Blog tour ” La vita e cosi sia” di Giuseppe Zanzarelli, Mezzelane edizoni. A cura di Sophie Sarti

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Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.

Edgar Allan Poe

 

Giuseppe Zanzarelli consegna una porzione di sé al lettore e lo fa con un tormento leggero e profondo insieme. Tocca corde mai sfiorate dell’animo umano usando le parole, usando le immagini evocative di una vita che è stata sogno prima di morire per rinascere di nuovo come ricordo sognato.

 

Ricordami e portami con te,

quando tornerai a sognare, portami con te.

 

È un viaggio tra i risvolti di un cuore che ha amato e che ama, senza remore, senza problemi di distanza o di assenza.

 

Pensavo andassi via da me,

e invece sei qui, oltre quei cipressi,

c’è la luna d’allora in cielo,

velata appena, chissà se mi ascolti,

guarda che bella.

 

Ma è anche una sofferenza che lacera dentro, poichè ciò che era non è più.

 

[…] e io che ti cerco, ma che mi perdo.

 

Una silloge che parla di amore a tutto tondo e di dolore, ma lo consegna velandolo con un sottile e pregiato tessuto d’organza che lo rende visibile ma non troppo nitido.

Parole delicate che sfiorano le ferite senza arrecare danno, ma consolando e lenendo.

Poesie che non permettono alla memoria di dimenticare tingendo ogni strofa di magia, forse per rendere accettabile anche l’incomprensibile.

Si parla di vite costrette a navigare per mari inesplorati pur di sopravvivere al piano “divino”, anime costrette a remare controcorrente per trovare pace tra le rive di un nazione che è di tutti e di nessuno. Un mondo che non appartiene all’uomo, non gli è mai appartenuto, eppure… eppure sembra che ogni fetta di terra abbia dei padroni e degli schiavi.

 

E il nostro cuore non conosce pace

come un pendolo tra partire e tornare,

questo è il nostro vivere, che nel cuore giace,

nel corso dei giorni, nel silenzio del mare.

 

Solo il cielo è libero e incontaminato, forse. Tuttavia Zanzarelli ri-scopre che anche l’azzurro dei cieli è assoggettato al volere dei grandi.

Usa le parole per ricordare e non giudica, ricorda il dolore e il silenzio che colma quelli animi vuoti e soli dopo che le loro rondini hanno smesso di volare nel modo sbagliato.

 

E il cielo di Ustica conserva quel segreto

che soffia forte e inumidisce i volti nelle sere di scirocco,

e cade la brina, come polvere di stelle

che si mescola alla sabbia,

che ancora brucia piano,

in ogni sera,

in ogni ricordo.

 

Una silloge che entra nell’anima in punta di piedi senza disturbare, mentre porta scompiglio. Con i suoi rintocchi di stagioni che passano e, come la vita, si portano via un istante di vita o di morte. Primavera che è vita e autunno che è morte, ma entrambe non muoiono e non vivono se non nel cuore di chi ha il coraggio di vedere in una foglia che cade la vita che è stata.

 

[…] si fatica a vedere la luna a sera,

e sono la foglia per terra, calpestata,

vinta dalla stagione nuova.

 

Accogliete, quindi, le pagine che compongono “La vita e così sia” come se fossero una preghiera di ascolto fatta dalla vita stessa a voi che la tenete tra le mani senza averne davvero coscienza.

 

E il nostro cuore non conosce pace

come un pendolo tra partire e tornare,

questo è il nostro vivere, che nel cuore giace,

nel corso dei giorni, nel silenzio del mare.

 

 

 

 

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La rubrica “paradisi artificiali” in collaborazione con il blog di Monika M. Autrice, presenta “Edenhic. Il segreto della Cattedrale” ( Fonte https://autricemonikamblog.wordpress.com/2017/10/30/i-paradisi-artificiali-11/)

 

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Cosa mi ha spinto ad acquistarlo ?

Amo le atmosfere gotiche.

Quarta di copertina :

Valhoria A.d. 1666
I casi di stregoneria si moltiplicano a vista d’occhio, obbligando il tribunale inquisitorio a stabilirsi in città per far fronte alle ondate di eventi maligni che imperversano senza sosta.
Il fulcro della vita cittadina é Piazza Ducale, sul cui lato fu edificata in tempi antichissimi la Cattedrale di S. Michele Arcangelo, luogo di culto assai venerato poiché contenente una sacra reliquia.
In un freddo dicembre, una bianca figura compare a Valhoria; il suo nome, Angelica, riflette a pieno la natura benevola e pacifica di un’anima pura.
Considerata di rara bellezza, il suo portamento gentile mal si accompagna al clima di austero terrore generato dai numerosi processi che flagellano la città.
In concomitanza al suo arrivo, si fanno sempre più frequenti le apparizioni di Azrael, noto ai più per i nobili natali ormai caduti in disgrazia; la sua dimora, Villa Oleandra, risulta tetra e malvista, estendendo quest’aura di diffidenza anche sui suoi fratelli, Michael, Virginia e Beatrix Vexator.
Le due figure, così opposte, non si incontreranno per lungo tempo, viaggiando con un ritmo scandito dal giorno per Angelica e dalla notte per Azrael, sino al culmine dell’intreccio, che loro malgrado li vedrà entrambi protagonisti di queste manifestazioni sovrannaturali.

