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Se pensate che il libro di Ema Angione sia una commedia umana, stile Honorè de Balzac sulle categorie di genere, vi sbagliate di grosso.

Non è un libro umoristico, ma è un raffinato e particolare testo in cui si cerca di rispondere all’eterna domanda nata con la nostra civiltà e analizzata da Seneca nel suo “La felicità”: perché l’uomo che riesce a raggiungere la luna, non sa essere appagato sulla terra?

Ed ecco un gruppo di villeggianti, tra cui si instaura un bizzarro rapporto cameratesco che potremmo definire  quasi di amicizia, in un posto idilliaco a contatto con la natura  che fa da sfondo alla necessità umana di raccontarsi, di svelano e si immergono in concetti antichi eppure moderni, balsamo non tanto per le ferite quanto dotati della straordinaria capacità di dare un nome alle reciproche esperienze. E tutte hanno lo stesso elemento da affrontare, un disagio che si sviluppa in depressioni, alienazioni, dipendenze e sensi di colpa.

Ogni protagonista ha questo disagio da affrontare o che ha affrontato, che ha elaborato con la cosiddetta forza della vita, quella che fa della sopravvivenza della specie, una salvezza e una risorsa:

Leggete il testo di una canzone 

credi c’è una forza in noi amore mio
più forte dello scintillio
di questo mondo pazzo e inutile
è più forte di una morte incomprensibile
e di questa nostalgia che non ci lascia mai.

Quando toccherai il fondo con le dita
a un tratto sentirai la forza della vita
che ti trascinerò con se
amore non lo sai
vedrai una via d’uscita c’è.

Anche quando mangi per dolore
e nel silenzio senti il cuore
come un rumore insopportabile
e non vuoi più alzarti
e il mondo è irraggiungibile
e anche quando la speranza
oramai non basterà.

C’è una volontà che questa morte sfida
è la nostra dignità la forza della vita
che non si chiede mai cos’è l’eternità
anche se c’è chi la offende
o chi le vende l’aldilà.

Anche dentro alle prigioni
della nostra ipocrisia
anche in fondo agli ospedali
della nuova malattia
c’è una forza che ti guarda
e che riconoscerai
è la forza più testarda che c’è in noi
che sogna e non si arrende mai.

è la volontà
più fragile e infinita
la nostra dignità
la forza della vita.

è la forza della vita
che non si chiede mai
cos’è l’eternità
ma che lotta tutti i giorni insieme a noi
finché non finirà

La forza è dentro di noi
prima o poi la sentirai
la forza della vita
che ti trascinerà con se
che sussurra intenerita:
“guarda ancora quanta vita c’è”

 

Paolo Vallesi, cantava proprio questa straordinaria capacità di auto guarirsi, chiamata dall’autore, Energia salvifica:

 

Vi è tant’altro celato in noi, così misteriosamente regalatoci; vi è la forza di reagire al dolore ed alla sofferenza, di auto ricaricarci, di auto rigenerarci, le nostre cellule ne sono l’esempio lampante! La nostra chimica fa, ma è la mente che dà l’ordine alla chimica di fare. L’energia salvifica è conscia nel nostro inconscio, è dormiente, spetta a noi svegliarla e canalizzarla verso quel punto oscuro che ci rende irriconoscibili.

Questa capacità, questo scintillio che nei momenti di difficoltà risulta inattiva, ed è allora che la psicologia e gli esperti semplicemente attivano, come se dentro di noi ci fosse uni interruttore spento, che soltanto mani folli o esperte riescono a premere. E scatta quello scintillio luminoso che non fa svanire l’ombra, poiché l’ombra è parte della luce come abilmente ci spiega l’autore:

 L’ombra è qualcosa che esiste solo in presenza della luce, poiché un corpo immerso nel buio non ha parti oscure, non ha ombra.

 

Questo concetto di ombra come simbolo dell’inconscio è derivato dalle teorie junghiane, delle rivoluzioni in campo psicologico. Tutti noi conosciamo  Carl Gustav Jung, considerato quasi l’antagonista di Sigmund Freud, amato e osannato da tanti libri e tanti autori. Famoso è il libro di Clarissa Pinkola Estes, che fa delle teorie di Jung l’occhiale prediletto usato per osservare la nostra vita interiore. 

Non tutti sapranno che il nostro amato Jung fu, inizialmente molto vicino alle idee freudiane, da cui però se ne allontanò nel 1913, dopo la pubblicazione del libro “La libido simboli e trasformazioni”.

Cosa li differenziava davvero?

Semplicemente Jung allargava la ricerca dell’inconscio del singolo, introducendo anche un elemento contraddittorio, ossia la storia della collettività umana. La vita di una persona, dunque era valutata come un percorso (processo di individuazione, che portava alla realizzazione personale del sé messo a confronto con l’inconscio individuale e collettivo. Se per Freud l’inconscio alla nascita era un vuoto, un nulla, una sorta di zero cosmico che mano a mano nel percorso vitale si riempiva di quanto per la coscienza era inutile o dannoso (rimozione) e teneva poco o nullo conto il contesto in cui la stessa viveva. Per Jung era diverso.

