“La scritta e l’Arcadia. Magia e cultura del 600” A cura di Alessandra Micheli

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Adoro Nicolas Poussin, amo infinitamente le sue opere uniche in grado di stimolasse la mia curiosità e il mio strano e particolare senso estetico. La riproduzione Del quadro Les bergers d’Arcadie, uno dei suo indiscussi capolavori è appeso nella mia camera, accanto allo straordinario Leonardo da Vinci ed è il soggetto di molte, se non tutte, le mie riflessioni.

 

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Poussin emerge e fa capolino in ogni mio saggio, convinta come sono che, la sua arte sia quella che più di tutte si avvicini al simbolismo e all’enigma puro, quello generatore di domande. Domande che coinvolgono non solo l’esoterismo ma la società intera, come se soltanto attraverso l’arte sia possibile una vera e feconda analisi critica.

In quel dipinto spicca un dettaglio su tutti, ed è il collante per gli altri elementi che collega e unisce da un filo rosso che intreccia un assordante mosaico di significati che contrasta con il silenzio dell’ortodossia ed è l’ambigua frase:

 

Et in Arcadia Ego

 

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Presente anche in un quadro del Guercino ( I pastori d’arcadia)

 

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Apparentemente banale, è questa dicitura che ha fatto versare fiumi di inchiostro, anche se, la sua traduzione letterale, appare abbastanza elementare:

 

Ed anche io in Arcadia

Adesso osserviamola attentamente, in ogni suo dettaglio, studiando sia la congiunzione anche, sia il soggetto che interviene nell’affermazione: io.

Non vi fa sorgere domande?

Chi è questo io protagonista, che si trova in Arcadia?

E se si trova anche in quel luogo, ha altre provenienze?

E quali?

Ma soprattutto, perché proprio l’Arcadia?

Per poter interpretare la scritta, forse occorre collocare la nel contesto storico e simbolico in cui visse e operò Poussin e del Guercino.

Siamo nel 600, un secolo controverso, caratterizzato da decadenza e progresso. Infatti, il XVI secolo fu caratterizzato dalle grandi guerre che distrussero immense ricchezze, devastarono raccolti traducendosi in una sensibile diminuzione della popolazione europea. Fu questa crisi che causò le prime agitazioni popolari esplose in Francia Paesi Bassi, Inghilterra e Italia. Dato interessante è che lungi dall’avere carattere sociale, queste furono di tipo prettamente politico: ci si rivoltava contro i governi e la loro incapacità di far fronte al quotidiano. Ed è proprio questa ribellione che sarà alla base di concezioni diverse circa il principio di sovranità, facendo risalire in superficie gli antichi concetti del RE Sacro.

Dal punto di culturale, nel 600 si assistette a una vera e propria rivoluzione scientifica, caratterizzata dall’affermazione del metodo sperimentale che portò a una trasformazione radicale del modo con cui si indagava il mondo dei fenomeni. Fu un atteggiamento di questo tipo che fu alla base della scienza cosiddetta moderna[1].

Logicamente la rivoluzione del pensiero scientifico fu osteggiata dalla chiesa cattolica. In particolare la controriforma, attuò una dura repressione contro tutti coloro che sostenevano le nuove idee e che potevano confutare le idee tradizionali.

Nel 600 dominò anche un attesa millenaristica causata dalla sensazione di precarietà del mondo, che accanto al versante pessimistico esisteva anche una visione ottimista della storia. La fine del mondo andava a coincidere con una nuova fase di prosperità, una nuova età dell’uomo. Questi cambiamenti, specie se materiali, potevano essere prodotti anche dall’ingegnosità dell’uomo. Era giusto dunque, coltivare non solo lo spirito ma anche l’indagine scientifica per aumentare il domino dell’uomo sulla natura.

Ma la vera caratteristica importante per il nostro studio fu la reminiscenza di antiche filosofie e la loro persistenza sugli ambienti scientifici e culturali di punta. Gli scritti neoplatonici di ispirazione magico scientifica e i testi ermetici, diffusi dall’ambiente fiorentino, permetteranno ai loro cultori di avere la possibilità di trasformarsi in sapienti. In questo secolo, la magia si unì intimamente alla scienza sperimentale entrambe impegnate nella conquista delle forze che governavano l’universo.

Grandi menti che praticavano l’alchimia come Bacone, Paracelo, Newton e Boyle ed erano adepti delle filosofie ermetiche che ritroviamo oggi codificate nei quadri dei nostri pittori.

Ma cos’è l’ermetismo?

