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Prendete la favola di Cenerentola e divertitevi a capovolgere i ruoli. Quando questo libro mi è stato proposto da una mia amica e collega, Alessandra Micheli, mi è stato presentato proprio in questo modo. Lei mi aveva parlato di quanto la figura della contessina divenuta sguattera dopo il secondo matrimonio del padre, fosse stata stravolta dalla MacLem. Mi ero fatta un’idea chiara su questo romanzo. Credevo che Cenerentola avesse vestito i panni della nobile altezzosa e cattiva e le due figlie della matrigna cattiva, fossero agnellini innocenti. Nessuna delle mie aspettative ha trovato realizzazione ed è stato davvero meglio così.

«Dicono che il male sia qualcosa dal quale guardarsi» rispose dolcemente Christelle, «dicono che i Suoi servitori siano destinati al fuoco eterno. Quando mio padre scoprì chi era mia madre, che cosa era, cercò la più virtuosa delle donne per impedire che accadesse… ma era già troppo tardi. Lei lo derise dal rogo, gli disse che non avrebbe mai potuto fermare quello che aveva iniziato nel suo grembo, che era già accaduto, che nulla sarebbe cambiato. Mentre le fiamme la avvolgevano e la trasformavano in cenere, mia madre lo sfidò a vincere, a trovare un rimedio.»

 

Da profonda amante di atmosfere cupe e di storie che danzano tra l’orrore e la paura, sono stata felicemente sorpresa da una Christelle (Cenerentola) strega. Una potente fattucchiera, figlia di un’altra strega asservita all’antico culto delle grandi Dee: Lilith, Proserpina e Ecate, per citarne alcune.
Lei è malvagità pura, cattiveria a volte inutile e gratuita verso quella nuova famiglia che il conte De Lumiere ha costruito al fianco della madre di Genevieve e Anastasie, una poveraccia, un’arrampicatrice sociale che da balia era passata ad essere contessa tramite un matrimonio che Christelle definiva, indirettamente, di interesse.

 

Concluderai la missione che fu di tua madre, figlia?»
«Vivo per questo, madrina.»
«E per cos’altro?»
Christelle non esitò. «La vendetta.»
«La vendetta è bene. La vendetta è sangue.»

 

Anche se la stessa Christelle parla di vendetta, non sembra che sia quello il suo vero scopo. Lei è malvagia, cattiva oltre ogni limite e molto probabilmente non ha un vero e proprio obiettivo se non portare a compimento la sua natura quasi demoniaca.
Ma la cosa che più mi ha piacevolmente stravolta è stata il non trovare nemmeno un personaggio completamente positivo.
Anche Genevieve che è la protagonista del libro, in completa contrapposizione a Christelle, ha tantissimi difetti. E’ una donna pratica e non vive di sogni come le classiche eroine delle fiabe. Quindi anche qui lo stravolgimento è incompleto.
La società è presentata come un ambiente marcio e stagnante, dove le donne fanno a spallate per accaparrarsi il partito migliore che non consiste in un uomo innamorato, ma in un nobile ricco e facoltoso. Genevieve non è attaccata al danaro come la madre che vuole maritarla per forza e progetta di inviarla a tutte le feste finché non raggiungerà lo scopo, ma è comunque molto concreta. La paura non le darà subito il coraggio necessario di affrontare Christelle, anzi. Impiegherà molto tempo a farsi forza contro di lei.
Le figure femminili di questo libro non brillano di eroismo, mentre l’unica figura maschile di spicco, quella del principe, è avvolta da una doverosa cavalleria, forse anche troppo esasperata, soprattutto verso la parte finale del libro, ma questo non dà affatto fastidio, anche perché l’autrice si diverte a giocare sulle regole della società del tempo, che vengono fatte valere anche in situazioni limite. Qualche frase mi ha fatto sorridere.
Un plauso va sicuramente allo stile, perfetto per il genere narrato. Le similitudini che la MacLem utilizza per descrivere le immagini e le vicende sono a dir poco meravigliose. E’ l’esaltazione dello stile gotico che personalmente adoro, una poesia in prosa.
Parliamo poi della crudezza con cui narra determinati avvenimenti, crudezza che si fa palese sin dall’inizio del romanzo presentando la scena di un ratto imprigionato all’interno di una zucca da Christelle. I particolari della sofferenza dell’animale, della sua uccisione sono resi in maniera così dettagliata e vivida da trasmettere al lettore la sensazione di avere a che fare con un’anima putrida, che trasuda malvagità da ogni poro.

In conclusione, questo romanzo è cupo, cattivo e tremendamente forte come immagini. Un bell’esponente di gotico che si fregia di un linguaggio lirico capace di rendere bello l’orrore.
Lo consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere horror e gotico che vogliano godersi una storia senza edulcoranti, malvagia fino al midollo. L’opposto antitetico di una fiaba.

Bello davvero!

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