“Imago” di Serena De Luca Bosso, La strada per Babilonia edizioni. A cura di Natascia Lucchetti. Introduzione a cura di Micheli Alessandra

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La nostra Natascia Lucchetti, abile autrice allo sbaraglio, torna a recensire per noi con un libro che appartiene al suo humus culturale: una storia di stampo gotico. Una scelta azzardata dell’autrice che unisce modernità e passato, cercando di non tradire le sensazioni angoscianti, cupe, tenebrose e improntate a un certo senso di decadenza che resero ammaliante il genere gotico del passato. Case in cui il silenzio rimbomba, un certo gusto macabro del senso di una morte vista più come liberazione di un animo alieno a una vita che, nel suo incessante viaggio verso l’evoluzione, sacrifica la parte istintuale del sé, non consona alla conquista non solo scientifica ma anche sociale, che codifica e ingabbi l’essere umano in ruoli prestabiliti. Un ballo inquietante fatto di maschere sterili, quasi di plastica che celano dietro mirabili colori sgargianti, anime tormentate dal dubbio, dalla volontà di immergersi in un senso del sacro e del magico oramai bandito come eccesso. E soltanto in giornate simboliche, come Halloween, è possibile un tuffo nel substrato simbolico del mistero e del numinoso, senza apparire alieni e estranei alla cultura che oggi ci possiede.

E immergersi in Imago è proprio questo, un ristabilire il contatto con la materia dei sogni, non sempre colorati di rosa, che rende omaggio a un’ombra oggi temuta e tenuta lontano da noi, sacrificandola in favore della logica materialistica. con conseguenze disastrose sia per la psiche, sia per il nostro contesto sociale.

Ecco che il gotico, l’horror diventano dei necessari salvagenti in cui poter far confluire tutti quegli istinti non accettati, anzi temuti dalla nostra mente conscia, come se il viaggio verso quell’oscuro giardino, in cui noi Alici confuse bramiamo di cadere, fosse un anatema alla stabilità ordinaria della vita di tutti i giorni. Eppure quell’ antro oscuro ci seduce, ci chiama con voce cavernosa eppure suadente ed è a quel richiamo che Natascia e Serena non sanno resistere. E ci trascinano con loro, in un onirico viaggio in cui morte e vita si confondono e si nutrono una dell’altra.

Ma non solo. Il libro è un pacato, glorioso omaggio al re indiscusso del genere, che ha da sempre intrecciato le emozioni fondandole con il grottesco e il sano terrore, Edgar Allan Poe. In questo libro Natascia si diverte a individuare a raccontare ogni influenza letteraria che Serena, abilmente nasconde, ritrovando la magia di racconti resi eterni dall’anima nera di un uomo particolare, geniale e forse per questo deviante del suo tempo.

Andiamo assieme alla grazia di queste due autrici alla scoperta dell’oscurità, ma attenzione perché spesso la mano che ci guiderà, tramuterà la sua pallida bellezza in una rugosa artigliata impronta. Perché il velo che oggi divide sogno e veglia è pericolosamente e favolosamente labile.

Micheli Alessandra

 

Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte.
Nelle loro visioni grigie captano sprazzi d’eternità e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del grande segreto.
In un attimo, apprendono qualcosa del discernimento del bene e qualcosa più che la pura e semplice conoscenza del male.

Edgar Allan Poe

 

Io ho iniziato a leggere partendo dal genere gotico, quindi muovermi in storie che gli appartengono è come passare da una stanza all’altra di casa mia. Questa passione, però, mi ha reso molto selettiva e mi ha dato un forte occhio critico che mi fa riconoscere una bella storia già dalle prime pagine.

Imago è una bella storia e vi spiego perché.

Partiamo dalla cosa più importante per un romanzo gotico: l’ambientazione. L’ambientazione e quindi le atmosfere di Imago sono cupe, ingrigite, buie. La casa in cui Elisabeth, la protagonista, va a vivere è cadente, vecchia, priva di comodità, ma allo stesso tempo ha quel fascino tipico dell’antico. Il legno impolverato dei mobili, la soffitta che custodisce il segreto di vite perdute, le stanze ben chiuse dalle quali provengono rumori strozzati, scricchiolii, figli di esistenze che non dovrebbero esserci più, ma che si fanno strada nel presente, nella vita di tutti i giorni di una ragazza di oggi. La protagonista di Imago non è solo una ragazza di oggi, ma è una scrittrice che ama il famoso Edgar Allan Poe, vecchio proprietario della casa in questione. Lei è lì per un motivo, infatti: ha bisogno di entrare in contatto con lui, attraverso il luogo in cui egli ha vissuto. Sembra una follia, ma io posso capirla e anche molto bene. Ci sono figure che ami anche se non le puoi toccare. Ti illudi dicendo che ami la loro idea, ma non è così. L’amore per un grande del passato è viscerale come quello che potresti provare per una persona a portata di mano. Molti scambierebbero Elisabeth per una pazza squinternata chiusa nel suo mondo, ma io no. Io stessa nutro amore per una figura antica e ho sentito il bisogno di entrare in contatto con il suolo che ha calcato, i luoghi che ha vissuto e il racconto che la storia, quella vera, fa di lui. Non sono qui per parlare di me, ma volevo solo dirvi che questo elemento mi ha colpito. Sono sicura che molti di noi si sono innamorati del fantasma di qualcuno attraverso la lettura, lo studio della storia, e Serena fa un ottimo lavoro riportando proprio questo, descrivendo per filo e per segno che cosa si prova. È molto brava anche nelle descrizioni degli stati d’animo, dei pensieri, che fonde benissimo con i dialoghi mai banali.

Lei utilizza il fantasma, rendendolo il simbolo di un passato che non si è ancora chiuso. Il potere di Edgar che si mostra a Elisabeth, si fa persino tangibile, è quello della vera immortalità. Più la ragazza lo pensa e lo desidera, più egli è vivo, reale. Leggendo mi è venuto da chiedermi: quando si è veramente morti?  Sono giunta alla conclusione che l’immortalità esiste. Ovviamente non è qualcosa di fisico, ma è tutta questione di ricordi. Non si sparisce finché qualcuno continua a ricordare. Accettando questo ragionamento, comprenderete che vita e morte sono concetti molto relativi; siamo noi gli estremi giudici di ciò che è eterno e ciò che non lo è. Gli animi sensibili sanno vedere oltre le lapidi, sanno far vivere un lascito ed è questo che Elisabeth fa, con o senza la possibilità di vedere il fantasma di Poe. Il potere del ricordo è sconfinato anche grazie all’arte. La scrittura, nel caso di Poe, è ciò che lo ha reso immortale.

 

«L’arte. L’immaginazione. La capacità di unire tutti i sensi in un unico potere. La capacità di far parlare l’anima.»

 

Il veicolo dei sentimenti che sconfigge morte e tempo, porta con sé speranze, amore, rimpianti e tristezza. È la vita che continua in eterno sotto gli occhi di chi guarda e legge.

Siete amanti del genere gotico? Lasciate che vi consigli questa lettura. Serena sa descrivere benissimo i suoi personaggi, creando un intreccio credibile e dettagliato ponendo il lettore di fronte alla classica visione del fantasma come ombra degli uomini che nel cuore di alcuni sono ancora vivi.

Cosa si legge a Halloween. Ghost stories e racconti fatati. A cura di Micheli Alessandra

 

 

Halloween è la festa del tempo sospeso quando i veli tra i mondi si assottigliano e le energie rigenerano un mondo all’altro. In questo portale cosmico è possibile raggiungere i due regni, quello dei defunti e quindi degli spiriti e quello dei Faerie o del popolo fatato.

Ecco perché le letture caratteristiche di questo magico periodo riguarderanno questi due regni, interconnessi e eredi di una medesima tradizione che legava materia e spirito, forma e sostanza in un’unica energia creatrice.

 

Il culto dei morti e le ghost stories.

Per la comunità sociale antica il legame tra gli antenati e i propri cari defunti rappresentava non soltanto un dovere etico ma il simbolo stesso della continuità della tradizione, punto fermo di una società che, inevitabilmente era legata al progresso evolutivo e quindi a una perdita di una parte di sé stessa legata ai miti e alle storie sacre. Quando tutto sembra instabile, anche il rapporto vivi e morti diviene importantissimo e fondamentale per sopravvivenza del mondo interiore.

Ecco che le ghost stories celebrano il cardine fondamentale tra mondo altro e quello dei viventi e questo ciclo eterno vita morte vita diviene e resterò per i secoli a venire il senso dell’esistenza di intere culture, compresa la nostra, cosi moderna, cosi frettolosa cosi distante dal mito.

Ecco che leggere questi racconti significa in un certo senso dare nuovo stimolo e nuova vita all’eterna tradizione che venerava la morte non come fine ma nuovo inizio.

La riverenza dei morti, di quegli antenati che custodivano la tradizione e la donavano ai loro discendenti era una speciale modalità di conservazione, affinché la civiltà e la vita non si fermasse mai.

Il primo libro che vi consiglio caldamente è un classico della letteratura, scritto dal mio amato Oscar Wilde ossia il Fantasma di Canterville, scritto con intenti umoristico satirici, il libro narra le avventure di una dissacrante famiglia americana alle prese con le superstizioni inglesi. Ma nonostante esilaranti episodi il libro cede il passo a una profonda poesia drammatica che culmina nel pellegrinaggio a scopo redentivo della giovane e buona Virginia nell’aldilà, il regno oscuro dei morti per poter restituire a lord Canterville la pace eterna, attraverso il suo spontaneo e compassionevole versare lacrime per quest’anima tormentata. Emblematica è la risposta che una Virginia oramai adulta riserverà al marito, allorché esso curioso le chiedere delucidazioni sul suo breve viaggio nell’aldilà. Questa è il silenzio. Come a dire che certi segreti devono restare segreti.

Altro testo è storie di fantasmi della Newton e Compton con racconti di Edgar Allan Poe, William Dafoe, Mark Twain. Hanry James, Edith Wharton e molti altri. In questo libro troverete tutti i cliché del racconto classico fra i tetri castelli sassoni alle vallate delle Higlander scozzesi, fino alle metropoli americane e europee. Ma questo oscuro mondo sarà così vicino come ve lo mostreranno questi eterni racconti

Un autore fantastico e troppo spesso dimenticato è sicuramente Ambrose Bierce scomparso senza lasciare tracce nel 1914  a Chihuahua, Messico. Maestro indiscutibile del genere grazie al suo linguaggio diretto, semplice eppure evocativo, maestro del grottesco, sarà di ispirazione per i successivi racconti che si svilupperanno a partire dal XX secolo

Leggendario e un classico per Halloween è la leggenda di Sleepy Hollow, che ispirò il film con un meraviglioso Johnny Deep, è anche conosciuto come la leggenda della valle addormentata o la valle del sonno, scritto dallo statunitense Whasington Irving nel 1820. Questo testo racconta la strana storia di un certo Ichabod Crane, maestro di scuola ambiguo e diverso, e per questo deriso da Abrham Brom bones Van Brunt, suo rivale in amore. La fonte della loro passione sarà una certa Kathrin Van Tassel figlia di un colono di origine irlandese. Nella strana vicenda fa capolino, la leggenda del cavaliere senza testa (un cavaliere dell’Assia che perse capo e vita per via di un colpo di cannone e che vaga nella notte all’ ossessiva ricerca dell’appendice perduta. In una notte particolare Crane avvista il fantasma e sparisce. Di lui ritroveranno soltanto un berretto e una zucca. La fine di Crane?

Mistero e illazioni.

Un libro moderno, romantico e nello stile perfettamente vittoriano è quello di Victoria Alvarez con Eterna. La protagonista Annabelle cresciuta nel cimitero di Highgate soffre di cuore e il medico di famiglia le prescrive una medicina per mantenerla in vita sei gocce rosse come il sangue. Assieme a questo particolare rimedio Annabelle avrà anche il dono di psicopompo ossia di viaggiare attraverso il velo dell’aldilà e dare voce a coloro che l’hanno persa per sempre.  Ed è grazie a questa sua capacità di viaggiare tra i mondi che conoscerà il vero amore…

Romantico e con quella vena gotica, che non guasta, sarà una piacevole lettura in quella tetra Notte. E magari sorseggiate un bel vino rosso come il sangue….

Per chi ama le tinte forti invece, consiglio Anna vestita di sangue di Kendare Blake, terrificante e pieno di effetti speciali che vi assicuro turberà i vostri placidi sogni. La storia ha come protagonista Cas un ragazzo con una strana vocazione ossia uccidere i morti. Ereditata dal padre, ucciso proprio dall’entità che tentava di annientare Cas ha come unico amico un pugnale rituale un athame e continua la sua missione viaggiando di città e città assieme alla madre. E’ a Thunder Bay che il suo destino ha una svolta e incontra un fantasma preda di istinti violenti e di rabbia, inchiodata a una terribile maledizione: è costretta a uccidere chiunque osi entrare nella sua casa e la nutre con gli spiriti delle vittime che non troveranno la pace che ogni fantasma merita. Però, Cas viene stranamente risparmiato e anzi Anna sarà l’unica in grado di aiutarlo a trovare il fantasma responsabile della morte del padre.

Leggetelo di notte, con una piccola luce e state attenti alle ombre sulle pareti. non sia mai che la vostra casa abbia fame.

Per gli amanti del thriller paranormale consiglio After, un libro davvero ben scritto da Jessica Warman. Racconta la straordinaria storia di Liz che dopo un party si ritrova morta con il suo corpo galleggiante sull’acqua. Ecco che il suo spirito riesce a seguire gli eventi successivi al suo ritrovamento e si confronta con le scomode verità che verranno fuori, non tutto appare la favola che credeva.

In fondo le apparenze ingannano

Per gli inguaribili romantici invece, consiglio il libro di Tara Hudson Se fosse per sempre, struggente e poetico che racconta la storia del tormentato spirito di Amelia che si aggira sull’argine del fiume invisibile al mondo e sospesa in un eterno limbo. Ogni nebbia ha inghiottito ogni ricordo condannandola a una cupa solitudine. Finché un giorno un ragazzo rischia di annegare nello stesso fiume che accolse la sua morte. E lei si sveglia dal torpore aiutandolo e quasi ricostruendo quell’identità svanita…

Un amore che sfida ogni legge e che si manifesta puro e incorruttibile e più forte del tempo.

E adesso torniamo al thriller puro con il bellissimo Shades. Jack lo Squartatore è tornato di  Maureen Johnson. La protagonista Rory Deveneaux inizia la sua nuova vita in un collegio inglese. E indovinate dove?