Edenhic é un libro fantasy in stile gotico – vittoriano, i cui personaggi sono stati ispirati da diverse mitologie e religioni, creando una narrazione complessa accompagnata da un accenno di demonologia.

 

Lunghezza stampa 325 pag

Genere Dark fantasy

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Notte e Giorno.

Questa alternanza, come un metronomo, scandisce le prime pagine del romanzo.

Si comprende poi come questa netta divisione rappresenti il Male ed il Bene.

Con la notte il personaggio narrato è Azrael, i cui nefandi vizi lo portano a scorribande notturne, di giorno, con il sorgere del Sole arriva Angelica, la giustizia e l’amore.

Questi due protagonisti si alternano come Sole e Luna, fuggendo uno il giorno, l’altra la notte, mai è data loro l’opportunità di incontrarsi, finchè …

Una giovane donna, la cui unica colpa è quella di esser stata sedotta da Azrael , viene accusata di stregoneria. Le torture alle quali verrà sottoposta saranno atroci . Angelica pur di salvarla affronterà l’oscurità pur sapendo che il prezzo da pagare potrebbe esser alto.

Ed è attorno ad una popolazione inferocita dall’odio e dalla voglia di vendetta che i due si incontreranno per la prima volta, riconoscendosi come entità sovrannaturali.

 

Non vi dirò altro della trama che ho trovato molto originale, il lettore è totalmente catturato dalla curiosità morbosa di conoscere gli eventi. Devo dire, con sincera onestà, che leggevo avidamente tutto ciò che Azrael di sé mi rivelava, soffrendone un po’ la mancanza nei capitoli che lo vedevano assente: del resto si sa, il Male ci attira molto più del bene, è meno noioso!

Azrael è indubbiamente il personaggio meglio caratterizzato nel libro, lo si deve quasi aggirarsi nella stanza mentre si legge di lui, dei suoi vizi, delle sue poesie, del su amore tormentato, della sua anima perduta.

Il periodo storico è poi ben rappresentato con maniacale precisone nelle torture che l’inquisizione adottava, descrizioni raccapriccianti ma che rendono a mio avviso l’orrore che realmente hanno rappresentato.

Notevole la commistione di leggende, miti e religioni che all’interno si fondono a creare una complessa trama, usando un tema se vogliamo banale ma sempre attuale: la lotta tra Bene e Male, che porta l’uomo a conoscere la sua vera natura.

Lo stile di scrittura è privo di inutili orpelli, riesce a trasmettere al lettore  la cupezza di tempi bui, scossi dal terrore, generando emozioni forti, spesso al limite del tollerabile.

Un libro diverso, che si fa apprezzare!

Monika M.

 

 

 

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Fonte (https://autricemonikamblog.wordpress.com/2017/10/30/i-paradisi-artificiali-11/)

Alla ricerca delle Origini. “Halloween in Campania. Il volto segreto di Pulcinella”. A cura di Micheli Alessandra

 

 

 

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Quando ero piccola e innocente (se mai lo sono stata), i miei genitori mi portavano al famoso Pincio, luogo che mi estasiava non solo per la statua di Garibaldi, ma per il teatrino dei burattini, laddove il mitico pulcinella, ne faceva di tutti i colori. Dispettoso, irriverente, era il mio burattino preferito. Lui con quel suo candido vestitino e quella maschera sugli occhi nero pece, mi affascinava e, al tempo stesso, inquietava, quasi fosse un membro di quel misterioso popolo dei Faerie che già da bimba affascinava i miei sogni.  Solo più tardi ho compreso il volto fosco di Pulcinella. Ed è di questa tenebrosità che voglio parlarvi, specie oggi che è la festa più terrificante dell’anno: Halloween.

Come ho già scritto e riscritto, Halloween o All Allow’s eve, è una festa dedicata al lato inquietante del vivere, la morte e i suoi misteri, e quindi comprende un intero mondo parallelo al nostro, dove abitano non solo i nostri defunti, gli antenati e gli eroi mitici del nostro passato, ma tutte le creature sovrannaturali, che popolano quel mondo numinoso dove è sita la vera creatività umana, cosi come ci racconta Giordano Crisciuolo nel meraviglioso vinile di Penny Lane. Nonostante non sia, come dicono gli ultras cattolici, un vero compleanno satanico, questa festa dà vita a misteriosi figuri che in realtà non sono altro che rappresentazioni simboliche del mondo ctonio, della morte e del mistero, quelle ombre junghiane che devono essere danzanti nella nostra psiche affinché possiamo vivere una sana vita interiore ed esteriore. Reprimere incubi e fantasmi non è mai una buona cosa, ma fonte di disastri incommensurabili (e qui vi rimando al nostro articolo sull’horror terapeutico).

