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Ho sempre avuto velleità da giornalista, e in questo mio percorso formativo sono stata accompagnata da una ragazza talentuosa, Milena. Entrambe siamo innamorate dell’arte di fare domande, e più queste domande, nate dalle nostre inquietudini di blogger, si rivolgevano a situazioni scomode, più il valore comunicativo aumentava. Come dire: se un qualcosa scuote nel bene o nel male le coscienze, forse quel qualcosa ha da dirci molto, che sia la famosa morale delle favole o un qualche insegnamento etico.

Perché non provare?

Ed ecco che ci siamo ricordate di uno di tanti scandali che ha allietato recentemente la nostra presenza su facebook: il plagio e la conseguente pubblicazione di un articolo, che è stato foriero di polemiche, accentratore di insulti, stella polare dei dissidenti (che non hanno avuto o voluto avere il coraggio di dire sono d’accordo).

Parlo ovviamente della feroce penna di Ivano Mingotti autore di “Vi meritate questo shit-publishing? – Il caso Elisa Artemide”

Un articolo che, partendo dal caso del giorno, si interrogava sulla necessità o sulla bontà della distinzione tra buona e cattiva letteratura. Ma questa provocazione NON è stata colta dai più, così come non è stata colta l’opportunità di ridefinire i paradigmi portanti del mestiere di scrittore. Tutti si sono arroccati per difendere il proprio territorio, marcandolo a modo di lupi, recintandolo con muri di incomprensione altissimi e forse, sottolineo forse, perdendo una possibilità: quella di rivendicare il diritto alla bellezza. Un diritto oggi negato dalla corsa alle stelline, dal marketing imperante che fa spuntare come funghi generi assurdi e ripetere all’infinito stantii cliché.

Diciamocelo.

Tutti noi siamo stufi di questo meccanismo, ma pochi, se non nessuno, hanno il coraggio di analizzare perché il meccanismo, seppur odiato, funziona.

La nostra intervista non intende difendere, né sostenere l’autore Mingotti o il Blogger odiato. Non ci interessa. Non ci dà quel brivido blu.

Ma da questo colloquio pensiamo possa scaturire una riflessione utile a tutti gli addetti ai lavori, in particolare a quegli autori che un po’ al margine ci si sentono, quelli che usano il testo come specchio di sé stessi e di ciò che li circonda. Quelli  che vorrebbero donare al lettore una loro percezione diversa, e forse scomoda dei fatti e della storia, e sperare che a loro volta il lettore parli di sé e di cosa quell’interpretazione provoca nelle vite, nell’animo e nella mente. Tutti coloro che credono ancora fondamentale il “patto interpretativo” che seppur ferito e morente, ancora tenta di vivere.

Ecco: pensiamo che Ivano Mingotti, odiato, contestato, fonte di biasimo, possa ancora dirci qualcosa. Sta a chi ascolta prendere il buono e lo spunto. Il negativo già è stato detto. Del resto:

chi ha orecchie per intendere intenda.

 

Micheli Alessandra e Milena Mannini

 

L’autore.

Nato l’8 gennaio 1988 a Desio, nella ridente Brianza, Mingotti è un giovane autore che ha però, già sulle spalle un bel bagaglio di esperienza nel campo editoriale e letterario.

Ha pubblicato, finora, undici romanzi, tra cui Sotto un sole nero (DeD’A, 2012), “Celeste 1872” (Alter Ego, 2015), “Minoica” (NullaDie, 2016), “Belve” (NullaDie, 2016) e il nuovo arrivato “Nimal Kingdom” (NullaDie, 2017) .

Cura, per Amande Edizioni, la collana di libri sperimentali “Nuove Luci”, e cerca di creare un brand di opere dallo stile e dalle tematiche innovative ad un prezzo contenuto per l’utente finale (il lettore).

Ha un canale youtube in cui parla dei suoi libri, dei suoi eventi e delle sue personali  idee.

Il suo intento è di spiegare, anche attraverso il suo blog, il mondo dell’editoria – di cui è abbastanza esperto – agli inesperti in materia.