L’ermetismo è una filosofia magico-religiosa del tardo ellenismo a carattere esoterico nel quale confluirono teorie astrologiche di origine semita, elementi della filosofia di ispirazione platonica e pitagorica credenza gnostiche e procedure magiche egizie. Tutte queste tradizioni venivano unite in un tutto organico e coerente tramite il concetto di gnosi. Uno dei principi cardine dell’ermetismo, infatti, riguardava il processo di iniziazione che l’essere umano deve compiere per liberare dai vincoli terreni, la parte divina (intelletto) insita in lui. Tutto questo tramite l’illuminazione, la gnosi appunto, che sola può permettere la purificazione interiore e il ricongiungimento con la fonte originaria. Collegata a questa concezione è la visione cosmologica basata sul concetto di interconnessione tra le parti: microcosmo e macrocosmo rappresentano un tutt’uno unitario. Se, dunque, tutte le cose derivano da una causa prima ciò che le differenzia in realtà è la forma diversa che esse assumono in questo piano di realtà. La strada che porta alla comprensione e alla consapevolezza dell’essenza dell’uomo passa attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e della sublimazione del molteplice nell’unità del Divino.

Ma come si inserisce il tema dell’Arcadia in questo contesto culturale e simbolico?

Innanzitutto bisogna sottolineare come esistano due modi di concepire l’Arcadia: l’Arcadia storica e quella mitica o mitologica. Quella storica individua in essa la patria primigenia di una popolazione che si trovò ad abitare le selvagge colline del Peloponneso, nella Grecia meridionale. Definiti come un popolo di pastori molto antico essi avrebbero abitato la zona per circa 50.000 anni, sfruttando a loro vantaggio il territorio aspro e desolato. Il fatto stesso di essere molto antichi addirittura considerati antecedenti alla nascita di Giove, ossia prima della religione greca così com’è conosciuta, può far propendere per l’ipotesi che fossero una tribù di tipo matriarcale, devota a una divinità femminile. Secondo Ateneo, infatti, nella città di Cipselo, in Arcadia, esisteva un tempio dedicato a Demetra-Persefone, chiamata Basilissa.[2]

Nella sua accezione mitica, specie nelle arti figurative, il termine arcadico simboleggiava un paradiso perduto o meglio utopico, una sorta di età dell’oro in cui si privilegiava un rapporto diretto con la natura e con la Dea Madre. Quest’immagine divenne un elemento chiave del movimento culturale arcadia che conobbe, guarda caso, il suo massimo splendore intorno alla metà del 600.

In cosa consisteva esattamente questo movimento culturale?

Esso nasce nell’ambito dell’accademia di Arcadia che trovò la sua prima formazione nel 1674 e che troverà la sua definitiva formazione nel 1690 a cui parteciperanno personaggi illustri quale il cardinale Albani (il futuro papa Clemente XI) Bernini, Scarlatti e tanti altri. L’Accademia gravitò attorno alla figura carismatica di Cristina di Svezia[3] che fu l’illuminata portavoce del rifiuto del fasto e delle esagerazioni della Chiesa Cattolica. Pertanto l’Accademia privilegiò la ricerca della semplicità, della purezza e dell’essenzialità nelle cose. La musica, le arti figurative e l’occultismo saranno le linee guida del movimento, un movimento che facendo dell’Arcadia luogo spirituale in cui reale e irreale, mito e dato oggettivo si fonderanno e saranno presenti nella serie di dipinti inaugurata da Guercino e conclusa da Poussin. E sono proprio i simboli e le allegorie relative all’Arcadia che se opportunamente scandagliati con reverenza e passione doneranno una conoscenza nuova e illuminata.

Ed è lecito supporre che questa derivi da quella particolare tradizione divulgata da quel mirabile gruppo di gesuiti che faceva capo, che coincidenza, proprio allo studio degli Hermetica.

Che Poussin aderisse alla filosofia ermetica è già stato ampiamente discusso. E non si deve tralasciare il fatto che lo stesso Guercino partecipava attivamente al clima esoterico del 600, tanto che pare fosse addirittura un massone affiliato a qualche loggia segreta. Questo dato emerge da alcune sue opere ad evidente sfondo esoterico, come ad esempio nell’opera il risveglio del maestro, sembra far riferimento alla leggenda massonica di Hiram Abif.

 E cosa dire di Giambattista Marino colui che porterà Poussin con sé a Roma?

Anche Marino condivideva precetti e conoscenze ermetiche e fu forse anche grazie a questo intento comune che la tradizione ermetica trovò voce in alcune lettere di Poussin:

 

“Vi potrei dire cose su quest’argomento, che sono molto vere ma sconosciute a tutti. Bisogna dunque passarle sotto silenzio”[4]

 

E che Poussin fosse a conoscenza di segreti da tenersi stretti, lo testimonia un’altra lettera, quella che l’abate Louis Forquet scrisse nel 1656 al fratello Nicolas, sovrintendente del re Luigi XVI, in cui si accenna a un segreto che se svelato avrebbe potuto donare fortuna e ricchezza.