Ma proprio a White Chapel no?

Che domande.  Ed è lì che iniziano una serie di brutali e efferati omicidi che ricalcano lo stile di Jack the Ripper, e come allora pochi indizi e nessun testimone. Tranne Rory. Peccato che solo lei può vederlo. Ed è in quella consapevolezza agghiacciante che il suo destino avrà un’impensata svolta…

Il caro vecchio Jack fa sempre la sua figura. Anche da spettro.

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Ottima è anche l’onirica sagra di Skinjacker trilogy Neal Shusterman che parla proprio di un mondo sospeso fra la vita e la morte e la guerra e la pace. E seguiremo le avventure di tre spettri, inqueti e giovani per sempre condannati a vagare in eterno tra i cupi misteri di Everlost. Speranza, angoscia, sogno si susseguono con colpi di scena in un mondo in cui la guerra per sopravvivere è una dura realtà.

Davvero un libro che seduce e ammalia

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 Interessante è il libro Il figlio del cimitero- Neil Gaiman, la storia di Nobody Owens che dopo l’assassinio della sua famiglia è cresciuto e educato dagli abitanti di un cimitero.  Vi dico solo che l’atmosfera creata da Gaiman è una delle più perfette che abbia mai letto. Vi prego assaporatela.

Un libro che personalmente adoro, sia per stile che trama è di Emanuela Valenti la bambina senza cuore, una fiaba dark che richiama le atmosfere di Gaiman e Tim Burton. A Whisperwood regna una legge ferrea. Nessuno può uscire dopo il tramonto. Ma come si fa a fermare la vitalità di un ragazzo?

Ed è per questo che Nathan osa ribellarsi e nel suo vagare nel regno proibito incontrerà la dolce Lola, pallida fanciulla che abita in un cimitero assieme a un angelo di marmo, un gargoyle e un poeta dall’animo inquieto e la sua esistenza verrà sconvolta per sempre, spingendolo alla ricerca della verità.

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Ultimi libri che vi consiglio sono La custode degli Spiriti di Melissa Marr e la serie Nicky Strix di Terri Garey.

Nella custode degli spiriti viaggeremo nella città Claysville una piccola città apparentemente senza importanza. Rebekka è cresciuta in questo posto sperduto assieme alla nonna e manca da dieci anni oramai. Ora la nonna è morta e Becks ritorna. E scopre che quel piccolo angolo di mondo è di vitale importanza perché in quella sonnolenta cittadina il mondo dei morti e quello dei vivi sono pericolosamente collegati. Al di sotto esiste un portale che conduce a un altro mondo, ombroso e senza legge che ha stabilito con gli umani un patto: se i morti non vengono trattati con cura torneranno indietro. Per saziarsi. E non sarà piacevole. E Beck è la custode prescelta.

Questo libro vi ricorderà la necessità di rispettare la morte, altrimenti la sua rabbia non sarà gradevole, ma devastante

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Nicky Strix di Terri Garey è una serie adorabile, inquietante e divertente al tempo stesso e racconta le vicissitudini di Nicky ragazza sensitiva che scopre improvvisamente il suo dono. Fino a stravolgere totalmente la sua vita.

Del resto i morti sanno essere anche terribilmente fastidiosi.

 

Libri sul regno fatato

La straordinarietà dell’evento di fine estate era non soltanto sul piano fisico, ossia stagionale, come fine del periodo agricolo, ma soprattutto sul piano spirituale. La vigilia del nuovo ciclo annuale comportava una sospensione del tempo, come se in quell’istante si venisse a costruire un passaggio dimensionale, sacro, capace di assottigliare i confini dei mondi permettendo alle forze sovrannaturali di passare da un mondo all’altro portando scompiglio e caos nel mondo umano.

Spiriti, ma anche il favoloso regno fatato rappresentavano, forse un simbolo delle paure, dei timori ma anche incarnavano il senso di baldoria dove ruoli consuetudini e regole venivano sovvertite.

Come ogni caotico sommovimento era necessario poiché apportava nuove energie e nuove passioni che potevano essere vissute in piena libertà e fuori del regolare andamento della società consueta.

Nel tempo sospeso si univa, quindi, non la paura intesa come terrore, ma una sorta di reverenziale timore per quelle forze oscure misteriose affascinanti che irrompendo nel mondo, stabile e abitudinario apportavano una necessaria leggerezza e anche un senso di gratitudine per la benevolenza della divinità per l’anno passato.

Ed è sulla gratitudine che la divinità custode di un equilibro concedeva ai suoi fedeli quel caotico giubilo che li distraeva dalle fatiche quotidiane di un popolo che combatteva contro instabilità, ignoto e difficoltà concrete. Ecco che ballare con le fate, essere toccati dalla mano fatata diveniva un momento di estremo stupore e meraviglia che ricaricava l’anima e la psiche delle persone insoddisfatta da una vita di sacrifici

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Il regno fatato irrompe nelle nostre vite.

Inizio subito questa carrellata di consigli librosi con un testo a cui sono terribilmente affezionata Le Dame di Grace Adieu di Susanna Clarke. Oltre ad avere al suo interno pregiate illustrazioni è un perfetto libro di fate. Questo perché evidenzia il fatto (molto halloweeniano) non è così lontano come potremmo pensare. Anzi. A volte capiterà, in date particolari come questa, di attraversare una linea invisibile, quasi distrattamente e ritrovarsi a fronteggiare un popolo affascinante e oscuro che rende meno tedioso il tempo intrecciando destini a volte benevoli e a volte terribili. Oppure di ritrovarsi in un mondo distorto, che non è il nostro ma che assomiglia al nostro quasi fosse una visione speculare delle abitudini umane. ecco cosa accade agli eroi di questi racconti.

Passeggiate in quelle oscure selve e in quei mondi incantati. Dove il tempo, nostro moderno tiranno, in fondo non esiste.

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Oversight di Charlie  Fletcher è un libro che seduce. Ambientato a Londra nella prima metà dell’ottocento (contesto già incantevole di suo) e racconta le vicende dell’organizzazione segreta Oversight che ha un duplice compito, quello di proteggere gli esseri umani privi di magici poteri dalle scorribande di esseri fatati di ogni genere, sia di difendere il mondo magico dall’avanzata di una modernità che minaccia, in fondo, la fantasia.

Di questo libro non posso dire molto, tranne che…magico!

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Fairy Love di Cyn Balog è un fantasy dotato di una romantica vena che affronta il tema antico e popolare del sostituto. È la storia di Cam Brown uno dei ragazzi più famosi della scuola, stella del football e fidanzato con la dolce Morgan. Ma un giorno impensabile a Cam accade qualcosa di strano al suo corpo, cosi come il suo carattere muta. Improvvisamente. Ed è l’arrivo di uno strano personaggio Pip, misterioso e stravagante complica le cose…Pip racconta una vicenda bizzarra assurda: Cam è una creatura fatata che presto verrà condotta nel magico regno per diventarne il sovrano. Ma soprattutto dovrà sposare la potente fata Dawn. Cosa potrà fare l’umana Morgan pur di non perdere il suo amore?

Poetica e geniale rivisitazione, in chiave moderna del dramma dei bimbi scambiati.

Fate a New York di Martin Millar è un libro diverso dagli altri, esilarante, comico e grottesco. È la storia di Morag e Heasther due fatine punk scozzesi che si trovano catapultate senza sapere il perché a New York. Rinnegate dal loro mondo a causa del loro comportamento controcorrente, le due fatine si godono la loro libertà. Ma il contatto con la realtà moderna diventa difficile e complicata e le vedranno protagoniste di avventure che faranno ridere ma riflettere.

Mai suonare il rock con le arpe, specie se siete fate.

Il Diario delle Fate di Jane Yolen. Una fiaba moderna, strepitosa incantevole in cui umano e sovrannaturale convivono e insegnano qualcosa uno all’altro.

Serana e Meteora sono due fate bellissime sorelle e dame della Regina della luce. Un giorno senza volerlo scoprono un segreto, un segreto che doveva restare nascosto e da quel momento la loro vita cambia. La regina, iraconda e spietata le punisce separandole e esiliandole sulla terra, Serana a New York e Meteroa a Milwaukee. Prive delle loro ali, dei loro poteri e della loro bellezza si trovano a vagare disperate su una terra estranea e aliena.

Ma è davvero una punizione?

 O il destino riserva a loro un compito importantissimo?

Immergetevi in un mondo sospeso tra la magia del mondo incantato e quello rumoroso di una città in cui l’umanità ancora sa germogliare, e scoprirete che, in fondo, i mondi non sono mai davvero separati.

Forse le fate vivono davvero in mezzo a noi.

Il sostituto di Brenna Yovanoff. Libro dalle perfette sfumature gotiche, che sconfinano nell’horror racconta la storia di Malcom Doyle che vive in una sonnacchiosa cittadina della provincia americana. Ma in realtà è un estraneo perché il mondo da cui proviene è fatto di tunnel e sorgenti d’acqua buie e profonde. Malcom è un sostituto, un essere fatato lasciato in una culla di un bambino rapito sedici anni prima. È allergico al ferro e al terreno consacrato e lentamente sta morendo in un mondo umano che è divenuto per lui ostile …E farebbe di tutto per vivere come una persona normale…Di tutto

Attenzione a chi avete vicino, soprattutto se evita di toccare ferro. Magari se lo osserverete bene, vedrete inquietanti orecchie a punta.

La cacciatrice di fate di May Elizabeth May. E’ la storia di Lady Aileana che a differenza delle sue coetanee non ha paura della notte. Anzi. La ama perché è solo in quelle ore che può compiere la sua missione. In un Edimburgo inquietante la nostra lady può trovare le sue prede: le fate. Spietata cacciatrice non ha pietà, come le fate stesse non l’ebbero in una notte di un anno fa, quella del suo debutto, dove uccisero senza pietà la madre. Da allora la vendetta domina i suoi pensieri. E, aiutata da Kiaran, diviene una splendida e scaltra cacciatrice. E sarà assieme a lui che riuscirà a svelare il suo destino…perché la notte del solstizio d’inverno sta arrivando.

Forse le fate non sono graziose come crediamo. Attenti al loro sorriso, spesso nasconde un qualcosa di selvaggio e ferino. Scappate finché siete in tempo.

Faeriewalker di Jenna Black. Un libro incentrato sulla magica terra di Avalon patria di Dana Hathaway laddove il mondo umano e quello fatato si incontrano e dove spera di trovare pace. Però il viaggio si rivela affatto tranquillo e Dana si trova invischiata in un gioco pericoloso. La sua vita è in pericolo.

Cosa vogliono da lei?

Intrappolata tra due mondi e coinvolta in oscure trame di potere la ragazza non sa di chi può fidarsi ma sicuro non potrà tornare più quella di una volta.

Attenzione spesso dietro la tranquillità si cela il pericolo.

Splintered di a. G. Howard. Geniale rivisitazione di Alice nel paese della meraviglia. Qua il magico mondo non è altro che la versione gotico dark del regno fatato, sede e patria dei Netherling. E Alice Liddel è la loro futura regina. E per rivendicare la corona il viaggio sarà lungo e difficile. Ma tanto tanto affascinante. Un mondo in cui la follia è sana e la sanità è follia, dove il non senso è la miglior logica che si possa avere.

Leggetelo e attenzione a guardare gli specchi o a seguire un coniglio. Forse il mondo dove vi condurrà non è la dolce fiaba che ricordate.

Wicked Lovely di Melissa Marr.

Cosa dire di questa serie?

È per tutti i gusti, da quelli più romantici a quelli più oscuri. La serie è divisa in cinque libri Wicked Lovely. Incantevole e pericoloso, 2008, Ink Exchange. Sortilegi sulla pelle,  2008, Fragile Eternity. Immortale Tentazione, 2009, Radiant Shadows. Sublime Oscurità, 2011, Darkest Mercy. Discordi Armonie, 2012.

Posso solo dirvi una cosa: non tutte le fate sono benevole. Anzi. E se trovate qualche ombra che vi segue, siete fregati.

 

Regola n°1. Non attirare mai l’attenzione degli esseri fatati.

Regola n°2. Non rispondere mai a un essere invisibile.

Regola n°3. Non fissare mai un essere invisibile.»

 

Cosa si legge a Halloween. L’oscuro mondo dell’horror. A cura di Micheli Alessandra

 

La festa più amata da grandi e piccini è protagonista indiscussa anche del panorama letterario. Tra feste e deliri, c’è sempre chi si ritaglia un momento per viverla nel suo senso più profondo, quasi un omaggio agli antichi antenati. Se un tempo era d’uso comune rintanarsi nella propria casa, attorno al fuoco e raccontarsi storie che esorcizzassero la paura dell’inverno rigido, c’è ancora chi al posto di festeggiamenti senza limiti e senza inibizioni, preferisce starsene sul divano a leggersi un buon libro, come e ripercorrere un lontano passato insito nel nostro DNA.

Ma cosa si legge a Halloween?

Questa festa è intrecciata profondamente, nei secoli, con la letteratura. Un articolo nell’Huffington post ripercorre le tradizioni letterarie di questa magica notte partendo addirittura dal 1556, anno della prima testimonianza del termine, usato in un testo scozzese apparso in misura per misura ( di Shakesperare). Più tardi, nel 1785, Robert Burns scriverà un poemetto intitolato Halloween mentre la famosa figura di Jack o Lantern si trova in un racconto americano di Nathaniel Hawtorne La mente stregata (Haunted mind del 1837).  Ma non solo. Il 31 ottobre è anche l’anniversario della nascita, nientedimeno che di John Keats ( nato nel 1795). E come ben sappiamo, Keats è uno dei poeti britannici più significativi del romanticismo inglese, di cui assurge a diritti oil ruolo di sovrano assoluto, grazie allo straordinario inno alla bellezza e all’arte presente nel poema La Belle dame sans merci. ( La bella dama senza pietà) Questa ballata è un classico della letteratura poetica di cui sono giunte fino a noi due versioni con pochissime differenze. L’originale fu scritto nel 1819 e narra l’incontro tra un cavaliere senza nome e una misteriosa donna dagli occhi selvaggi che dichiara di essere figlia di una fata. Il cavaliere ne rimane ammaliato e la fa salire sul proprio cavallo e lei lo conduce alla grotta degli elfi, dove versa lacrime e sospira di profondo dolore. Addormentatosi il cavaliera ha una visione di principi e re dalla bianchissima pelle, i quali gli gridano che la bella dama senza pietà li ha assoggettati rendendoli suoi schivi. Al risveglio, si ritrova sullo stesso gelido pendio dove continua a aspettare. Secondo lo stile del romanticismo la ballata lungi dall’essere semplice e soave è piena di enigmi e visioni oscure. Molti hanno tentato di ritrovarvi una critica politica o sociale ( il cavaliere come simbolo della cultura occidentale destinato ad avvizzire) purtroppo la definitiva simbologia della ballata non è per nulla svelata ed è questo che ne mantiene inalterata la bellezza e il fascino. Un fascino intramontabile dove l’amore si fonde con l’incubo, dove la bellezza nasconde tra i suoi lucenti capelli un pugnale pronto a ferire, dove una volta incontrato lo straordinario il cavaliere non sarà mai più lo stesso e privato del mistero si troverà a avvizzire piano piano. Ecco che questa ballata diventa tipica di una notte di rivelazioni e svelamento, in cui l’incontro con il sacro e lo straordinario, lascia attoniti e stravolti. Halloween è come la Dama senza pietà, ti fa sfiorare l’incredibile e ti avvolge, lasciandoti al suo passaggio quassi nostalgico di quel tocco di magia vivente.

