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Scegliere un testo da proporre al pubblico che sia credibile, ben scritto ma anche accattivante non è semplice. presuppone genio, intuito e una certa sfrontatezza nell’ignorare i finti dati sui gusti dei lettori. Finti perché, dalla mia misera esperienza, non noto questo tremendo calo di cultura. Più che altro vedo un interesse a farlo credere proponendo libri di basso profilo emotivo o culturale. Un romanzo, per essere un romanzo, non ha bisogno di paroloni altisonanti, di trame psicologiche o di chissà quale arcano significato. Deve essere perfettamente articolato, armonico e con vari livelli di significato adatti a ogni tipologia di lettore: dal più esigente al più pigro. E la Delos non ha mai deluso. Non inserisco mai complimenti nelle mie recensioni per non essere tacciata di favoritismi. Eppure oggi sono decisa a farlo, perché questo splendido mistery vi sia di insegnamento: saper scrivere è un dono e Grimaldi lo ha dimostrato. Pagine che scorrono leggiadre, facendo provare al lettore la stessa sensazione dei primi cinematografi, stupore reverenziale, la sensazione di camminare tra gli scenari e quel senso di grandezza che solo i capolavori sanno ispirare. Definisco questo mistery un capolavoro? Si. Perfetto in ogni dettaglio, accurato nelle descrizioni rese vive dall’amore che si avverte per la storia antica, e con la capacità, rara per chi si diletta con gli storici di rendere reali e vivi miti resi immortali dagli studiosi. E che invece sono uomini come noi. E Francesco ha affrontato il più controverso, immaginifico, affascinante leader folle forse, di un lontano polveroso passato Akhenaton al secolo Amenofi IV. Chi era costui?

Personaggio che ha ammaliato molti storici e persino uno scienziato razionale e straordinario come Freud che ravvisava in questa figura il progenitore del popolo ebraico: Moshes.

Eh sì miei cari lettori. Vi annoierà un poco saperlo ma nel suo saggio L’uomo Mosè e la religione monoteista del 1938 il nostro padre della psicoanalisi discute le origini della religione monoteista fornendo la sua rivoluzionaria opinione sulle vere origini del principe del deserto Mosè e del suo rapporto con il popolo ebraico.  In sintesi, proponeva l’azzardata ma ora dibattuta idea che Mosè non fosse ebreo ma egiziano di antica nobiltà (come racconta la bibbia in fondo) che trasmise al popolo ebraico la religione monoteista del faraone Akhenaton. Una religione che seguendo la scia dei secoli, abbandonò del tutto le origini distaccandosene profondamente.

Questo breve excursus storico serve a farvi comprendere come questa complessa, sfaccettata figura, sia di notevole impatto emotivo per il lettore e per chi si immerge nelle sue strabilianti follie, in un mondo, come quello dell’antico Egitto fondamentalmente permeato su un forte senso dell’ordine cosmico, dell’armonia del cielo portata dall’Enneade in terra. Non solo divinità ma principi astronomici, fisici e strutturali dell’universo stesso, fattesi carne viva. E questa carne, queste realtà cosmiche erano le fondamenta di un sistema sociale, economico e politico che volgeva il suo eterno sguardo al cielo. Le moltitudini di divinità rappresentavano principi matematici o naturali da cui poteva snodarsi il flusso armonioso della vita, una legge sacra la Maat che rappresentava un ordine preciso, un ordine prestabilito di cui il faraone in quanto scelto dagli dei era la manifestazione. La teoria politica egizia, infatti, non può essere semplicemente definita diritto divino del re. Il faraone, diventava un Osiride. Ma per acquistare il venerato titolo doveva seguire un difficile rito chiamato intronizzazione. In questo viaggio astrale egli, al cospetto della personificazione della sovranità accettava di rispettare la Maat alla quale doveva rispetto e riverita e timorosa devozione. Come abilmente scrive Grimandi:

Non si può contrastare la volontà del popolo anche se si è il sovrano d’Egitto.

L’abbandono del politeismo egizio patrocinato dal faraone, in favore se non di un netto monoteismo sicuramente di un enoteismo monolatrico. Tranquilli non è una parolaccia. E’ il termine colto, coniato da Fedrich Max Muller uno storico delle religioni nonché filologo, che indica una religiosità che pone in rilievo un dio su tutti gli altri. La differenza con il monoteismo è semplicemente in una netta preferenza non in una negazione dell’esistenza di altre divinità ritenute, comunque minoritarie.

Perché tale preferenza?

la spiegazione di Grimandi è apocalittica ma perfetta:

All’epoca in cui la grande disgrazia calò su di noi, spesse nubi nere discesero da settentrione e il cielo si chiuse, bloccando i raggi del sole. Gli dei ci vollero punire perché avevamo dimenticato le nostre origini; gli insetti si moltiplicarono, guastando i magri raccolti, e le malattie e la fame falciarono la popolazione.

Come si rimediò a tale catastrofe ambientale?

 

allora Akhenaton propose le sue riforme, appoggiato da noi militari e da una piccola parte del clero.

– Ossia, dichiarò che Aton era l’unico vero dio?