 

L’enigma svelato: possibili interpretazioni

Siamo in possesso di molti dati. Abbiamo conoscenze esoteriche (ermetico-alchemiche) un fertile ambiente culturale in cui alla sperimentazione, al coraggio dell’innovazione si unisce uno spirito millenaristico, che attende la fine dei tempi e l’inizio di una nuova età dell’oro con al centro l’uomo e le sue infinite possibilità. E un Arcadia che nella sua veste mitica racchiude tutto ciò. Adesso è possibile suggerire delle interpretazioni per la misteriosa scritta.

La frase è un semplice stratagemma letterario o nasconde un significato più profondo?

La spiegazione ufficiale situa il significato nell’ambito più strettamente umano: protagonista della scena è la morte, quella condizione precaria e transitoria della vita umana che arriva a sconvolgere anche il più idilliaco mondo possibile. In sostanza, il quadro ci ricorda che, dalla morte, non si può sfuggire.

Perché questa spiegazione non soddisfa? A parer mio due sono i motivi:

  1. questa spiegazione tiene conto soltanto dell’interpretazione letterale del messaggio
  2. anche la frase, essendo parte integrante del quadro, va relazionata al contesto culturale in cui l’opera vide la luce. Come si è visto questo scenario era predominato dalla concezione occulta di stampo ermetico- alchemico.

Esiste poi un terzo motivo. La frase appare come elemento preponderante in quell’intricato e misterioso enigma chiamato Rennes Le Chateau. E nulla in questa vicenda è mai ciò che appare. Per questo alcuni ricercatori hanno pensato che, in realtà essa fosse un anagramma e che la traduzione più appropriata fosse:

 

I tego arcana dei

 

Ossia:

 

vattene io custodisco i segreti di Dio.

 

Se la traduzione fosse corretta di quali segreti si tratterebbe? Coerentemente con la tradizione esoterica sia del Guercino che di Poussin forse si tratterrebbe proprio di segreti iniziatici che coinvolgerebbero elementi di tipo religioso, alchemico, geometrico e astrologico ovvero si tratterebbe della cosiddetta scienza sacra che da sempre è ricercata da ogni uomo e che in fondo, rimanda ai primordi della conoscenza quando l’essere umano camminava con gli Dei e proprio da loro, secondo la leggenda degli Elohim e degli angeli caduti, ricevette queste mitiche conoscenze.

Un’altra interpretazione rimanda proprio al concetto che ha fatto la fortuna di molti ricercatori. Essa fa perno sul fatto che la scritta è presente soltanto in altri due luoghi altri due luoghi: sulla tomba della marchesa e sullo stemma della famiglia Plantard[5]. Secondo la leggenda la marchesa d’Hautpoul sarebbe stata a conoscenza di un importante segreto e che l’avesse rivelato al parroco di Renns Antoine Bigou.

Sulla tomba della marchesa è stato sottolineato un dato: la scritta sarebbe stata redatta metà in greco e metà in latino. Arca, pertanto sarebbe ad indicare tomba mentre dia indicherebbe Zeus ovvero dio. In sostanza il segreto conosciuto sarebbe il luogo dove è sepolta la tomba di Dio. Logicamente rimane da domandarsi a quale Dio ci si rivolga. Per molti questo elemento sarebbe la conferma che nei dintorni di Rennes sarebbe sepolto il corpo di Gesù, un segreto dal potenziale distruttivo che minerebbe alla base le fondamenta della teologia cattolica. Ma perché Dio dovrebbe essere identificato con Gesù quando proprio questo segreto dovrebbe smentire proprio la sua presunta origine divina?

Che la scritta sia collegata a Rennes lo si deduce anche da un altro particolare. Abbiamo visto come uno dei “pastori” indichi con il dito la lettera r. Ebbene in questo alcuni hanno visto un riferimento a Rennes in quanto anticamente il paese si chiamava Rhedae che deriva dalla lettera runica Raida che si scrive come la nostra R.

Del resto, le illazioni sul significato toponomastico dei quadri di Poussin sono sempre più frequenti. Che nei dipinti esistano delle geometrie nascoste è stato ampiamente dimostrato e queste rivelano strane ed ambigue ubicazioni. Tanto per cominciare esse prendendo come riferimento il meridiano di Parigi (il meridiano zero) e sovrapposte a una mappa della Francia sembrerebbero intersecarsi in un punto preciso il monte Cardou.[6] Inoltre è stato anche rilevato che, se si prova a prolungare le linnee dei bastoni finché non si toccano collegandole con i sandali dei pastori, si ottiene un pentacolo, la figura magica per eccellenza.