L’altro aspetto di Halloween, quello più orrrorifico, quasi un esorcizzazione delle paure moderne di ogni società, si ispira in primis a un racconto classico, di fattura pregiatissima oserei dire, il vampiro di John Polidori ( 1919). Quest’opera è straordinaria anche per il contesto in cui fu prodotta.  John Polidori era il medico personale nientedimeno che di lord Byron. Nel 1816 il poeta invitò un po’ di gente nella sua villa dove, a causa della pioggia incessante, si trascorse il tempo a leggere storie di fantasmi. Nasce cosi una straordinaria idea ( Grazie pioggia londinese di Maggio, senza di te non avremmo avuto capolavori della letteratura horror di questo calibro) una piccola gara a chi sarebbe riuscito a scrivere il racconto di terrore più bello. Soltanto due invitati raggiunsero risultati di eccellenza ossia, Polidori e Mary Shelley con il suo Frankenstein. Pare che Polidori si sia ispirato, per raccontare la difficile interazione tra i suoi personaggi alla propria esperienza con lord Byron, mentre per il personaggio di Jante ( per chi non avesse mai letto questo incredibile romanzo accenno soltanto che è uno dei  personaggi femminili principali del libro)  si sarebbe ispirato direttamente dalla stessa Mary, amata in segreto dal giovane medico.

Tra i racconti di vampiri, figura prediletta per Halloween, non posso esimermi dal citare il più grande, ispiratore di fiction, di film e di tutti i successivi romanzi sul vampiro ossia il Dracula di Bram Stoker ( 1897) che, udite udite, non ebbe gran successo, all’epoca, con le vendite. Troppo scomodo, troppo “sensuale” per l’epoca tanto da essere battuto dal romanzo the Beetle di Richeard Marsch. Dracula invece pur se con un inizio traballante passò alla storia e resta tutto’ora un libro importantissimo che fa da guida ai successivi romanzi del genere vampiresco ( a eccezion fatta della saga di Twilight che tenta, disperatamente, di discostarsi dalla leggenda originaria per dare una sorta di buonismo a una figura inquietante e a volte scomoda. Dello stesso tono, ossia sensuale e oscuro, è invece la saga di Lisa Jane Smith che resta fedele, seppur con ammodernamenti osteggiati dai puristi, al filone Dracula dello Stoker). Cosa rende il Dracula cosi fantastico? Innanzitutto Bram Stoker era irlandese di nascita, nato in un paese in cui le leggende si avvertivano come parte della tradizione ed erano vive e reali. In più Stoker uni in un connubio destinato a essere eterno, storia e mito, fondendo l’antica figura del vampiro con quella di un personaggio storico molto discusso, ossia Vald III principe di Valacchia. Cosa non gradita al popolo rumeno che tuttora contesta l’associazione in quanto Vlad Tepes ( denominato cosi per la sua rigidità e ferocia contro i nemici turchi, non che all’epoca ci fossero rispettose liti davanti a una tazza di the e tramezzini al cetriolo) è considerato colui che respinse l’avanzata degli ottomani, salvando l’Europa centrale da un invasione. Fatti controversi dell’epoca, un epoca di incontri e scontri dove purtroppo, la crudeltà era all’ordine del giorno ( per allietarsi con reali racconti di tortura e di carneficine rimando allo storico di Isabella Giustiniani l’ombra del serpente, dove i racconti precisi e documentasti delle crociate, e delle vendette del sultano fanno impallidire lo stesso Dracula di Stoker).  Dracula è forse uno degli ultimi romanzi gotici, mirabile esempio di atmosfere lugubri cupe in cui l’orrore e la minaccia invadono le menti dei protagonisti fino a far sfiorare la pazzia, in un crescendo emotivo che porta alla scoperta del mostro che vive tra noi, ossia la leggendaria figura del vampiro. E’ anche interessante notare come, il vampiro di Stoker, rappresenti una sorta di controparte della cupa atmosfera vittoriana con la sua rigidità morale e il suo perbenismo eccessivo, tanto da rendere, spesso, donne e uomini vittime di se stessi, frustrati e in preda a deliri reali. Ecco che Dracula cosi come l’altro suo libro L’ospite di Dracula son anche un inno a una sensualità osteggiata dove il sesso, proprio per la sua negazione, diventa trasgressivo e quasi violento. Il morso del vampiro simboleggia l’atto sessuale, dove il sangue assurge a vita per coloro che attraversano la vita come morti viventi.  Ecco che le macabre atmosfere dei due libri donano quel brivido eterno che soltanto il proibito sa dare. Altro capolavoro gotico sempre relativo ai vampiri è Carmilla di Jospeh Sheridan le Fanu del 1872 considerato uno dei migliori racconti dell’orrore che siano mai stati scritti. Carmilla ha poco da invidiare al suo vicino Dracula ed ha il pregio di rivolgersi alla donna, una donna vampiro dissoluta, affascinante , sottilmente erotica e avvolgente quanto orrori fica. La sua ambiguità sessuale rappresenta il fulcro di una tradizione millenaria allarmante per la sua modernità e perfetto esempio di rivalsa contro la tremenda morale vittoriana. Nessuno meglio di Carmilla si farà portavoce di una rivalsa femminista, e dove l’atmosfera di malato erotismo, rivendica il diritto al piacere senza ostacoli e limiti

Altro libro culto di Halloween è il castello di Otranto di Horace Walpole, il primo vero romanzo gotico e, proposto inizialmente come traduzione di un manoscritto napoletano del 1529 firmato da un tale Onuphrio Muralto a sua volta modellato su una storia risalente alla crociate.. l’opera ebbe molto successo e per la seconda edizione il nostro Walpole ne rivendicò la paternità. Non fu una mossa saggia poiché perduta la sua qualità di documento storico, il libro subì un vero e proprio crollo delle vendite, monito di quanto l’ambizione cieca non aiuto lo scrittore.  Nella ricerca di classici della letteratura horror abbiamo anche il favoloso Stevenson. Quanti di voi sanno che il nostro popolare scrittore si cimentò nel 1887, dopo la pubblicazione del suo sommo romanzo Doctor Jackil e Mr Hyde, il primo romanzo thriller psicologico a cui non posso che inchinare devotamente il capo, in una serie di racconti di orrore dal titolo di Merry Men e other tales e fables.  Come descrivere la bellezza di questi racconti, seppur angoscianti e tenebrosi, hanno una poeticità e una profondità da far impallidire i nostri scrittori moderni? Qua si intravede il significato più moderno dell’opera stevensoniana, ossia il fantasma del senso di colpa, di qualche segreta vergogna che non viene mai perdonata ma che rode la coscienza fino al tragico epilogo finale ( Stupendo il racconto di Thrawn Janet dove il reverendo Soulis viene reclamato dal segreto non detto sotto forma di cadavere vivente).

Altri racconti di moda nella notte stregata sono quelli di sottile e raffinata indagine psicologica di George Elliot ( pseudonimo di Mary Ann Evans una delle più importanti scrittrici vittoriane) raccolti nel Il Velo dissolto dove le atmosfere classiche vengono spazzate via da qualcosa di più orrori fico, le inquietanti negatività più cupe dei fantasmi di Walpole, di una modernità decadente; quella dell’Inghilterra vittoriana. In Elliott a terrorizzare non sono più i morti ma i vivi.

Classici di questa notte sono poi le raccolte della Newton come le storie di fantasmi (i migliori sono sicuramente le raccolte di fantasmi inglesi e irlandesi) in cui fa capolino un altro importante autore classico: Ambrose Bierce. Nato in una fattoria dell’Ohio , nel 1866 Bierce iniziò la sua carriera di scrittore pubblicando i suoi racconti in un giornale finanziario il San francisco News. Ecco come intraprese una brillantissima carriera letteraria e nell’arco di 40 anni si affermò come uno degli scrittori e giornalisti più famosi degli USA, dando alle stampe più di 250 racconti.  Anche la sua misteriosa sparizione nel 1913, in Messico contribuì alla sua fama facendo aleggiare attorno a lui innumerevoli leggende. Cito qua la sua migliore raccolta I racconti dell’oltretomba, la cui novità fu il senso sarcastico con cui affrontò il tema della morte, in ogni sua forma. Case infestate ma soprattutto orrore psicologico, scomparse inspiegabili cosi originali da renderne impossibile la classificazione, fanno di Bierce un innovatore difficile da eguagliare, nel campo occulto.

Altro genio della letteratura horror è senza dubbio Howard Philips Lovecraft ( devo inchinarmi anche nominando Lui, oddio perdonami non sono degna). Nato a Providence nel 1890 è riconosciuto, assieme a Edgar Allan Poe, uno dei maggiori scrittori classici di horror e precursore della fantascienza angloamericana. Si perché lo stile di Lovecraft è in bilico su due anime, in quanto non si limita a raccontare paure e demoni della tradizione, ma crea un vero universo popolato da orribili creature provenienti da altre dimensioni, amorali e assetate di sangue. I più famosi racconti sono il ciclo di Cthulhu e il Necromonicon. Entrambi ispirati a incubi reali e a simboli dell’inconscio, influenzati dalle oniriche opere di Poe ( presenti sicuramente nei primi racconti) è noto per essere riuscito a creare qualcosa di unico, atmosfere cupe, inquietanti, paure nascoste e soprattutto il tema fondamentale della storia evolutiva umana, della conoscenza proibita:

 

« Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura. » ( Da richiamo di Cthulhu)

 

Per le opere di Lovecraft servirebbe un intero articolo e purtroppo il nostro viaggio nella letteratura di Halloween non può permetterselo ( abbiamo ancora molti autori da scoprire) però devo per forza sottolineare la forza della sue opere: ossia il tema della civiltà che affronta la lotta continua con la barbarie e il degrado. Questo tema sarà poi ripreso da molti autori contemporanei e farò combaciare il degrado fisico al degrado psicologico. Piccola curiosità. Il necronomicon è entrato nella categoria degli pseudo libri. Cosa sono mai? Semplice. E’ un libro che non esiste ma citato come se fosse vero. Un clamoroso, geniale espediente letterario di Lovrecraft. Questo riuscì a dare verosomiglianza ai propri racconti e diventò un vero e proprio gioco intellettuale quando anche altri autori iniziarono a citarlo nei loro racconti. Ancora oggi, nonostante la smentita dell’autore, si crede che il Necronomicon sia realmente esistente. Che dire, complimenti Howard!!!

Edgar Allan Poe, sopra citato è senza dubbio l’autore che, come abbiamo visto, influenzerà i successivi autori. L’inventiva di Poe si muove tra gotico, ( con i temi della decomposizione del corpo Il verme trionfante, e la paura atavica della sepoltura prematura The Premature Buria1) fino al thriller ( fu uno dei primi a sperimentare il genere poliziesco con il protagonista Auguste Dupin che gettarono le basi per i futuri detective della letteratura….grazie Poe dal profondo del mio cuore) , racconti umoristici e satirici ( Metzeengestein la sua prima incursione nel genere dell’orrore fu intesa originariamente come una satira burlescque del genere popolare). Nei racconti di Poe, troviamo anche le prime teorie criminologhe alla Lombroso, come la frenologia e la fisionomia, ma anche portatore di una teoria cosmologica che, addirittura presagiva la teoria del Big Bang, ottant’anni prima che fosse formulata…che dire un genio.

Tra suoi racconti hallowoniani, orrorifici per eccellenza non posso che citare, Berenice (1835) La caduta della casa degli Usher ( 1839) William Wilson ( 1839)e il meraviglioso il Gatto nero ( 1843). Altri che mi sono rimasti nel cuore sono: il barile di Amontillado (1846) e il cuore rivelatore (1843)

Ultime storie classiche dell’orrore da raccontare, prima di immergersi nel periodo contemporaneo, sono la raccolta di Storie di streghe, molto in voga nel periodo di Halloween con una serie di racconti di Henry Wire, (progenie di streghe) Robert C. Albright ( Sekmet è uno dei migliori racconti del genere )Stanley Wright ( la stanza della strega ) Thorp Mc Clusky ( l’evocazione) raccolte da Newton e Compton Nel 1994) consigliato agli amanti del genere. Leggetelo di notte a luci soffuse….se ci riuscite.

Ed eccoci finalmente nel nostro strano secolo, un secolo in cui la letteratura horror è dominio del RE per eccellenza, erede di Poe Lovecraft e le Fanu: Stephen King. C’è da dire qualcosa su questo incredibile autore? I suoi racconti sono leggenda, sono adrenalina pura ma, non soltanto, King racconta l’orrore riunendo i generi del diciannovesimo secolo non tradizione ma anche satira sociale. King racconta il bullissimo ( Carrie lo sguardo di satana) le paure moderne (Christine – La macchina infernale) demoni e vampiri ( It, vediamo se riuscite a stare di fronte a un pagliaccio,  Le notti di Salem, le creature del buio) ma anche orrore della pazzia ( Shinning e Misery non deve morire). Sicuramente il racconto migliore a parer mio è Pet cemetery ( provate a leggerlo il 31 vi sfido).  Geniale, invece  è L’occhio del male, che ritengo un capolavoro assoluto, in cui nulla viene perdonato e ricorda molto i libri di Stevenson.

Ma abbiamo anche scrittori del calibro di Roberth Block,(psyco) Anne Rice ( le streghe di Mayfair), Clive barker( Infernalia), William Peter Blatty ( l’esorcista) Ira Levin (Rosmery’s Baby).

