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La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata.
Aldous Huxley
 

 

Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo.
Virginia Woolf

 

 

Il ricordo è forse l’eredità più preziosa che la vita ci lascia. Sono istantanee preziose, uniche, appariscenti come un fulmine che squarcia il sereno cielo di un’esistenza vissuta comunque, appieno. Momenti, istanti che ci guardano mentre corrono verso l’angolo più nascosto della nostra mente, in attesa di essere ripescati quando la belva chiamata nostalgia decide di morderci.  §Adoro i ricordi. Per chi come me venera in modo quasi religioso l’arte della domanda, e che trasforma quel perché fanciullesco in una ricerca, costante del senso di ogni soggetto/oggetto, i ricordi diventano un richiamo irresistibile. forse tutto nasce dal bisogno dell’uomo di comprendere e inquadrare un elemento nel suo contesto, sezionarlo e ricomporlo, aiutati dall’elemento della distanza temporale.  E i ricordi sono proprio attimi fulminei, vicini e ricchi di materiale emozionale ma oramai facenti parte del flusso di quel tempo che inesorabile scorre. Ricchi di idee, di oggetti congelati in quel preciso attimo, in quel preciso istante, in quella precisa data storica. Materiale che ogni ossessivo analista o saggista (cosi come indebitamente mi travesto da anni) cerca incessantemente per ricostruire in un mosaico tutto quello che oggi ci ha reso omini, patria e cultura, per dare voce a quei fenomeni che, se studiati solo come date, sotto la lente grigia della scienza, perdono la loro vibrazione originaria.  Il ricordo invece canta ancora seppur con voce flebile, le emozioni, le sensazioni, sogni distrutti e mai resi reali, echi oscuri forse, ma ne riescono a dare, del fenomeno studiato, la sua vera percezione e di conseguenza ne sfiori la realtà obiettiva.

Come dalla personale percezione possiamo ricavarne l’oggettività?

Proprio così.  Dalla percezione si risale, dunque, non solo al reale (per quello ci sono i dati) ma all’effetto che quel reale ha avuto su noi, sulla persone a perché no sulla cultura. E qual è il fenomeno che ancor ‘oggi ci tormenta e si perseguita nella musica, nell’arte del cinema e nelle tradizioni?

È il famoso sogno americano, cosi abilmente descritto da Edoardo Bennato:

 

Tu vuoi l’America

e il sogno ti porta via

tu vuoi l’America

della tua fantasia

per te farei pazzie

darei anche l’anima

ma è tutto inutile

Tu vuoi l’America

 

 

America, isola fonte di ogni meraviglia, la nuova utopia alla Tommaso Moro, che in questo testo appare una radiosa stella splendente, rispetto allo stridore cacofonico di un Italia che arranca ma perde la sua corsa verso il progresso.

E chi meglio di Benny Mannocchia, può raccontarci davvero l’America?

quella fatta di luci sfavillanti di Hollywood ma anche dei bassifondi perduti di Bowery Street, Brulicante si vita ai margini, tradita da quel grande sogno di uguaglianza cosi come racconta Bruce Springsteen in The Promise:

 

 

Per tutta la vita ho combattuto questa battaglia

Una battaglia che nessun uomo potrà vincere

Ogni giorno è sempre più difficile

Questo sogno in cui credo

Quando la promessa è spezzata continui a vivere

Ma ti occorre qualcosa che ti venga dall’anima

Come quando viene detta la verità e non fa alcuna differenza

Ma qualcosa nel tuo cuore si raffredda

Ho seguito quel sogno per tutto il sud ovest

E nei vicoli ciechi, che finiscono in un bar da due soldi

E quando la promessa fu spezzata ero lontano da casa

Dormivo nel sedile posteriore di una macchina presa in prestito

 

 

Cronache Americane è questo, un racconto acuto, ironico, lucido spensierato e al tempo stesso tragico di questo grande sogno, di quel paese che ha accolto i nostri nonni, in cerca di un’ancora a cui aggrapparsi, di un ideale su cui sputare sangue, devastati e disillusi da un paese uscito quasi martorizzato dal conflitto mondiale e in fondo, mai del tutto ripreso. Gente in cerca di sé stessa, di una vita dignitosa, di una possibilità di riscatto, ammassata nelle navi cariche di speranze e desideri, spesso restati solo vaneggiamenti di chi alla fine non ha nulla più da perdere.

Racconta di quell’Italia che invece di ricostruire si arrese al malcostume, alla povertà all’oligarchia, racconta di sé attraverso “gli americani” come se si guardasse allo specchio perché uno e l’altro restano indissolubilmente legati: come possiamo mai esistere senza l’altro da noi?