Il pentacolo è infatti il simbolo sacro nella pratica dei culti legati alla dea pagana Venere, incarnazione della forza, della bellezza e soprattutto della sessualità mistica. Non solo. Il geroglifico con cui si nomina il regno dell’oltre tomba (Duat) egizio è proprio un cerchio in cui è iscritta una stella a cinque punte rivolta verso l’alto. In quel regno dominato da Osiride le anime, i cui cuori pesano più di una piuma per i peccati compiuti, vengono destinate al dio Ammit, un animale mostruoso che le divora. Inoltre, questa è una rappresentazione del microcosmo   e del macrocosmo, combina cioè in un unico segno tutta la mistica della creazione, ovvero tutto l’insieme di processi su cui si basa il cosmo. Le cinque punte del pentagramma interno simboleggiano i cinque elementi metafisici dell’acqua, dell’aria, del fuoco, della terra e dello spirito.

Questi cinque elementi sintetizzano quelli che sono i gruppi in cui si organizzano tutte le forze elementali, spiritiche e divine dell’universo. L’ultimo elemento, lo spirito, non è altro che l’energia mistica emanata da Dio. Questa energia, si elabora e si manifesta condensandosi e andando a costituire le particelle subatomiche della materia, l’energia che compone tutto l’universo, e della quale l’uomo non sa spiegare l’origine, la Fonte.

In pratica nel pentacolo si ritrovano tutti gli elementi che sono stati identificati come appartenenti alla tradizione ermetica!

E a collegare ancor di più il significato con la venerazione del principio femminile c’è anche un’altra curiosità. Non è possibile soltanto ricavare un pentacolo dal nostro dipinto (quello più maturo del 1639) ma anche una costellazione e precisamente la costellazione della vergine.

 E questa costellazione casualmente ricalca anche la toponomastica delle cattedrali francesi che sono disposte in modo da rappresentare in terra appunto questa costellazione. E ancora casualmente quella di rappresentare in terrà alcune parti del cielo è una pratica prettamente egizia. E dall’Egitto arriveranno proprio quegli scritti che daranno vita all’ermetismo.

Coincidenze?

La presenza di una Dea è comunque una caratteristica comune nel caso di Rennes. Che si tratti di Iside, o della forma cristianizzata che sfocia nel culto della Maddalena essa è così presente da intrecciarsi così strettamente nel mistero da far presupporre che, solo essa sia in grado di donare la vera chiave per scoprire quali segreti siano custoditi in quello sperduto paesino. Del resto i misteri di Iside e Osiride coinvolgono la resurrezione e la ricerca di una sorta di immortalità cosmica. I seguaci di Iside possono trasformarsi in altrettanti Osiride e aspirare a un loro posto nel firmamento tra la costellazione di Orione. Morte e resurrezione, perfezione e unione del cielo e della terra di nuovo i concetti ermetici: è questo il segreto dei quadri di Poussin?

E questo che intendeva tramandarci?

E Iside che pronuncia la frase enigmatica?

 È lei ad essere arrivata, dopo molte peripezie, in Arcadia?

Lei fonte e origine di tutta la Sapienza?

Era lei il tramite attraverso cui gli uomini si sarebbero potuti abbeverare alla fonte della conoscenza sacra?

Che i testi ermetici siano l’elemento unificatore tra gnostici e neoplatonici è stato abilmente riportato anche da Francois Bonardel[7] che afferma come fu proprio l’ermetismo a salvare e proteggere tali insegnamenti. E furono questi che tramandati dai loro pastori ossia custodi fecero diventare Ermes Trismegisto iniziato e iniziatore supremo della gnosi, quel soffio divino in grado di pneumatizzate la creazione e l’uomo stesso.

Esiste un’ultima interessante spiegazione che coinvolge questa volta anche il ruolo di Gesù.

Secondo Paola Mastrorilli[8], la frase potrebbe anche contenere una rivelazione sull’autentica identità e dunque di conseguenza sull’insegnamento di Gesù. In particolare essa si collega a un passo criptico del Vangelo di Matteo:

 

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? ”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia? ”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.[9]

 

Cosa ha di particolare questo passo?

Questo è il punto in cui Gesù dà le chiavi della sua chiesa a Pietro, stabilendo così la successione Apostolica. Pietro riconosce Gesù e Gesù per ricompensare questa sua devozione lo pone a capo della Chiesa. Nulla di strano dunque. Tranne per il luogo in cui questi discorso avviene. Ci troviamo nella regione di Cesarea, la parte più settentrionale della Galilea, una città che Erode costruì in onere di Cesare. Caso strano essa è situata ai piedi del monte Hermon, vicina a una delle sorgenti del Giordano. La località oggi si chiama Banias e deriva dal nome del Dio Pan, protettore delle sorgenti e dei boschi.