Ma non ci sono soltanto grandi nomi a rallegrare la notte di Halloween. Ci sono anche autori emergenti da tenere in considerazione, come eredi della tradizione classica. Uno di questi è la moderna storia di Caldo Sangue, dove la giovane autrice Suanna Roberti, con il suo Ranieri, fonde le due anime del vampirismo letterario, Carmilla donna senza freni inibitori e l’inquietante peso immortale di dolore e nostalgia e rifiuto di sé, dal Dracula di Bram Stoker.

Nel gotico, possiamo ritrovare le inquietanti atmosfere di Natascia Hellion Lucchetti con la Strega dei corvi  e lo specchio nero. Mentre per il filone lovoecraftiano posso citare Il canto di Gillian e non rubare dalla notte, dove viene evidenziato il degrado sociale e psicologico come il sangue malato di una civiltà. Una favolosa Aurora Stella prende in consegna, invece, l’eredità del Re con la sua creatività nel riscrivere, in chiave terrorizzante le fiabe in E vissero.. qua abbiamo il capolavoro assoluto che ricalca il libro di King, Christine la macchina infernale con un’aggiunta di originalità moderna La Lavatrice ( non leggetelo di notte. Non laverete più i panni) ma anche un racconto horror satirico sullo stile di Faust, Il seguace.

Tra le poesie annovero Jessica Scarlet Amorino che con la sua Necrotica omaggia la Dame ssns merci di Keats, mentre il nostro Vito di Taranto si cimenta con un genere che sta in bilico tra horror e thriller esoterico ( Vitrio. L’artigliatorel e Vitriolo II. Cailleach), dove l’orrore ha lo stesso impatto dei racconti di Gustav Meyrink,  quella di rompere il sonno di una vita assuefatta dall’oblio, frutto di automatiche azioni meccaniche con lo shock del risveglio, brusco, traumatico feroce ma necessario al cammino che porta verso l’assoluto. . Anche ghost town tales di Gianmario Mattei, un testo pervaso dalla stessa atmosfera romanticista del passato, piacere per gli occhi e per il gusto. E per ultimo, ma non per valore, ma come ciliegina sulla torta, per la notte più oscura dell’anno c’è un romanzo nuovo, incredibile e perfetto: the quick di Laura Owen. Questo libro riprende tutto quello che è stato scritto in passato, l’atmosfera soffocante dell’epoca vittoriana, il vampiro come ultimo baluardo di un tentativo di superare la morte, di superare i limiti dell’essere umano, fisici e mentali, e l’orrore, quello puro, quello che scuote l’anima e lascia attoniti. Ma anche l’incredibile essenza del sogno, quello di erigersi sopra una civiltà che si sgretola e si perde, richiudendosi in se stessa.

Dopo questo incredibile viaggio letterario resta un’ ultima domanda; perché halloween promuove l’orrore? Che valore ha, oggi questo genere?

Ci risponde a tal proposito l’intrudizione al libro di Aurora Stella. Aurora ci perla dell’origine della letteratura horror ossia le fiabe:

Chi, leggendo da bambino la versione originale di Barbablù, non è rimasto terrorizzato al vedere, insieme alla protagonista, le teste mozzate delle altre mogli? Se avete letto la versione edulcorata peggio per voi! Vogliamo parlare di Cenerentola, le cui sorellastre si tagliano i piedi pur di farli entrare nella scarpetta? Davvero un’immagine graziosa. Biancaneve, per i fratelli Grimm, era una smidollata e i nani dei trogloditi. E vi dirò di più: non si sveglia affatto per il bacio del primo amore, bensì ruzzolando mentre viene trasportata via nella sua bara dai nani. Sputa il pezzo di mela che le era rimasto in bocca e si rianima. Pensate un po’: morta apparente, quasi seppellita viva e con un bozzo in testa quando si sveglia per un null’affatto romantico capitombolo dalla propria bara.

Perché questa passione per l’orrorifico? Semplice morbosità? No. La fiaba infatti:

….la fiaba non è stata creata per i bambini, anche se vi hanno insegnato il contrario. Racconta, in un modo particolare, l’iniziazione alla vita adulta di un giovane eroe, il quale di solito matura una condizione finale diversa rispetto alla partenza. Da stupido a maturo, detto fra noi. È la nostra civiltà che ci ha portato a cambiare le condizioni delle fiabe e a portarle a dimensione di bambino.

L’orrore è necessario nella vita di ognuno. Esorcizza le paure, le allontana e le rende intellegibili. Affronta quello che i semplici sensi umani avversano come un’alterità, qualcosa di diverso pertanto spaventoso oscuro, traducono i miti in un linguaggio mitico capace di sopravvivere nel tempo. L’horror destabilizza le sicurezze acquisite con la cultura le mette in discussione e le purifica trasformandole in forme nuove. L’orrore può avere anche l’effetto catartico dovuto al sollievo del ritorno, chiuso il libro alla condizione normale, con la sperimentazione di situazioni negative, dolorose al limite della sopportazione. E’ un modo per affrontare il buio e renderlo accettabile. E Halloween con la sua funzione duplice di ricordo nostalgico del perduto e con la sua sospensione temporale della vita quotidiana è il terreno adatto per incontrare il buio presente nei più profondi strati della coscienza, conoscerlo, affrontarlo e tornare felici e soddisfatti nella normalità. L’orrore letterario serve per conoscere se stessi, i lati oscuri e prenderli per mano affinché essi non prendano possesso di tutta la mente facendoci sprofondare nell’abisso.

Hallloween vi aspetta, con i suoi demoni, i fantasmi i vampiri ma anche il quotidiano reso più sopportabile perché scritto accompagnandovi verso quel mondo parallelo, in cui potrete sperimentare la ribellione, l’orrore sociale, il ritratto torbido dei sentimenti più infidi senza che essi siano un pericolo per la stabilità mentale. In quegli oscuri anfratti vicini eppur distanti, scoprirete la vostra capacità di gestirli e anche, perché no, il piacere di passeggiarci senza che questi vi sfiorino direttamente. E’ un viaggio terapeutico, una palestra mentale che aiuta a capire il male e categorizzarlo.

Che i libri vi guidino per questi sentieri impervi e affascinanti ricordandovi che:

 

terribilis est locus iste

Hic domus dei et porta coeli…

 

 

Buon viaggio!

” La vita e cosi sia” di Giuseppe Zanzarelli, Mezzelane edizoni. A cura di Sophie Sarti

 

Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.

Edgar Allan Poe

 

Giuseppe Zanzarelli consegna una porzione di sé al lettore e lo fa con un tormento leggero e profondo insieme. Tocca corde mai sfiorate dell’animo umano usando le parole, usando le immagini evocative di una vita che è stata sogno prima di morire per rinascere di nuovo come ricordo sognato.

 

Ricordami e portami con te,

quando tornerai a sognare, portami con te.

 

È un viaggio tra i risvolti di un cuore che ha amato e che ama, senza remore, senza problemi di distanza o di assenza.

 

Pensavo andassi via da me,

e invece sei qui, oltre quei cipressi,

c’è la luna d’allora in cielo,

velata appena, chissà se mi ascolti,

guarda che bella.

 

Ma è anche una sofferenza che lacera dentro, poichè ciò che era non è più.

 

[…] e io che ti cerco, ma che mi perdo.

 

Una silloge che parla di amore a tutto tondo e di dolore, ma lo consegna velandolo con un sottile e pregiato tessuto d’organza che lo rende visibile ma non troppo nitido.

Parole delicate che sfiorano le ferite senza arrecare danno, ma consolando e lenendo.

Poesie che non permettono alla memoria di dimenticare tingendo ogni strofa di magia, forse per rendere accettabile anche l’incomprensibile.

Si parla di vite costrette a navigare per mari inesplorati pur di sopravvivere al piano “divino”, anime costrette a remare controcorrente per trovare pace tra le rive di un nazione che è di tutti e di nessuno. Un mondo che non appartiene all’uomo, non gli è mai appartenuto, eppure… eppure sembra che ogni fetta di terra abbia dei padroni e degli schiavi.

 

E il nostro cuore non conosce pace

come un pendolo tra partire e tornare,

questo è il nostro vivere, che nel cuore giace,

nel corso dei giorni, nel silenzio del mare.

 

Solo il cielo è libero e incontaminato, forse. Tuttavia Zanzarelli ri-scopre che anche l’azzurro dei cieli è assoggettato al volere dei grandi.

Usa le parole per ricordare e non giudica, ricorda il dolore e il silenzio che colma quelli animi vuoti e soli dopo che le loro rondini hanno smesso di volare nel modo sbagliato.

 

E il cielo di Ustica conserva quel segreto

che soffia forte e inumidisce i volti nelle sere di scirocco,

e cade la brina, come polvere di stelle

che si mescola alla sabbia,

che ancora brucia piano,

in ogni sera,

in ogni ricordo.

 

Una silloge che entra nell’anima in punta di piedi senza disturbare, mentre porta scompiglio. Con i suoi rintocchi di stagioni che passano e, come la vita, si portano via un istante di vita o di morte. Primavera che è vita e autunno che è morte, ma entrambe non muoiono e non vivono se non nel cuore di chi ha il coraggio di vedere in una foglia che cade la vita che è stata.

 

[…] si fatica a vedere la luna a sera,

e sono la foglia per terra, calpestata,

vinta dalla stagione nuova.

 

Accogliete, quindi, le pagine che compongono “La vita e così sia” come se fossero una preghiera di ascolto fatta dalla vita stessa a voi che la tenete tra le mani senza averne davvero coscienza.

 

E il nostro cuore non conosce pace

come un pendolo tra partire e tornare,

questo è il nostro vivere, che nel cuore giace,

nel corso dei giorni, nel silenzio del mare.

 

 

 

 

La rubrica “paradisi artificiali” in collaborazione con il blog di Monika M. Autrice, presenta “Edenhic. Il segreto della Cattedrale” ( Fonte https://autricemonikamblog.wordpress.com/2017/10/30/i-paradisi-artificiali-11/)

 

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Cosa mi ha spinto ad acquistarlo ?

Amo le atmosfere gotiche.

Quarta di copertina :

Valhoria A.d. 1666
I casi di stregoneria si moltiplicano a vista d’occhio, obbligando il tribunale inquisitorio a stabilirsi in città per far fronte alle ondate di eventi maligni che imperversano senza sosta.
Il fulcro della vita cittadina é Piazza Ducale, sul cui lato fu edificata in tempi antichissimi la Cattedrale di S. Michele Arcangelo, luogo di culto assai venerato poiché contenente una sacra reliquia.
In un freddo dicembre, una bianca figura compare a Valhoria; il suo nome, Angelica, riflette a pieno la natura benevola e pacifica di un’anima pura.
Considerata di rara bellezza, il suo portamento gentile mal si accompagna al clima di austero terrore generato dai numerosi processi che flagellano la città.
In concomitanza al suo arrivo, si fanno sempre più frequenti le apparizioni di Azrael, noto ai più per i nobili natali ormai caduti in disgrazia; la sua dimora, Villa Oleandra, risulta tetra e malvista, estendendo quest’aura di diffidenza anche sui suoi fratelli, Michael, Virginia e Beatrix Vexator.
Le due figure, così opposte, non si incontreranno per lungo tempo, viaggiando con un ritmo scandito dal giorno per Angelica e dalla notte per Azrael, sino al culmine dell’intreccio, che loro malgrado li vedrà entrambi protagonisti di queste manifestazioni sovrannaturali.

Edenhic é un libro fantasy in stile gotico – vittoriano, i cui personaggi sono stati ispirati da diverse mitologie e religioni, creando una narrazione complessa accompagnata da un accenno di demonologia.

 

Lunghezza stampa 325 pag

Genere Dark fantasy

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Notte e Giorno.

Questa alternanza, come un metronomo, scandisce le prime pagine del romanzo.

Si comprende poi come questa netta divisione rappresenti il Male ed il Bene.

Con la notte il personaggio narrato è Azrael, i cui nefandi vizi lo portano a scorribande notturne, di giorno, con il sorgere del Sole arriva Angelica, la giustizia e l’amore.

Questi due protagonisti si alternano come Sole e Luna, fuggendo uno il giorno, l’altra la notte, mai è data loro l’opportunità di incontrarsi, finchè …

Una giovane donna, la cui unica colpa è quella di esser stata sedotta da Azrael , viene accusata di stregoneria. Le torture alle quali verrà sottoposta saranno atroci . Angelica pur di salvarla affronterà l’oscurità pur sapendo che il prezzo da pagare potrebbe esser alto.

Ed è attorno ad una popolazione inferocita dall’odio e dalla voglia di vendetta che i due si incontreranno per la prima volta, riconoscendosi come entità sovrannaturali.

 

Non vi dirò altro della trama che ho trovato molto originale, il lettore è totalmente catturato dalla curiosità morbosa di conoscere gli eventi. Devo dire, con sincera onestà, che leggevo avidamente tutto ciò che Azrael di sé mi rivelava, soffrendone un po’ la mancanza nei capitoli che lo vedevano assente: del resto si sa, il Male ci attira molto più del bene, è meno noioso!

Azrael è indubbiamente il personaggio meglio caratterizzato nel libro, lo si deve quasi aggirarsi nella stanza mentre si legge di lui, dei suoi vizi, delle sue poesie, del su amore tormentato, della sua anima perduta.

Il periodo storico è poi ben rappresentato con maniacale precisone nelle torture che l’inquisizione adottava, descrizioni raccapriccianti ma che rendono a mio avviso l’orrore che realmente hanno rappresentato.

Notevole la commistione di leggende, miti e religioni che all’interno si fondono a creare una complessa trama, usando un tema se vogliamo banale ma sempre attuale: la lotta tra Bene e Male, che porta l’uomo a conoscere la sua vera natura.

Lo stile di scrittura è privo di inutili orpelli, riesce a trasmettere al lettore  la cupezza di tempi bui, scossi dal terrore, generando emozioni forti, spesso al limite del tollerabile.

Un libro diverso, che si fa apprezzare!

Monika M.

