“Arma Infero II. I cieli di Muhared” di Fabio Carta, self publishing. A cura di Andrea Venturo

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Come posso condensare in poche sentite parole le oltre 700 pagine di questo volume? Magari con un’imprecazione alla toscana, di quelle che iniziano con “Maremma…” seguite da un colorito quanto improbabile susseguirsi di epiteti e aggettivi atti a qualificare una gentildama dai costumi discutibili.

Ecco, quanto scritto poco sopra è il modo in cui gli abitanti di Muhared direbbero “Maremma cignala schifa bu’aiola”. Mi rendo conto che le citazioni toscane potrebbero sembrare fuori luogo, ma non ho mai letto un libro del genere, neanche quando mi feci le ossa sul mio primo vero mattone letterario, quel “Nome della Rosa” che tanti lettori nel mondo ha saputo attrarre, complice anche una bella interpretazione cinematografica. A dispetto del film il libro era impreziosito dalle riflessioni filosofiche di Adso da Melk: pagine e pagine di trattati di filosofia che rappresentavano il fulcro del romanzo, cui gli omicidi a base di arsenico facevano da contorno o da “esaltatore di sapidità” vale a dire il ruolo del sale nella pastasciutta.

Dunque ecco cosa attende il lettore di questa duologia: Arma Infero. Una storia di fantascienza ambientata su un sistema posto a 42 anni luce dal Sole, attorno alla stella Mu-Arae, su un mondo terraformato a metà. La storia in sé è molto semplice: da mille anni sul pianeta in questione le cose non vanno, i coloni tentano di portare avanti le loro esistenze, di completare il terraforming pur orbi delle conoscenze possedute dai primi pionieri.

Perché questa barbarie?

Perché la colonia non decolla?

 Le domande sorgono man mano che si procede nella lettura e al lettore il compito di trovarle, dato che i protagonisti hanno davvero ben altro per la testa.

Ho parlato di duologia, ma sospetto che il terzo volume della serie sia in arrivo. Il libro infatti conclude gli eventi narrati nel primo volume, che sebbene non abbia letto, viene citato per sommi capi durante tutta la narrazione così da avere da un lato una panoramica di quanto accaduto e dall’altro (per chi ha letto il libro) un promemoria discreto che non scade mai nella becera ripetizione. Il finale tuttavia introduce un proposito, da parte di uno dei protagonisti, che non lascia dubbi circa l’intenzione dell’autore nel completare la storia con almeno un altro volume.

Lo stile narrativo è… massiccio. L’italiano utilizzato è forbito, ricco di termini ricercati e specifici, per i quali la mia presunta conoscenza della lingua di Dante si è rivelata insufficiente tanto da costringermi a ricorrere al dizionario ogni due-tre pagine. Termini come “anodino”, “adontare” o “souplesse” ora non hanno più segreti come la “volata” delle armi da fuoco. Le pagine del libro sono settecento e passa, vuol dire che ci sono almeno un centinaio di termini come questi che richiedono attenzione da parte del lettore poiché da una corretta interpretazione degli stessi dipende la comprensione di trama e scene varie.
L’uso preciso e puntuale della lingua italiana, tuttavia, ha reso debole la caratterizzazione dei personaggi, specie da metà libro in poi. Se prima il parlare forbito e “arzigogolato” fosse appannaggio del solo Karan, uno dei protagonisti, diviene man mano comune a tutti i personaggi che via via fanno la loro comparsa fino a sembrare tutti troppo simili. Questa una delle note dolenti della narrazione, altrimenti priva di particolari difetti.

La trama è molto semplice: una ricerca duplice, quella dei protagonisti e quella del lettore. I primi affannati nel tentativo di recuperare il “santo Graal” che in questo caso è un sistema operativo (codice macchina), mentre il lettore viene più o meno guidato a leggere, pagina dopo pagina, la storia di Muhared e capire perché è diventato così e cosa è successo prima.
Tutte le domande trovano una risposta, a patto di avere un buon dizionario a portata di mano… e in questo l’aver letto l’ebook con un reader dotato di connessione a Internet mi ha dato una grossa mano: un clik e il dizionario online (treccani, wikipedia, google… eccetera…) mi proponeva la risposta in pochi millisecondi.
Aspetto non secondario: dover studiare per comprendere la narrazione e procedere lungo la trama ha aggiunto, nel mio caso, maggiore appeal a questa storia.

L’ambientazione curata e coerente ha aggiunto uno sfondo realistico e credibile, insomma non avevo la sensazione che città e paesi fossero buttati là solo per sport, ma si percepisce una cura studiata e certosina tanto nell’onomaturgia quanto nella morfologia dell’ambiente. Muhared è credibile come pianeta, come storia, come geopolitica… insomma è realizzato molto bene.

I personaggi non mi hanno convinto del tutto: alcuni  erano caratterizzati molto bene come Luthien, Karan o Tritton il tecnomante, altri parevano copie del protagonista Karan e man mano che ho proceduto nella lettura ho visto la somiglianza con quest’ultimo estendersi a tutti i personaggi che andavo incontrando durante la lettura.

Ci sono citazioni per tutti i gusti, a partire da piccole chicche quali Algernon, il topolino che da il nome al racconto “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes, ai Chochobo di Final Fantasy, i gialli pollaccioni che allietano tutti gli episodi della serie. Chi come me è abituato a viaggiare tra le galassie con la fantasia avrà un bel ritrovare, nascosti nei nomi di nazioni e personaggi, i titoli di racconti, cartoni animati, miti e leggende, videogiochi e molto altro. Tutti deliziosamente intessuti nel legame filologico che unisce i nomi di luoghi e persone di una data regione.

Per molti, non per tutti.
Fabio Carta sa scrivere, possiede uno stile forbito e con tutta probabilità si è divertito molto con la filosofia prima di affrontare la scrittura di Arma Infero I e II, poiché specie nell’ultima parte del libro affronta temi tutt’altro che banali come quello della singolarità tecnologica e il limite vingeano, ovvero la terza domanda esistenziale: “dove andiamo”?
Concetti dai quali normalmente si rifugge preferendo evadere proprio attraverso opere di fantasia. Peccato che la fantascienza sia l’antitesi di questo luogo comune: ben lungi dal favorire l’evasione, la fantascienza, come il fantasy, rappresenta da sempre una parabola che riporta la mente a considerare quel che la realtà offre ogni giorno, ma permette punti di vista straordinari. Dunque se si è in cerca di un po’ d’evasione e di una lettura leggera dentro la quale spegnere il cervello per qualche giorno… non è il caso di leggere questo libro. Ma se si è alla ricerca di un testo capace di stuzzicare e stimolare la mente e a cimentarsi con i problemi dell’Esistenza, ancorché in modo divertente e dotto allo stesso tempo, ecco che Arma Infero può essere un valido strumento.

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