Ed è quell’altro che oggi, sulle nostre coste stiamo ignorando e distruggendo, senza capire che così facendo distruggiamo un po’ di noi stessi:

 

 

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,
ci mancan, padre, gli altri, gli altri, quelli che noi non siamo

 

 

E Mannocchia ce lo racconta, ci racconta questa strana nostra sudditanza, quasi timorosa verso il potente, quello che ci caratterizza e ci penalizza oggi, quella che ci fa abbassare spesso la testa di fronte all’umiliazione, specie quella che distrugge l’unico rimasuglio nostro di identità: la lingua

 

 

Sembra che tutti i popoli abbiano qualcosa da insegnarci, e in sostanza questo punto di vista è giusto e equilibrato. Diventa però anomalo nel momento in cui gli italiani si comportano come se restasse loro la sola possibilità di accettare, passivamente, quel che arriva dall’estero.

Prendiamo per esempio la nostra lingua: ogni volta che tornavo a casa non potevo fare a meno di notare il continuo aumento dell’uso di termini anglosassoni, che avevamo preso il posto di regolari parole italiane. Questa sudditanza mi dava fastidio

 

 

Questo è un capitolo che mi sta molto a cuore, visto la mia formazione di mediatore culturale., Perdere la lingua significa perdere qualcosa di molto più profondo che un’identità. Significa lasciare che la storia venga inglobata dal nulla. Significa scordarsi le radici e quindi il nostro punto di partenza. Significa vagare in un limbo eterno alla ricerca di qualcosa. Ma, cosa ancora più grave, significa trovarsi cosi sperduti, cosi spauriti da arroccarsi su posizioni spesso autocratiche e intransigenti, non più un collage strabiliante di singole personalità, ma una torre di babele inavvicinabile di singole isole evanescenti una contro l’altra:

 

 

Non è giusto svilire lo splendido linguaggio di casa nostra,

 

 

E soprattutto, la capacità razionalizzatrice di Mannocchia ci sussurra una spiegazione molto più inquietante di un paese allo sbando:

 

 

Tutto quanto viene detto in inglese e che invece pagherebbe il dazio delle contestazioni se venisse detto in italiano, la lingua di Dante. Perché potrebbe benissimo essere che la nostra lingua divulghi in modo troppo crudo qualche verità magari scomoda, che è meglio rendere più… sì, più soft.

 

 

 

L’Italia cerca, forse di nascondere a sé stessa la propria decadenza?

Ecco che attraverso interviste incredibili, alcune delle quali (lo ammetto) hanno suscitato in me profonda invidia (come non invidiare chi ha potuto bearsi della genialità di Hemingway? O bearsi di fronte alla straordinaria genialità di Tennessee Williams? O incontrare un attore del calibro di Marlon Brando?) noi riusciamo comprendere quell’America tanto sognata, che ancor ‘oggi rappresenta una sorta di paradiso perduto, in cui ancora esiste un’età dell’oro, ma soprattutto comprendere quel nostro ethos italiano che, continuando a sfuggirci ci penalizza molto come nazione. Ad esempio il cinema:

 

 

mentre da noi il cinema è parte di una mentalità artistica che proviene dalla storia, in America è un business come tanti altri, in cui circolano miliardi di dollari

 

 

Ma, nonostante questa nostra propensione artistica il cinema non vola, non sperimenta resta ancorato a una tradizione oramai stracciata:

 

 

L’Italia potrebbe diventare una potenza nel cinema mondiale, se solo i produttori si mettessero in mente di produrre lavori che possano arrivare ovunque, nel mondo

 

 

In questo viaggio attraverso la storia degli anni 50 fino all’evento che ha traumatizzato l’America e di conseguenza tutto il mondo, trovano spazio riflessioni sulla famiglia, sui giovani, ma anche sul terribile divario ricchi poveri (nel capitolo sul quartiere Bowey Street) che fanno impallidire tutti i sociologi che ho studiato e letto (e fidatevi sono parecchi). Cito soltanto pochi estratti:

 

 

Da giovani non si ha la capacità di comprendere fino in fondo quanto avviene nel corso dei nostri giorni. Li passi, i giorni, sperando sempre che l’indomani…

La gioventù va vissuta, penso, così come viene, giorno per giorno, fino a quando ci si accorge che è ora di fare qualcosa, di muoversi, di affrontare la montagna della vita vera.

Purtroppo, la salita più dura per molti di noi arriva presto. Chi ne ha la capacità, però, sa affrontarla con calma, come se usasse una mountain bike: pedala, si muove lentamente, ma arriva lassù più fresco, e contento. 

 

 

Sul famigerato Voodoo:

 

 

Che cosa avevo appreso da questa mia esperienza nella terra dove il voodoo è di casa? Bene, innanzi tutto che avevo in tasca il materiale per un libro (e secondo il mio editore, MEB di Torino, ottenne un buon successo). Poi, che in sostanza, in certe religioni, tutto è impresso nella mente degli adepti, che credono nei loro riti e non hanno la minima voglia di indagarli.