La coscienza nasceva proprio in quella zona misteriosa chiamata inconscio, che, quindi, aveva una sua autonomia.

Inoltre, come ho già spiegato, il contesto storico, sociale, familiare aveva il suo peso e per curare le patologie occorreva adattare la propria anima alla vita e coglierne le potenzialità di espressione e specificità appunto l’individuazione, che porterà una delle protagoniste del libro a scegliere il suo contesto, non quello derivato dall’educazione e dalla socializzazione.

Angione però si ferma soprattutto sula parte più affascinante della teoria Junghiana: ossia la questione della psiche e dell’ombra.

Per Jung la psiche si componeva di una parte inconscia, individuale e collettiva e di una parte conscia. il rapporto dinamico tra le parti è considerato un motore in grado di dare la giusta spunta alla persona per affrontare il lungo percorso per la piena realizzazione della personalità.  In questo viaggio si incontra e si scontra anche con gli archetipi (perfettamente descritti nella mia recensione su l’albero della Vita di Lorenza Ghinelli) che Carl sintetizza in ombra, anima e sé.

 

La natura ha messo in noi delle reazioni somatiche ed organiche che appartengono agli istinti e sono le reazioni del corpo. Ma ha messo in noi anche delle reazioni altrettanto innate che sono le reazioni della psiche e si rifanno a tipi o modelli arcaici, fondamentali, appartenenti a tutta la specie umana. Essi non sono altro che archetipi e l’ombra è uno di questi archetipi cioè la parte oscura dentro e fuori di noi.

Questo archetipo richiama molto le idee platoniane, anch’esse presenti nel testo. Ecco che la persona ci appare come composita, sfaccettata e ambivalente:

 

Carl definì con il termine persona tutti gli aspetti esteriori relativi all’essere umano. Dunque, la persona è, per Carl, intesa secondo l’antico significato attribuito dai greci, ovvero, la maschera che ognuno di noi porta e che viene determinata dal ruolo che occupa all’interno della società.

Pertanto in modo pirandelliano noi, grazie a questa maschera recitiamo e assumiamo un’identità, spesso ridicendoci a stereotipi nel totale rispetto di regole e convenzioni anche non sentite. Rispecchiamo cioè, quello che ognuno di noi vuole che sia visto dall’altro, ma che non coincide con ciò che realmente si è. Ed è il caso esposto da Francesco.

Egli sentiva attorno a sé una sorta di inquisizione quotidiana, una caccia alle streghe; percepiva negli altri, non più colleghi sinceri ed affettuosi, ma figure nemiche pronte a giudicare immediatamente il suo operato ed i suoi errori. Un occhio invisibile, avverso, che osservava di continuo ciò che egli faceva. 

Lo dipinsero, e come è costume di coloro i quali giudicano gli altri senza vedere in s stessi, diedero linfa alla lingua biforcuta nutrendosi, di bocca in bocca di subdoli preconcetti e pettegolezzi

 

Ed ecco, che per ristabilire un equilibro entra di prepotenza l’ombra:

 

Però come esiste l’esteriore esiste l’interiore ed alla persona si contrappone qualcosa di oscuro: l’ombra, ovvero, l’inconscio, che instaura con questa una relazione compensatoria, come il bene e il male e più grande è la persona, più forte sarà l’ombra.

Egli ritiene che sia la persona, sia l’ombra, appartengano alle funzioni della psiche.

L’ombra rappresenta la parte più istintuale, che risulta quasi sgradevole al lato conscio e impersona tutto ciò che l’individuo rifiuta di conoscere e riconoscere e che nello stesso tempo influisce sul suo comportamento esprimendosi con tratti sgradevoli del carattere o con tenenza depressivo-compulsive. È il caso di Melania.

Il sé, rappresenta il punto culminante della ricerca umana, che riconduce il dualismo ombra inconscio a una sorta di unione che rispecchia il monismo filosofico gnostico. riunire le due parti distinte eppure gemelle è un atto liberatorio e di guarigione.  L’inconscio quindi è come un grande catino d’acqua oscuro da cui l’Io emerge come una “terra nuova”.

Questo catino è chiamato dalla Estes il rio abajo Rio, dove le acque oscure dell’ombra leniscono ferite sensi di colpa, menomazioni dell’anima.

 

l’ombra diventa il crogiuolo di tutti i sentimenti umani che generano senso di colpa, vergogna, dolore, perversione ed altro che il Super Io possa ritenere degno di essere giudicato ed escluso. Carl dunque relega l’ombra alla dimensione inconscia, perché solo se alienata dalla coscienza dà all’uomo la sensazione di una qualche integrità morale e salvaguarda la pulizia dell’Io. Per conoscere realmente chi si è, dice, bisogna partire dal riconoscere che in sé esiste anche l’ombra e che tutta l’oscurità che noi riconosciamo intorno a noi, in realtà, vive innanzitutto dentro di noi”.