 

 

 

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Fonte (https://autricemonikamblog.wordpress.com/2017/10/30/i-paradisi-artificiali-11/)

“Le accuse su Halloween. La Verità”. A cura di Micheli Alessandra. (fonte http://www.levereoriginidihalloween.it/2016/10/le-accuse-su-halloween-la-verita.html)

 

Perché Halloween non è una festa delle nostre tradizioni

Halloween è ritenuta da molti una festa americana. E il fatto che venga amata e celebrata da noi italiani è considerata un’aberrazione. Come se, in fondo, l’Italia fosse un paese altro, distaccato dalle sue profonde radici europee. Questo perché da noi è molto presente la convinzione, erronea da un punto di vista storico antropologico, che le nostre radici siano cristiane e che pertanto dovremmo combattere ogni intromissione di culture diverse.

Questo è un errore non solo sociale e psicologico ma anche storico. Ritenere una società, un paese, il solo prodotto di un’ influenza culturale specifica è una distorsione intellettuale. Nessun’ origine è da ritenersi univoca. Per la sopravvivenza stessa dell’idea di cultura è necessario iniettare periodicamente nuova linfa vitale, nuovi valori e assunti sociali. Questo perché una società che si nutre solo di una cultura è condannata all’annientamento e alla stagnazione. Non solo. In ogni secolo, in ogni periodo storico si è assistito al fenomeno migratorio che ha portato a una commistione di culture, di incontri e scambi che hanno creato un ibrido culturale. In sostanza, storicamente, non esistono e non possono esistere origini pure ma origini formate nei secoli da sedimenti variegati di elementi diversi.

La festa di Halloween è l’esempio specifico di questa miscellanea culturale che come direbbe Franco Cardini[1]  è il vero punto di forza della sopravvivenza di stati e popoli, dell’arricchimento scientifico culturale e della sopravvivenza di tradizioni e valori[2].

Innanzitutto dobbiamo ricordarci come l’America ritenuta così lontana da noi sia un paese nato da uno straordinario ed effervescente incontro/scontro di popoli. I veri americani sono coloro, che essendo nati sul territorio specifico, possono essere i cosiddetti nativi. Ma anche questo non è completamente vero. Se si risale nei secoli anche questi straordinari gruppi etnici hanno altre origini e si sono spostati nel continente durante un periodo specifico.  Andando a ritroso nel tempo si può assistere a una situazione quasi caotica, che ha spinto le popolazioni a spostarsi, ad adeguarsi a vivere in posti specifici in risposta a specifiche situazioni ambientali. Possiamo sospettare un’antica origine mitica (molti la ritengono probabile) di un popolo che abitando la terra abbia dato origine a diversi ceppi etnici. Ma anche qua siamo sulla scia del mitologico e poco dello scientifico.

Quello che possiamo sapere è che neanche i nativi americani sono direttamente originari dell’America cosi come noi la conosciamo, ma che sono arrivati dall’Asia quasi 20.000 anni fa. L’America è stato, infatti, l’ultimo continente a essere colonizzato dall’uomo. Certo è che quando Colombo si imbatté in questo continente poco conosciuto (in realtà prove storiche determinano che prima di Colombo ci fu una presenza vichinga e ancor prima Egizia) il ceppo nativo era presente già da tempo sul doppio del continente dall’estremo nord (stretto di Bering) all’estremo sud (Terra del Fuoco). In sostanza l’America è stato il crocevia di nuovi inizi da sempre. E l’immigrazione che l’ha interessata ha portato con sé un bagaglio di interessanti elementi religiosi e folcloristici che ha culminato con l’arrivo degli europei durante il fantastico tragitto della Mayflower.

Ribadisco. Europei, non stranieri. Popolazioni miste che avevano nelle loro antiche tradizioni, non offuscate dall’avvento della nuova religione, un retaggio quasi comune, denominato celtico ma che in realtà io definirei semplicemente pagano, ponendo l’attenzione sull’accezione totalmente “campagnola” del termine. Pagano, infatti, è un termine che semanticamente significa della campagna e che contraddistingue una precisa religiosità fatta di cicli naturali e di calendari scanditi dall’attività agricola.

Ora, se è vero che le identità sono indispensabili per potersi evolvere, ci si deve rendere conto del fatto che non esistono, se non nel mito e nell’utopia, culture e società prive di contaminazioni. Nessuno può vantare alcuna primigenia razza o cultura: le civiltà e le persone si incontrano, si scambiano anche senza volerlo e senza saperlo, si fondono, costumi e informazioni partecipano a:

un processo osmotico comune per quanto esso può subire accelerazioni o ritardi determinati dalle circostanze storiche o ambientali”[3]

Riassumendo: i nostri antenati portano nel nuovo mondo foriero di possibilità una loro specifica tradizione culturale e sociale.

Perché Halloween non può essere una festa satanica

Mettiamoci d’accordo. O Halloween è una festa pagana o è satanica. Le due anime, infatti, non possono convivere assieme. Sono antitetiche e rappresentano due distinti modi di pensiero. Se la festa è pagana, significa che appartiene a una specifica tradizione agropastorale, come suggerisce il termine stesso pagano, paganus ossia della campagna, indica il civile, il campagnolo contrapposto al militare. A sua volta il termine latino pagus indica il villaggio. I villaggi erano in opposizione ai centri delle amministrazioni dell’impero romano, sia per cultura che per riti religiosi; mentre gli ultimi erano legati al culto imperiale, gli altri seguivano ancora antichi culti locali, di divinità agresti e ctonie. Il temine fu poi ripreso dal cristianesimo con il medesimo significato di opporre due diversissimi modi di pensiero tra i seguaci della nuova religione e gli eredi delle tradizioni politeiste, in biblico potremmo definirli gentili.

Se i pagani sono indicati come gli eredi di una specifica tradizione religiosa, che va dal culto arboreo al culto delle divinità femminili fino all’animismo, il satanismo è erede diretto della tradizione giudaico cristiana, laddove l’originario monoteismo in realtà spesso, sfociava con il dualismo di stampo iraniano.

Il termine satana deriva dall’ebraico sàtan. Essendo l’ebraico una lingua  che ha una forte componente geroglifica[4], essa si presta a una varietà notevole di significati. Pertanto Satan può assumere i significati di avversario, colui che si oppone, accusatore, contradditore osteggiatore e aggressore. Questo termine identificava uno o più angeli o divinità minori presenti nel Medio Oriente antico. Ha sicuramente origini nel monoteismo ebraico, ma sicuramente contiene innumerevoli influenze delle religioni caldee e soprattutto dello zoroastrismo.

Nelle religioni abramitiche assume l’incarnazione dell’agente del male in contrapposizione a Dio, sminuendo però la forza monoteistica dell’ebraismo. Se Dio infatti è considerato principio del bene e dell’armonia assoluta, unico creatore, contrapporgli una divinità altrettanto potente, sfocia, dunque nel politeismo più primitivo.  Giovanni Semerano[5] ne fa invece derivare il termine dal sumero sat-tam con il significato di controllore e capo di un’amministrazione assunto soltanto successivamente a divinità strettamente locale.  Lo spirito unico di questa oscura divinità fu poi accomunato alla divinità iraniana Arimah principio di caos e distruzione, faccia opposta della divinità di ordine e luce Ahura Mazda. Questo ci fa comprendere come l’élite religiosa ebraica fu profondamente influenzata dall’esilio di babilonese patito dal popolo ebraico. Fu a questo punto che tale élite sviluppò una complessa e, a volte, discordante  teologia morale basta sul dualismo (rinnegando quindi la precedente pretesa monoteistica) basata sull’eterna lotta bene/male giunta fino a noi.

Però, prima di questo esilio la figura di Satana era molto diversa.  Satana appare per la prima volta nella Torah in Numeri 22.2:

La partenza di Balaam provocò lo sdegno di Dio. Balaam cavalcava l’asina, accompagnato da due servitori. L’angelo del Signore (satan שָׂטָ֣ן) andò a piazzarsi sulla strada per sbarrargli il passaggio.

Quindi la figura non è affatto contrapposta: esso è un angelo ((מַלְאַ֨ךְmal’akh) il cui scopo è porsi semplicemente come avversario contro Baalam. Esso assume il ruolo di inviato da Dio, del quale segue il comando, con l’obiettivo di impedire che Baalam segua una strada storta cadendo in errori irreparabili. Attraverso la provocazione l’avversario genere ira nella vittima che, però, si rende conto di tutto il progetto divino che sta alla base di quest’azione provocatoria.

Altra presenza è relativa alla figura di Satan nel libro di Giobbe al quale viene affidato il compito di verificare la fedeltà dell’uomo devoto del suo amore e della sua dedizione nei confronti del progetto di Dio. L’angelo funge quasi da controparte in una sorta di tribunale in cui Giobbe si trova a dover rispondere, di fatto, alla classe sacerdotale (rappresentante della mera devozione ortodossa) e alle provocazioni che Satan lancia per aiutare Giobbe a scavare dentro se stesso. La stessa figura di Satan, è stata anche chiamata Samael, considerato l’angelo distruttore che concorre alla morte dell’uomo; anche in questo ruolo, non è altro che un delegato dell’energia originaria che parte dal Dio unico.

In sostanza la figura originaria era molto diversa da quella che si sviluppò più tardi con il Cristianesimo di Paolo. Ricordiamo che Paolo, Saulo di Tarso, era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana e che non conobbe mai direttamente Gesù. Nella sua conversione e nella sua teologia fu presente, quindi, un elemento profondamente estraneo alla cultura ebraica, esso sviluppò una teologia che prendeva spunto dalle religioni presenti nel mondo ellenico come lo Zoroastrismo e il culto di Mitra creando un qualcosa di innovativo e antico al tempo stesso, profondamente influenzato dal dualismo. Pertanto, la figura di Satana entrò a far parte del cosmo cristiano grazie anche ai padri della chiesa che lo identificarono con Lucifero, l’arcangelo più bello che peccò di superbia e blasfemia.

Possiamo definire, quindi, il satanista profondamente imbevuto nel microcosmo cattolico cristiano, ne condivide gli assunti e i protagonisti anche se in forma rovesciata e si discosta dalle primigenie religioni di stampo animista che rappresentavano il cosmo come un luogo in cui non vi era contrapposizione tra dimensioni o aspetti del creato, Bene e male, spirituale e terreno, tanto da essere definiti sistemi monisti.

Si può osservare come i due sistemi di pensiero siano totalmente differenti, a volte incompatibili con un dualismo che, fu alla base delle prime religioni umane. Il senso di appartenenza a un mondo vasto, sfaccettato e onnicomprensivo diventò il primo modo di approccio dell’uomo verso il mondo che lo circondava. Essendo, dunque, un’antichissima forma di religiosità, anzi di sacro che condivideva la fede nell’esistenza di una rete di relazioni tra ogni sistema esistente, sia animale, ma anche materiale che dialogava costantemente con l’energia basilare, si può considerare il suo opposto, il monismo, una sorta di critica radicale del sistema antico. Il monismo critica fortemente il dualismo, o come viene chiamato oggi l’olismo, perché lo ritiene un antagonista. E per la sua natura “tirannica” il sistema di pensiero radicale e rigido rifiuta fortemente ogni confronto e ogni paternità che lo rende soltanto uno tra le forme possibili di pensiero sul mondo e l’universo. Il monismo deriva quindi dalla primitiva forma di concezione del mondo, una concezione quella pagana che, sulla base di innovativi studi scientifici e sulla base di nuove teorie sociologiche ( tra cui la cibernetica[6] e l’olismo[7] appunto) sta nuovamente riprendendo il suo posto non tra le tradizioni folcloristiche e mitologiche, ma tra i sistemi di pensiero ufficiali.

Mentre il dualismo parte dalla contrapposizione netta – anche se Igor Sibaldi[8] ne rintraccia una sorta di accordo collaborativo verso l’evoluzione umana e cosmica – di due sistemi, di due concetti resi divini (spirito e materia , bene e male), il concetto filosofico monista rifiuta la separazione del tutto, in due unità distinte.

Viene quindi postulata l’esistenza di un unico principio ontologico, chiamato essenza divina o energia divina che permea l’universo materiale di cui è riflesso e costituzione primaria. Le concezioni monistiche[9] non rifiutano la pluralità in sé, la molteplicità ma la considerano manifestazione sostanziale di un’unica entità che ne è origine e fine. Quindi la molteplicità fenomenica, così come il dualismo, sono soltanto i paraocchi con cui l’essere umano riesce a percepire il tutto, frutto però di una conoscenza fallace e illusoria.

Halloween/ Samhain è il frutto di questa concezione monistica che fa sì che il tempo e lo spazio siano circolari, ricorrenti e, appunto per questa capacità di manifestare il divino, certe date non sono altro che porte con cui l’uomo può scrutare per un attimo la realtà dietro le pastoie della sua “specie”.

Quindi Halloween definita come festa pagana, non può essere considerata satanica nel senso corrente. Ovviamente, essendo un simbolo può sicuramente essere usata per qualsiasi scopo,  ma in questo centra l’uomo e le sue possibilità più che il simbolo stesso. É l’uso che l’uomo fa del simbolo a fare la differenza. Halloween si discosta profondamente, lo dico senza che la mia affermazione sia di contenuto valoriale, dalla emotività cattolico-cristiano. In Halloween e Samhain non c’è la venerazione del male poiché il male è considerato parte del tutto, non come essenza definita ma come, semmai, mancanza di conoscenza e consapevolezza del sistema cosmico.

Ecco che le accuse di satanismo perdono di consistenza, il satanismo è e resta una parte, oscura, rifiutata e ambigua di un preciso sistema valoriale che trova nel cristianesimo il suo referente. Se il satanista si oppone alle regole cristiane esso –usufruendo dei suoi simboli e della sua ritualità (seppur rovesciata) – in realtà ne è profondamente imbrigliato.

Il satanismo si risolve come un contenitore in cui si riversa il gusto del proibito e del limite e di tutte le frustrazioni che, in un sistema in cui non c’è coscienza o gnosi ma solo proibizione, si ingigantiscono fino ad assumere il ruolo di ribellione allo status quo e alla morale, fino alle estreme conseguenze. La protesta anticlericale si riassume in una distorta ansia di rinnovamento che poco ha a che fare con il mondo vissuto dagli antichi politeisti. I politeisti erano profondamente immersi in un sistema interconnesso, responsabile e legato nei suoi aspetti al principio unico. Il satanismo pone se stesso al di fuori di questo sistema ponendosi in modo erroneo di fronte alla creazione.

Halloween è una festa dedita a riti magici

La confusione riguardo alla magia esiste da secoli. Magia e religione sono così separate oggi, così antitetiche che, se si vuole denigrare l’altro da sé, lo si accusa di atti magici, mentre nel mondo precristiano magia e religione erano profondamente connesse così come le sono ancora oggi in molte società tradizionali Ma cos’è davvero la magia?