E quest’accettazione di un totale stravolgimento dell’antico ethos egizio fu accettato in quanto

Accettammo le nuove imposizioni, anche se estranee alle nostre tradizioni, perché la situazione appariva disperata. Aton era un antico dio adorato a Heliopolis, e Akhenaton l’elevò al rango di divinità unica. Al principio la soluzione parve funzionare; il cielo lentamente si schiarì e le cose presero a migliorare. Tutti erano grati ad Aton, principio di Vita, e al suo profeta e servitore, Akhenaton.

Il problema però investì non soltanto la religione ma visto che come ho citato il sacro egizio investiva ogni settore della vita, dalla politica all’etica, all’arte si tratto di un abbandono totale delle tradizioni, delle idee, della forma mentis di ogni egiziano che trovava nella bonarietà dell’amore incontrastato e poco realistico di una divinità lontana, fonte sì di vita, ma quasi evanescente e non ancorata al mondo visibile, la salvezza e la compassione ma anche un invito al lassismo etico e morale. Nel promulgare l’uguaglianza di tutto di fonte all’Aton si creava una omologazione che lungi dal rendere davvero tutti sullo stesso piano, li spersonalizzava. Questo dramma della democratizzazione quello che creò lo strappo mai ricucito tra il principio sovrano e il popolo, fu abilmente svelato, secoli più tardi da Tocquieville: nella trappola dell’uguaglianza si nasconde la perdita di identità personale, di capacità e di stimolo per migliorarsi. Se un mosaico è eseguito alla perfezione da parti diverse che, però, riescono perfettamente a incastrarsi, se il buon Agrippa ci invitò a amare la diversità come unico mezzo del sostentamento di un organismo (collaborazione nella diversità) l’uguaglianza ci rende tutti piatti, schiavi di un sogno folle e pigri di fronte agli stimoli esterni per evolverci. Se siamo tutti uguali lo stimolo non esiste. E infatti Grimandi:

La rivoluzione imposta da Akhenaton negava la ricompensa della Valle dei Giunchi dopo la morte; le anime, stando ai nuovi dettami, si sarebbero invece trasformate in uccelli al sorgere del sole, per vivere sotto tali sembianze accanto ai mortali.

Negare la ricompensa nega, quindi ogni sforzo per meritarla. E rende tutti incapaci di spezzare le catene e il dio di tutti, i poveri e i potenti si manifestò come una sorta di parassita che:

sta prosciugando la linfa vitale del nostro popolo.

L’atto sognatore di Akhenaton si rivela più che altro una sorta di braccio di ferro con il clero di Tebe, potente e dominatore, sostituendo a esso quello di Amarna. E come ogni innovatore in realtà si assiste a un dittatore che costringe i suoi sudditi a costruire il suo sogno di grandezza, simboleggiato nella città di Akhetaton:

 

Così erano stati messi al lavoro tutti i maschi, anche i bambini.

Come larve scheletrite si consumavano ogni giorno per portare acqua, scaricare le navi che giungevano sui moli e costruire i grandi edifici in pietra che il faraone aveva dato ordine di innalzare.

Non si può non ravvisare in queste parole il dramma di ogni “tiranno autocratico” che con il sogno di una vita migliore fa dello sforzo e della coercizione il simbolo della sua potenza. E se all’inizio il grande faraone eretico, sembrò invogliato da un ideale, ovviamente, come abbiamo visto durante ogni storia, questo sogno di rivelò semplicemente un delirio di un uomo fragile e insicuro.

un sovrano che annienta istituzioni sacre antiche di secoli, e riduce il suo valoroso esercito a uno stuolo di manovali, è un pazzo o un tiranno.

Ma il dramma è vicino più di quanto si pensi, perché:

lo strappo creato riemerse in tutta la sua asprezza. Il popolo chiese di tornare al passato, alle vecchie usanze

Sordo alle proteste, affrontate con un’imposizione e con una feroce repressione, scatenarono le sue conseguenze più disastrose. Come la storia ci insegna ogni volta. Era una fede o un’ossessione l’Aton?

lo svelarsi di questo dubbio si snoda attraverso le pagine che, si tingono di giallo. Un giallo perfetto dal finale sconvolgente e annunciato. Ed è su questo elemento, che ovviamente non intendo svelarvi che lo stile unico e perfetto di Grimandi crea un testo che avvolge, intriga ma soprattutto incuriosisce. Tutto corredato da uno stile impeccabile, linguaggio adeguato al contesto eppure di facile fruibilità, ma soprattutto, una precisione storica che non appesantisce ma invade fluida l’intera impalcatura del testo. L’autore non inventa, elabora. L’autore intesse i fili di una storia esistente riassumendo in poche pagine tutti gli elementi scientifici, antropologici, attorno a quest’intensa e a volte odiata figura storica. Tutto concentrato in poche pagine. Se non è arte questa!

Un’ultima considerazione.

Le cause della morte di Akhenaton sono tuttora, sconosciute. Non esistono menzioni nei documenti, e il lasso temporale che si estende dalla metà del suo travagliato regno alla successione del figlio Tutamkhamon è uno dei più oscuri, enigmatici e intricati dell’intero studio egittologico.

 Grimandi riesce, con maestria a colmare questo vuoto ontologico.

 Solo per questo dovreste precipitarvi a leggere il libro. Io fossi in voi lo farei immediatamente.

 

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