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Siamo così, dolcemente complicate 
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

 

 

Mentre leggevo il libro di Rita Agelelli, ascoltavo le parole della canzone, famosissima di Fiorella Mannoia “quello che le donne non dicono”. E pensavo a quante cose quest’essere quasi mitologico, la donna, da tutti nominato ma ancora non davvero creato, non dice, non può dire o non riesce a dire.

Perché dico nominato e non creato?

Nominare una cosa nei rituali esoterici equivale a possederlo, comandarlo o manipolarlo. Ed è quello che accade al nostro essere definite donne (quando ci va bene) o femmine (nei casi sempre più diffusi in cui ci va davvero ma davvero male) Siamo un nome ma non ancora persona. Non siamo create, non siamo reali ma semplicemente frutto di stereotipi e aspettative. La donna è, la donna deve, la donna fa, la donna ha queste regole. Ma mai nessuno, tranne Freud (ma da psicologo me lo aspetto un gradino in più di apertura mentale) si è chiesto cosa davvero vuole la donna. E non si è risposato. Ci penserà più tardi Jung e i suoi discepoli a dirci la donna cerca semplicemente sovranità.  Cerca di essere non più comparsa di un triste romanzo di formazione ma protagonista, capace e quasi in dovere di poter scegliere.

Per queste profonde riflessioni, leggere il libro di Rita non è stato per nulla immediato a livello emotivo. Ho dovuto spesso metabolizzare le sue parole, ritagliarmi un posto per me, e assorbire, nel miglior modo possibile il dolore.  Anche se apparteniamo alla fortunata categoria di donne libere di auto crearsi ogni giorno secondo i propri impulsi più profondi e non seguendo cliché di genere, scevre dall’essere solo femmine, carne da macello, apparenza e mai sostanza non possiamo non partecipare empaticamente a una tale devastazione. Perché a essere vituperata non è solo la persona precisa di quel momento tragico ma la stessa, universale identità del femminino sacro, che appartiene e ci appartiene di diritto e che collega in un mosaico di luce e ombre tutte le donne.  Ma diciamocelo. Chi non è stata mai vittima di piccoli abusi?

Parlo di complimenti non graditi, a cui dobbiamo sorridere per non essere considerate snob o bigotte pur se ci feriscono, a uomini che decidono di essere i nostri maestri e noi le loro Lolite, infangando la nostra esperienza, la nostra saggezza. Di chi ci considera solo oggetto da vetrine e ci dice serafico “a che ti serve creare/scrivere/dipingere/poetare/scolpire sei carina trovati un uomo che ti soddisfi”. Nulla di più degradante come una frase che fa di noi soltanto un seno, un bel visino, un paio di gambe. Mentre dentro si muove un intero mondo simbolico pronto a eruttare.  Come se una donna ha solo bisogno di passare dal padre al marito o compagno, come se non può provare il sacro fuoco dell’indignazione di fronte a una tragedia o provare l’acuta passione della politica. Siamo donne a cosa ci serve? Sii bella e sta zitta.

donne che devono sentirsi in colpa perché sanno dire un NO, perché vogliono scegliere una strada diversa da quella tradizionale, perché semplicemente si amano tra loro o decidono di non avere figli. E cosa dire di chi ha la volontà di farsi un’ampia cultura?

Quanti ne ho sentiti dirmi “Tu leggi Steinbeck?” o consigliarmi autori “ma devi ampliare la tua cultura, leggiti Pirandello, Flaubert, Manzoni non i soliti After o 50 sfumature” come se una donna non può essersi nutrita di classici, ma solo di adeguate sue letture. Beh a chi legge vi informo che a dieci anni leggevo Papa Goriot di Balzac, a undici adoravo Joyce  e Wilde. A 13 mi sono buttata su una cosa leggerina come Guenon, Frazer, Fulcanelli e Lanci. Rifletteteci quando approcciate una donna che vi sorride.

Perché questa riflessione?

Perché il fulcro del testo di Rita è proprio questo: la donna che viene identificata come oggetto, che è costretta a conoscere la violenza orrenda di chi, insicuro, trova diletto nel manipolare, sottomettere e denigrare non una donna qualsiasi ma la compagna di una vita, la madre dei propri figli. La violenza di genere nasce da questi piccoli orrendi gesti, ritenuti insignificanti ma che ci danno la dimensione di quanto ancora c’è da fare in questa fantastica Italia retrograda.  In queste pagine conoscerete il dolore di chi ha visto devastare la dignità di persona, un dolore che appare:

 

quell’inchiostro viscido e nero che ricopre la tua anima.

Ed è un inchiostro che ricompre tutto il nostro io, che ci costringe a

Misuri il tuo valore nella quantità di volte che lui deve colpirti prima di farti un livido.

E più resisti, più sei forte.

Ecco che la donna, considerata dai simboli una Dea, la Loba che protegge i suoi cuccioli, indomita selvaggia come i suoi mille archetipi (da Aracne a Medusa a Ecate) diviene simile a una ceramica, bellissima, quelle che tieni nella vetrina in salotto, ma così fragile che basta un solo colpo per incrinarla. Spesso la ceramica non si rompe. Ma si vene di righe e venature che la rendono triste, quasi vecchia fino alla tremenda rottura finale, quella che sparge i pezzi in terra. Quella che non puoi più ricomporre.

 

Questo materiale è estremamente fragile, ma resistente nel tempo.