Premesso ciò, andiamo a scoprire l’adorabile Pulcinella.

 Come maschera, il nostro Pulcinella, ha origini misteriose e oscure, tanto che alcuni studiosi pensano sia una sorta di mescolanza di antichi miti, di divinità, e un simbolo dei difetti/pregi di una città controversa come quella di Napoli.  Fece la sua comparsa nei teatrini ambulanti già nel 1600 a Napoli, capitale del regno Borbonico e i suoi spettacoli erano un tripudio di dispetti e lazzi da affascinare lo stesso Voltaire, tanto da fargli esportare la maschera addirittura in Francia. Una leggenda antica (che personalmente adoro) trae le sue origini dalle vicende di un vignaiuolo di Acerra, un tale Paolo Cinelli, dal volto grottesco, reso più buffo da una voglia di vino sulla parte superiore della faccia. Oggetto di derisione costante da parte dei saltimbanchi francesi che passavano per le campagne, Paolo, a dispetto di tutto, ne trasse forza, e imparò a rispondere con termini cosi arguti da mettere in difficoltà i dispettosi artisti. Ecco che ebbe origine la battaglia verbale tanto cara al Pulcinella delle commedie dell’arte; e fu così che il nostro Cinelli divenne Paul Cinell.

Adorabile leggenda sulla capacità dialettica e sarcastica, che divenne icona di un popolo che alla difficoltà preferiva reagire con una battuta e con la capacità di trovare il lato ironico. Totò ci insegna ancor oggi a farlo.

Però io non mi accontento di questa spiegazione e voglio andare ancora più indietro, e raccontarvi della leggenda che vuole il Pulcinella non identificabile con una persona reale, ma dal Vesuvio stesso. In questa versione, viene creato dalle streghe (ci avviciniamo allo spirito autentico di Halloween) che vivevano sulle falde del cratere, ma che invece di incutere terrore causò una spontanea risata, diciamo abbastanza stridula da far scoppiare il Vesuvio stesso.

Ci siamo, ma voglio andare ancora più a fondo.

I suoi miti di nascita sono tra i più fantasiosi in assoluto ma anche pieni di inquietanti simboli: nato dal testicolo di un castrato covato per sbaglio da una gallina, il che lo avvicina in modo inquietante al basilisco reso famoso da Harry Potter, ma nato anche per magia da una conchiglia, come invece è propria la nascita della Dea Venere. E infatti uovo e conchiglia sono simboli intriganti che lo accomunano a una divinità femminile che al tempo era ctonia. E questo termine usato e abusato, indica le divinità femminili, legate a culti sotterranei, protettori di fonti o personificazione delle forze sismiche e vulcaniche. Intrigante sempre di più.

Andiamo avanti.

L’uovo da cui Pulcinella nasce è il simbolo per eccellenza che racconta la creazione dell’universo, dominato dal caos e regolato da una mente superiore o Dio. E in quanto elemento primordiale è considerato femminile, visto che la vita scaturisce grazie alla fecondazione dell’Uno. E infatti, rappresenta lo zero, ossia il nulla che attende la mano della mente divina che metta ordine dal caos.

Negli antichi miti il caos era quel vuoto che precedeva e rendeva possibile l’ordine della struttura (creazione) così come rappresentato nella carta del matto che ha, appunto, i simboli dello zero e del caos.

Alcuni studiosi, intrigati da queste iconografie, hanno cercato di far luce su queste origini studiando antichi reperti che potessero parlarci di questo strano essere. E infatti, addirittura in una tomba etrusca (tomba di Pulcinella), appare in rilievo la sua immagine stilizzata,

 

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Si nota a destra, una figura che indossa un coppolone, cioè il famoso copricapo del nostro Pulcinella.

E indossa una maschera, anche se molti propendono per l’ipotesi che la tomba sia stata danneggiata dal tempo. Quella figura è il Phersu che però in etrusco vuol dire maschera.

Che coincidenza!

 

E per alcuni studiosi questo Phersu rappresenta un demone infernale collegato con la morte. Ci sono poi le interpretazioni di Massimo Pallottino, che considera Pulcinella semplicemente un attore protagonista dei giochi che anticiparono, addirittura, quelli dei gladiatori. Certo è che Pershu ha una stretta assonanza con Persefone (Phersipinal), regina dei morti accanto ad Ade. Certo è che la sua natura selvaggia, legata a giochi cruenti, lo assimila a un’altra maschera, stavolta veneziana, cara alla nostra tradizione, ossia Arlecchino. Pulcinella, infatti, sembra quasi rappresentare il volto mite, giocoso e ludico di quella morte che, a volte inganna, e a volte viene ingannata, cosi come emerge dal racconto della Rowling “I tre fratelli”.

