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“Ma noi

siamo solo uomini nel traffico

lische di pesce preda dei randagi

con la mano sul clacson

per sfogare l’isteria

e la testa sulle nuvole

per fuggire al tritacarne.”

 

Questo non è il solito libro di poesie dove il tramonto fa da cornice a tutta una serie di emozioni che popolano il cuore di un uomo disilluso o, meglio ancora, talmente illuso da vedere oltre a quello che è un sole che tramonta.

Reggiani si siede per la strada e osserva quello che noi non vediamo. Osserva la vita, quella vera, quella che puoi annusare solo vivendo ai margini di essa.

Non fraintendete le mie parole, non intendo clochard, drogati o ingenti; per essere ai margini bisogna aver dismesso tutto ciò che si è imparato, anche attraverso l’educazione.

Stare ai lati di una strada trafficata implica coraggio (forse anche pazzia, perché no, alla fine è l’ingrediente principale) e una dose di ribellione ai dictat societari.

 

“Come un uomo

che tornato dall’inferno

si guarda le mani bruciate dal fuoco

sorridendo come un vecchio diavolo.”

 

L’autore di questa silloge che ricorda le poesie della “Beat Generation” non è un eroe né un visionario, semmai un realista senza fronzoli.

Come i poeti beat c’è un rifiuto per i dogmi imposti, siano essi di origine politica o religiosa e un riconoscimento schietto e crudele della condizione umana, ormai corrotta e fasulla, almeno ai vertici più elevati.

Le sue parole sono schiette e le metafore azzardate, proprio come la vita stessa che tende a incasellare l’incasellabile e a denigrare chi non ne ha i requisiti.

Non si autoelogia per ciò che scrive, è conscio che non tutto quello che viene considerato arte lo è veramente.

 

“[…] non c’è differenza

fra poeta e operaio

a volte l’arte è più raffinata

nel colpo di un martello”

 

Ma allora perché mettere nero su bianco i pensieri e le visioni di un “artista” che non vuole esserlo?

Perché per alcuni scrivere è vivere.

 

“Ma la parola non è un vezzo

per chi scrive a volte

è più importante

della sua stessa vita.”

 

Celebra dissacrando e dissacra celebrando, senza mai inchinarsi all’ovvietà di una vita che è diventata vuota per inseguire un successo vuoto, senza tenere in considerazione che siamo ciò che siamo: diversamente magnifici.

Non ci sono stelle o firmamenti a fare da fondamenta per il nostro essere umani, ci siamo solo noi e, come dice lo stesso autore, “… alla fine / devi violentare te stesso / per diventare chi sei.

Da questa magnifica raccolta emerge l’uomo, la sua divina semplicità, l’eterno ossimoro che sono i suoi pensieri e il suo agire.

 

 “La bugia

è vera illusione

solo se smetti di sognare.”

 

Viene esaltata la coscienza umana a dispetto di quello che appare al giorno d’oggi quando “i ricchi possono permettersi il lusso di essere analfabeti” ma solo colui che “possiede sé stesso” è il vero padrone.

Non agli occhi degli altri, ma a quelli della vita.

Alla fine emerge il senso di vuoto che spaventa o infervora nell’eterno dilemma di non saperlo gestire.

Chi attende di averne ancora prima di riempirlo e chi lo teme e lo riempie senza regola alcuna.

E allora come se ne esce?

Allo stesso modo di sempre, come predetto dall’antica mitologia: con speranza. Affidando ai nostri figli il testimone (magari integro) per stravolgere le regole e crearne di nuove.

Far rinascere l’essenza dell’uomo privata di effimeri filtri o oscurata da false promesse.

 

“A te, che nascerai dopodomani

col sangue alla testa

e il cordone ombelicale di plastica

avrai un unico privilegio:

stravolgere ogni cosa

per chi verrà dopo di te.”

 

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