“Fattore H” di Tyrone Nigretti, Rizzoli editore. A cura di Massimo della Penna

 

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Il titolo del libro di cui parleremo in questo post è Fattore H di Tyrone Nigretti, edito da Rizzoli, anche se vista la sua frequentazione con la Maria e suoi derivati chimici, mi verrebbe da rinominarlo FATTONE H.

Ho iniziato questa lettura rapito dalla prefazione ma anche con l’errata convinzione che fosse un libro volto a scuotere la coscienza di chi non ha un un fattore H. Ma che significato ha l’espressione “fattore H”? Si tratta di un’espressione felicemente coniata dallo stesso Tyrone per indicare chi ha un handicap, come spiega lui stesso senza il minimo imbarazzo nell’utilizzare parole su cui si è discusso credo fin troppo (perlomeno, direi che se ne poteva discutere DOPO che si fossero risolti molti problemi ben più gravi e concreti, non PRIMA).

Tra le pagine del libro questo aspetto emerge con prepotenza, l’inutilità di badare alla forma, ai nomi e alle etichette, mentre nella sostanza si pongono barriere enormi non solo architettoniche ma anche sociali, assistenziali, direi culturali e religiose.

 Tyrone ha una lucidità di pensiero fortissima, è acuto, bada al sodo proprio come una canzone rap, di cui egli è appassionato. Ci mostra il suo punto di vista sul mondo, soprattutto quello che lo circonda, e ritengo che sia un dono prezioso, perchè la maggiorparte delle conoscenze sul mondo del “fattore H” ci viene da chi quel fattore non lo ha, e questo è sbagliato, o perlomeno incompleto, perchè ci impedisce di capire, di acquisire consapevolezza, e soprattutto rischia di perpretare tutta una serie di pre-giudizi. E’ come volere imparare la filosofia leggendo manuali storici, non so se mi spiego.

Il libro si apre in modo drammatico:

 

“quando sono nato ho avuto un ictus”.

 

SBAM. Poi vai oltre, e ti arriva un’altra sberla. Perché ha avuto un ictus? Perchè probabilmente i medici lo ritenevano in astinenza e gli hanno dato del metadone, dato che sua madre faceva uso di droghe. Capisci immediatamente quanta forza ha dovuto avere questo ragazzo per arrivare a pubblicare un libro sulla sua vita (con Rizzoli, mica pizza e fichi), per mettersi d’impegno a non affogare nella depressione più totale.

Tyrone si rivolge anche agli altri portatori di Fattore H, non solo ai normodotati, per aumentare la consapevolezza di molti mali che affliggono il nostro Paese al riguardo.

Stupisce l’enorme handicap sentimentale che lo ha accompagnato per tutta la vita, ma tra l’amarezza vi sono anche sprazzi di speranza, i volontari, alcune associazioni, un istituto meritevole, e tanta forza che emerge pagina dopo pagina. Le considerazioni di Tyrone  sembrano strofe di una canzone rap, in poche parole condensa concetti che colpiscono sia per la forma sia per la sostanza, scuotono, fanno fumare il cervello, a tratti è filosofico, a tratti crudele e spietato contro se stesso e contro chi legge, ma sorprendentemente vi si trovano poco rancore e zero frustrazione. Una grande forza e un desiderio di diventare un uomo che per il mio modesto parere ha già esaudito in abbondanza

Tyrone ha attraversato inferni, non uno solo, l’ictus e la madre neppure le tragedie peggiori. Ha subito pregiudizi, maestre senza un briciolo di preparazione direi “sentimentale”, amici spietati (i bambini, si sa, sono cattivi), barriere archiettoniche, delusioni amorose, soprusi in casa e fuori casa, è rimasto abbandonato sul letto senza potersi muovere e con il terrore che la madre fosse morta (per “fortuna” s’era solo addormentata con una sigaretta tra le dita, stordita dall’alcol…), è un vortice pazzesco la sua vita e questo libro la mette a nudo in modo quasi cinico e distaccato, anche se a tratti emerge una poeticità che ti sbudella. Come quando parla di suo padre, anch’egli dedito alle droghe e con il vizio del furto, su cui dice parole splendide e altissime. Giunge a dire l’indicibile, Tyrone prova a comunicare l’incomunicabile, ovvero che, nonostante gli occhi del mondo e i diti puntati, nonostante il giudizio unanime di chiunque sul fatto che suo padre fosse il peggiore dei padri, nonostante tutto Tyrone ci dice e ci convince che quello è stato il padre “giusto” per lui.