Un’altra antica origine lo accomuna al Maccus atellano, che ha molti dettagli in comune con il nostro birichino: ossia il naso prominente e il pancione che dà quel senso goliardico proprio della caratterizzazione. Le atellane diffuse nei dintorni di Acerra, in fondo erano questo: uno spettacolo licenzioso, gioviale, celebrativo, della parte irridente dell’esistenza. Ma, soprattutto, le popolazioni che crearono e diffusero questo tipo di commedia erano gli Osci, provenienti dall’oriente forse dall’India.

E in India, abbiamo divinità cosi particolari, legate al mondo sotterraneo?

La risposta è ovvia. Restando fermo il concetto che distruzione e caos, nell’induismo, non sono considerati aspetti nettamente malevoli, ma un bisogno profondo che mantenga in equilibrio il sistema universo.

E in questo panorama non posso che citare lei, la dea Kali.

Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre.Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d’amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananada

Kali è una divinità dalla pelle scura, benefica e terrifica al tempo stesso. Il suo nome deriva dalla parola sanscrito kala, ossia tempo, ma anche nero. E pertanto la traduzione del suo nome è “colei che è il tempo” o “colei che consuma il tempo” e “colei che è nera”. Pertanto è la manifestazione terribile, aggressiva e energetica, affatto materna, della Dea, assimilabile alla Morrigan cletica e alla Cailleach irlandese. È la forza prorompente dell’universo inteso come distruzione, necessaria alla successiva ristrutturazione in una nuova forma. Ed è, quindi, associabile al senso della morte come stadio da raggiungere per acquisire il livello sciamanico e psichico superiore. Non è un caso che stringa tra le mani strumenti di trasformazione profonda che recidono nettamente il legame con il modo manifesto (e materiale)

Tale concetto associato a Pulcinella diviene un ulteriore conferma della natura oscura del nostro personaggio.

Altri studiosi legano l’origine di Pulcinella addirittura a una divinità egizia, Horus figlio di Iside e Osiride, il cui nome significa Falco, ma anche “colui che è al di sopra”, “il superiore”. E questo ce lo rende simbolo del necessario equilibrio del mondo, una sorta di mediatore, nato dalla congiunzione tra il mondo sotterraneo (Osiride) e della magia e della vita (Iside).  E quindi, rappresenta l’ordine tra vita e morte e, forse, anche la rappresentazione vivente di quella porta che mette in comunicazione i due mondi.

Pulcinella è una sorta di custode della porta?

Vediamo la sua iconografia.

La sua maschera nera e il vestito candido sono elementi simbolici che richiamano proprio il mondo ultraterreno e il rapporto che questo instaura, e deve instaurare, con quello manifesto (dei vivi insomma). Ed è questo rapporto che deve avere la sua parte orrorifica (simboleggiata da Arlecchino) ma anche ludica, giocosa, grottesca, affinché possa trasportare le energie rigenerative da un mondo all’altro. Anche la cosiddetta voce chioccia di Pulcinella fa riferimento al mondo altro, visto che i gallinacei erano considerati, nell’antichità, psicopompi al pari dei cani, capaci di metterci in contatto con il mondo sotterraneo.

Ecco che Pulcinella rappresenta, con la sua scanzonatezza guascona, la vita nella sua interezza, quella che non fugge la morte, ma la incorpora in un sistema interconnesso, in una rete d’interdipendenza delle varie fasi vita-morte-vita. E senza luce non può esistere la tenebra, cosi senza morte non esiste vita e viceversa.

Ed è questo movimento, visto nella sua natura giocosa, che Pulcinella porta con sé, accettando ogni evento e reinterpretandolo a suo vantaggio, cosi come la vita tenta con l’arte (ballo in fa diesis minore) di gabbare la morte, e la morte stessa tenta con patti e con una danza di gabbare la vita.

Ma alla fine entrambe divengono un solo uno, così come simboleggia perfettamente il Tao. Pulcinella non è la parte misterica di una morte Terribile (ossia straordinaria), ma è la speranza che le paure, esorcizzate, affrontate, possano rigenerare la nostra anima, donando nuova linfa vitale e nuovo stimolo a proseguire per quel tratto, nonostante le tenebre ci minaccino a ogni passo. È la morte che significa nuova rinascita; è la gioia di vivere che si prospetta e spera in una nuova forma. È la capacità di meravigliarsi della trasformazione; e forse simboleggia quello che ha tentato di dirci Lorenzo il Magnifico:

 

chi vuole esser lieto sia

del domani non v’è certezza.

