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Mi chiedo sempre se associare gli esordienti allo stile e all’impegno dei grandi scrittori del passato sia un dono o una maledizione. Per l’autore è sicuramente un pregio, quello di aver saputo entrare nel flusso della coscienza collettiva, uno scrigno depositario di simboli e allegorie, averne fatto una scorpacciata per poi rigurgitare tale materiale in una nuova forma. Se i classici sono la linfa vitale della letteratura, è pur vero che, senza una ventata di innovazione, portata dallo stile personale dei nostri giovani scrittori, essa diventerebbe stantia e stagnante, fino a diventare materiale da museo. Bello da ammirare, ma privo di un’immediata utilità sociale. E un romanzo, lo ricorderò sempre, è una essenziale forma comunicativa in grado di veicolare i significati della società di ogni era e epoca e di mantenere quindi viva e vegeta la stessa. Senza la comunicazione ci sarebbero solo detriti e scorie. Per quanto mi riguarda, la mia capacità di scovare influenze letterarie può essere un’arma a doppio taglio, rischiando di far apparire le vostre opere di nicchia, troppo colta, e rendere le recensioni dei veri saggi (ricordo a tal proposito che siete voi i responsabili di questo fenomeno, siete voi stessi che trasportate queste influenze nelle trame, non è una mia ilare velleità psicotica che mi fa svegliare una mattina tutta pimpante e affermare toh, ecco nuovo Dickens o una nuova Austen). Ma ciononostante continuerò imperterrita a dimostrare che, se non tutto è innovazione, tutto può essere riadattato, rinnovato e ricostruito con il vostro unico e indiscusso genio.

 Dopo questa pomposa premessa eccoci ad analizzare il libro di Elena Mazzanti. Vi chiederete cosa c’entra quel preambolo con il libro in questione?

Tutto, vi rispondo. Quando ho accettato di recensire “Tutto quello che fai per me” l’autrice stessa mi ha parlato del suo nobile intento, ossia cito testualmente:

 

Volevo comunicare il messaggio del non isolarsi perché la solitudine porta alla depressione e che anche quando tutto sembra perduto si può ritrovare forza in noi stessi per andare avanti.

 

Ebbene, oltre a un messaggio di una limpida semplicità ma non così scontato come apparirebbe a una prima lettura, su cui tornerò in seguito per la potente portata ontologica, mia cara autrice il tuo testo contiene molto di più. E il dato strabiliante è che, non rendertene conto, ha un significato artistico di somma importanza: è nel non sapere cosa fa la tua sinistra, che si nasconde l’arte.

Proprio così.

E’ il dono supremo che porta a scrivere di impulso, direi di pancia, come se un’entità aliena si impadronisse di te, guidando la tua penna (o la tastiera ) imprimendo significati desunti dall’immenso patrimonio artistico celato da un velo sottile che lo nasconde al volgo.

E sapete come si chiama quell’astrusa eterea presenza?

Musa.

Quando in un testo si possono trovare significati che l’autore non teneva in conto di inserire, significa che il sacro fuoco dell’abilità ti ha scelto per comunicare. È un omaggio e spero che tu Elena, lo possa venerare come merita, perché è raro e prezioso. Pertanto , nel tuo testo c’è un inno alla bellezza, alla femminilità ma anche la giusta dose di critica sociale, la critica ai preconcetti, ai pregiudizi e alla vita cosiddetta borghese, tutta dedita alle convenzioni e consuetudini. Ma, anche una lucida e incisiva rivalutazione dell’arte stessa, impersonata dal timido scrittore.

Ed è il primo elemento che colpisce e che ricorda un grande saggio satirico di un autore inglese William Hazlitt “L’ignoranza delle persone colte”. Un passo del libro suddetto, riportato anche da Oliviero Toscani, sintetizza appieno il senso del testo della Mazzanti:

 

[…] Quando si vede un fannullone con un libro in mano si può essere certi che si tratti di una persona senza né voglia né forza di stare attenta a ciò che le accade attorno o dentro la testa. di un tal individuo si può dire che porta il suo giudizio ovunque con se in tasca o che lo lascia a casa sullo scaffale dei libri ha paura di avventurarsi in qualsiasi ragionamento o di fare qualsiasi osservazione per proprio conto che non gli venga suggerita passando meccanicamente lo sguardo su alcuni caratteri leggibili che li ritrae dalla fatica di pensare che per mancanza di esercizio gli è diventata insopportabile e si accontenta di un continuo noioso succedersi di parole e di immagini abbozzate che gli riempiono il vuoto della mente. L’istruzione troppe volte è in contrasto con il senso comune un surrogato di vero sapere i libri non vengono usati come occhiali per vedere la natura ma come imposte per tenere lontana la forte luce e la scena mutevole da occhi deboli e temperamenti apatici. le facoltà della mente se non vengono esercitate e se vengono paralizzate dalla continua lettura di testi autorevoli divengono svogliate e disadattate dagli scopi del pensiero e dell’azione il dotto non è che uno schiavo letterario….se gli mettete a scrivere una composizione propria gli gira la testa e non sa dov’è non riescono a riprodurre le forme viventi della natura e della vita.