Gli ha insegnato ad essere uomo, o quantomeno gli ha indicato una direzione. Ed è molto più di quello che fa tanta gente “per bene”.

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Incontro con l’autore. Eleonora Ragozzino, il coraggio di raccontarsi. A cura di Milena Mannini

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Introduzione 

La vita non è cosi schematica come pensiamo o divisa nettamente in giusto e sbagliato, in felicità e dolore. Esistono le sfumature. Probabilmente tutta la nostra esistenza vive nei toni del grigio, proprio perché l’essere umano stesso è complesso e rende, pertanto, complesso il sistema in cui si muove e viaggia.

Ecco che quindi, concetti come vita e morte divengono talmente uniti da essere inevitabile la loro comparsa nella comunicazione umana. In questo caso si parla di libri.  La nostra Milena incontra una giovane donna, emergente nel mondo astruso della letteratura, e che nonostante la sua acerba esperienza ha coraggiosamente scelto di confrontarsi proprio con il tema più complesso, più sfuggente alla nostra logica e più spaventoso come la morte.

Dalla morte si sfugge, ci si immerge nel caotico mondo della corporeità, che sia sesso o che sia sballo, divertimento, giocosa incoscienza, cosi come scelgono di reagire protagonisti del bellissimo racconto di Edgar Allan Poe “la maschera rossa” chiusi nei loro vizi tentando di beffare l’oscura signora.

C’è poi chi, questo tetro elemento del nostro vivere sceglie di beffarlo con l’arte, così come fa il protagonista della canzone Ballo in fa diesis minore:

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo
Posa la falce e danza tondo a tondo
Il giro di una danza e poi un altro ancora
E tu del tempo non sei più signora

Ecco che Eleonora sceglie di esorcizzarne la paura, quel senso di sconfitta profonda che accompagna ogni fine, semplicemente immergendosi nelle parole, sperando così di rendere la Signora Morta, non più padrona e sovrana del nostro tempo.

Scopriamo assieme alla nostra bravissima Milena, l’anima cosi raffinata di una giovane che, sono certa, ci delizierà occhi e senso estetico

Buon Viaggio!

Micheli Alessandra

La giovane che incontriamo oggi è alla sua prima esperienza nel mondo dell’editoria, ma nonostante questo ha deciso di affrontare un tema importante come la morte.

 

 

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Elisabeth non ha idea di cosa l’abbia portata alla morte.

Non ha nessun ricordo, e per quanto si sforzi non riesce a dare una risposta a nessuna delle domande che le affollano la mente.

Sa che indossa un assurdo abito da sposa, ma non ha la più pallida idea come sia legato a ciò che sta vivendo.

Elisabeth non ha mai creduto alla vita dopo la morte, ma giunta al cimitero è costretta a ricredersi perché dietro all’apparente tranquillità scopre un mondo che prende vita, popolato da persone che vita non hanno.

E ciò la porta a scontrarsi contro  quelle che erano sempre state le sue sicurezze, rendendole difficile accettare la situazione.

Le sue giornate sono vuote, ma piene di domande senza risposta e nessuna voglia di reagire.

Finché non incontra Sam, l’unico capace di vederla.

Sam è pieno di vita, e sembra essere l’esatto opposto di ciò che è Elisabeth.

Eppure nonostante l’assurdità della situazione, Sam non vuole fare altro che aiutarla.