Si occupa anche, nel tempo libero, di traduzioni di saggi, romanzi e raccolte di racconti per diverse case editrici.

È il fondatore dell’Associazione Culturale LiberoLibro.

Ha anche condotto, per sei mesi, la trasmissione radiofonica letteraria Book Express, su Radio Lol.

A. Il panorama letterario di oggi, visto da un valente autore

I. Sarebbe scontato dire che è un cattivo panorama, ma non sono di quest’opinione. Abbiamo una vastissima scelta di ottimi libri, soprattutto nella medio-grande editoria (parlando da lettore). I costi per la pubblicazione si sono abbassati grazie alla stampa digitale, e internet ha distrutto le barriere tra mini e media distribuzione (parlando da gestore di collana editoriale). Però sì, si fa una fatica bestia contro la grande editoria, che affolla scaffali, vetrine e negozi, nonché spazi promozionali internet e non, grazie a una gigantesca disponibilità economica. Diciamo che per un esordiente o un emergente è molto, molto difficile farsi strada. Però i buoni libri ci sono come sempre ci sono stati.

 

M. Nel tuo articolo difendi il genere rosa distinguendolo dalla sua nemesi degradata. perché secondo te questa differenza non è stata colta?

I. Perché non l’hanno volutamente colta. Si sono sentite punte nell’orgoglio su un tasto dolente, cioè la consapevolezza di essere, in fondo, poca cosa in ambito culturale. Non per niente una delle maggiori repliche è stata “ma esiste anche la letteratura d’evasione”. Certo, esiste. Però esiste quella buona, e quella cattiva. Quando si scrivono brutti libri, bisogna accettarlo. Non tutti siamo Kerouac o Saramago (e per fortuna, o non avremmo abbastanza tempo per leggere tutti i libri belli).

A. Il self publishing è un’opportunità o l’ultima spiaggia?

Bella domanda. Sfruttata bene, è sicuramente un’opportunità. Ma dietro ci vuole un impegno economico e di tempo. Ci si deve dedicare e si deve spendere in promozione e, se necessario, in editing. La cosa fondamentale è dare autorevolezza all’opera, cosa che con un editore, anche se medio-piccolo, c’è già. Con il self si deve acquisire, ecco tutto.

Un’opportunità anche perché i medio-piccoli e i piccoli editori NON fanno promozione, dunque tra un self e un pubblicato, a livello sostanziale, non cambia nulla, come distribuzione.

M. Cosa serve, davvero, per scrivere?

I. Leggere tantissimo ed esercitarsi parimenti. Rileggere e ricorreggere cento e cento volte. Non essere mai davvero convinti. Tanto, ad ogni modo, il prodotto finale non piacerà mai a tutti. Quantomeno dovrebbe piacere ai più, ed essere oggettivamente buono. Oggettivamente, badate, NON soggettivamente.

A. Quanto ancora conta il talento oggi

I. Si pensa niente, credo tutto. In fondo, un libro di un talentuoso autore di una piccola casa editrice è comunque un buon libro. Chiaro, per il successo servono anche altri talenti. Il talento di sapersi vendere bene, di promuoversi bene, di agganciarsi al treno giusto, per dirne alcuni. Non esiste un talento univoco che ti porti al successo, è una stupidata.

 

M. La tua attenzione si riversa sul rapporto autore/lettore come lo vedi?

I. Come vedo il rapporto lettore autore? Beh, certo la barriera autore lettore si è rotta con l’avvento di internet, ma non credo poi molto. I grandi restano là, irraggiungibili, e i piccoli vengono trattati come dei questuanti (che poi non è tanto diverso da quel che sono veramente).

 

A. È l’autore che influenza il lettore o viceversa?

I. Un buon autore si fa influenzare dai lettori. Chiaro, non dirigere, ma influenzare. Se un autore non pensa ai propri lettori, è meglio che non scriva affatto. Che vuol dire pubblicare per se stessi? Niente.