Perché mai Gesù svolge questo dialogo così ortodosso in questa precisa località?

Interessante notare come la radice del monte Hermon, rimanda al nome di Hermes-Hermete: Ermete Trismegisto il tre volte grande, è il figlio di Thot. Il Dio della conoscenza nascosta. Questo lo collega a Gesù lo stesso uomo che domanda

 

Chi dice la gente che io sia?

 

I discepoli rispondono riportando le voci che circolano sul conto di Gesù: la gente lo accosta alla figura di Giovanni Battista o di Elia, i profeti che lottarono per conservare integra la fede in Dio. Quindi, più che maestro spirituale Gesù è considerato dalla gente un profeta. Ma Gesù insiste e chiede agli altri apostoli:

 

E voi chi dite io sia?

 

E Pietro a nome di tutti risponde:

 

tu sei il Cristo.

 

A questa rivelazione Gesù risponde intimando il silenzio. Come se volesse proteggere questa identità. E il silenzio è concepibile soltanto se egli fosse portatore di una conoscenza nuova in contrasto con il credo dominante. A Pietro è dato poi il compito di creare una struttura visibile, che abbia un compito specifico:

 

e tutto ciò che legherai sulla terra

sarà legato nei cieli,

e tutto ciò che scioglierai sulla terra

sarà sciolto nei cieli”

 

ossia la corrispondenza tra cielo e terra, quella di creare un legame che permetta a tutti coloro che vorranno di accadere al regno dei cieli. Una conoscenza visibile alla portata di tutti coloro che si fossero avvicinati alla Via. Pietro è nominato capo di una chiesa essoterica, una chiesa che fosse lì a mostrare come un fulgido raggio di luce il Regno dei Cieli. Su Simon Pietro quindi sulla pietra che il suo nome rappresenta Cristo fonda una chiesa.

Ciò vuol forse significare che all’apostolo sono dati in custodia i Sacri Segreti costruttori del Tempio di Salomone?

Se la chiesa è stata concepita come un’organizzazione umana ciò è stato fatto soltanto per una convenienza puramente umana.

In realtà il motto espresso da Gesù è lo stesso espresso dall’ermetismo

 

come in cielo così in terra.

 

Ed è questo legame, questa religio, che costruisce la strada visibile a tutti per raggiungere il Regno di Dio. E se la costruzione della chiesa rappresenta un faro per tutti, ciò non significa che la Via sarà poi percorsa da tutti. Ma la frase ha anche attinenza con la mitologia massonica della pietra squadrata. Nel rito massonico è centrale il discorso relativo alla pietra grezza che tramite il lavoro di loggia viene squadrata. In questa ottica Pietro non è tanto il capo della Chiesa fisica, quanto il modello del seguace di Cristo, colui che grazie ai suoi insegnamenti realizza in sé lo Spirito, rinunciando alla Carne e al Sangue per unire la sua anima a Dio. Per questo per la sua risposta che appartiene a una dimensione più elevata, grazie forse all’illuminazione gnostica che a Pietro, come a ciascuno di noi, saranno donate le chiavi del Regno dei Cieli. E con il nostro nuovo volto potremmo realizzare come Pietro il motto di Hermete e Gesù:

 

e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”

 

Ermete e Gesù hanno molto in comune. Non solo nella loro dottrina ma anche perché entrambi sono eletti figli di Dio. Sono persone che tramite un percorso specifico, la Via appunto, hanno realizzato potenzialità divine che li mettano in contatto diretto con la Fonte di Tutto. Proprio dove è custodita tutta la conoscenza sacra perciò nascosta.

Ma c’è di più.

 Il nome Hermon deriva da Hermo- Herma che significa pile di pietra, confine, limite invalicabile. Interessante è scoprire che, proprio questa altura, situata alla frontiera della Palestina, è indicata come il leggendario luogo in cui discesero i Vigilanti, coloro che portarono la sacra scienza all’umanità. Questa diventa zona di confine non solo fisico ma anche spirituale, dove l’essere umano passa da una condizione evolutiva a un’altra. È qui che il cammino verso la crescita comincia. E sono proprio i Vigilanti il collegamento con Hermes. Questi, infatti, fu in origine un semplice viaggiatore che durante le sue esplorazioni rinvenne un’antica tavoletta che gli permise di viaggiare in cielo e in terra.  Questa tavoletta conteneva la Sacra conoscenza, forse proprio quella tramandata dai Vigilanti alle donne della Terra. Fu grazie a questi arcani segreti che Hermes divenne il simbolo dell’uomo che viene trasformato dalla sapienza.