 

E chi meglio dello scugnizzo Pulcinella può accompagnarci nel viaggio conoscitivo del mondo altro?

Chi meglio di lui, con la sua scanzonata irriverenza, può avvicinarci senza pregiudizi e paure al mistero unico e incredibile della morte?

Come scrive Bruno Leoni ( http://www.guarattelle.it)

 

Pulcinella è la rappresentazione più evidente di quel mediatore tra uomini e divinità che è stato sempre nelle culture più antiche il mediatore eccellente col soprannaturale, “il buffone divino”.

Queste particolari entità adempiono a un sacro compito: quello di renderci consapevoli delle nostre rigidità strutturali che, spesso, ostacolano il flusso e il processo della vita. Essi sono specchi che mostrano il vero volto, al di là di maschere e ruoli e, così facendo, ci liberano. Ecco che questi divini buffoni operano ai margini della vita e ci portano sull’orlo di un caos rigenerativo mettendo in discussione tutte le nostre certezze. Egli dissolve affinché possa essere rigenerato. Il buffone porta la fertilità nell’oscurità, porta alla luce gli aspetti del sovrannaturale, liberandoli dall’aspetto terrificante del proibito e del segreto. Ci fa toccare la magia e la follia sacra con mano, ci accompagna verso l’ardua strada di apprendere ad apprendere. Porta nuovo ordine nel centro, permettendo all’eroe di andare incontro al caos per conquistare. E restando integrato e non integrabile, ci mostra la bellezza dell’anima, quella che, in fondo, resterà per sua natura selvaggia, indomita e ribelle. E che andrà sedotta, forse ammansita, ma mai davvero vinta.

Buffone è solo marginalmente in relazione con l’Io, con la centralità strutturata della coscienza, e tuttavia contiene, porta la vera essenza della vita, la fertilità creativa della gioia e dell’immaginazione umana. Il buffone, per usare il termine di Victor Turner, sembra portare uno spirito di communitas, di gioiosa integrità, di umanità unita piuttosto che frammentata e in conflitto. Egli lavora a servizio del Sé piuttosto che dell’Io.

 Ladson Hinton, Palo Alto

 

“Le accuse su Halloween. La Verità”. A cura di Micheli Alessandra. (fonte http://www.levereoriginidihalloween.it/2016/10/le-accuse-su-halloween-la-verita.html)

 

 

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Perché Halloween non è una festa delle nostre tradizioni

Halloween è ritenuta da molti una festa americana. E il fatto che venga amata e celebrata da noi italiani è considerata un’aberrazione. Come se, in fondo, l’Italia fosse un paese altro, distaccato dalle sue profonde radici europee. Questo perché da noi è molto presente la convinzione, erronea da un punto di vista storico antropologico, che le nostre radici siano cristiane e che pertanto dovremmo combattere ogni intromissione di culture diverse.

Questo è un errore non solo sociale e psicologico ma anche storico. Ritenere una società, un paese, il solo prodotto di un’ influenza culturale specifica è una distorsione intellettuale. Nessun’ origine è da ritenersi univoca. Per la sopravvivenza stessa dell’idea di cultura è necessario iniettare periodicamente nuova linfa vitale, nuovi valori e assunti sociali. Questo perché una società che si nutre solo di una cultura è condannata all’annientamento e alla stagnazione. Non solo. In ogni secolo, in ogni periodo storico si è assistito al fenomeno migratorio che ha portato a una commistione di culture, di incontri e scambi che hanno creato un ibrido culturale. In sostanza, storicamente, non esistono e non possono esistere origini pure ma origini formate nei secoli da sedimenti variegati di elementi diversi.

La festa di Halloween è l’esempio specifico di questa miscellanea culturale che come direbbe Franco Cardini[1]  è il vero punto di forza della sopravvivenza di stati e popoli, dell’arricchimento scientifico culturale e della sopravvivenza di tradizioni e valori[2].

Innanzitutto dobbiamo ricordarci come l’America ritenuta così lontana da noi sia un paese nato da uno straordinario ed effervescente incontro/scontro di popoli. I veri americani sono coloro, che essendo nati sul territorio specifico, possono essere i cosiddetti nativi. Ma anche questo non è completamente vero. Se si risale nei secoli anche questi straordinari gruppi etnici hanno altre origini e si sono spostati nel continente durante un periodo specifico.  Andando a ritroso nel tempo si può assistere a una situazione quasi caotica, che ha spinto le popolazioni a spostarsi, ad adeguarsi a vivere in posti specifici in risposta a specifiche situazioni ambientali. Possiamo sospettare un’antica origine mitica (molti la ritengono probabile) di un popolo che abitando la terra abbia dato origine a diversi ceppi etnici. Ma anche qua siamo sulla scia del mitologico e poco dello scientifico.