 

M. La scalata al successo ha influenzato l’arte della scrittura e quanto?

I. Abbastanza. Siamo nell’epoca del Grande Fratello, ricordiamoci, che ci ha detto che noi possiamo essere famosi perché siamo unici e inimitabili. Anzi, ce lo dicono da quando siamo piccoli. La pubblicazione self è un mezzo facile per pensare di poter diventare tali: non costa niente, possiamo buttare giù quel che vogliamo e veniamo pubblicati. Ed ecco che abbiamo l’etichetta dello scrittore attaccata addosso. Bello no? Peccato non sia proprio così facile, anzi, il mondo della letteratura è il più difficile in cui emergere. Perché, a differenza della musica, ci vuole sforzo a leggere, e il libro NON è un mezzo universale.

 

M. I motivi per cui oggi si scrivono solo gli stessi generi e gli stessi cliché

I. Perché vendono, fondamentalmente. I lettori cercano un certo tipo di cosa perché si sentono rassicurati, soddisfatti dagli stessi meccanismi. Perché da piccoli giocavamo sempre alle stesse macchinette? Perché quei giochi ci davano soddisfazione, una soddisfazione che conoscevamo bene. È lo stesso motivo. Lo stesso per cui si mangiano tendenzialmente sempre le stesse cose.

A. Quanto conta la mancanza di interesse per i classici oggi?

I. Tanto, anche se vedo, da parte di chi legge, sempre un certo interesse per i classici. Certo, chi scrive dovrebbe conoscerli a menadito. Purtroppo molti scrivono leggendo meno di un libro all’anno. Sì, succede.

 

 

A. La democratizzazione della letteratura, che oggi si manifesta nel self, è un danno?

I. Quando non ci sono determinati filtri, sì. L’editore agisce da filtro, separa il buono dal meno buono, offre buoni prodotti. Se tutti scrivono e tutti pubblicano, ciò che è buono si perde nel marasma di ciò che è cattivo, non c’è distinzione. Non posso trovare l’oro in un mare di pagliuzze, soprattutto se devo giudicare da sinossi e copertina, e se le voci su questa o quell’opera sono (come spesso succede) comprate o finte.

 

M. Cos’è un libro

I. Lo specchio di una persona, il suo punto di vista sulla società che gli è attorno.

 

 

A. Il senso della scrittura per Ivano

I. L’esibizione dello sconforto. L’esprimere un vuoto, anche, che ognuno di noi ha e che difficilmente dimentica.

 

 

A. Oggi assistiamo a una decadenza dei valori civili. Questa coinvolge anche l’arte?

I. Sicuramente la democratizzazione ha portato anche a questo. Pensiamo alla democratizzazione della scienza: ognuno si sente in diritto di dire cosa è scientificamente giusto o sbagliato, buono o cattivo. Stessa cosa nell’arte: non può esserci solo soggettivismo e relativismo, ci devono essere dei principi validi per definire una cosa buona o meno. O magari facciamo solo finta di non vederli, questi principi, per sentirci un po’ prìncipi del nostro mondo.

 

A. L’Italia si considera un popolo di poeti e artisti. E’ per questo che oggi ci sono miliardi di aspiranti autori o c’è altro?

I. Sicuramente è anomala come situazione: ci sono quasi più scrittori che lettori, e raramente mi è capitato di conoscere un lettore che non avesse SCRITTO un libro. In altre nazioni la percentuale si abbassa, ma non di molto: il self ha portato, come abbiamo detto, un allargamento della base degli scrittori, togliendo i vincoli dell’editoria.

 

 

A. Quanto sono complici le CE in questo panorama stantio?

I. Di sicuro qualcosina gli si può imputare. Quantomeno, la legittimazione di fenomeni di basso valore non fa che abbassare il livello del mercato. Chiaro, non si possono pubblicare solo capolavori, ma pensare di fare soldi con i nuovi fenomeni del self, senza discernere il buono dal cattivo solo per fare introiti, ecco, non è una mossa azzeccata. Magari i lettori se la bevono per un po’, ma quando l’editore comincia ad essere percepito come di basso livello, sono guai.