Il termine magia deriva dal greco mageia che indicava la dottrina dei magi, sacerdoti persiani di Zoroastro e che, successivamente, acquista il significato di incantesimo.

Ora anche il termine incantesimo è interessantissimo perché deriva dal latino incantare ossia recitare in forma cantata formule magiche o accezioni rituali di fede. L’incantesimo è il rito magico che, per mezzo della parola e del suono, si propone di entrare in contatto diretto con il divino. Tutte le religioni hanno l’incantesimo, ossia la formula rituale cantata: essa è la prima magia umana che passa per l’intonazione della voce, i misteri del suono e la consapevolezza dell’asserzione, che travalica le frontiere del numinoso per invadere con la sua potenza la realtà.

La magia, quindi, è il metodo più antico di identificare i fenomeni fino a poterli dominare, fenomeni che, analizzati con i mezzi normali e comuni, non possono essere compresi né manipolati. Questa visione nasce da una concezione animistica dell’universo, dove tutto il creato, tutte le cose esistenti possiedano un principio vitale (anima o manà). Quest’azione ha una duplice faccia: tende sia a collaborare empaticamente con questo principio sia a forzarlo;  ha una parte di dialogo, ma anche di azione decisa e potente.

La religione si interessa del legame tra il mondo divino e quello umano, che viene tutelato e stimolato da precise azioni rituali da cui intende ottenere la benevolenza o evitare la loro ostilità; si tratta di un rapporto di sottomissione dove – più che erigersi a loro pari manipolando le forze – si tende a scendere a patti con esse mediante precise modalità di interazione. Si tratta di uno stesso principio ottenuto con due differenti modalità: attivo il primo e passivo il secondo.  Se la risoluzione del problema, ossia l’intelligibilità delle forze sovrannaturali, sono diversamente risolte, c’è da dire però che entrambe sono le stesse facce di una medesima medaglia: il sacro, quell’essenza di irrealtà, di immaginifico, di mistero e di straordinario che gli antichi popoli percepivano nel cosmo. Pertanto è facile trovare negli scritti sacri e nelle pratiche moderne molti esempi di atti di magia puri: possiamo citare Mosè con il roveto al centro di alte fiamme, la divisione del Mar Rosso (atto di magia perché forza eventi naturali)  soltanto con il tocco del suo bastone, le tavole della legge scritte dal dito di Dio e cosi via. Nel nuovo testamento troviamo innumerevoli esempi: la camminata sulle acque, moltiplicazione di cibo, risurrezione dei morti, guarigioni e tanti altri.

Ma anche la richiesta di miracoli, eventi prodigiosi del mondo moderno dimostrano come esista una totale sovrapposizione di magia e religione da sempre; in entrambi i casi, l’uomo chiama a se qualcosa perché possa, con i dovuti modi, realizzare un desiderio nascosto.
Quindi perché accusare una semplice festività di qualcosa di naturalmente connesso con la profondità dell’animo umano?
Se la magia, per molti studiosi, si può considerare emanazione della religione o viceversa, l’accusa rivolta a Halloween perde di importanza. E’ un dato di fatto che il sacro si componga di due elementi per poter rendere merito della magnificenza dell’universo sospeso tra azione e stasi. Entrambe si pongono di fronte al mistero della creazione e dell’esistenza cercando di interpretarne non soltanto il volere ma anche la natura, per poter dialogare, esserne invasi e poter migliorare la vita emotiva e fisica dell’umanità. Come in cielo così in terra[10].

Halloween non va festeggiata perché festa nemica della civiltà cattolica

Il problema della creazione di un nemico non va assolutamente sottovalutato. Questo perché fa parte di un ethos essenzialmente distorto, sono le cosiddette mentalità totalitarie ad aver bisogno di un nemico, reale o immaginario per potersi affermare e sostenere. Questo nemico metafisico è un ruolo sociale che in ogni secolo hanno interpretato, consenzienti o meno, eretici, streghe, etnie diverse, classi sociali e altre entità di uno stesso corpo sociale che sono stati “espulsi” per colpe reali o metafisiche.

L’opinione pubblica, guidata da interessi variegati si dirige quindi su una determinata minaccia come se, nonostante la liberazione che il laicismo ha operato nei popoli durante i secoli, fosse necessario per  la comunità trovare altre forme di conflittualità.

Perché quest’atteggiamento? Avere un nemico, qualcosa da combattere, in nome della Verità, è uno dei modi che un popolo ha di mantenere inalterata la sua identità. Come abbiamo visto non esiste un’identità pura, ma è un frutto di incontri, scontri, scambi, di educazione, di influssi ambientali che ne delinea i confini e ne struttura la forma. Creare l’antagonista, l’ostacolo, il contradditorio, misura in un certo grado il nostro sistema di valori e nell’affrontare il nostro valore. Pertanto, se il nemico con l’evolversi dei tempi non esiste, si tende a costruirlo separando una parte dell’organismo sociale e dotandolo di un’esacerbata caratteristica. Non sono designati come nemici soltanto i diversi, ma anche coloro che hanno un interesse nel rappresentare come minacciosi anche se non minacciano direttamente, facendo sì che la diversità reale o presunta ne risulti nell’immaginario come minacciosa. Esempio è il discorso di Tacito sugli ebrei: 

“Profano è per loro tutto quello che è sacro per noi e quanto è per noi impuro per loro è lecito» (e viene in mente il ripudio anglosassone per i mangiatori di rane francesi o quello tedesco per gli italiani che abusano d’ aglio). Gli ebrei sono “strani” perché si astengono dalla carne di maiale, non mettono lievito nel pane, oziano il settimo giorno, si sposano solo tra loro, si circoncidono (si badi) non perché sia una norma igienica o religiosa, ma «per marcare la loro diversità», seppelliscono i morti e non venerano i nostri Cesari (…)”.[11]

La costruzione di un limite emotivo nasconde, però, il bisogno spasmodico dell’altro perché è l’altro che mi riconosce e mi identifica. La guerra che si scatena nei confini tra noi e l’altro che si trasforma in guerra valoriale bene/male nasconde l’aspirazione a cancellare l’ostacolo. L’altro, cioè, può riconoscermi soltanto se io vinco, peccato che nel momento in cui vinco annullando l’altro, il nemico, l’unico che può distinguermi e riconoscermi viene meno e quindi io resto nel limbo dell’oblio. La paura che guida questo meccanismo nasce dalla confusione che la modernità esercita sull’individuo di non avere più un io definito. Ecco perché si erigono rigidi confini, ci si chiude in stereotipi, si ghettizzano persone e festività che non sono più soltanto svaghi o venerazioni, ma veri e propri epicentri di significati.

Il mancato riconoscimento di sé porta all’identificazione di qualcuno o qualcosa come nemico, come ostile, come pericolo.

Halloween è una festa. Non è un bagaglio di significati. I significati vengono attribuiti dall’uomo. Le festività sono soltanto un modo per onorare un principio, una dimostrazione di gioia e ringraziamento, un istante per rinnovare un legame speciale con il cosmo con il tempo e con l’avvento delle stagioni. Non è il pericolo. Il pericolo è quando una semplice solennità religiosa o sacrale prende il posto di una mancanza sociale o personale.

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[1] Franco Cardini è uno dei nostri maggiori storici italiani. Docente di storia medievale all’università di Firenze vanta un gran numero di pubblicazioni tra cui il libro citato “Noi e L’islam. Un incontro possibile?” edito da edizioni Laterza. Nel 2007 gli è stato assegnato il Premio Scanno. È stato vincitore dei seguenti premi: Repaci, Anghiari, Punta Ala (1985), nel 1987 del premio Circeo, del Comisso nel 1988, Tevere (1994), Columbus (1997), Firenze-Europa (1997), San Giovanni (2000), Chianciano-biografia (2000), “Fiorino d’Oro – Viareggio Carnevale” (2001), “Premio Internazionale Vanvitelli”(2001), “Capalbio” – Politica e Cultura (2001); Premio Europeo “Lorenzo il Magnifico” – Accademia Medicea Internazionale (2001); Premio letterario internazionale “Feudo di Maida”; IX Premio Internazionale di Saggistica “Salvatore Valitutti”; Premio Ernest Hemingway – Lignano Sabbiadoro 2004; Premio Accademia della Torre di Castruccio, Carrara, 2004; Premio Federichino – Jesi, 27.9.2004; Premio Internazionale Ultimo Novecento, XXVII Edizione, Pisa 27. 11. 2004; Premio “Medioevo Presente” del Comune di Monteriggioni, 2006; Premio speciale della Giuria “Il Molinello”, Rapolano Terme, 17.3.2007; Premio III Edizione Microfono di Cristallo “Umberto Benedetto” per la Radiofonia, Firenze, giugno 2007; nel 2007 Premio Scanno; nel 2008 Premio “Mino da Fiesole”; Premio Nazionale di cultura nel giornalismo, XX, edizione e “La Penna d’Oro”, Sezione scienza storica 2008; il Premio Mozart 2008. E ancora: fu insignito della Croce d’oro dell’Ordine della Guardia d’Onore dei santi martiri Agapito ed Alessandro dall’Esarca d’Italia della Chiesa greco-ortodossa tradizionale (28.9.2008) e del Premio delle Arti “Fiorentini nel Mondo” 2010 (25.3.2011).

[2] Franco Cardini, Noi e L’islam,Laterza pag6-8

[3] Franco Cardini, op. Cit pag. 12

[4] Il “segreto” delle lingue geroglifiche , consiste nel fatto che :

1) Le lettere delle lingue geroglifiche avessero, ciascuna, un valore fonetico e insieme un significato compiuto;

2) Per conoscere davvero una lingua geroglifica bisogna conoscere perfettamente i significati delle lettere  e saperli interpretare, così da avere il senso intero, originario. Da http://www.harmakisedizioni.org/

[5]Semeraro (1911-2005) è stato un bibliotecariofilologo e linguista italiano, studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche. Autore di ampi dizionari etimologici di greco e latino in cui ha proposto una sua innovativa teoria delle origini della cultura europea, in base alla quale le lingue europee risultano così essere di provenienza mediterranea e fondamentalmente semitica.

[6] Il termine cibernetica ha indicato, ed in parte indica anche tuttora, un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e di sistemi sia naturali che artificiali, basato sugli strumenti concettuali sviluppati dalle tecnologie dell’autoregolazione, della comunicazione e del calcolo automatico. La cibernetica è nata dunque come un campo di studi comune tra la biologia, le scienze umane e l’ingegneria. L’ampiezza di questa prospettiva è tale da coinvolgere vari problemi di interesse filosofico; in particolare, dal punto di vista epistemologico, la cibernetica può essere caratterizzata come una nuova forma di riduzionismo, innovatrice rispetto alle forme tradizionali di materialismo per aver messo in luce l’importanza del concetto di informazione nell’intepretazione dei fenomeni della vita. Perché ciò sia reso possibile la cibernetica deve considerare l’universo come una grande rete di relazioni, influenze reciproche e di interconnessioni profonde, in cui quelle sottili reti sono le informazioni portate attraverso i vari settori dalla comunicazione.

[7] L’olismo (dal greco όλος, cioè “la totalità”, “globalità”) è una posizione teorica basata sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista “olistico”, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Un tipico esempio di struttura olistica è l’organismo biologico: un essere vivente, in quanto tale, va considerato sempre come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono.

[8] Igor Sibaldi è uno scrittore e saggista italiano. Nato da madre russa e padre toscano, Sibaldi è studioso di teologia e storia delle religioni; è autore di opere sulle Sacre Scritture e sullo sciamanesimo, oltre che di opere di narrativa e teatro.

 [9] Per molti studiosi i celti erano fondamentalment di stampo monistico. A tal proposito si posso leggere i seguenti saggi:

Jean Markale Il Cristianesimo celtico e le sue sopravvivenze popolari, edizioni Arkeios, John Donohue Anima Amica edizioni TEA, T.G.E. Powell i celti Uomo e mito edizioni Est, Ward Rutherford Trazioni celtiche Neri Pozza, John Mattews Sciamanesimo celtico Età dell’acquario, Brian Bates La sapienza di Avalon Rizzoli, Marc Questin Tradizione magica dei celti Atanor, Jan Filip I celti Newton e Compton, Stuart Piggot i druidiNewton e Cmopton, Anthony Duncan la Cristianità celtica Mondadori, Caitlin Mathhews I celti Xenia, Sabine Heinz i simboli dei celti il punto d’incontro edizioni, Riccardo Taraglio il vischio e la quercia Età dell’Acquario, Alexedei Kondratiev Il tempo dei celti Urra Edizioni, Laura Rangoni La magia dei celti Xenia, Adriano GaspaniL’astronomia dei celti Kletia Edizioni, Jean Markale il druidismo Mediterranee edizioni, Alwin Rees e Brnley Ress L’eredità celtica Mediteranee e Massimo Centini I celti Xenia Edizioni.

[10] Corpus Hermeticum o Tavola smeraldina di ermete Trismegisto, Bombiani edizioni.

[11] Tacito Historiae, libro V.

(Fonte http://www.levereoriginidihalloween.it/2016/10/le-accuse-su-halloween-la-verita.html del  28 ottobre 2016)

 

 

Alle origini della tradizione. “Is animeddas” e su “mortu mortu”, incontro con l’Halloween sardo. A cura di Giovanni Khun Galaffiu

 

Su Morti Morti

In Sardegna, almeno da 2000 anni a questa parte, vi è sempre stata quella che è definita la “festa dei morti”. Questo giorno particolare può assumere varie denominazioni: Is Animeddas (le piccole anime), Su Mortu Mortu, Sos Mortos, Su Prugadoriu, Su Peti Cocone (Chiedi il biscotto), Is Panixeddas (il pane piccolo, molto lavorato e decorato).

Ma, nomi a parte, la ricorrenza è sempre una.

In Sardegna viene da presto insegnato ai bambini a non avere paura dei morti. Nei paesi, soprattutto nel Goceano, nel Marghine e nella Barbagia, in occasione di qualche lutto, ai bambini veniva sempre mostrato il cadavere del defunto deposto nella bara. Venivano invitati anche a toccarlo; spesso, dentro la bara, venivano messe alcune lire affinché i bambini le prendessero e le considerassero un “dono del defunto”.

Le donne dei paesi organizzavano la festa dei morti con largo anticipo. Si preparavano i dolci con la sapa (i papassini), biscotti, gli amaretti, le tiricche e il pane decorato privo di lievito.

E la cena per i vivi, spesso frugale.