Quello che possiamo sapere è che neanche i nativi americani sono direttamente originari dell’America cosi come noi la conosciamo, ma che sono arrivati dall’Asia quasi 20.000 anni fa. L’America è stato, infatti, l’ultimo continente a essere colonizzato dall’uomo. Certo è che quando Colombo si imbatté in questo continente poco conosciuto (in realtà prove storiche determinano che prima di Colombo ci fu una presenza vichinga e ancor prima Egizia) il ceppo nativo era presente già da tempo sul doppio del continente dall’estremo nord (stretto di Bering) all’estremo sud (Terra del Fuoco). In sostanza l’America è stato il crocevia di nuovi inizi da sempre. E l’immigrazione che l’ha interessata ha portato con sé un bagaglio di interessanti elementi religiosi e folcloristici che ha culminato con l’arrivo degli europei durante il fantastico tragitto della Mayflower.

Ribadisco. Europei, non stranieri. Popolazioni miste che avevano nelle loro antiche tradizioni, non offuscate dall’avvento della nuova religione, un retaggio quasi comune, denominato celtico ma che in realtà io definirei semplicemente pagano, ponendo l’attenzione sull’accezione totalmente “campagnola” del termine. Pagano, infatti, è un termine che semanticamente significa della campagna e che contraddistingue una precisa religiosità fatta di cicli naturali e di calendari scanditi dall’attività agricola.

Ora, se è vero che le identità sono indispensabili per potersi evolvere, ci si deve rendere conto del fatto che non esistono, se non nel mito e nell’utopia, culture e società prive di contaminazioni. Nessuno può vantare alcuna primigenia razza o cultura: le civiltà e le persone si incontrano, si scambiano anche senza volerlo e senza saperlo, si fondono, costumi e informazioni partecipano a:

un processo osmotico comune per quanto esso può subire accelerazioni o ritardi determinati dalle circostanze storiche o ambientali”[3]

Riassumendo: i nostri antenati portano nel nuovo mondo foriero di possibilità una loro specifica tradizione culturale e sociale.

Perché Halloween non può essere una festa satanica

Mettiamoci d’accordo. O Halloween è una festa pagana o è satanica. Le due anime, infatti, non possono convivere assieme. Sono antitetiche e rappresentano due distinti modi di pensiero. Se la festa è pagana, significa che appartiene a una specifica tradizione agropastorale, come suggerisce il termine stesso pagano, paganus ossia della campagna, indica il civile, il campagnolo contrapposto al militare. A sua volta il termine latino pagus indica il villaggio. I villaggi erano in opposizione ai centri delle amministrazioni dell’impero romano, sia per cultura che per riti religiosi; mentre gli ultimi erano legati al culto imperiale, gli altri seguivano ancora antichi culti locali, di divinità agresti e ctonie. Il temine fu poi ripreso dal cristianesimo con il medesimo significato di opporre due diversissimi modi di pensiero tra i seguaci della nuova religione e gli eredi delle tradizioni politeiste, in biblico potremmo definirli gentili.

Se i pagani sono indicati come gli eredi di una specifica tradizione religiosa, che va dal culto arboreo al culto delle divinità femminili fino all’animismo, il satanismo è erede diretto della tradizione giudaico cristiana, laddove l’originario monoteismo in realtà spesso, sfociava con il dualismo di stampo iraniano.

Il termine satana deriva dall’ebraico sàtan. Essendo l’ebraico una lingua  che ha una forte componente geroglifica[4], essa si presta a una varietà notevole di significati. Pertanto Satan può assumere i significati di avversario, colui che si oppone, accusatore, contradditore osteggiatore e aggressore. Questo termine identificava uno o più angeli o divinità minori presenti nel Medio Oriente antico. Ha sicuramente origini nel monoteismo ebraico, ma sicuramente contiene innumerevoli influenze delle religioni caldee e soprattutto dello zoroastrismo.

Nelle religioni abramitiche assume l’incarnazione dell’agente del male in contrapposizione a Dio, sminuendo però la forza monoteistica dell’ebraismo. Se Dio infatti è considerato principio del bene e dell’armonia assoluta, unico creatore, contrapporgli una divinità altrettanto potente, sfocia, dunque nel politeismo più primitivo.  Giovanni Semerano[5] ne fa invece derivare il termine dal sumero sat-tam con il significato di controllore e capo di un’amministrazione assunto soltanto successivamente a divinità strettamente locale.  Lo spirito unico di questa oscura divinità fu poi accomunato alla divinità iraniana Arimah principio di caos e distruzione, faccia opposta della divinità di ordine e luce Ahura Mazda. Questo ci fa comprendere come l’élite religiosa ebraica fu profondamente influenzata dall’esilio di babilonese patito dal popolo ebraico. Fu a questo punto che tale élite sviluppò una complessa e, a volte, discordante  teologia morale basta sul dualismo (rinnegando quindi la precedente pretesa monoteistica) basata sull’eterna lotta bene/male giunta fino a noi.