 

 

M. Puoi spiegare il senso del tuo articolo?

I. Cercavo di analizzare il fenomeno di un certo self rosa, puntando sul fatto che le opere di una certa autrice, palesemente copiate, fossero la controprova che molte opere affini sono di basso se non bassissimo livello, perché appunto non passano dal vaglio di un editore serio. Chiaramente ho scatenato il putiferio.

 

M. Secondo te perché sei stato attaccato dopo la sua pubblicazione?

I. Perché appunto le autrici e le lettrici si sono sentite punte sul vivo. Ho sempre in mente certe lettrici che, entrando in libreria, se ne stanno a testa bassa davanti al bancone, solo perché il volume da loro richiesto è ‘di un certo tipo’. Se ci si vergogna senza che nessuno ci punti il dito addosso, figuriamoci poi quando uno lo fa.

 

 

A. Cosa pensi davvero del genere rosa?

I. Il genere rosa annovera grandissimi romanzi e grandi autrici e autori. Certo non ne fanno parte la maggioranza dei self rosa spinto di cui parlavo nell’articolo.

 

A. Un consiglio per chi vuole diventare scrittore

I. Non aspettatevi di diventare subito il nuovo Hemingway. Andate tranquilli per la vostra strada, con calma, senza aspettarvi nulla. Tenete bene a mente una strategia promozionale affine alla casa editrice con cui pubblicate. Evitate il self, o gli sforzi dovranno essere doppi. E divertitevi, che è la cosa fondamentale.

 

A. La gente davvero secondo te vuole leggere “merda” o è il panorama letterario carente?

I. Diciamo che certa gente vuole leggere merda. Le alternative, come detto, ci sono. A certa gente piace proprio quella cosa lì, non ci si può far niente.

 

 

M. cosa pensi di tutti questi siti che permettono a tutti di pubblicare senza nessuna regola

I. Che sono furbi, perché pur essendoci un bassissimo numero di copie vendute in media a titolo, se sommi tutti i titoli presenti, moltiplicando per la percentuale, vengono fuori dei bei gruzzoletti. Con zero sforzo, assolutamente. Tutto meccanico e sterile.

 

 

M. Com’è per te un libro decente

I. Un libro decente ti deve lasciare scosso, diverso. Quando chiudi un libro decente, devi sentirti un’altra persona rispetto a quando l’hai aperto. Anche minimamente diversa. Stessa cosa vale per film e musica (tutta l’arte, insomma, anche visiva).

 

M. La tua scrittura pungente ha infastidito qualcuno

I. Non è un problema. Qualcuno una volta mi ha detto “se la letteratura non infastidisce, non è letteratura”. C’è da dire che non mi aspettavo l’intero gruppo delle autrici self rosa contro. Magari una parte, ma tutte no. Un branco con la bava alla bocca; chissà poi perché, no?

 

M. C’è un autore Self che secondo te merita di essere letto

I. Vi segnalo Tina Caramanico: ha una scrittura eccezionale. Andate a cercare i suoi libri, è davvero, davvero brava.

 

M. Ti hanno accusato di aver l’articolo su Elisa per sfruttare il momento e avere visibilità. cosa rispondi

I. Se avessi voluto avere più visibilità, avrei scritto da sempre articoli con quel fine, e avrei scritto solo libri di un certo genere. È evidente il contrario. Preferisco essere tranquillo, come d’altronde ho già risposto, che dover rispondere per tre giorni di fila a branchi di scimmie selvagge. Poi oh, ognuno ha i suoi gusti. Diciamo che era proprio un’accusa stupida, ecco tutto. Per dire, il mio articolo più letto è la mia opinione personale (positiva) su Babbel, non proprio una grande provocazione.

Ringraziamo davvero Ivano per la sua disponibilità e la sua gentilezza. E a tutti ocloro che saranno indignati li invitiamo a rispondere a questa intervista. Solo confrontando gli interventi si arriva alla verità.

 

La verità si rivela solo quando si rinuncia a tutte le idee preconcette.
(Shoseki)

 

 

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