(Hazlit)

 

E osservate questa frase della Mazzanti

 

Tutto ciò di cui sentivo di avere il bisogno era scrivere: non avevo la necessità di uscire a spendere il mio denaro in divertimenti e svago come chiunque avrebbe fatto alla mia età e con un mucchio di soldi; io ero felice con le mie fantasie e un computer su cui scriverle.

 

E ancora

 

Lei è molto giovane, la sua vita praticamente l’ha vissuta tra le pagine dei suoi stessi libri in compagnia delle persone che uscivano dalla sua immaginazione e di sua madre.

È normale che abbia perso l’amore per ciò che fa, che sia diventato un peso. Praticamente la sua vita non esiste.

 

Carter il grande scrittore, definito il Keats del duemila, all’improvviso perde o crede di perdere, il suo dono. Si ritrova all’improvviso chiuso in una torre d’avorio da cui il mondo appare sfuocato, irreale perché letto con i suoi occhiali personali.  È un mondo autoreferenziale dove vivono non oggetti ma rappresentazioni del suo io che finiscono per soffocare l’ispirazione. Dopo aver scritto di sé, dopo aver attinto al suo mondo privato, dando origine  e forma ai pensieri che gli affollano la mente, si ritrova vuoto e solo. È la solitudine mentale che crea dentro di lui un tremando iato che lo allontana dagli altri, dal mondo e dunque da sé stesso.

 

Mi chiedevo cosa facessero le persone per svagarsi o divertirsi, visto che io già da tempo avevo perso il ritmo del mondo reale, ma il mio mi piaceva ugualmente tantissimo. Ci stavo bene nella mia grande casa pulita e ordinata, lì anche una mente ingarbugliata come la mia riusciva a districare i suoi neuroni bacati dalla solitudine. Era stata proprio la solitudine, almeno da quanto ricordassi, che mi aveva consentito la concentrazione necessaria per scrivere

 

Come guarire da questo male di vivere?

 

Avevo bisogno di una full immersion nella realtà. Quella delle persone vere che non hanno paura di cambiare, di uscire dagli schemi, di provare tutto il provabile; quelli che non si spaventano di fronte a niente. A meno che quelle persone non fossero soltanto creazioni della mia disperata immaginazione;

quella stessa immaginazione che riusciva a creare tutto ciò di cui avevo bisogno, ma della quale dovevo assolutamente liberarmi per riuscire ad attraversare il portale che mi separava dal mondo reale.

 

L’arte non si nutre solo di noi stessi, ma di quel noi alimentato dal contatto con l’esperienza diretta, filtrata e manipolata da quella fantastica macchina chiamata mente. Chi evita il reale in favore di una solitudine che è soltanto paura di sé stesso e di riflesso dell’altro, come uno specchio deformante, evita in sostanza la creatività, quella vera, quella che ci serve per comprendere e organizzare la realtà cosi come abilmente ci racconta Hazlitt. Tutto il percorso di Carter è un percorso ri-riappropriazione di sé e delle sue emozioni, temute e allontanate come minaccia e che, invece, rappresentano la sorgente di ogni produzione artistica. Come si può dipingere, o scrivere senza raccontare della propria vita? E come si può raccontare se non si osserva, se non si impara anche cadendo, anche ferendosi e trasformando le energie negative e positive in arte?

Carter esce dal suo protetto guscio, fatto di sottili fili di seta che lo distolgono dal mondo, ingabbiando lo stesso in schemi, in convenzioni, in luoghi comuni, tanto da rendere le sue capacità empatiche solo uno strumento che acconsente e appoggia un determinato modo di vivere definito borghese. E questo modus vivendi è da sempre il rifiuto della bruttura della società, del lato non bello della psiche, dell’altra faccia della luna quella che vede nell’imperfezione e nella rottura delle convenzioni la vera libertà e la vera arte. Ed è così che un incontro con il lato dissonante della vita rappresentato da Annette e Alison, diventa una sorta di momento catartico, un risveglio a quella vita terrena che il bambino terrorizzato dentro di lui rifiutava. Carter in sostanza rifiuta il confronto con il mondo reale rifugiandosi nei suoi pregiudizi, negli stereotipi e annichilendo la sua empatia:

 

  […] adoro il modo in cui entri nella testa delle persone anche se tendi a soffermarti spesso sulle stesse idee, alla fine tratti sempre degli stessi argomenti. I tuoi personaggi sono stereotipati, ma penso che nel tuo ambiente possiate solo immaginarvi cosa c’è fuori dalla vostra torre d’avorio, giusto?”