Però, prima di questo esilio la figura di Satana era molto diversa.  Satana appare per la prima volta nella Torah in Numeri 22.2:

La partenza di Balaam provocò lo sdegno di Dio. Balaam cavalcava l’asina, accompagnato da due servitori. L’angelo del Signore (satan שָׂטָ֣ן) andò a piazzarsi sulla strada per sbarrargli il passaggio.

Quindi la figura non è affatto contrapposta: esso è un angelo ((מַלְאַ֨ךְmal’akh) il cui scopo è porsi semplicemente come avversario contro Baalam. Esso assume il ruolo di inviato da Dio, del quale segue il comando, con l’obiettivo di impedire che Baalam segua una strada storta cadendo in errori irreparabili. Attraverso la provocazione l’avversario genere ira nella vittima che, però, si rende conto di tutto il progetto divino che sta alla base di quest’azione provocatoria.

Altra presenza è relativa alla figura di Satan nel libro di Giobbe al quale viene affidato il compito di verificare la fedeltà dell’uomo devoto del suo amore e della sua dedizione nei confronti del progetto di Dio. L’angelo funge quasi da controparte in una sorta di tribunale in cui Giobbe si trova a dover rispondere, di fatto, alla classe sacerdotale (rappresentante della mera devozione ortodossa) e alle provocazioni che Satan lancia per aiutare Giobbe a scavare dentro se stesso. La stessa figura di Satan, è stata anche chiamata Samael, considerato l’angelo distruttore che concorre alla morte dell’uomo; anche in questo ruolo, non è altro che un delegato dell’energia originaria che parte dal Dio unico.

In sostanza la figura originaria era molto diversa da quella che si sviluppò più tardi con il Cristianesimo di Paolo. Ricordiamo che Paolo, Saulo di Tarso, era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana e che non conobbe mai direttamente Gesù. Nella sua conversione e nella sua teologia fu presente, quindi, un elemento profondamente estraneo alla cultura ebraica, esso sviluppò una teologia che prendeva spunto dalle religioni presenti nel mondo ellenico come lo Zoroastrismo e il culto di Mitra creando un qualcosa di innovativo e antico al tempo stesso, profondamente influenzato dal dualismo. Pertanto, la figura di Satana entrò a far parte del cosmo cristiano grazie anche ai padri della chiesa che lo identificarono con Lucifero, l’arcangelo più bello che peccò di superbia e blasfemia.

Possiamo definire, quindi, il satanista profondamente imbevuto nel microcosmo cattolico cristiano, ne condivide gli assunti e i protagonisti anche se in forma rovesciata e si discosta dalle primigenie religioni di stampo animista che rappresentavano il cosmo come un luogo in cui non vi era contrapposizione tra dimensioni o aspetti del creato, Bene e male, spirituale e terreno, tanto da essere definiti sistemi monisti.

Si può osservare come i due sistemi di pensiero siano totalmente differenti, a volte incompatibili con un dualismo che, fu alla base delle prime religioni umane. Il senso di appartenenza a un mondo vasto, sfaccettato e onnicomprensivo diventò il primo modo di approccio dell’uomo verso il mondo che lo circondava. Essendo, dunque, un’antichissima forma di religiosità, anzi di sacro che condivideva la fede nell’esistenza di una rete di relazioni tra ogni sistema esistente, sia animale, ma anche materiale che dialogava costantemente con l’energia basilare, si può considerare il suo opposto, il monismo, una sorta di critica radicale del sistema antico. Il monismo critica fortemente il dualismo, o come viene chiamato oggi l’olismo, perché lo ritiene un antagonista. E per la sua natura “tirannica” il sistema di pensiero radicale e rigido rifiuta fortemente ogni confronto e ogni paternità che lo rende soltanto uno tra le forme possibili di pensiero sul mondo e l’universo. Il monismo deriva quindi dalla primitiva forma di concezione del mondo, una concezione quella pagana che, sulla base di innovativi studi scientifici e sulla base di nuove teorie sociologiche ( tra cui la cibernetica[6] e l’olismo[7] appunto) sta nuovamente riprendendo il suo posto non tra le tradizioni folcloristiche e mitologiche, ma tra i sistemi di pensiero ufficiali.

Mentre il dualismo parte dalla contrapposizione netta – anche se Igor Sibaldi[8] ne rintraccia una sorta di accordo collaborativo verso l’evoluzione umana e cosmica – di due sistemi, di due concetti resi divini (spirito e materia , bene e male), il concetto filosofico monista rifiuta la separazione del tutto, in due unità distinte.