 

 

La famiglia americana, che vide, negli anni sessanta un incredibile avanzamento delle donne, divenuta il simbolo su cui si basava davvero la solidità non solo del nucleo personale ma della società stessa:

 

 

L’unica discordanza riguardava il capo famiglia: quando da noi il padre dava un ordine si aspettava pronta obbedienza e rispetto. In America invece era sovente l’uomo stesso a chiedere l’intervento della donna nelle decisioni di casa……

gli uomini americani danno sempre maggior credito a mammà, ben più degli uomini italiani, dei quali peraltro si facevano spesso beffe attribuendo loro la medesima soggezione. Anche quando non maneggiava dollari, la madre americana riusciva sempre a instillare nei figli maschi l’importanza del rispetto verso le donne, la necessità di ascoltarle perché – era la classica frase – “tuo padre in fondo sa ben poco della vita.

 

 

E trova spazio una riflessione importantissima, specie oggi, che ci troviamo davvero allo sbando, che ci può aiutare a capire e analizzare il disagio del XXI secolo:

 

 

I ragazzi del 2000 sono felici? Leggo notizie strazianti. Non hanno lavoro, non sanno che cosa fare, restano con i genitori più a lungo di quanto prevedevano fosse necessario prima di prendere il volo e diventare adulti. Deve pur cambiare, maledizione. Sono i giovani il futuro di una nazione, non i vecchi.

E se ogni cosa gli è contro, a un giovane prima o poi qualcosa esplode dentro.

La tristezza, ammettiamolo, sta nel fatto che spesso per colpa degli adulti sono i giovani a soffrire. Costretti in modo ignobile a non avere l’occasione di diventare adulti, a restare ragazzi per quasi tutta la vita come Peter Pan.

 

 

Questo viaggio disincantato ma non per questo meno affascinante, restituisce al sogno americano, troppo fallace e vanesio, la sua solidità che lo isola dal mondo dei sogni e lo restituisce alla realtà concreta:

 

 

Non ho mai creduto ai sogni di una nazione-guida, ricca, felice, tuttocuore. E quando venni qui capii che avevo visto giusto. Un simile Paese non esiste, nonostante le sviolinate di Hollywood.

 

E infatti il sogno si è infranto il terribile undici settembre, dove la superpotenza inattaccabile, fonte di sicurezza e baluardo dei diritti dell’uomo, dell’opportunità, è stata distrutta sotto gli occhi, increduli e terrorizzati di tutto il mondo:

 

 

L’inizio del nuovo secolo diede così un pauroso scossone all’intera popolazione. L’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono costò più di tremila vite, risvegliò negli americani l’assopito orgoglio nazionale e un forte desiderio di vendetta.

 

E appare forte e disperato il contrasto con:

 

 

un’aria piena di speranza ed entusiasmo, nonostante la preoccupazione per le minacce avanzate dai terroristi. L’America è sempre stata, la storia ci insegna, un Paese che si incendia come un immenso falò e vive momenti intensi quando le cose vanno bene e che cade in paurose crisi, perdendosi nella nebbia, nei momenti sfavorevoli, e al quale occorre lungo tempo per risalire la china. 

 

 

 Le parole di Mannocchia restano tatuate in fondo alla nostra anima:

 

 

Da allora l’America non è stata più la stessa.

 

 

È stato l’inizio del declino del Sogno Americano?

È stata una conseguenza di tante scelte sbagliate?

È stato il crollo della visione imperialistica che cozzava contro la fluidità evolutiva dei tempi?

Forse è tutto vero e tutto falso. Che la storia procede in avanti con un giro ellittico perfettamente individuato da un grance filosofo come Giambattista Vico (parlò appunto di una storia non lineare, né centrica ma più che altro simile a una spirale che nel procedere in avanti, spesso, deve tornare su sé stessa) e questo suo percorso contrasta e si scontra con la tendenza umana al non cambiamento, alla dolcezza amorfa del conosciuto. Ed è questo contrasto tra la vita che si evolve e noi che veneriamo la staticità che da impulso al movimento, alla crescita anche attraverso il disastro. L’America, come tutto il mondo oggi si trova a fare i conti con se stessa, per staccarsi dal mito e tornare tra gli uomini, con i suoi difetti, la sua tenace ricerca della perfezione ( sintetizzata dalla venerazione del WASP) ma anche scontrandosi con la certezza che dietro al bello, al lusso, al progresso si instaurerà sempre l’abominio, la povertà, l’orrore, simboleggiato dal fallimento del perfetto quartiere Bowery Street, ma anche da tanti altri esempi di quartieri modello come lo ZEN di Palermo. Perché, come ci ricorda Paulo Cohelo, Dio pone accanto alla tenerezza la colonna del rigore, perché noi non dobbiamo mai smettere di correre incontro alla crescita.

Un libro che emoziona, che fa sorridere ma anche ci dona qualcosa di prezioso: la storia. E la storia è il dono più prezioso che abbiamo perché:

 

 

Una generazione che ignora la storia non ha passato… né futuro.
(Robert Anson Heinlein)

 

Come posso non consigliarlo?

Che attraverso la lettura, straordinaria, attraverso la voce di un uomo che ha davvero incontrato il “mondo” possiate ritrovare voi stessi e quell’identità assuefatta dai troppi sogni. I sogni sono belli, ma tante volte offuscano una realtà ancor più bella, impedendoci di viverla:

 

 

Non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere.

J. K. Rowling

 

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