Ancora.

Si narra che ad Ermes apparve un essere soprannaturale che si presentò come Pimandro, l’intelligenza suprema che gli dettò profondi insegnamenti iniziatici facendogli comprendere la Potenza della Luce. Dopo aver trascritto questi insegnamenti, e quindi dopo essersi assicurato che essi si sarebbero diffusi, egli ascese alla Stelle.

Non ricorda a grandi linee le vicende di Cristo?

 Non fu una presenza spirituale a eleggerlo Figlio di Dio?

E non fu un incontro divino a permettergli di conoscere la Luce e il suo potere mirabilmente espresso nella vicenda della trasfigurazione?

E dopo aver trasmesso gli insegnamenti segreti ai suoi discepoli, non ascese forse al cielo?

Il Trismegisto è l’autore della famosa Tavola di Smeraldo. Questa conteneva la descrizione di leggi naturali della materia e dell’universo. La tradizione egizia narra che Thot come Ermes rivelò le arti ermetiche agli uomini: una di queste era l’alchimia. L’alchimia è l’arte mirabile non solo della trasmutazione dei metalli ma soprattutto di quella interiore: non è in sostanza lo stesso insegnamento di Gesù?

Grazie alle sue domande non permette forse una profonda indagine interiore, unico motore di una vera conversione, di un autentico cambiamento?

 

Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: “Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide! ”. La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi! ”. Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: “Che volete che io vi faccia? ”. Gli risposero: “Signore, che i nostri occhi si aprano! ”. Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono. [10]

 

Nelle sue conversazioni Gesù fa spesso domande del tipo

 

Cosa cerchi?

Cosa volete che io faccia?

 

Sono queste le chiavi per arrivare a conoscersi a conoscere le vere radici di se stessi e trovare il Regno di Dio dentro ciascuno di noi.

Un altro elemento comune è rappresentato dalla ricerca della Verità. Toht infatti significa Verità così come Ermeth in lingua copta significa vero.

E Gesù non definisce se stesso la via la Verità e la vita?[11]

E tra i concetti chiave dell’alchimia non c’è forse quello di morte e rinascita?

Non è indispensabile la fase della putrefaccio e della conseguente rigenerazione?

 E la morte e resurrezione non è forse l’elemento chiave non ricorda a grandi linee le vicende di Cristo? Non fu una presenza spirituale a eleggerlo Figlio di Dio? E non fu un incontro divino a permettergli di conoscere la Luce e il suo potere mirabilmente espresso nella vicenda della trasfigurazione? E dopo aver trasmesso gli insegnamenti segreti ai suoi discepoli, non ascese forse al cielo? Questo non fa di lui un uomo-Dio?

Quindi la frase

 

Et in Arcadia Ego

 

Veicola qualcosa di più di un mero accenno alla condizione umana, ma contiene occulti segreti. E sono questi segreti che furono veicolati in forme sotterranee e codificate appannaggio di chi sarebbe stato in grado di capirle. Segreti che fanno parte di una conoscenza sacra ma sembra che si riferiscano anche all’identità di Gesù, un’identità per nulla granitica, ma piuttosto sfaccettata.

 

Note

[1]     Uno dei capostipiti di questa importante trasformazione fu Galileo.

[2]     Ateneo lo cita nell’opera i Deipnosofisti, ed Salerno 2004.

[3]    Cristina di Svezia, nacque nel castello reale di Stoccolma il 18 dicembre 1626. Personalità ricca e complessa, dotata di grande intelligenza, di straordinario temperamento e di un forte senso del proprio ruolo, naturalmente assolutista, tanto che ebbe sempre un forte rifiuto del matrimonio, non rassegnandosi all’idea di passare in seconda linea rispetto a chi, sposandola, sarebbe diventato re del “suo” regno. Ebbe due grandi passioni “alte”: la pace e la cultura. Poco interessata alle lotte religiose perseguì tenacemente la pace, anche contro il parere dei suoi consiglieri, e considerò il trattato di Westfalia con grande sollievo. Era molto interessata, invece, alla cultura e alla mondanità della corte francese: chiamò quindi presso di sé, tra altri intellettuali ed artisti, il filosofo René Descartes; altrimenti noto come Cartesio. Nel 1654 annunciò la propria irrevocabile abdicazione a favore del cugino Carlo Gustavo. (nonostante l’opposizione del senato) Per poter lasciare il paese senza drammi o disordini, Cristina dissimulò anche con il suo cugino e successore la propria conversione al cattolicesimo e la propria vera meta, e si diresse a Roma. Qui fu accolta con grandi onori e feste dal nuovo papa Alessandro VII Chigi, e dalla nobiltà romana e installò la sua piccola corte, e di palazzo Riario fece la base di intrighi, viaggi diplomatici, feste e avventure galanti – ma anche di vaste relazioni intellettuali, culminate nel 1674 nella creazione dell’Accademia Reale – che fu l’origine dell’Arcadia – a cui si aggiunse una Accademia di Fisica, Storia naturale e Matematica). Morì nel 1689.