Vuole starle accanto, anche se lei non fa altro che allontanarlo.

Lo respinge, tentando di proteggere quel poco che le sembra rimasto della sua esistenza, ma lui non vuole altro che vada avanti e accetti ciò che le è successo.

Ma perché mai dovrebbe voler una cosa del genere?

Cosa può dargli lei, quando non possono nemmeno sfiorarsi?

Appartengono a  due mondi diversi. Lui è vivo e pieno di opportunità che lei ormai non ha più.

Tutto questo le fa paura, non vuole provare nulla per lui . . .

Non fa altro che chiedersi perché lui tenga tanto a lei, da quando si rende conto di provare sentimenti che credeva di non poter più provare.

 

 

L’autrice
Ha vent’anni e frequenta la facoltà di fisica presso l’università della Calabria. Ama leggere ma soprattutto immaginare e scrivere storie per dare libero sfogo alla sua fantasia. Ciò che è più importante per lei nelle sue storie è ciò che i personaggi sono capaci di trasmettere in modo da sembrare reali.

“Sono anche una volontaria presso una mensa della Caritas, dove ho
conosciuto persone stupende che mi hanno dato tanto durante ogni ora di servizio. Ricevere un sorriso da chi ha più bisogno credo che sia una delle forme più belle di ricompensa del lavoro svolto”.

 

M. Come ricordi i tuoi anni scolastici?

E. Ai tempi della scuola ho frequentato il laboratorio teatrale ed è un esperienza che porto con me con molta gelosia. Sono stata una tuttofare dietro le quinte, aiutando in ogni modo possibile e mi sono immersa in quello che è il fantastico mondo sul palcoscenico. Ho amato il fatto che durante le prove ci abbiano insegnato a lasciare ogni pensiero fuori e trasformare il testo teatrale in quella che era la realtà in quel momento. Sempre a scuola, ero quella che leggeva i libri durante le lezioni e, ad essere sincera, a volte i professori se ne sono anche accorti. I miei compagni erano soliti prendermi in giro per questo. Ma a me non è mai importato più di tanto. Ho anche scarabocchiato appunti su pezzettini di carta durante quelle ore. Ogni cosa è sempre buona per fissare dei pensieri.

 

M. Perché scrivi?

E. Amo scrivere e credo che sia una delle cose più belle che io abbia: è una cosa che nessuno può togliermi in quanto solo mia e in grado di rendermi felice.

 

M. Hai fatto tutto da solo, editing copertina?

E. No. Mi è stato offerto un contratto non a pagamento dalla casa editrice booksprint, che, tranne creare la copertina e l’ impaginazione, non ha fatto nulla. Ho riguardato e corretto io il libro insieme al santo del mio fidanzato che si è anche guadagnato una cena fuori per questo. Ho provveduto io a tutto, pubblicità e contatto con il pubblico. Di fatti il prezzo è così alto perché non ho pagato nulla.

 

M. Sei una scrittrice?

E.  Non mi sento speciale e né tanto meno una scrittrice, ma ragazza con un sogno nel cassetto che ha avuto un’opportunità .

 

M. Cosa vorresti trasmettere con il tuo libro?

E. Credo che dietro ogni storia, grande o piccola che sia, si possa trovare sempre qualcosa di più profondo di quella che la storia è in sè. E il cuore del mio lavoro è proprio lei. Non è facile affrontare questi argomenti con leggerezza o con un tono che non risulti in qualche modo pesante o triste.  Le persone quando leggono un libro spesso cercano solo qualcosa che possa farli staccare dalla realtà o che possa in qualche modo renderli felici. Il mio libro non è come tanti che si trovano in giro.
Non volevo che fosse un libro vuoto. Volevo che lasciasse qualcosa a chi lo legge, e che lo facesse magari anche riflettere su quanto la nostra vita sia effimera e possa cambiare radicalmente da un giorno all’altro. E quanto, nonostante questo, sia importante trovare la forza di andare avanti con le proprie forze, anche se ci vuole del tempo. Volevo che tramite le mie parole il ricordo di questa persona a me particolarmente cara rimanesse per sempre. Ho sempre ammirato il fatto che la scrittura riesca a fissare nel tempo quelli che sono i nostri pensieri, e lei merita di essere ricordata per la bellissima persona che era ed è stata. Vivrà sempre nei cuori di chi l’ha amata, e anche se non possiamo chiederci perché sia stato deciso di portarcela via possiamo ringraziare di averla avuta con noi. Ho pensato molto a come sarebbe stato vivere una vita senza di lei, ma non potevo mai immaginare che sarebbe stata così dura. Sono passati due anni e ancora non riesco a pensare a lei con il vuoto nel cuore e gli occhi pieni di lacrime.