 

Pertanto, il senso di quel vivere che è necessariamente fluidità, eterna dialettica tra opposti, rende il dono dell’autore privo di reale sostanza, tutto dedito alla forma. E per uscire fuori da quest’impasse artistico è importante:

 

[…] devo uscire dalla mia torre se voglio tornare a scrivere. Hai ragione tu, ho esaurito ogni mia conoscenza sul mondo reale ed è quello che alla gente interessa, è quello che io voglio raccontare.

 

È da questo primo atto di coraggio che Carter inizierà un percorso in grado di trascinarlo di nuovo a sporcarsi di vita, di fango e anche di dolore, per poter tornare a essere un uomo e non soltanto uno scrittore:

 

Mi conoscevo e sapevo che avrei potuto deluderla tanti erano i miei pregiudizi nei confronti del mondo. Lei sarebbe stato il mio Pigmalione e io la sua Clara,

anche se al contrario visto che Clara doveva imparare le buone maniere, mentre io dovrò distruggerle. Poi sarei tornato a scrivere e a vivere allo stesso tempo.

 

Questo libro non è solo un inno alla capacità di lasciarsi stupire dall’ovvio che ovvio non è mai, per poter uscire dall’angusto tunnel della depressione, ma è anche un esempio di come e di cosa significhi arte. Arte non è creare un mondo che non esiste, ma rappresentare quello che esiste e cercare di farlo partendo da un ricco e vasto mondo interiore.

Ma se siamo dediti alla forma, all’apparenza, se ci si crogiola nel successo, nell’arrivismo, come si può forgiare arte?

Dickens e Pasolini dopo si nutrivano di ciò che alla società del tempo faceva orrore. Il volgo, la disperazione, la bassezza umana quello che la Mazzanti definisce “gli emarginati sociali”, che lungi dal rappresentare un cancro in seno alla compagine sociale, rappresentano invece la loro imperitura forza:

 

Queste persone, anche se non lo ammetterebbero mai, sono degli emarginati sociali, il loro modo di essere permette loro di difendersi. Se non avessero acquisito tanta sicurezza, probabilmente finirebbero per vivere infelici

 

E infrangendo quello schema mentale che, in fondo ci vuole burattini, possiamo ritrovare il gusto del vivere, e di conseguenza dell’autentico estro

 

Era così felice quando parlava delle persone che le si illuminavano gli occhi, erano la sua passione: le osservava, le ascoltava, le studiava, senza mai giudicare. Semplicemente, imparava. Imparava che al mondo c’era di tutto e doveva confrontarsi con ognuno calibrando la loro reazione. La varietà la affascinava.In effetti per uno scrittore osservare le persone è importante per poter descrivere personaggi interessanti, per prendere qualcosa da uno e qualcosa da un altro e creare dei tipi in cui i lettori possano immedesimarsi e restarne stupiti. Era questo che dovevo imparare da lei: osservare e basta.

 

E nell’osservazione così come nello sprofondare anche nella delusione nel dolore, in quei sentimenti che spesso sfuggiamo per timore, che Carter ritrova se stesso, non solo scrittore ma persona:

 

la mia vita, invece, stava prendendo una piega non ben definita in realtà: ero sempre lo stesso solitario di un tempo, ma con una forza nuova dentro che avevo tutta l’intenzione di far uscire. Ero in partenza, ma sarei tornato. Sapevo che era l’ora di andare, di vedere paesi e persone, di conoscere e mettere inpratica tutte le capacità che erano latenti in me…

 

Ed è questa finalmente la vera chiave per essere unartista non soltanto ammorbandoci con le sue chiuse idee sul mondo ma:

 

… magari ne sarebbe uscito un buon romanzo di avventura o di vita, che poi è la stessa cosa.

 

È un libro che si rivolge a ogni persona, quella troppo presa da se stessa e dai suoi alti valori, quella in cerca di un motivo per andare avanti, quella caduta nel baratro di una depressione o quella in cerca di risposte. Della donna che si vuole liberare dagli stereotipi e che vorrebbe ripensare ai canoni della bellezza. A chi ha paura del mondo e lo rifugge senza comprendere come a volte:

 

Dai diamanti non nasce niente

Dal letame nascono i fiori

 

Davvero un libro di impatto non solo stilistico ma emotivo. Brava Mazzanti.

 

 

 

 

 

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