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Quando ho accettato di recensire il libro di Roberto Sapienza “Ninni mio padre” ho avuto un lievissimo momento di panico. Questo perché spesso, questi testi, omaggi indiscussi e personali a figura importanti, oserei dire anche scomode, possono soffrire di una certa tendenza all’apologia e alla mitizzazione della figura.

 Che perde sempre, nella rimembranza, una parte di realtà, divenendo evanescente e lontana, un simbolo di qualcosa che resta effimero e mai realmente concreto. E tutto questo “difetto” cozza con il vero intento di chi scrive di qualcuno, specie di un padre, nella necessità indiscussa e profonda di ricordare, di ricercare il senso della paternità a volte mal compresa o non vissuta appieno in ogni sua sfumatura e potenzialità. Cadendo del luogo comune, nella velleità narcisistica di ridipingere il caro estinto avvolgendolo dalla coltre rassicurante della idealizzazione, scevra da ogni accenno a difetti o alla mera umanità, quella che invece deve poter scaturire dalle parole scritte. Ricordare è una questione complessa, va affrontata a testa alta rendendosi conto della necessità impellente per chi resta, di riavvolgere il nastro del nostro personale film chiamato vita, puntare l’attenzione sui dettagli, anche sulle parti meno belle, meno nobili, meno, se vogliamo dirlo in termini banali, positive senza indugiare nel liricismo sentimentale che andrebbe a scapito di una essenza che è e deve restare umana e mai insabbiata dall’ideale.

E invece, il libro di Sapienza è una piacevole e emozionante scoperta. Lui riesce a agire al contrario poiché intento non è celebrare il personaggio ma più che altro ritrovare la persona. non il ruolo, non l’importanza apparente o il ricordo struggente. Ma le risposte, quelle che per vent’anni non hanno dato sollievo alle mille domande, lecite, di un figlio che non comprende appieno le scelte spesso discusse, spesso autoritarie di un padre.

Passano vent’anni.

Venti anni di quesiti irrisolti, di perché gridati al vuoto, di rabbia e dolore ma del tutto sopiti. E serve questo tempo perché il figlio ritrovi la lucidità necessaria per guardare in faccia l’uomo più importante della sua vita, comprendere non gli sbagli ma la genesi che ha portato l’uomo Carmelo a errare, a non vedere a evitare i nodi essenziali della sua vita. Perché nella storia intima di ognuno di noi, sono proprio i retaggi familiari, inseriti in uno specifico contesto sociale che lasciamo in eredità ai nostri figli, e sono i nostri figli che devono poter ripercorrere qui sentieri spesso scoscesi, per poter rielaborare gli stessi assunti culturali che hanno condizionato le azioni passate, cosi come le stesse problematiche mai corrette, mai risolte che come materiale infetto, rischiano di inquinare le placide acqua di una mente giovane. Perché inutile negarlo. I padri sono questo il punto di partenza di un’anima che si deve poter librare in totale autonomia nel cielo variegato dell’esistenza e che deve poter controllare, esaminare e perché no rifiutare il contenuto dello zaino che i nostri padri, i nostri antenati ci donano come eredità.

Nel ricostruire l’immagine e la vita del padre, uomo complesso, figlio di una determinata epoca sospesa tra distruzione ( la seconda guerra mondiale e il fascismo) e una velleità di rinascita ( i favolosi anni 50 e 60) fino alla società dei consumi, folle e a volte di disumana corruzione ( gli anni ottanta / novanta) Sapienza accenna, mostra fotografa istantanee di vita, svelando dettagli e retroscena senza colorarli con il trito peso della riflessione filosofica, delle facili spiegazioni pret a porter,  intessendo un arazzo dai mille colori brillanti ma intessuto anche di grigi. Eventi, emozioni, voci remote confluiscono in una perfetta musica orchestrata con una notevole maestria, specie nel modularne le intensità: tini alti, appena accennati, striduli e soavi creano e sanno creare pathos, magia e dolore senza che nessuna voce sopraffà l’altra.

È un assistere placidi a una rappresentazione teatrale, vera e tragica a tratti malinconica, disperata, è uno sfogliare un polveroso vecchio album fotografico che a ogni dita impaziente pronta a sfogliarlo prende vita, e racconta con voce stentorea non solo la storia di Carmelo, ma di un’Italia troppo spesso dimenticata. È un’epoca intera, una patria come sussurra il nostro inno nazionale:

o mia patria si cara e perduta,

È in quella nota forse stonata di sogni traditi, di compromessi e corruzione, di pettegolezzi e gesti arcaici profondamente provinciali, che sapienza dona in quel grigiore del dopoguerra una nota etnologica sgargiante che brilla in questo anonimo a volte quadro di grigi. Perché sono le consuetudini, le tradizioni, il materiale mitico e il passaparola, addirittura i proverbi e i rituali a raccontarci di noi stessi, come italiani e come persone. Nelle vicende anche tragiche e drammatica di Carmelo (il padre) si vede tutta una società che stenta a ripartire, a cogliere opportunità, granitica e fissa sulle ataviche consuetudini, che per anime creative, personalità dirompenti, creavano un mix esplosivo che, troppo spesso, cozzava con la nostra tendenza alla stagnazione.

