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Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due argomenti, apparentemente opposti  ( per meglio definirli o campi di studio) uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica.

L’esistenze di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multi-livello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio, quello fondato di sola energia o di  luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo.

Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la Pistis Sophia, un testo complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti racconti specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica.

Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga di Logan,  e si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come le percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia.

Bradbury, e Orwell  hanno ben esplicato questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù, entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero e così via, essendo pensiero e esistere, indissolubilmente legati.

Non a caso Cartesio parlava di:

 

cogito ergo sum

 

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

 

sum ergo cogito.

 

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità. Una dominava il regno materiale ed era  capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudevano particelle di anima o di luce, fuggite dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finite nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso, o per una mancanza, o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia, è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico).  La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma), si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo “Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore.

Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, una pessima proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. Non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla Pistis Sophia.  Questo libro gnostico non fa altro che raccontare (ve lo spiego in breve, ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (Sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un piano sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente.

E cosa centra con Oblivion?

 Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e  Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è

 

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

 

 E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

 

una percezione della vita che in realtà non è quella…

 

La psitis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

 

il I spazio o spazio dell’ineffabile;

il II spazio o primo spazio del Primo Mistero

il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

 

E Aurora Stella di cosa ci racconta nel suo libro?

Di tre mondi:

 

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

 

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta. Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. Non a caso l’orribile mondo al di-sotto è considerato regno di demoni, che prendono dai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali è esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti accettano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità, come semplici mezzi di sussistenza. In questi due mondi, è infatti, deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico. Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento. È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. Non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza. D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione. Qua la procreazione non è, dunque, solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque, di creazione. La capacità della tribù di Eridan di cantare (dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute. La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico, gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti cultural-religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma. O una proiezione.

Per raggiungere il nesso, l’origine di ogni cosa, serve un atto scioccante come quello di Eridan E Nara. Per imparare da loro non resta che farvi rapire dal libro.

Io stavolta non ve lo svelo.

Buona lettura.

“quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi diedero la materia”

Pistis Sophia

 

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