Il 31 Ottobre, i bambini vanno di casa in casa a chiedere dolci, frutta, anche qualche euro. Fino al primo dopoguerra, i bambini erano soliti portare delle maschere, vestirsi di bianco o indossare il classico costume del paese, spesso prestatogli dagli anziani. Non era raro che fossero “armati” delle classiche zucche intagliate, oggi così care a ben altra festa.

Ai tempi di oggi è impensabile, ma nel giorno dei morti, fino a circa mezzo secolo fa, ai bambini non occorreva bussare alle porte delle case: queste ultime venivano lasciate aperte affinché i piccoli potessero entrare agevolmente e senza alcun ostacolo.

A nos lu daghese su Morti Morti? (Ce lo date il Morti Morti?), chiedevano.

Le donne lasciavano le ceste e i canestri pieni di doni vicino agli ingressi e distribuivano un po’ di tutto ai bambini.

Giacché questa era la festa delle e per le anime, per tutta la notte, le donne spesso lasciavano le tavole riccamente apparecchiate e le credenze aperte affinché le anime potessero prendere da sole il cibo che occorreva loro. Vi era l’usanza di eliminare dalle tavole le posate appuntite affinché sas animas malas non potessero usarle contro gli abitanti della casa.

Ogni casa veniva illuminata con antiche lampade a olio o candele.

La mattina seguente, in genere il padrone di casa, chi si alzava per primo poteva mangiare quanto lasciato in tavola.

In tempi antichi, non tutti potevano permettersi di donare dolci e/o soldi. La maggior parte delle famiglie era solita regalare ai bambini caramelle, frutta fresca (specie mandarini, mele cotogne, castagne e melegrane) e frutta secca di ogni tipo; talvolta anche soli fagioli e ceci.

Quando ancora non esistevano le buste di plastica, i bambini andavano di casa in casa muniti di vecchie federe; era quasi d’obbligo che le federe fossero logore perché quasi sempre queste finivano per sporcarsi di succo di melegrane, impossibile da smacchiare.

I bambini, dunque, dovevano andare di casa in casa; ma mai da soli. Si doveva essere almeno in due, al fine di evitare incontri con sas animas malas.

Anche per questo motivo, ogni famiglia era tenuta a fare un’offerta, giacché queste servivano per placare e saziare le anime dei defunti che – si pensava – in quei dati giorni potessero anche vagare per le vie del paese.

Benetutti, sono i chierichetti ad andare di casa in casa per le anime, nella notte tra il primo e il 2 novembre, avvisando la popolazione del loro arrivo grazie alla classica campanella per la messa.

La scrittrice, premio Nobel, Grazia Deledda, nel suo libro Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, scriveva che se, durante la notte dei morti, si fosse avuta la ventura di imbattersi in un’anima defunta, occorreva recitare la seguente formula:

Si ses cosa bona,
bae in orabona;
si ses cosa mala,
bae in orammala! 

Se sei buono,

fa’ buon viaggio;

se sei cattivo,

vai in malora!

 

Anche per tale ragione, una formula del rito pronunciata dai bambini, era chiedere sempre garki cosa pro sas animas (Qualcosa per le anime). Alcune donne, se qualche notte prima avevano sognato i propri parenti defunti, potevano chiedere ai bambini di pregare per le anime di costoro; e davano l’offerta.

Ogni dono doveva essere messo nel sacco, nelle federe: anche i papassini i quali – quasi inevitabilmente – si sbriciolavano.

La festa dei morti poteva avere anche un’altra valenza: poteva essere sfruttata per mettere pace tra due o più famiglie divise dall’odio. I bambini, spesso, andavano proprio nelle case delle famiglie rivali per ristabilire la pace, giacché a nessuno era consentito scacciarli né privarli dei dolci che spettavano loro.

La notte dei morti, in aggiunta, soprattutto per i bambini più piccoli, poteva servire anche per presentarsi alle famiglie che ancora non conoscevano.

Ai bambini, in questo caso, si chiedeva: E tue fizzu ‘e chie sese? (E tu figlio di chi sei?)

Alla fine della serata, tutti i bambini del paese s’incontravano e si faceva una divisione equa del bottino. Nessun bambino poteva tenersi quello che aveva raccolto: ogni cosa doveva essere ripartita in parti uguali.

Lo spirito della Festa dei morti, in Sardegna, era soprattutto di accoglienza; un modo speciale per accogliere quelle creature gioiose e innocenti quali sono i banbini. Questi, ricevendo i doni, svolgevano una perfetta funzione di suffragio per le anime del defunte del Purgatorio.

 

 

“Asfissia! ”: La cronaca di un dramma d’amore, secondo Angelo Morbelli. A cura di Luz Marina Arguzzoli ( fonte http://www.libertaearte.com/asfissia-la-cronaca-di-un-dramma-damore-secondo-angelo-morbelli/)

 

Angelo Morbelli, giovane pittore conosciuto a Milano come uno degli esponenti del nuovo realismo pittorico a sfondo sociale, espose nel 1884 all’Accademia di Brera quello che sarà in seguito conosciuto come il suo capolavoro: “Asfissia!”.

Il dipinto, ricco di particolari ritraeva una scena drammatica: una tavola imbandita, alcune lettere, una pistola, tanti fiori sul pavimento e in un angolo due corpi distesi, un uomo e una donna morti.

A cosa si fosse ispirato Morbelli per dipingere l’opera non era noto: si trattava di un omicidio, di un suicidio o di entrambi?

Malgrado l’indiscutibile e riconosciuto talento del pittore nel realizzare gli effetti della luce filtrata nella stanza e la sua maestria nel riprodurre gli oggetti, il dipinto non fu ben accolto dalla critica dell’epoca che giudicò il soggetto troppo crudo, l’insieme poco equilibrato e lo scorcio con i due corpi distesi, mal riuscito.

Tanto bastò a Morbelli per fargli tagliare in due la tela, eliminando la parte con i due corpi e quindi la descrizione del dramma, il “senso” (se non la spiegazione) del quadro e gran parte della sua tragicità.

Continuò ad esporre l’altra parte della tela, quella principale, con la tavola apparecchiata ma priva dei protagonisti del duplice delitto.

L’opera diventò allora una bella, complessa natura morta che, a prima vista faceva pensare ad una ricca, elegante e divertente cena, con fiori, champagne e tanto disordine; ma ad uno sguardo più attento, scorgendo le lettere e la pistola appoggiati sullo scrittoio, riaffioravano gli stessi interrogativi suscitati dalla tela originale: la scena rappresenta un delitto? Un suicidio, un omicidio o entrambi?

Era un mistero accennato del quale non si vedeva niente ma si intuiva tutta la drammaticità.

E così è stato per oltre cento anni.

 

Oggi il giallo è stato risolto: la parte dell’opera con i due corpi è stata ritrovata, giustificando visivamente la presenza del revolver e confermando le ipotesi di una tragedia in atto.

Inoltre conosciamo la fonte d’ispirazione del dipinto: un fatto di cronaca avvenuto a Milano nel febbraio del 1884, il triste epilogo di una piccola grande tragedia d’amore che suscitò evidentemente al giovane Morbelli il desiderio di immortalarla per sempre con un dipinto che infatti fu esposto a Brera nell’ottobre dello stesso anno, appena otto mesi dopo l’accaduto.

 

Il fatto di cronaca
Due giovani innamorati decidono di mettere fine alle loro esistenze in una stanza d’albergo; il loro amore, ostacolato dalle famiglie è senza futuro e disperati preferiscono morire insieme piuttosto che continuare a vivere separati.

I due amanti sono Adolfo Franzini, sottotenente dei Lancieri di Montebello di vent’anni, e Gina Bignami, figlia di un macellaio, appena diciannovenne.
Una notte fuggono di casa e si recano all’Albergo Torino, a pochi passi dall’allora Stazione Centrale. E’ un Albergo frequentato da “coppie di passaggio”, senza tante formalità e dove non richiedono i documenti.

Come riportano dettagliatamente i quotidiani milanesi dell’epoca, alle quattro e mezzo di mattina i due giovani salgono in camera, vi passano la notte e l’indomani “hanno fatto salire il direttore dell’albergo, il signor Bronzini, e gli hanno ordinato da pranzo raccomandandogli di far loro servire vini buoni e cibi freschi e saporiti” (Corriere della Sera del 19/02/1884), che la coppia si concede come ultimo inno alla vita, prima della tragedia.

“Alla sera”, scrive in proposito il giornale “La Perseveranza”, “volendo compiere il disegno da loro già precedentemente stabilito, [si fecero accendere la stufa e] cercarono di avere del carbone con cui procurarsi la morte”.

La prima idea della coppia sembra infatti quella di darsi la morte tramite asfissia ma qualcosa probabilmente non funziona e la sera il Direttore dell’Hotel ritrova così i due ragazzi: “La fanciulla (..) era appoggiata al letto (…) Una larga macchia di sangue nella camicia indicava la ferita. Il giovane era a letto sotto le coperte (…) in atteggiamento di chi dorme (…) era già cadavere; la fanciulla, soccorsa subito dal Bronzini, fu portata in un’altra camera (…) Quanto all’ufficiale, egli aveva mirato diritto al cuore e la morte deve essere stata istantanea (…) I due giovani avevano lasciato sul tavolino della camera 4 lettere chiuse e 4 piegate ma non ancora riposte nella busta (…) [Quanto al revolver] pare che sia stato comprato sabato o domenica dal Franzini nella bottega d’armaiolo della vedova Legnani in via Broletto” (Corriere della Sera).

Sulla sorte di Gina Bignami si sa che viene trasportata dall’Albergo alla casa del padre ed affidata alle cure dei medici che sperano di salvarla, ma niente di più, anche perché le cronache dell’epoca seguiranno il fatto solo per pochi giorni.

Si conclude così questo “Dramma d’amore”, come titolò la Perseveranza, dettato dalla folle passione di due ragazzi che si conoscevano appena da quattro mesi.

 

Titolo e metafora
Morbelli descrisse la scena con dovizia di particolari, in modo preciso e fedele alla cronaca, aggiungendo tuttavia tanti fiori che mai erano stati menzionati negli articoli giornalistici di allora e che costituiscono quindi un’invenzione poetica e romantica dell’artista.

Forse si lasciò influenzare dai versi di Baudelaire che nella celebre poesia “La morte degli amanti” (da Les Fleurs du mal, pubblicato in Italia nel 1857) parla con impeto della morte tragica e passionale di due amanti circondati anch’essi da un letto di fiori: “Avremo letti pieni d’aromi leggeri,/e divani profondi come tombe,/e sparsi sulle mensole strani fiori,/per noi sbocciati sotto cieli più belli…”; o forse, come il pittore John Collier, dal romanzo “La colpa dell’abate Mouret”  di  Emile Zola pubblicato nel 1876, dove la giovane Albine in seguito ad una grande delusione d’amore si toglie la vita, riempiendo il suo letto di fiori e soffocando, intossicata dai loro intesi profumi.

Ma che significato ricoprono questi fiori e ancor più l’inquietante titolo dell’opera di Morbelli: Asfissia! Che nesso c’è tra loro e il tragico fatto di sangue avvenuto a Milano?

Senza dubbio il giovane pittore milanese fu colpito dalla prima idea della coppia di darsi la morte tramite asfissia. Per rappresentare visivamente questo concetto, egli trovò il geniale espediente dei fiori che trasformarono il fatto di cronaca reale in una perfetta metafora: i fiori, simbolo dell’amore, della rinascita e della vita ma anche del dissolvimento e della morte, in quanto recisi e condannati a decomporsi esalando il loro forte odore acre capace di impregnare l’ambiente chiuso e renderlo irrespirabile.

L’Asfissia quindi è per Morbelli la causa indiretta e metaforica della morte dei giovani amanti, uccisi in modo simbolico dalle acute emanazioni dei fiori ma soprattutto dal loro asfissiante amore diventato totalizzante, ossessivo e disperato.

 

Fonti: italianfactory.info

mbasic.facebook.com

 

“Celeste imperfetto” di Fabio Falugiani, Mezzelane Editore. A cura di vito Ditaranto

 

“Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.” (Nietzsche Friedrich)

 

 

“…C’è una casa con un vialetto davanti e io che lo attraverso. È sera, apro la porta e due pargoletti mi corrono incontro e mi abbracciano dicendomi: «Papà, sei tornato! Mamma, c’è papà!» Allora proseguo, arrivo in cucina e ci sei tu che prepari la cena, con i capelli tirati su e gli occhi nocciola. C’è un giardino oltre la porta di casa. Domani taglierò il prato e, mentre i bimbi giocheranno intorno tu mi porterai il caffè, poi ti incamminerai verso la soglia, io ti guarderò e sarò felice…”

 

 

Per  Giovanni esiste soltanto Dio e grazie a lui riesce ad affrontare le avversità della vita. L’uomo è la manifestazione del divino, la sua manifestazione nella materia, la sua manifestazione nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell’uomo si unisce indissolubilmente alle manifestazioni di altri esseri, tanto più egli esiste. L’unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l’amore. Dio non è amore, ma quanto più grande è l’amore, tanto più l’uomo manifesta Dio, e tanto più esiste realmente.

Dove va l’ago va anche il filo.

Una narrazione ironica e toccante che accompagna il lettore in un luogo dove ognuno può riconoscere anche la propria storia da una posizione sorprendente e inaspettata.

A cosa servono le parole? A riempire le intercapedini tra i silenzi? A delimitare l’infinità degli spazi bianchi?

Sembra di sentire battute tra queste pagine, frasi spezzate intense e dense, piene di livore. Parole scritte sui muri, racconti presi in strada che raccontano i valori di un uomo attraverso la storia della sua vita.

“…A volte sento che stai per scoppiare a piangere,

ma voglio vedere la luce della luna in fondo ai tuoi occhi,

non ti lascerò mai sola, mia piccola, mai sola…”

 

Fabio Falugiani ci rende  consci che ciò che a noi sembra l’eterno e l’assoluto non è che un mobile rollio e beccheggio della vita che  ci fa parer la stessa come un veliero in balia dell’oceano che tende a sollevarsi fino alle stelle e precipita fino agli abissi.

La lettura del racconto appare con occhi inguaribili del protagonista sino a divenire gli occhi dell’indagatore-lettore.

A me, attento lettore di Falugiani, l’effetto delle sue parole scritte su questo libro hanno  seguito nella mia vita, come l’eco profonda che i monti mi rimandano ad ogni mio urlo disperato. L’eco risulta quindi estremamente necessario per comprendere la natura di quest’opera.