[4]     Vedi lettera a Chanteoup del 7 Aprile 1664.

[5]    Il membro più famoso di questa famiglia ,è Pierre Plantard di Saint Clair gra maestro del priorato di Sion e suo rappresentante pubblico nei primi anni 80. Questi come è noto si dichiarava diretto discendente dai merovingi.

[6]    Per molti il monte Cardou è una contrazione dell’espressione di Corps Dieu ovvero corpo di Dio che avvalora per alcuni l’ipotesi della presenza su questo monte di una tomba speciale, quella del figlio di Dio.

[7]     Fracoise Bonardel, la via ermetica, Atanor, Roma 1998.

[8] Paola Mastrorilli, Nicolas Poussin ed il motto et in arcadia ego, su http://www.lospecchiomagico.net.

[9]    Matteo 16,13-20.

[10]    Matteo 20, 29.30.

[11]    Giovanni 14,6.

(Pubblicato su Lex aurea numero 47, rivista a cura di Filippo Goti)

 

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“Corso di scrittura creativa. La grammatica dell’anima”di Arsenio Siani a cura di Sophie Sarti

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“La terapia non dovrebbe essere guidata dalla teoria, ma dalla relazione.”

Irving D. Yalom

 

La citazione di oggi è strettamente legata al romanzo di cui vi parlerò, in quanto Siani si è liberamente ispirato all’autore e psicoterapeuta Yalom.

La storia di Giorgio è una storia che, nella sua intensità e profondità, racchiude una parte di noi. Quella parte che emerge nei periodi difficili, durante i quali veniamo messi alla prova. La vita è una insegnante impeccabile e si diverte a farci comprendere di sè soffrendo, poichè è solo attraverso di essa che possiamo capire a fondo i nostri limiti per superarli.

Liberare noi stessi da quel circolo autodistruttivo che ci fa vedere il mondo come un luogo infernale dove tutti sono “brutti e cattivi” con noi stessi immolati a vittime sacrificali.

Giorgio è un uomo confuso, colmo di rabbia e insoddisfatto della sua vita.

Questa insoddisfazione che si protrae, rinforzata da altri avvenimenti negativi, lo porta sull’orlo del precipizio; quello stesso precipizio che molti di noi hanno guardato con crescente fascino.

E cosa ha portato Giorgio – e noi sopravvissuti – ad arretrare?

Quanti hanno rifiutato l’incanto attrattivo del buco nero e hanno scelto per la vita?

Perché?

C’è chi lo chiama istinto di sopravvivenza. Io credo si tratti di coscienza.

Giorgio è diventato cosciente del suo stato e, sebbene molte difficoltà, ha deciso di tentare la strada della guarigione.

Nonostante i problemi siano ormai insormontabili, grandi come un ago, ma giganti perché guardati attraverso la lente d’ingrandimento che è la depressione, l’eroe trova il coraggio.

La vita stava correndo troppo in fretta, pretendeva che mi confrontassi con la realtà dalla prospettiva di un adulto ma in realtà ero ancora un bambino ingenuo e sognatore.

Un coraggio che vale già metà cammino, un coraggio che lo porta a bussare alla porta del dottor Marini.

L’ultima porta a cui bussare prima della fine.

Marini è uno psicoterapeuta particolare, Giorgio lo percepisce fin da subito e ne è spaventato tanto quanto ne è attratto.

Sente che è giusto, che ha trovato la strada e che Marini è la mano tesa che aspettava.

Ma non tutto è così semplice e l’entusiasmo scema presto.

Il protagonista si troverà quindi di fronte a un uomo e non a un medico.

Ecco la differenza che segnerà la svolta.

L’aver trovato la sua stessa imperfezione ma, ai suoi occhi, perfetta.

Probabilmente vi chiederete che tipologia di competenze possa avere uno psicoterapeuta che si propone come pari, anziché prediligere il rapporto medico-paziente.

Esistono diversi approcci terapeutici, varie scuole di pensiero e nuovi mix più attuali e di tendenza.

Quello usato da Marini, il terapeuta di Giorgio, non lo conoscevo, e così sono andata a dare un’occhiata al metodo e all’autore citato nella sinossi: Yalom.

