“Il codicista” di Aldo di Virgilio, Argentodorato Editore. A cura di Micheli Alessandra

 

“Il codicista” non è un titolo di un thriller. Anche se in fondo il brivido lo dona. Anche se leggendolo, l’ansia sale, invade la mente e ci rende vittime. Solo che il carnefice è qualcosa di più aberrante di un serial killer, più sadico forse, e più pericoloso. Si tratta della burocrazia, la nostra amata e sovrana pubblica amministrazione, cosi improntata a valori pseudoetici diversi dalla professionalità ma dediti all’atavica modalità dell’obbedienza. Leggete questo estratto:

 

 

urlandomi in faccia che alla competenza preferisce l’obbedienza.

 

Basterebbe soltanto questo a raccontarvi il libro, sospeso tra grottesco e satira, quasi sprofondato in un ambiente concettuale onirico, al pari dei libri di denuncia di Stefano Benni, che possiede al tempo stesso la medesima carica di ribellione, la medesima triste descrizione del sistema di potere che assoggetta e rende le persone simili a un gregge, beato e irresponsabile, di pecore belanti. E si sa: le pecore hanno bisogno della guida del pastore, e del cane abbaiante, per evitare i pericoli e perdere la retta via.

La pubblica amministrazione è lo stesso?

Ebbene sì. Avvolta da regole codificate, da tomi polverosi di modalità standardizzate, di comportamenti che regolano ogni cosa

 

conta molto di più il Protocollo… Il Protocollo viene prima di tutto, prima della Costituzione e prima delle sentenze. Ti ricordi gli Spartani, gli Antichi Romani, la disciplina e l’obbedienza al superiore? Il Protocollo funziona così», risponde con la voce alterata.

Chi sono le persone che il nostro eroe incontra nel suo percorso?

Figure di forma o di sostanza?

Sono esseri che lavorano o esseri che vegetano?

 Ma procediamo con calma.

Willy Deville, il nostro protagonista, ha l’onore e l’onere di lavorare a uno dei ministeri più importanti: il palazzaccio.

Che cosa sarai mai?

Molto semplice, è il palazzo di Giustizia di Roma, soprannominato amabilmente dai romani Palazzaccio per via di due motivi, uno estetico (visto che è considerato un vero e proprio obbrobrio, mantenuto tra l’altro) e uno di ordine etnologico e antropologico, in quanto sede di una Giustizia che spesso non è stata giusta, ma frutto di abili manovre politiche, di abili affabulatori e di interessi politici vari. Insomma: Roma, con la giustizia, ha sempre avuto uno scontro, memore dei legami vigorosi con i cosiddetti poteri forti (ricordate i famosi detti di Pasquino? E le famigerate sentenze risolte con ferocia da mastro Titta?).

E non solo Roma.

La Giustizia è un argomento complesso in cui ricadono, per forza di cose, concetti etici, morali, politici e collettivi frutto di una determinata società e di un preciso momento storico. Pertanto quello che ieri era giusto o lecito, non lo è oggi e viceversa. Unico dato stabile, certezza incrollabile che sorpassa le epoche, è che il potere, inteso sia come sopraffazione sia come faccia inevitabile di ogni successo, accompagna da sempre quelle segrete stanze dove esso si fa carne, si manifesta e attrae inesorabilmente le sue prede. Il potere è collegato non al termine Giustizia e al suo originario significato economico, quanto al suo esercizio; i detentori di questo potere divengono padroni dell’uomo stesso, essendo gli unici a dettare i limiti, a determinare cosa è lecito o illecito e a controllare gli istinti e i bisogni e le passioni che l’uomo, nella compagine sociale, manifesta.

Will si ritrova in questo percorso dantesco, attraverso settori che sono veri e propri gironi infernali, ognuno con i suoi demoni guardiani e ognuno con la sua sadica promessa di successo, di ricchezza e, soprattutto, di credibilità sociale. Chi appartiene davvero al Ministero si erige sopra al normale, al quotidiano, per divenire padrone assoluto della moralità e della modalità con cui la nostra coscienza divide bene e male.