L’autore racconta e fa raccontare a Giovanni  la propria vita e ne raccoglie le impressioni.

Nel  linguaggio di Giovanni  le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume, o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni, a richiami armonici, a cromatismi polivalenti, a fenomeni di fecondazione letteraria, ed è facile vedere i “duomi del pensiero” che si muovono lenti spinti dai moti più segreti. La parola diviene come una caramella, qualcosa da rigirare tra lingua e palato con voluttà, a lungo, estraendone fiumi di sapori e delizie. Parole belle, parole brutte, parole misteriose, parole semplici, parole complesse, parole didascaliche, parole poetiche, parole logiche, parole in libertà. La tensione poetica  del protagonista accompagnerà tutta la vostra lettura e forse tutta la vostra vita.

Sapete cos’è la cosa più incantevole di questo libro?

La descrizione del cambiamento. Quel cambiamento che può essere così costante che non senti nemmeno la differenza fino a quando non muta tutto. Può essere un processo così lento da non accorgerti che la vita è meglio o peggio sino a quando non è diversa. Oppure leggendo potrai avvertire la sensazione che il cambiamento può essere radicale e tutto è diverso in un attimo.

Ha ragione Foucault:

“Se è vero che ogni azione morale implica un rapporto con il reale in cui si compie e un rapporto con il codice cui si riferisce, è vero altresì che essa implica un rapporto con se stessi, e questo rapporto non è semplicemente ‘coscienza di sé’, bensì costituzione di sé come soggetto morale”.

 

Quella morale innata in Giovanni il quale combatterà sino alla fine la sua eterna e implacabile dissoluzione di tutte le cose.

Lo stile della scrittura garantisce una lettura piacevole. Si tratta di un libro scritto molto bene.

Il ritmo della narrazione non risulta per niente noioso.

La lettura è stata per me un ostinata presenza, intollerabile realtà, interminabile provocazione, ineccepibile alternatività, scomoda. Il protagonista  è stato un eterno violentatore di tutti i miei pensieri, ma…nei miei sogni…

 

“Sublime” e “Impeccabile”.

Così come sublimi sono i sobbalzi interiori che l’autore crea in maniera ineccepibile e  che rendono la narrazione stessa più interessante.

Leggendo questo libro vi ritroverete sicuramente dentro un sogno, il Sogno della Coscienza.

Vi consiglio vivamente di  leggere questo libro, che vi porterà a riscoprire, attraverso le emozioni del protagonista, le vostre emozioni più intime. Un ottimo libro, da non perdere assolutamente.

E’ stato davvero un grande piacere leggere questo libro. Alla fine le emozioni pure trionfano  portando via tutti i pregiudizi.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

“I guardiani di Yggdrasil II. Il fiore di Sinmara” di Maddalena Cafaro, Delos digital edizione. A cura di Micheli Alessandra

 

La prima cosa che mi ha colpito dello stile di Maddalena Cafaro è il suo coraggio nel cimentarsi con differenti generi. Ricordo ancora la terrificante bellezza del suo “Master of  Shadow”, con ambientazioni distorte e da incubo, e ricordo la sua leggerezza nel muoversi in generi differenti, come se attingesse a chissà quale pozzo creativo interiore.

E colpisce, ancora di più, in questa saga, che affronta una mitologia poco conosciuta ma di una poeticità, tenebrosa indiscussa: quella norrena. In questo caso si fa strada la sua capacità emotiva, che nutrendosi di sogni oscuri, riesce a trasportarli per intero, senza che perdano la loro fulgida ruvidità in un mondo moderno che, di poetico, ha oramai ben poco. Forse possiamo partecipare alla stessa oscurità dei miti antichi ma scevri da quella musicalità che li rende sì foschi, ma al tempo stesso suadenti.  Come scrissi nella mia introduzione al primo libro, la tradizione nordica scelta come substrato etnologico da Maddalena non è né consueta né facile. È distante dalla nostra mentalità anni luce, intricata, piena di dettagli, di sfumature che siamo disabituati a cogliere.

Cerchiamo in breve di identificare il contesto simbolico in cui si muove la nostra protagonista. Come ho già accennato la Cafaro fa riferimento, e ricostruisce, seppur in chiave moderna, l’ambiente mitologico denominato norreno, che identificherebbe quella corrente celtica che investe i miti nati dalle religioni precristiane di etnia nordica o scandinava, quelli che colonizzarono anche l’Islanda e le isole Faer Oer. Non solo. La mitologia siffatta costituisce, secondo molti studiosi, un ramo di quella germanica, a sua volta appartenente al ceppo denominato celtico (ossia relativo alle isole britanniche e all’Irlanda), e quindi possiamo sostenere che rappresentano un corpus diversificato e al tempo stesso omogeneo nella somiglianza del profondo ethos che li distingue dai miti proto-cristiani, cioè quelli di produzione strettamente caldea.

Cosa li distingue dai miti originari della Mesopotamia e dell’area Caldea?

Innanzitutto, lo schema non solo cosmologico ma mentale, che distingueva il mondo creato come un vero e proprio mosaico organico e interconnesso di elementi. Questo si distingue dall’area asiatica, soprattutto perché credere in un sistema siffatto, nega alla radice la dicotomia bene/male per proiettarsi più che altro in un universo dove ogni elemento, compreso il caso, ha una sua valenza e un suo significato, che partecipa dell’evoluzione stessa della razza. Nei miti norreni, così come in quelli celtici, non esiste un vero male. Esiste semmai il disordine, il destino, e, appunto, il caso. Ma, badate bene, questo è un caos fertile, radice di ogni nascita e depositario di ogni fine. Persino il famigerato Ragnarock, la battaglia finale tra ordine e disordine, presuppone non un’escatologica punizione, ma una vera e propria rigenerazione: dopo lo scontro, necessario affinché l’evoluzione avvenga, l’universo cosi come lo conosciamo subisce una modifica. È una sorta di antica teoria del cosmo di stampo einsteiniano, dove fine e inizio si rincorrono, mettendo in movimento una creazione dominata dal dinamismo più che dalla punizione (anche se studiosi cristiani hanno identificato il fato degli dei con l’apocalisse giovannea, sminuendo, tuttavia, l’autenticità del pensiero incredibile e unico dei nostri progenitori).

Il mondo così come appare nel libro della Cafaro (perfetta è la sua ricerca basata sul lavoro incredibile e invidiabile di Snorri Sturluson, solo per averla studiata e per essersi documentata in questa sublime maniera, si meriterebbe la stima di tutti noi) è composito e distingue ben nove mondi, o nove regioni dell’universo, tra cui Miogaror ( mondo degli umani o mondo di mezzo), quello dove dimorano le divinità ( Aesir ) dove si trova la mitica città di Asgaror, la terra dimora di altre divinità, i Vanir, e quello protagonista del nostro romanzo, Muspellsheimr, dimora del fuoco ardente, dei simpatici giganti e governato da Surtr, il guardiano di questo elemento che uccide, ovviamente, lo straniero impreparato, e che non ha in quel luogo terrificante la sua origine. Gli altri mondi per ora ve li risparmio, tranne citare l’ultimo, il nono (il mio preferito) regno in cui Hel l’oscura (un’emanazione della Cailleach irlandese) trova la sua regale dimora, regno di oblio e di dolore eterno.

Queste nove manifestazioni del tutto sono disposte nello spazio nelle varie direzioni cardinali, impilate secondo un asse che congiunge cielo e terra. Questo asse è simbolicamente identificato nel frassino Yggdrasill. I nove mondi sono controllati e gestiti (diciamo cosi) da una serie di spiriti, i guardiani, che ne controllano non solo la sopravvivenza, ma anche l’accesso. Soltanto il saggio è dotato dei poteri necessari a consentirgli la capacità incredibile di spostarsi tra i mondi (lo sciamano o sacerdote o perché no druido). La nostra Sasha, la viaggiatrice, è la sciamana, capace di controllare e di incorporare tutti gli elementi che caratterizzano i mondi suddetti. Ella è la chiave per entrare in questa cosmogonia particolare ma comune a tutti i popoli boreali o urali.

Ed è la sua appartenenza al contesto mitologico norreno che caratterizza le capacità e il carattere di Sasha. Ella non nega il caso, ma lo assorbe dentro di sé, e così facendo assorbe ogni elemento che la mentalità caldea, invece, teme e allontana. Sasha è tenebrosa quanto i miti di cui essa stessa è partecipe, assimila gli istinti più cupi, accettando un mondo che è diviso costantemente tra l’ansia di tornare a un equilibrio e la volontà caotica di metterlo in discussione, di recidere i legami e ripensarli, di reagire all’ingiustizia e al delitto con passioni che, noi moderni, consideriamo oscure come la vendetta. Ma badate bene. Se la vendetta moderna è da me malvista poiché frutto di un’incapacità di reagire al dolore, trasferendo le responsabilità di ogni gesto e di ogni avvenimento fuori da sé, quella di stampo celtico è completamente differente. Non ci si vendica per sottomettere l’altro, considerato reo di averci offeso, di aver vanificato le nostre pretese, o per reagire a una frustrazione o a una mancanza di opportunità. Qua la vendetta è la riparazione di un torto, una sorta non di risarcimento ma un’azione tendente a ristabilire l’equilibro compromesso. Ed è spesso, nel suo significato originario, collegato alla Nemesi. E non riguarda mai il singolo, ma l’intera comunità. Questa perfetta ricostruzione del senso antico dà l’idea di come, la stessa protagonista, si renda consapevole di vivere in una sorta di web world, in cui ogni minimo danno a un solo filo della rete compromette l’intera ragnatela. Una sola informazione errata può incidere su tutta l’umanità con conseguenze irreversibili. Cosi come, nel mondo di Sasha, una sola chiave perduta non comprometterebbe un solo mondo, ma l’intero sistema universo.

Ed è per questo che i custodi devono necessariamente proteggere, difendere e riparare i torti subiti. Ed è questa meravigliosa idea antica a rivivere splendidamente nel libro della Cafaro.

E non solo.

L’eroina Sasha è completamente aliena ai libri di oggi. È fragile ma indomita, selvaggia e inarrestabile, ferrea, coriacea, completamente in balia del suo caos, che non rinuncia a ordinare. Rispetto al precedente libro la sua ribellione, la sua volontà ferrea, si modella per aderire completamente al sistema che accetta come suo, al mondo in cui oramai sente, nonostante la rabbia, di appartenere. Si fa carico di responsabilità anche quando esse comportano scelte terribili nella consapevolezza potteriana che:

 

a volte bisogna pensare a qualcosa di più della propria salvezza personale. A volte bisogna pensare al bene superiore

E Sasha per questo bene, rinuncia anche alle sue convinzioni morali che, di fronte alla salvezza di un sistema, di un intero universo, appaiono senza senso.  Ci sono frasi che ritengo splendide e di un incredibile potere evocativo, abilmente inserite da questa giovane autrice e le vorrei condividere con voi. Sasha è reduce da un lutto, da un dolore e ha soltanto voglia di dimenticare. Ha bisogno di tempo, per elaborare gli eventi accaduti, la sua stessa natura.

 

Sasha non voleva del tempo, voleva solo dimenticare. Dimenticare il dolore per potersi concentrare sull’unica cosa che le dava forza: la vendetta.

Ma come ho già scritto, la vendetta qui ha il senso antico di nemesi, ossia di riparazione dei torti nell’ottica di una giustizia superiore (il bene comune descritto dalla Rowling) e questo le fa comprendere perché è necessaria la resistenza, soprattutto psichica di un guardiano:

All’improvviso ebbe la consapevolezza che era stata soltanto una buona dose di fortuna a salvarla fino a quel momento. Tuttavia quel pensiero non la demoralizzò, anzi: sentì nascere dentro una forza, una determinazione a migliorare e a diventare padrona di se stessa e non essere più in balia degli eventi intorno a lei.

E per essere davvero se stessa usa l’elemento fuoco.

 

Evoca il fuoco, dagli la forma che la tua anima reclama, mantienilo attivo intorno a te, fallo diventare un’estensione, alimentalo con l’energia che ti circonda in questo modo risparmierai le forze

Vi siete chiesti perché la Cafaro sceglie di parlare del mondo del fuoco?

Provo a capirlo io. Esiste un testo, molto bello tra l’altro, che aiuta a comprendere la meraviglia di Sasha e si chiama Donne che non hanno paura del fuoco. In breve due psicologhe vanno alla ricerca dei miti che per anni sono stati sotterrati da una certa mentalità “maschile”, in cui la vendetta/nemesi rappresentava non un anatema etico, ma una reazione lecita e giusta all’ingiustizia. Donne per troppo tempo sottomesse, ree di essere belle, di essere magari controcorrente o diverse, venivano soggiogate, se non peggio. Donne tradite, seviziate, rese schiave della considerazione penosa di uomini che non le ritenevano fisicamente e moralmente adatte a vivere nel mondo reale. Questo fuoco è la rabbia, una rabbia che, nonostante faccia ancora orrore, nonostante sia considerata l’anti femminilità, aiuta le giovani non soltanto a dire no, ma a difendersi. E Sasha ne rappresenta l’essenza resa viva dalle frasi. Sasha non subisce, reagisce. Sasha non accetta, si ribella. Sasha va oltre la sua femminilità, cosi come è veicolata dal contesto sociale, aggredendo caratteristiche estetiche precise (non vi svelerò cosa compie ma vi informo che l’atto descritto dalla Cafaro è di un’importanza simbolica unica e sconvolgente se lo si rapporta a una precisa mentalità moderna, troppo ancorata a una sorta di vittorianesimo post- moderno); Sasha non accetta i limiti, li affronta e li sorpassa. Sasha è guerriera, e questo suo ruolo è affascinante, crea disagio, ma può essere di stimolo alle giovani donne di oggi.

Vi invito a ribellarvi?

Si.

Vi invito a essere Sasha e lanciare il vostro grido di guerra ogni qualvolta qualcuno vi fa sentire vittime, moralmente discutibili, vi fa sentire oggetti, persone inadatte alla durezza della vita, perciò degne solo di essere protette e coccolate. Come se foste incapaci. Che Sasha possa turbare i vostri sogni e darvi quella forza caotica che mai, come oggi, ci serve.

Un libro che non è solo un fantasy ma fa risorgere un mondo mitologico e i valori che possono, oggi, darci quello sprint necessario per combattere la battaglia finale: quella con noi stessi e con la società che noi stessi modelliamo.

Perfetto e unico.

Brava Maddalena.