua.

Ero di nuovo in quella camera d’albergo, a rotolarmi nel letto con una sconosciuta, al suono dei Pearl Jam.

Ero dentro a quella notte, a quelle poche ore che mi avevano dato e preso tanto.

Poche ore che non avevo dimenticato, che erano valse molto di più, che erano state intense in un modo che non avevo mai più provato.

E me ne rendevo conto solo ora, di quanto quella notte fossi stato fulminato da lei.

Perché era la stessa cosa che sentivo adesso.

Un fulmine!

Un’altra tromba d’aria che m’investiva ma stavolta ero fermo sul suo cammino, non mi stavo riparando da nessuna parte.

Lei si mise una mano alla bocca, spalancò gli occhi.

Ero di nuovo un diciassettenne un po’ imbranato e non trovavo le parole.

E rimanemmo un lungo istante a fissarci.

Poi mi avvicinai e lei si avvicinò, senza smettere di guardarci.

Mi sentivo dentro un terremoto emotivo, stavo perdendo il mio abituale controllo, la mia razionalità era appena andata a fanculo.

Era tutto assurdo, come essere finito dentro una puntata di quelle telenovele piene di colpi di scena sentimentali che seguiva mia nonna.

 

Lasciatevi conquistare!

 

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L’autrice

Paola Garbarino è nata a Genova il 30 novembre 1974. Ha studiato Letteratura e Arte e insegnato a lungo nella Scuola pubblica. Ha viaggiato molto e vissuto in Finlandia, Corea del sud e Inghilterra. Attualmente vive in un esotico luogo del mondo assieme al marito e alle due figlie e sta scrivendo una nuova storia.

Della stessa autrice del romance “Non ricordo ma ti amo”, bestseller di Amazon. Della serie new adult “Stars Saga” (“Come la coda delle comete, “Black Hole”, “Supernova”, “Pulsar”, “Starburst” e “Stella polare”); e del fanta romance “Il popolo dei Sogni”.

 

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Dati Romanzo

 

Data di pubblicazione: 27 luglio 2017

E-book: 2,99 euro.

Cartaceo: 12,99 euro

Inizialmente l’e-book sarà pubblicato in esclusiva su Amazon (Ku disponibile).

Pagine: 240.

 

 

Contatti

paolagarbarinowriter@gmail.com

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Playlist del romanzo:

https://www.youtube.com/playlist?list=PL-QTADLvKqxA32KshmRM

Incontro con l’autore: oggi nel blog uno straordinario Gianmario Mattei ci porta a conoscere il suo nuovo libro “Van Helsing. Una questione di famiglia” Edizioni 2000diciassette. A cura di Alessandra Micheli

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Diventare autori è la strada oramai, percorsa da molti, per non dire tutti.

In quest’epoca di democraticizzazione selvaggia della letteratura, scrivere è un vero e proprio mestiere allo sbaraglio unico sbocco di una carriera, unica possibilità di guadagno in quest’epoca disperata ricerca di una stabilità economica che ci porta a sperimentare e a commercializzare tutto. Ma essere artisti è molto diverso. È un dono, un privilegio per pochi eletti scelti dalla divina musa per raccontare quell’essere astruso chiamato uomo, la sua storia i suoi miti, per veicolare significati, coniugare in una sintesi fluida, innovazione e tradizione e donare nuova linfa vitale a unna società che, se non vuol morire deve necessariamente evolversi.

Tutto questo è Gianmario Mattei che dopo averci regalato il perfetto fantasy James Every e la caduta di Saalbard torna a incantarci con Van Helsing, Una questione di famiglia, una trilogia composta da tre testi ambientati nel 400, 600 e 80

 

 

A. ciao Gianmario è un onore averti nel blog. Vorrei iniziare la nostra intervista con una domanda forse scontata. Parlaci un po’ della tua ultima fatica letteraria

 

G. Tutto ha preso forma agli inizi di quest’anno, quando Maria Pia Selvaggio (Direttore Editoriale) e Maria Grazia Porceddu (Responsabile della Comunicazione) della casa editrice “Edizioni 2000diciassette”, mi hanno contattato proponendomi un contratto per la pubblicazione di una raccolta di racconti. Io adoro i racconti, ma non sono nelle mie corde da scrittore. Dopo alcuni giorni di ragionamenti sul da farsi, ripensai a Mnémonique, un mio mini romanzo di qualche anno fa, all’interno del quale avevo fatto muovere, in contesti temporali differenti, due Van Helsing di mia invenzione: Aldemar e Silvaine. Poco a poco l’idea prese forma e qualche ora più tardi ricontattai Maria Grazia Porceddu e le chiesi un parere sull’idea “venuta al mondo”, che venne accolta con suo grande entusiasmo. L’idea passò quindi a Maria Pia Selvaggio che, dopo avermi fatto qualche domanda nel dettaglio, mi diede l’ok per iniziare a scrivere il romanzo.

 

 

A. Come mai ti sei concentrato sulla figura di Van Helsing?

G. Per molte ragioni, ma una in particolare: Abraham Van Helsing è il personaggio chiave del Dracula di Stoker, l’ago che armonizza i “piatti” narrativi componenti la trama dell’intera opera. Abraham Van Helsing è solo un uomo che grazie al suo ingegno, al suo intelletto e alle sue conoscenze canoniche o meno, riesce a chiarire gli eventi occulti su cui viene chiamato a indagare e istruire alla lotta coloro che ne hanno bisogno.

