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Italo Calvino disse:

 

“La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere.”

 

Voi penserete essere una delle tante frasi dette per colpire e senza un reale intento.

Io credo, invece, che scrivere poesie richieda non solo un animo attento, ma anche un cuore calmo e una lungimiranza colorata da metafore incredibili.

Michela Zanarella non solo possiede una grande cultura, ma ha anche la facoltà di dipingere immagini usando le parole.

Come?

Mettendole una accanto all’altra.

E dove sta la poesia in questo?

Nel riuscire a creare una vivida immagine mentale senza l’ausilio dei colori, delle tempere o di una tela.

Senza cucire né tessere, senza osannare né cantare.

Ma prendendo la vita e sublimandola in emozione pura.

Amo tutti i poeti cui l’autrice ha dedicato i propri versi nell’ultima parte della sua silloge; e ho trovato in essa l’inchino modesto di chi venera la parola oltre ogni ragionevole dubbio.

Le metafore stilistiche sono solo un mezzo per arrivare al lettore, a quello attento che vive nascosto nell’ombra e che ama i versi per la loro musicalità, per il ritmo quasi sincopato, per il significato che sopravvive al tempo e che spazia nello spazio di intere vite.

Zanarella ne fa largo uso, riportando la poesia nella sua più antica collocazione. Perché il poeta non racconta la vita, non si limita a narrare eventi; lui descrive le emozioni e le rende visibili agli occhi del cuore.

Così si legge:

 

Mi chiedevo, sai, cosa fossero i giorni

e perché dopo la luce ci fosse il buio

ma non sapevo che tu volessi insegnarmi

ad amare gli attimi,

quelli fatti di respiri accennati

e quelli infranti quasi alla deriva.

 

Tra il buio e la luce ci sono attimi vivi che vogliono essere sentiti, che vogliono far parte dell’esistenza.

Sono istanti di gioia e di perdita, sono essi stessi l’essenza dell’etermo dualismo luce/buio.

Una silloge che odora di natura, che ritma ogni verso al rintocco del battito del cuore, che scandisce ogni emozione dandole un proprio colore e una propria immagine senza incasellarla.

Perché il cielo azzurro ha mille significati e tutti sono figli degli occhi lo osservano.

 

[…] per farmi donna adulta

che sa quanto conta un’alba

e quanto valgono i silenzi

nascosti tra le lacrime.

 

Ho trovato la dolce irriverenza della Merini, l’amaro tormento di Baudelaire, la timida passione di Kerouac; il tutto personalizzato dallo stile surrealista dell’autrice che percepisce una persona come fosse “una radice che indossa le sue vene”: una vita nella vita, radicata, potente e quasi atavica.

Le metafore sono miele anche laddove dovrebbero rappresentare il fiele della vita, perché il dolore è la culla dell’uomo, la fonte del suo tormento artistico, la radice dell’amore più vero.

Ho amato profondamente quell’attingere dalla natura rendendola manifestazione di vita umana:

 

Basterebbe soltanto crederci

a questo cielo

che si specchia nel mare

per sentirsi parte del mondo.

 

Sentirsi parte del mondo rispecchiandosi in esso.

Ma l’oscurità del dolore per la Zanarella diventa un “buio che non capita ma è cucito sulla pelle e tatuato in un disegno preciso” e non è nulla di tragico, ma l’essenza di essere. Buio e luce giocano con noi, esseri mediocri che non ci soffermiamo a cogliere gli istanti ma vediamo solo il quadro finito.

Sono, però, le pennellate a rendere l’opera degna di spessore.

Sono in questo caso, quindi, le parole affiancate e rendere la poesia arte pura.

I ricordi, gli affetti, l’amore e la famiglia diventano albe e tramonti, nebbie e nuvole, “strade di grano” e “silenzio che riordina la vita”.

Un viaggio senza tempo, senza andata e ritorno, al di là della vita ma nella vita stessa, e un oceano di emozioni tumultuose rese calme dal vento dell’amore.

Il ricordo di un genitore che diviene come “nuvole poggiate al mare” tant’è la somiglianza che lo lega al figlio/a.

È un inno all’essenza dell’esistenza umana, limitata ma consapevole dell’eternità che cela:

 

L’unica cosa che sai

è che ti aspettano giorni di vita e di morte

come un gergo antico da imparare

e se nasce il sole per poi precipitare

nel rosso della sera

è per ricordarti che esisti

e che dentro di te scorre il mondo

fino alla fine.

 

Tutto è racchiuso da parole che si susseguono pregne di un significato che va oltre la semplice lettura, che va assaporato lentamente, che rende vive l’arte antica della metrica, che fa respirare l’aria di altre epoche in cui la lingua scritta aveva un valore aggiunto perché porta aperta sull’animo umano.

Non mi resta che lasciarvi a un verso che racchiude in sé il senso della silloge stessa:

 

Cambierà il vento

come le parole

perché la vita

imita la voce dei poeti.

 

 

Nell’augurarvi buona lettura.

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