Tutto inizia da un soave sogno, quello di un amore rosa, pieno di palpiti e di speranze. Un amore accecante, troppo luminoso da ferire gli occhi. ti senti una privilegiata perché lui ti dice “sei mia”

 

Quella prima notte eri così bello.

Il tuo tocco era morbido

le tue parole gentili,

il tuo sorriso

la cosa più incantevole

che avessi mai visto.

I tuoi baci erano dolci.

Mi sono sentita così bella

e così desiderabile

come mai mi ero sentita

prima.

In quel mia non noti anzi non vuoi notare, perché così ti hanno insegnato, quei lampi di buio inquietanti che fanno presagire l’orrore della trasformazione:

Non capisco come mai/quel tuo desiderio di me/si sia trasformato in oscurità,/la passione in perversione/l’urgenza in pulsione animale.”

È la storia eterna di Barbablu il nostro che ti seduce con parole e poi ti rende creata nelle tue mani, fino a convincerti di meritare la degradazione perché sei sua, sei donna, sei solo una creazione dalla sua costola.

Ed è il momento della discesa nell’inferno della violenza, una spirale che avvolge e non fa respirare, tanto che il ritmo usato da Rita appare cupo, soffocante orrorifico e tragico. E si assiste, impotenti e in lacrime alla spersonalizzazione di una dea che si ritrova a essere un demone, al taglio netto delle ali di una bellissima farfalla, all’incatenamento di un’anima che come una lucciola prigioniera di un bicchiere si spenge lentamente.

Ma in questo orrore lei perdonerà, perché non le è stato insegnato a essere guerriera ma angelo del focolare, dolce crocerossina e quindi:

La prima volta che ti colpirà ti dirà che è dispiaciuto.

Dirà che il suo pugno è stato attratto dal tuo volto impenitente e dalla colpa che vi appariva.

Sarà facile perdonarlo, questa volta.

Le sue labbra al sapore del vino rosso saranno irresistibili, la notte lui deciderà di amarti e le mani… le mani sapranno solo darti piacere e non faranno nessun danno al resto del tuo corpo.

E tutto questo perché? Per stupidità?

Ce lo svela tragicamente Rita:

Lascerai spazio al tuo complesso d’inferiorità e alla sua misoginia.

E ti dirai: lui non conosce di meglio.

Ha solo bisogno di essere curato, amato.

E invece dovete urlare qui no! Dovete dire anche a quelle che sono per il resto di questo mondo storto piccolezze il vostro no fregandovene se sarete giudicate pazze, esagerate aggressive. Si siamo lupe e tali dobbiamo diventare. Dobbiamo azzannare chi invade il nostro spazio. Mettere paletti e intervenire se vogliono distruggere il nostro giardino. Impedire ai non degni di entravi e essere in grado di cacciarli se calpestano le nostre curate aiuole e non dire “forse non se n’è accorto”

Chi esce via da queste tragedie avrà ferite invisibili e dolorose ma saprà che quello che davvero vale è la sua sopravvivenza, quel poco che ha salvato e che tenta di ricostruire e saprà difenderlo fino allo stremo:

Sei un uomo coraggioso

se mi stai vicino

Dici di amarmi.

Sei pronto a farti male?

Sono più confusa

di quello che pensi.

E imparerà una lezione importantissima:

 

So quando tirarmi indietro,

ma non quando lasciarmi andare.

Prima di fare il romantico,

ti prego di essere sicuro

di avermi studiato bene,

mente e anima

– il corpo è solo un involucro –

così che tu mi capisca.

Chi si avvicina a noi, deve farlo con riverito stupore, come se si trovasse davanti a qualcosa di prezioso, inaspettato, un dono. Deve osservarci come osserverebbe uno spettacolo, dovrebbe parlarci come se parlasse il vento, estasiato, curioso. Dovrebbe lottare con unghie e denti per arrivare fino a noi e accettare di lasciarci andare convinto che, il sacro ha sfiorato la sua vita. Dovrebbe tremare ogni volta che ci osserva, dovrebbe, soprattutto, avere il coraggio di imparare da noi, dalle parole e anche dai silenzi. E che si trova di fronte non a un corpo ma a un’anima, a un’interiorità di cui il famoso corpo è solo una maschera. e dovrebbe decidersi di perdersi nel mare in tempesta di noi stesse.

Un giorno tornerò a sorridere

e sarò me stessa;

il cielo sarà luminoso e io altrettanto brillante,

così brillante da riscaldarti

con il bagliore

del mio io ritrovato.

 

Ecco cosa si dice Rita.

In tutto quell’orrore, in cui diventiamo ceramica esiste un nuovo inizio un vero capodanno: il ritrovare la propria divinità E con divinità intendo dire l’anima Sacra in ognuno di noi, che pochi sanno cogliere.

Leggete ogni verso, ogni riflessione, fatela penetrare dentro di voi affinché conosciate il buio di una notte senza luna, quella che sorrisi accattivanti e egocentrismo mascherato da interesse tenta di divorare la nostra luce interiore.

Siete la bellezza resa viva, voi ogni donna che esiste. Voi miracoli di dio. Voi nate dall’unione cielo e terra. Voi nate non da una costola dell’uomo ma da un autentico soffio divino. La prima Donna fu Lilith. Eva è solo un prodotto maschile. ritrovare grazie a Rita la vostra Lilith interiore.

E tu Autrice di talento, grazie per questo scritto, grazie per aver raccontato il dramma e la speranza della resurrezione. Grazie per credere assieme a noi nel riscatto di ogni madre, figlia, nonna e nipote.

Di ogni donna.

 

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