E’ importante lavorare sull’ombra perché permette, dunque di avere maggiore consapevolezza di sé stessi e ciò ci rende più umani e più autenticamente in grado di relazionarci all’altro. Se noi comprendiamo come, spesso, stereotipi e preconcetti non sono altro che proiezioni della nostra parte oscura (il classico discorso dell’altro come specchio) riusciremo anche a vedere il nostro prossimo com’è e non come noi lo percepiamo. Il non riconoscere l’ombra, invece, distorce le relazioni un uomo senza ombra identificherà se stesso con il buono e il giusto  e l’altro con il cattivo o lo sbagliato, finendo per dividere un mondo interconnesso in uno spezzettato e derubato della propria forza.

 

Conoscere la propria ombra rende l’uomo corporeo

Psicologia della Translazione 1946

E’ la consapevolezza, o come la chiamavano gli antichi, la gnosi che permette il cambiamento e l’evoluzione

 

più tendiamo a mantenere l’ombra in una dimensione inconscia, più questa cresce, si amplia, diventa vorace e acquista potere. L’ombra, se rimane isolata dalla totalità, porta progressivamente ad una destrutturazione della persona e alimenta nell’essere umano una distruttività tale da boicottare e rovinare sé stesso, le sue relazioni: il mondo comincia sempre di più ad essere guardato e interpretato attraverso lenti alterate e malate che ne distorcono la forma.

E l’importanza di una percezione pulita e non distorta è di fondamentale importanza per il benessere psicofisico dell’essere umano cambiando e vi è da radicalmente le categorie della mente. Se vengono cambiate le forme del pensiero, cambia la maniera di vedere il mondo e di interpretare le cose. Ciò che noi, comuni mortali, chiamiamo reale è frutto di una elaborazione psichica, è una costruzione soggettiva, non è come è, ma come ci sembra e la sua realtà è presente, in gran parte nel nostro sguardo.

Ed ecco che Angione ci riporta alla mente un altro filosofo antico ma sempre moderno, che produsse una teoria capace di spiegare le impasse psicologiche: ossia l’annosa questione della percezione. Questa straordinaria capacità umana viene simboleggiata nel favoloso mito della caverna di Platone  ( mito riportato in un altro grande testo ossia Vitriol. l’artigliatore di Vito Ditaranto).

Di cosa si tratta?

Per poter comprendere la complessa filosofia del grande greco, è d’uopo ricordare come la sua concezione della natura umana fosse dualista. La natura umana è composta da parti diverse ma poste in un discorso dialettico e contrapposto capace di generare il necessario movimento che porta all’evoluzione, che per sua natura non può essere e non è mai statica. L’essenza dell’individuo si compone di soma e anima (psyche) che porta a a un dialogo costante tra anima e corpo. Pertanto, da questo dualismo principale ne derivano altri legati sempre all’essenza della persona poste in antitesi: mortale immortale, salute mentale e salute morale, conoscenza opinione, apparenza / realtà, disordine e armonia.

Si può considerare, dunque l’anima come l’identità essenziale della natura, luogo incorruttibile, perfettibile e divino, dove si incontrano e si fondono in un’unità perfetta le dicotomie. È l’anima che pertanto può elevarsi nelle regioni più spirituali per conoscere i principi, gli archetipi e le idee compiute che compongono la Verità unica e totale dell’essere. Quello che invece l’uomo che non ha raggiunto questo stadio ultimo di conoscenza (per Platone lo si raggiunge con la morte ossia il distacco dell’anima dal corpo) può soltanto conoscere una rielaborazione del reale, una personale percezione che colora gli oggetti e i soggetti di caratteristiche profondamente soggettive. Nel mito della caverna, Platone paragona il mondo conoscibile ossia gli oggetti che osserviamo attorno a noi:

 

« …alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l’ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all’elevazione dell’anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me […]. Nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedere è l’idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello, e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell’intelligibile largisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto. »

Platone,  La repubblica libro VII

Pertanto per conoscere davvero bisogna avere un processo ontologico chiamato illuminazione e svegliarsi da quel sonno della coscienza e della finta percezione per rendersi conto delle finzioni che l’uomo ritiene entità reali per giungere a osservare la verità, quella nascosta nell’etere chiamato da Platone, Iperuranio. E una volta destato dal sonno della ragione capace di vedere la realtà per quella che è deve poter liberare gli altri “prigionieri” per condividere le sue scoperte:

 il vero filosofo, secondo Platone, è colui che si occupa della comprensione del mondo delle idee, il mondo sensibile non rappresenta la verità, e il filosofo, come primo dovere, ha quello di conoscere il vero;

C’è tutto questo nel libro di Angione?

Si miei cari lettori, questo e molto di più. dovete leggerlo, interiorizzarlo, meditare su ogni frase perché le parole possano penetrare dentro di voi distruggendo i modelli vecchi, e plasmandovi ex novo come creta delle mani dell’energia creatrice.

Specie oggi, in questo mondo del post moderno che uccide letteralmente la realtà e di conseguenza, la nostra umanità, dividendoci in categorie riducendoci a burattini di legno.

Che Angione possa essere per voi quello che la fata turchina è stata per il burattino di legno di Collodi, con la promessa di rendere noi pinocchi, finalmente umani.

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