La scelta di questa facoltà è legata alla tua perdita?

Mi sono innamorata di questa disciplina in quanto credo che sia affascinante il fatto che la fisica si sia assunta il compito di spiegare come funzioni l’universo. E vorrei specializzarmi in fisica medica e aiutare chi sta male.

 

M. Il libro è dedicato a tua zia, ti va di parlarmi un po’ di lei?

E. Ho voluto dedicare questo libro a mia zia, che per anni ha lottato coraggiosamente contro la malattia, che purtroppo con il passare del tempo non ha fatto altro che diventare sempre di più parte di lei fino ad assorbirla completamente. Mi sono chiesta per molto tempo cosa si potesse provare essendo consapevoli di dover lottare ogni giorno contro la morte per poter restare accanto alle persone che ci amano. E mi sono anche chiesta come sarebbe stato dover affrontare una perdita così grande come
questa, quando sarebbe successo. Speravo con tutto il cuore che questo giorno arrivasse il più tardi possibile e anche se non è stato così, ringrazio per ogni attimo che ho condiviso con lei. Ho sempre ammirato il fatto che la scrittura riesca a fissare nel tempo quelli che sono i nostri pensieri, e lei merita di essere ricordata per la bellissima persona che era ed è stata. Vivrà sempre nei cuori di chi l’ha amata, e anche se non possiamo chiederci perché sia stato deciso di portarcela via possiamo ringraziare di averla avuta con noi. Ho pensato molto a come sarebbe stato vivere una vita senza di lei, ma non potevo mai immaginare che sarebbe stata così dura. Sono passati due anni e ancora non riesco a pensare a lei con il vuoto nel cuore e gli occhi pieni di lacrime. Perciò la prima persona che vorrei ringraziare è proprio lei, che mi è stata di profonda ispirazione e con tutte queste domande ha dato vita alla mia storia.

M. La tua protagonista è quindi tua zia?

E. Elisabeth, la mia protagonista non è lei, ma è ciò che di più mi fa sentire vicino a lei anche se non c’è più. Tante cose durante la nostra vita ci faranno sentire come se non fossimo davvero vivi, come se non ce la facessimo davvero ad affrontare tutte le cose che non vanno, ma sta a noi decidere di farci forza. E spero che lei possa vivere anche attraverso la mia storia, e far parte delle vite di chi non ha nemmeno avuto la fortuna di sapere chi fosse.

 

 M. La parte più difficile nella stesura del libro

E. La parte più difficile della stesura del romanzo innanzitutto è stata tenere bene a mente le cose, e dando un ordine ben definito in modo da non ripetere cosa già dette.
Più una storia è lunga più sono le cose da tenere in conto, e il migliore alleato per me è stato il mio quaderno di appunti senza il quale sarei stata sicuramente persa.
Il punto più difficile della trama invece è stato quello di decidere quale fosse la via con cui Sam può aiutare Elisabeth a tornare in vita.

Le possibilità erano tante ma non volevo una cosa scontata.

 

M.Scrivere questo libro, ti ha aiutata a superare la perdita di tua zia?

