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Non vi è una particella di vita che non abbia poesia all’interno di essa.
Gustave Flaubert

 

Quattro sono gli elementi che ci permettono di vivere, anzi, permettono al mondo di esistere così com’è.

Nella raccolta di poesie di Azzirri si trovano ben delineati: a ognuno di essi è assegnata una figura metaforica e da questa scaturiscono una serie di versi sublimi.

Aria,  fuoco, acqua e terra.

Creature, buffoni, vagiti e tremori e, infine, momenti.

Le creature aeree sono cherubini, anime, fantasmi, riflessi… sono impalpabili ed essenziali così come lo è l’aria poiché veicolano le emozioni umane elevandole o denigrandole e, nel farlo, le rendono reali agli occhi del poeta.

Parlando di anima:

Lo sguardo diretto

attende l’errore

il resto è arcuato

piegato terrore.

In fallo colta

solo da se stessa.

 

 

La musicalità di questi pochi versi è ricercata ma non ridondante. È fine e realista.

L’aspetto dell’opera, infatti, che più mi ha colpito è l’accuratezza nella scelta delle parole, non vana ricerca di una rima, non mera metrica, ma rappresentazione visiva, tattile e alle volte olfattiva di un’ode che pare cantare una melodia che si accorda all’animo di chi la legge.

Come nella descrizione dell’impiccato:

E gira a mezz’aria

l’umana vertigine

in tenebra giostra.

 

Un’immagine macabra che diventa giostra e che nulla avrebbe a che fare con un diletto per bambini se non per il sottile significato nascosto.

La morte si beffa della vita e gioca con essa, seppur nelle sue tenebre avviluppata.

I buffoni invece sono i giullari dell’esistenza umana: uomini di una banale normalità che si rendono “ridicoli” facendosi beffeggiare dalla vita o semplici figure che vivono una straordinarietà che non esiste, forse esistita ma, oramai, esaurita.

C’è persino il giorno speciale che, in modo talentuoso e ironico, è il giorno del proprio funerale. Una giornata di “fama” a cui nessuno può mancare.

Si parla anche di divi:

Al gabbiano

il pescatore siamo soliti associare.

 Osservatore finissimo.

Vedetta del mare.

Spazzini del porto

son spesso chiamati.

Fama e gabbiano.

Il pescatore osserva, i bambini indicano e gli adulti guardano con occhi poetici quel volo che altro non è che una ricerca di vana gloria.

Passando dal fuoco alla sua nemesi, l’acqua, incontrerete i vagiti e i tremori.

La nascita e la morte.

Quello che è e che è stato.

Oggi attraverso ieri.

Vita e ricordi.

Giocai con quel cuore una decina di giorni

poi si ruppe.

Tentai con del nastro adesivo a ravvivarlo

ma ripiegava morente

collassando su se stesso.

 

Cuore vero o finto?

Amore perduto o ritrovato?

Ricordo o realtà?

Tutto, nell’acqua, è l’antitesi di se stesso, ma anche la via di fuga da un presente inquieto e la ricerca di un passato più soave.

L’amore qui vige sovrano anche quando un corvo sembra portare seco la morte, quando in realtà, vuole solo la libertà che lo scagiona dal ruolo imposto.

Le gote di una fanciulla che sono papaveri sui campi soleggiati:

Sprigioni distesa

ricordi

di tumidi fiori

sognando leggera.

 

Fino ad arrivare alla lacrima. Colei che tutto lava senza che l’uomo possa controllarla.

L’ultimo elemento è solido: la terra. Eppure è descritta da momenti. Istanti di vita, di viaggi e di piccole verità le uniche per cui vale la pena di stare ben piantati a terra.

C’è il progresso che si struttura sull’antica arte di vivere. E si osservano i temporali autunnali che ricordano le estati dove tutto era colorato, vivo e vero:

Godo dell’onde trafitte

dal manto fitto di zampilli

che adesso mi scopro ad amare

sul piazzale nero

 ammirato dal vetro aziendale.

Si affrontano le peculiarità stagionali, il fuoco e la sua danza e, soprattutto la felicità come arte.

L’arte e la vita insomma

richiedono naturalezze

donano gioia

e tristezze.

 

Essere veramente felici richiede la stessa passione che un artista dedica alla sua opera, e l’opera magna di tutti noi è vivere una vita felice.

Ma per farlo bisogna saper volare, accettare i rischi e le battute d’arresto. Richiede voglia di rialzarsi e di tentare un altro volo.

Francesco Azzirri consegna al lettore un’antologia poetica di alto livello, uno stile mai scontato e un messaggio mai banale.

Segna e condanna così come esalta e decanta tutto negli stessi versi. L’ironia sottile che fa riflettere ponendo l’accento laddove è necessario. C’è profondità e leggerezza talmente ben amalgamate da rendere difficile, in prima lettura, capire dove l’una finisce per lasciar spazio all’altra.

Ecco, non soffermatevi a una prima lettura. Ponete le armi e prendetevi tempo per assaporare al meglio queste odi alla vita e a tutti i suoi sconfinati aspetti.

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