Secondo questo luminare, il rapporto tra medico e paziente dovrebbe essere alla pari e la soluzione ai problemi andrebbe trovata con un comune cammino di crescita e comprensione, per arrivare a creare un presente gratificante e reale.

Per rendere reale questo aspetto, l’autore ha costruito un passato tormentato anche a Martini, lo psicologo che aiuterà Giorgio a risollevarsi e trovare la sua strada.

Ha dimostrato con estrema schiettezza che l’essere umano è imperfetto, che il dolore della vita è un peso per tutti; per alcuni insopportabile.

Tuttavia ha seminato anche il seme della speranza e della guarigione rendendo Marini terapeuta, l’ha come redento senza davvero redimerlo.

Si crea quindi un legame profondo tra i due uomini, un legame che li porterà alla scoperta – o riscoperta nel caso di Martini – del significato dell’esistenza.

Attraverso un percorso che appare alquanto celere, Giorgio capirà che l’equilibrio che tutti anelano – lui compreso – è direttamente proporzionale all’empatia che dimostriamo verso chi ci sta di fronte.

Parole semplici, ma difficili da mettere in pratica, perché empatizzare con chi ti ha imbrogliato o ferito non è così semplice come possa sembrare.

Ed è quindi con questa consapevolezza che il nostro Giorgio inizia a vedere la luce in fondo al tunnel e, come per magia, anche tutti i “fantomatici” problemi trovano la loro naturale soluzione.

Tutte le difficoltà che lui vedeva insormontabili si delineano come semplici problemi di routine. La lente di ingrandimento viene gettata e tutto appare limpido e schietto.

Avevo concesso ad un possibile pregiudizio di determinare le mie scelte.

Ecco il senso racchiuso in questo romanzo, ahimè troppo breve per le tematiche trattate, che Siani consegna al lettore. Un promemoria quotidiano della forza che ognuno di noi ha già in sé per affrontare anche gli aspetti più bui della vita.

“Il dolore più acuto è quello di riconoscere noi stessi come l’unica causa di tutti i nostri mali. Sofocle” Il blog è lieto di presentare “Alpha Barman” di Sue Brown, Quixote edizioni. Imperdibile!

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Sinossi

Da due anni Jake Tyler ha lasciato le operazioni segrete: è un uomo devastato e spezzato, dopo aver scoperto la sorella brutalmente assassinata da suo marito, Riley. Da allora, ha trovato una specie di pace e gestisce un bar rurale. L’ultima cosa che Jake Tyler si aspetta è che la sua ex squadra appaia all’improvviso con brutte notizie. L’ex cognato di Jake è fuggito dalla prigione e si sta dirigendo verso di lui e la squadra è arrivata per proteggerlo, che gli piaccia o meno… una decisione condivisa, seppur con riluttanza, dall’ex amante di Jake, Mitch Mitchelson.
Mitch è arrabbiato e ferito. L’uomo di cui si fidava, che adorava più di ogni altra cosa, ha abbandonato sia lui che la squadra. Jake non ha mai dato a Mitch un’occasione per aiutarlo o per capire la sua decisione. Indipendentemente dai protocolli della missione, Mitch non ha intenzione di aprire nuovamente il suo cuore a quel dolore. Ma la forte attrazione tra i due non può essere ignorata. Come faranno a lavorare assieme se Mitch prova ancora del risentimento per la scomparsa di Jake, e se per Jake la squadra rappresenta tutto ciò che lo ha distrutto? E, nel contempo, attendono che Riley li trovi… e che la minaccia venga sistemata una volta per tutte.

 

 

 

L’autore

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Sue Brown appartiene ai suoi cani e a due adolescenti. Quando non sta seguendo i loro ordini, potete trovarla a tramare al computer.
Sue ha scoperto il genere romance M/M quando ha visto due uomini che si baciavano nella sua serie TV preferita. La serie è finita da tempo, ma il bacio era tenero e Sue ha avuto un’epifania.
Da allora ha scritto molte storie sperando di ricreare quel dolce momento che ha visto sullo schermo. Sue spera che un giorno possa procurare un’epifania a qualcun altro.

 

 

Dati libro

TITOLO: Alpha Barman
TITOLO ORIGINALE: Alpha Barman
AUTORE: Sue Brown
AMBIENTAZIONE: Wyoming
TRADUZIONE: Alessia Esposito per Quixote Translations
PAGINE: 150
SERIE: J.T’s Bar #1
GENERE: Suspense
FORMATO: E-book
PREZZO: € 2,99 su Amazon
DATA DI USCITA: 13 Ottobre 2017

 

 

 

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