E. Credo che la scrittura si possa considerare in qualche modo catartica, quindi direi di sì. E’ un modo che ho sempre utilizzato per staccare dalla realtà e avere un mondo in cui le cose possano andare come desidero.
Aiuta a non pensare ad altro se non a quello che si sta scrivendo, trasportando quelle che possono essere le proprie emozioni in parole per la storia che si vuole raccontare.
Ovviamente non è una cosa che dura per sempre, ma in qualche modo aiuta.
M. C’è qualcosa che ti diceva sempre e che ora ricordi e usi come sprono?

E. Non c’entra molto con il romanzo, ma quando stavo male per qualcosa lei era solita dirmi di non preoccuparmi se qualcuno mi aveva trattato male o se era successo qualcosa che poteva avermi ferito, perchè c’era lei a volermi bene.

 

“Non ti preoccupare, tanto ti vogliamo bene noi”

 

 

M. Cosa spinge una giovane ragazza a scrivere un libro?

E. Credo che nessuno si alzi la mattina e decida dal nulla di scrivere un libro, ma sono tante idee che una dopo l’altra formano una storia.
Avevo un idea e l’ho portata avanti. Scrivere mi faceva bene e mi rendeva felice e così è nata la mia storia.

 

M. Cosa ti aspetti per il tuo futuro di donna e di scrittrice?

E. Dal mio futuro di donna spero di riuscire ad affermarmi nell’ambito lavorativo, trovando un equilibrio per tutto il resto.
Credo sia importante per una vita felice realizzare se stessi per trovare la felicità anche con qualcun altro.
Come scrittrice credo che la più grande soddisfazione non sarebbe quella di diverntare famosa o vendere moltissime copie, ma che le persone che scelgono di leggere ciò che pubblico apprezzino ciò che ho scritto

 

M. Ti va di regalarci un estratto del tuo libro per chiudere questo incontro?

E. Ci sedemmo in quello che era diventato il nostro posto. La panchina sotto l’albero.

Lui si sedette per primo e iniziò a massaggiarsi le tempie con un’espressione corrucciata nel volto.

Mi misi a sedere anche io, ma all’estremità della panchina,come i bambini che quando combinano qualche disastro cercano di non far più rumore per non destare sospetti. Anche se, il disastro era già stato scoperto.

– Dovevi dirmelo – disse girandosi verso di me per guardarmi negli occhi.

Io invece, non avevo la forza per guardarlo, continuavo a guardare a terra e dissi:

– Ho pensato saresti stato molto meglio senza di me –

– Non pensarlo nemmeno – disse con tono duro.

Dovevo aspettarmelo che fosse arrabbiato

– Ma l’ho fatto, non voglio essere causa di nessun problema – dissi cercando quasi di giustificarmi.

Non volevo che fosse arrabbiato con me, ma lo capivo e avrei voluto fare qualcosa così che lui smettesse di esserlo, ma qualsiasi cosa avessi fatto fino a quel momento aveva causato solo danni, perciò decisi di non fare nulla per paura di sbagliare ancora.

– Tu non hai creato nessun problema. –

La sua voce si stava addolcendo, quasi come se fosse il suo tono di voce normale con me.

– Ma quelle persone. –

– Fottitene di quelle persone e di tutto ciò che hai sentito. –

Ero stata così stupida e così immatura, che l’unica cosa che mi venne in mente da dire fu:

– Mi dispiace – con tono pentito e imbarazzato.

– Avresti dovuto dirmelo. –

– Mi è mancato il coraggio – dissi sinceramente.

Era proprio vero

Quanto è vero, che più teniamo a una persona più abbiamo paura di perderla.

Avevo pensato stupidamente che a ignorare il problema forse non sarebbe successo niente, ma non ero mai stata brava a nascondere i miei sentimenti, cosa che, inoltre si era rivelata palesemente vera pochi attimi prima. Anche a far passare giorni sarebbe saltato a galla, non sarei mai riuscita a mentirgli sapendo di farlo soffrire.

– Perché? – Non era più arrabbiato come prima ma si sentiva ancora che era contrariato.