L’uomo di scienze che non esclude l’esistenza di altre realtà presenti all’interno di quella in cui viviamo. Leggendo il Dracula e i passi che lo riguardano, è facile rendersi conto che Van Helsing è l’unico fra tutti i personaggi a non vacillare mai nelle sue decisioni e che riesce ad avere polso fermo in ogni situazione.

Mi è venuto spontaneo chiedermi: perché? Purtroppo, oltre a ciò che Stoker di lui scrive, non è possibile trarre conclusioni sull’istruzione e le motivazioni che hanno portato Abraham Van Helsing a diventate il famoso “cacciatore” di vampiri.

Stesso discorso può farsi per altri due libri del genere: “Il diario del professor Abraham Van Helsing” di Allen Conrad Kupfer, che tratta nello specifico la figura di Abraham senza però aggiunge nulla di nuovo a quanto detto da Stoker; d’altro canto “I diari della famiglia Dracula” di Jeanne Kalogridis, per quanto siano animati da una trama complessa e ben strutturata, aggiungno particolari troppo fantasiosi alla famosa figura del cacciatore di vampiri, fino a snaturare l’idea originaria del personaggio.

 

 

A. Che novità comunica il tuo libro su quest’affascinante figura?

G. Moltissime, dato che il titolo non si riferisce al solo Abraham ma all’intera famiglia Van Helsing e alle relazioni che i suoi membri hanno avuto con il mondo occulto. Preferisco, almeno per il momento, non parlarne nel dettaglio. Voglio stupirvi.

 

 

A. Van Helsing come medico, sintetizza la dicotomia tra scienza e occulto. Cosa ne pensi?

G. Molto probabilmente Abraham Van Helsing rappresenta la dicotomia insita all’interno dell’uomo moderno. Per quanto il nostro mondo evolva quotidianamente grazie agli avanzamenti scientifici, in esso persiste e persisterà sempre una componente spirituale-immaginativa che da calore e colore alle cose.

 

 

A. Oggi ci sono molte rivisitazioni del mito del vampiro, e di Dracula, come mai secondo te? E cosa pensi dei libri sui vampiri di oggi?

G. Non posso rispondere a questa domanda, poiché non leggo Harmony.

 

A. Che importante messaggio può dare oggi, il mito del vampiro?

G. Per quello che vedo pubblicato in giro, e la cosa mi addolora non poco, assolutamente nulla. Il clone di un clone di un clone, cosa può dire a un pubblico incapace di migliorare sé stesso?

Anche perché ai giorni nostri i veri lettori sono pochi. Molti sono scrittori che fanno marketing a sé stessi o ai propri amici scrittori, incrementando il mediocratico mondo letterario contemporaneo.

 

A. Bram Stoker Vs Polidori, chi vince secondo Mattei?ì

G. Stoker senza alcun dubbio.

 

A. Cosa ne pensi della rivisitazione in chiave femminista del simbolo del vampiro?

G. Avete una domanda di riserva?

 

A. Ogni tuo libro ha uno stile inconfondibile e particolare, cosa ci dobbiamo aspettare in questo?

G. Rapidità e velocità alternati a passaggi lenti e complessi. Il tutto sapientemente miscelato a un linguaggio articolato, ricercato e eufonico… non aggiungo altro.

 

 

Da parte mia sto già  gustando il momento in cui avrò tra le mani un altro capolavoro di uno scrittore che sa raccontare e raccontarsi, sa tenere affascinato il lettore fino all’ultima pagina. Un autore che rappresenta la vera arte, quella che non guarda certo alla commercializzazione ma all’espressione più autentica della letteratura: creare mondi diversi, aprire la mente del lettore e comunicare qualcosa che soltanto le lettere trasformate in frasi possono: un’emozione.

 

 

L’autore.

Gianmario Mattei è nato il 31 maggio del 1984 allo “Spedali Civili di Brescia” (Lombradia, Italia). Nel 1991 la famiglia Mattei si trasferisce nel piccolo comune di San Salvatore Telesino (Bn), paese natale del padre, dove Gianmario frequenta le scuole elementari e medie. Nel 1998 inizia la sua avventura scolastica presso il Liceo Scientifico Statale di Telese Terme (Bn), che termina nel 2003 con il conseguimento della licenza liceale. Ha frequentato la facoltà di Chimica Industriale presso l’università “La Sapienza di Roma.

Libri Preferiti

I Demoni, F. Dostoevskij

Il Paradiso Perduto, J. Milton

Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien

Il Conte di Montecristo, A. Dumas

L’angelo della finestra d’Occidente, G. Meyrink

Notturni, di E.T.A. Hoffmann

Racconti del Grottesco e dell’Arabesco, E.A. Poe

Racconti in Prosa, E.A. Poe

Racconti di Raziocinio. E.A. Poe.

I mastini dei Baskerville A.

IT, S. King

I Canti di Maldoror, I. L. Ducasse conte di Latréam

Racconti Crudeli, Villiers de L’Isle-Adam

Dracula, Bram Stoker

Frankenstein, M. Shelley