 Non è solo la Sicilia che viene raccontata qua, ma il nostro profondo e rigido ethos “italiota” cosi concentrato sul non crollare vittima delle contraddizioni sociologiche e politiche interne, messa quasi assieme con forza, vittima di orrori e profondamente infantile, bisognosa di guida ma profondamente avversa alla cura. Un Italia che cerca il sollievo nell’apparire, dotata di profondo genio ma incapace di metterlo in atto, una nazione che si priva di elementi come Carmelo, innovativi, svegli pieni di iniziative per schiacciarli con quel suo sonnacchioso “tira a campare”. E Carmelo si fa trascinare da questo nostro mal di vivere fino a reiterare quegli atteggiamenti che lui stesso disprezza e che ne fanno al tempo stesso vittima e carnefice di sé stesso. Ed in questo Carmelo è un eroe, perché resta ed è umano, resta comunque un uomo da ammirare seppur con tutte le sue idiosincrasie, le sue nevrosi e le sue mille imperfezioni custodite gelosamente come guscio protettivo.

In un viaggio a ritroso, sullo stile dickensiano che ricorda il bellissimo canto di Natale in cui lo stesso Scrooge, ripercorre i tratti salienti della sua vita per ripensarla, prima sia troppo tardi, assistiamo increduli a eventi che conosciamo bene seppur personalmente caratteristici e vissuti in maniere strettamente unica dall’uomo Carmelo, l’Italia alle prese con il fascismo, con la volontà di riemergere dopo lo sbarco, un paese illuminato di speranza dal boom economico che, però, resta culturalmente, intellettualmente ed eticamente incapace di sfruttare appieno le sue caratteristiche e evolversi. Che indugia, ancorato tenacemente a una visione autoritaria e paternalistica della vita, amante del lusso e del bello fino all’eccesso, quasi primitiva nella sua ansiogena ricerca dell’acme di ogni cosa, di ogni azione, di ogni alito di vita, senza compassione per il diverso e lo straniero che isola, condanna, sacrifica in una sorta di rito apotropaico atto a sconfiggere quei demoni che la perseguitano e caratterizzano. 

Ecco il successo che illumina l’apparenza che privo di sostanza è una sorta di risarcimento per un dolore, o una giustificazione di una colpa misteriosa, come se l’italiano dovesse giustificare costantemente il senso stesso di un’esistenza quasi priva di radici.

Ed è proprio cosi.

L’Italia e lo stesso Carmelo, restano saldati a radici oramai inaridite, semplicemente perché quello è il loro unico mondo, conosciuto e conoscibile, tanto che il geniale avvocato non spiccherà mai del tutto il volo, non dirà mai basta a una mentalità che lo soffoca, se non in ultimo disperato tentativo di rivincita.  Carmelo indossa i panni del vincente, pur con ogni sua fragilità, mascherando con la strafottenza il suo profondo dolore, le ferite mai suppurate e una distruzione interiore che non ha mai del tutto affrontato. Ed è un personaggio bello nella sua drammaticità, cosi legato ai figli dal voler eccedere nel controllo, perché possano essere capaci di compere quegli atti di coraggio che lui stesso non è mai riuscito a compiere. E nonostante le comprensibili parole di rabbia del figlio, non si può non restare affascinati dalla forza di un uomo che, seppur costantemente sotto la minaccia di affogare, tenta strenuamente di rialzare la testa. Carmelo sa che non può mostrarsi sconfitto e sa che la sua nevrotica ricerca di una rivalsa è patologica e dannosa, sa che è incapace di riconoscere le sue fortune perché per riconoscerle dovrebbe fermarsi a riflettere e riflettendo dovrebbe osservare la landa deserta e arida di un’anima messa duramente alla prova. Carmelo è frutto del suo passato più che del presente e tenta in tutti i modi di fornire ai suoi figli partenze migliori.  Ma senza spezzare le catene del passato, del suo retaggio familiare non può che creare distacchi e incomprensioni. Essere un Sapienza diventa la sua stessa essenza, e non riesce più a trovare, pertanto sé stesso. Perché le tanto decantate radici ci possono insegnare chi possiamo divenire, non chi siamo o dovremmo essere. Sono moniti non giudizi insindacabili, sono fonti di insegnamento non prigioni.  sono elementi che creano il nostro interiore mosaico con corazze da combattimento per nascondere le fragilità.

Questa discussione poetica, disperata e a tratti tragica è e diventa il mezzo per cui non è il padre che libera il figlio, ma è anche l’opposto: il figlio, osservando l’uomo più che il padre, lo comprende, lo accetta lo perdona ma non ne ripercorre i passi. Sceglie una vita diversa. E solo così può tornare a sorriderne nel ricordo.

 Davvero un libro da leggere, e da assaporare, pagina per pagine.

 

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