– Ho pensato che, a presentarti il problema tu stesso avresti capito che questa situazione non andava bene e te ne saresti andato . –

Tralasciai il fatto che se l’avessi visto andare via il mio cuore ne avrebbe sofferto, non ritenendolo poi così importante.

– Non lo avrei mai fatto – disse per rassicurarmi ormai dovevo dire la verità, altrimenti mi sarebbe rimasto quel peso, e non avevo letteralmente la forza per poter sopportare altro.

– Avresti potuto, non ci sarebbe da stupirsi. –

– Non hai capito niente allora. –

Si sentiva che era ferito dalle mie parole, perché così dicendo era come avergli dimostrato che non avevo capito niente di lui.

– Non volevo essere rifiutata, non volevo vederti andare via e sapere che era ciò che volevi, che capissi che non ne valeva la pena. –

– Aspetta, Elisabeth calmati. –

– No devi saperlo – Ora era la mia di voce ad essere dura con lui.

– D’accordo. –

Non volevo illuderlo, non era mai stata mia intenzione farlo. Anzi, avevo avuto paura per me, che io mi potessi mai illudere che lui potesse provare qualcosa per me.

– Non avrei mai sopportato di vederti andare via, avrebbe fatto troppo male. Ho pensato di fare il tuo bene, altrimenti non l’avrei mai fatto! Così sarebbe stato più facile. –

Prese del tempo per pensare, rimanendo a guardarmi.

– Ascoltami bene – disse.

Io invece non dissi nulla, aspettando che fosse lui a parlare.

– Io non ho intenzione di andarmene. –

Non ero riuscita a guardarlo fino a quel momento, avevo sentito il suo sguardo fisso su di me, e così quando mi voltai e incrociai il suo, tutta la mia paura iniziò a scomparire.

– Davvero? –

– Assolutamente sì. –

Sorrideva, ed era bellissimo quando sorrideva.

Mi concessi un attimo di quella meraviglia prima di ricominciare a guardare a terra, continuavo a non riuscire a sostenere il suo sguardo

Una domanda mi sorse spontanea.

– Perché? –

– Perché tu ne vali la pena. –

A sentirmi dire quelle parole mi venne spontaneo stringerlo in un abbraccio, anche se non potevo veramente farlo.

Lui rimase sorpreso di questo, anche perché non sentiva nemmeno il contatto con il mio corpo.

– Fai finta che io lo stia facendo davvero – dissi mentre continuavo a circondarlo con le mie braccia.

– Sarebbe bello. –

Lo lasciai andare dopo un po’, anche se desiderai con tutta me

stessa di non doverlo fare.

– Ricordi cosa ti ho detto l’altra sera? –

– Si – dissi. Come potevo dimenticarlo? Quando l’unica cosa

che avevo fatto per tutto il tempo in cui non l’avevo visto era stato ripensare ai momenti che avevo passato con lui.

– Riguardo al fatto che ho smesso di parlare di ciò che vedevo ? –

– Sì. –

– Non ti ho detto tutta la verità – confessò.

Non volevo che si sentisse in obbligo di raccontarmi cose che avrebbero potuto farlo stare male, avevamo appena avuto un momento che si poteva definire felice, e non volevo che si rovinasse un’altra volta quell’atmosfera che si era creata fra noi due.

– Non sei obbligato. –

Ma più che obbligato sembrava che avesse il bisogno come me di dire la verità.

– Volevo dirtelo, volevo dirti tutto, eri lì, mi ascoltavi e per la

prima volta mi sono sentito capito pienamente, ma ho avuto paura. –

– Paura di cosa? –

– Paura che tu non sopportassi ciò che sono, non potevo dirtelo , non potevo rovinare tutto, stavamo così bene insieme –

Non ero stata l’unica che aveva paura di essere abbandonata per ciò che era, era questo evidentemente il motivo per cui non se ne era andato sapendo cosa avevo fatto.

Non l’aveva fatto perché lui mi capiva.