Ma in questo palazzo, fulcro della civiltà, accade qualcosa di grottesco e malignamente divertente:

 

primo giorno di lavoro al Palazzaccio, una delle tante filiali di quel Ministero del Benessere che garantisce l’armonia della penisola eccetera. Racchiude le competenze di altri vecchi Ministeri, Salute, Cultura e Welfare però non ci trovo né medici, né psicologi, né intellettuali o artisti, niente di niente

Nel Palazzaccio non c’è quell’atmosfera, quasi sacrale, che ci si dovrebbe aspettare da chi gestisce una delle primarie funzioni di uno Stato. C’è servilismo, corsa sfrenata al potere, degradazione estrema del proprio essere intimo, per accordarsi con le leggi granitiche dello status. Il Ministero non è altro che:

 

Ministero, ragazzi miei, quando si tratta di soldi ben volentieri trama, inganna, raggira e usa pure la forza con intensità inimmaginabili; il Ministero, il Ministero, questo nome nefasto, il Ministero e le guardie che mi guardano strano quando gli passo vicino, il Ministero, il Ministero ripetuto incessantemente come i grani del rosario così lo esorcizzo, il Ministero, Ministero uguale vendetta, Ministero uguale punizione, Ministero uguale sottomissione, Ministero uguale paura, mani fredde, orecchie calde, sudore sotto il naso

 

E’ un’immagine agghiacciante ma di un realismo estremo, descritta per accentuare il contrasto con quello stile chiamato surrealismo magico (alla Kafka) preziosissimo per sottolineare l’alterità di chi scrive nei confronti delle vicende raccontate. E uno dei temi ricorrenti verso questo realismo, dove i ministeriali divengono immagini da incubo; è quello di reagire contro una sorta di totalitarismo, spesso frutto di una modernità che si sfalda davanti ai nostri occhi e che reagisce, accampandosi dietro trincee putride di valori oramai asfittici. Ecco cos’è il libro che vi racconto: una protesta dissacrante con una fantastica assenza temporale, tanto che passato e presente si intrecciano fino a farci rivivere quasi un modello sociale seicentesco. E, infatti, Medioevo e Inquisizione si intrecciano, a volte sovrapponendosi e confondendosi, come se, in fondo, il tempo moderno non sia altro che una ripetizione ciclica di richiami a echi ortodossi e mai del tutto superati.

Non ritengo e sia un caso il voler sovrapporre la giustizia inquisitoria a quella di oggi, vista più come sostegno al non cambiamento, al mantenimento di privilegi e alla minaccia della distruzione qualora si oltrepassi il limite stabilito dal Sommo Profeta, che sia il Papa, noi tutti lì attorno a inchinarci in una costante genuflessione penitente. Per cosa non è dato da sapere.

 

L’Imperatore ha sempre ragione, capito? Guai a voi, scellerati, che ne contestate la volontà! Intellettuali, tromboni, popolino, tutti uguali, criticatori con la puzzetta sotto il naso abituati alla polemica fine a sé stessa! Voi ubbidirete e basta! Tacete, ignoranti! Che ne sapete voi dei sacerdoti nel tempio?

 

Questo senso di estraneità è acuito anche dalla scelta di non chiamare le persone con il loro nome, ma con astrattismi tipo Mimi e Cocò, oppure Cinocefali, Blemmi e Sciapodi, proprio a sottolineare l’avvenuta spersonalizzazione dell’ignavo, che entra nella bocca del mostro e ci si perde, rischiando la pazzia o, peggio, l’astrazione totale del non esistere.

Perché in fondo, affinché l’autoritarismo o il totalitarismo avvenga, basta semplicemente ricordare che:

 

È sempre un vantaggio avere collaboratori con qualche neo, i quali sappiano che il loro capo ne è al corrente.

Ed è un bene che i centri del potere abbiamo persone di intelligenza franata, quasi costretta a essere comune e non brillante, perché pensare è pericoloso, essere creativi è un crimine orribile (come ci insegnavano i due simpatici creatori del Malleus Malleficarum) e quindi, a volte, essere un gregge significa scegliere una soporifera, comoda vita, sempre e terribilmente uguale.

Un libro che definirei splendido per la notevole capacità stilistica dell’autore, ma triste perché apre un vaso di Pandora che tutti noi vorremmo restasse chiuso.

Davvero un libro da leggere.

Anzi che deve essere letto.

 

 

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