Ci teneva a me, e me lo stava dimostrando così.

– Hai avuto paura per me? –

Adesso era lui a non guardarmi più, ma volevo che lo facesse, perché se l’avesse fatto avrebbe capito che non ero affatto arrabbiata, anzi ero felice per ciò che stava sotto alle sue parole.

– Sì – disse guardandomi.

– Non devi preoccuparti per me. –

Stavo sorridendo e gli accarezzavo una guancia con la mia mano destra, anche se non poteva sentire nemmeno quello.

– Certo che devo – Lo disse con così tanta convinzione che quasi me ne convinsi. Non riuscivo a non guardare i suoi occhi, così tanto da riuscire a guardare il mio riflesso all’interno.

Non era possibile che ci fosse il mio riflesso, eppure lo vedevo, era li.

Lui mi stava guardando, come si guarda qualcosa di. bello.

– Te l’ho già detto, non voglio essere un peso. –

– Non posso lasciarti sola. –

Era sempre più convinto di quello che diceva, e sebbene tutto

questo non facesse altro che far scomparire la mia paura di vederlo andare via, una domanda non faceva altro che vagarmi per la mente.

– Perché? – domandai di nuovo.

– Perché non voglio farlo! Perché chi si può preoccupare per te se io sono l’unico che sa che tu sei qui? Chi altro può farlo? –

Non avevo capito fino in fondo la mia paura di perderlo fino a quel preciso momento. Ero così terrorizzata al pensiero di vederlo andare via, non soltanto perché mi ero affezionata a lui e mi stavo abituando alla sua presenza, ma perché, se ne fosse andato, mi sarei ritrovata sola.

Avevo paura di stare sola di fronte a un mondo che non riconoscevo in nessuna cosa. E qualsiasi posto io potessi andare non mi avrebbe mai fatto sentire come se fossi in quello giusto.

Avevo paura di perderlo perché era l’unica persona che avevo con me.

Fece un respiro profondo e si girò a guardarmi, dopo che entrambi ci eravamo persi nei nostri pensieri.

Io non avevo risposto alla sua domanda, anche se, non c’era una vera e propria risposta da dare.

Si rispondeva da sola.

Non c’era nessun altro a parte lui.

– Lasciami spiegare, adesso che ho trovato il coraggio. –

 

 

 

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“Se sei forte e preparata all’amore dolcezza. Bruce Springsteen”. Per chi vuole emozionarsi il nostro blog consiglia “Forte abbastanza” di C. Cardeno, Triskell edizioni (Traduzione a cura di Barbara Cinelli)

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Sinossi

Quando il ventiduenne Emilio Sanchez vede l’affascinante Spencer Derdinger passare vicino al cantiere in cui lavora, decide che il suo obiettivo è quello di sedurre il timido professore. Riuscire a portarsi a letto Spencer non è difficile, ma Emilio si rende ben presto conto che guadagnarsi la fiducia di un uomo profondamente ferito richiede tempo e pazienza. E con un premio così bello e dolce come Spencer che lo aspetta, Emilio decide di essere abbastanza forte da affrontare la sfida.

Spencer si sorprende quando viene avvicinato dal bellissimo operaio edile che ha ammirato di nascosto al sicuro dalla finestra del suo ufficio. E per la prima volta in trentotto anni, si comporta spontaneamente e porta Emilio a casa con sé.

Quando un incontro casuale ha tutte le potenzialità per trasformarsi in amore, Spencer si rende conto che se vuole costruire una vita con Emilio, dev’essere forte abbastanza da sconfiggere i propri demoni e imparare a fidarsi di nuovo.

 

Dati libro

Titolo: Forte abbastanza
Titolo originale: Strong Enough
Serie: Family #2
Autore: Cardeno C.
Traduttrice: Barbara Cinelli

ISBN: 978-88-9312-291-7
Genere: contemporaneo
Lunghezza: 188 pagine

Prezzo: € 4,99

Data di pubblicazione: 27 Ottobre