Viene quindi postulata l’esistenza di un unico principio ontologico, chiamato essenza divina o energia divina che permea l’universo materiale di cui è riflesso e costituzione primaria. Le concezioni monistiche[9] non rifiutano la pluralità in sé, la molteplicità ma la considerano manifestazione sostanziale di un’unica entità che ne è origine e fine. Quindi la molteplicità fenomenica, così come il dualismo, sono soltanto i paraocchi con cui l’essere umano riesce a percepire il tutto, frutto però di una conoscenza fallace e illusoria.

Halloween/ Samhain è il frutto di questa concezione monistica che fa sì che il tempo e lo spazio siano circolari, ricorrenti e, appunto per questa capacità di manifestare il divino, certe date non sono altro che porte con cui l’uomo può scrutare per un attimo la realtà dietro le pastoie della sua “specie”.

Quindi Halloween definita come festa pagana, non può essere considerata satanica nel senso corrente. Ovviamente, essendo un simbolo può sicuramente essere usata per qualsiasi scopo,  ma in questo centra l’uomo e le sue possibilità più che il simbolo stesso. É l’uso che l’uomo fa del simbolo a fare la differenza. Halloween si discosta profondamente, lo dico senza che la mia affermazione sia di contenuto valoriale, dalla emotività cattolico-cristiano. In Halloween e Samhain non c’è la venerazione del male poiché il male è considerato parte del tutto, non come essenza definita ma come, semmai, mancanza di conoscenza e consapevolezza del sistema cosmico.

Ecco che le accuse di satanismo perdono di consistenza, il satanismo è e resta una parte, oscura, rifiutata e ambigua di un preciso sistema valoriale che trova nel cristianesimo il suo referente. Se il satanista si oppone alle regole cristiane esso –usufruendo dei suoi simboli e della sua ritualità (seppur rovesciata) – in realtà ne è profondamente imbrigliato.

Il satanismo si risolve come un contenitore in cui si riversa il gusto del proibito e del limite e di tutte le frustrazioni che, in un sistema in cui non c’è coscienza o gnosi ma solo proibizione, si ingigantiscono fino ad assumere il ruolo di ribellione allo status quo e alla morale, fino alle estreme conseguenze. La protesta anticlericale si riassume in una distorta ansia di rinnovamento che poco ha a che fare con il mondo vissuto dagli antichi politeisti. I politeisti erano profondamente immersi in un sistema interconnesso, responsabile e legato nei suoi aspetti al principio unico. Il satanismo pone se stesso al di fuori di questo sistema ponendosi in modo erroneo di fronte alla creazione.

Halloween è una festa dedita a riti magici

La confusione riguardo alla magia esiste da secoli. Magia e religione sono così separate oggi, così antitetiche che, se si vuole denigrare l’altro da sé, lo si accusa di atti magici, mentre nel mondo precristiano magia e religione erano profondamente connesse così come le sono ancora oggi in molte società tradizionali Ma cos’è davvero la magia?

Il termine magia deriva dal greco mageia che indicava la dottrina dei magi, sacerdoti persiani di Zoroastro e che, successivamente, acquista il significato di incantesimo.

Ora anche il termine incantesimo è interessantissimo perché deriva dal latino incantare ossia recitare in forma cantata formule magiche o accezioni rituali di fede. L’incantesimo è il rito magico che, per mezzo della parola e del suono, si propone di entrare in contatto diretto con il divino. Tutte le religioni hanno l’incantesimo, ossia la formula rituale cantata: essa è la prima magia umana che passa per l’intonazione della voce, i misteri del suono e la consapevolezza dell’asserzione, che travalica le frontiere del numinoso per invadere con la sua potenza la realtà.

La magia, quindi, è il metodo più antico di identificare i fenomeni fino a poterli dominare, fenomeni che, analizzati con i mezzi normali e comuni, non possono essere compresi né manipolati. Questa visione nasce da una concezione animistica dell’universo, dove tutto il creato, tutte le cose esistenti possiedano un principio vitale (anima o manà). Quest’azione ha una duplice faccia: tende sia a collaborare empaticamente con questo principio sia a forzarlo;  ha una parte di dialogo, ma anche di azione decisa e potente.

La religione si interessa del legame tra il mondo divino e quello umano, che viene tutelato e stimolato da precise azioni rituali da cui intende ottenere la benevolenza o evitare la loro ostilità; si tratta di un rapporto di sottomissione dove – più che erigersi a loro pari manipolando le forze – si tende a scendere a patti con esse mediante precise modalità di interazione. Si tratta di uno stesso principio ottenuto con due differenti modalità: attivo il primo e passivo il secondo.  Se la risoluzione del problema, ossia l’intelligibilità delle forze sovrannaturali, sono diversamente risolte, c’è da dire però che entrambe sono le stesse facce di una medesima medaglia: il sacro, quell’essenza di irrealtà, di immaginifico, di mistero e di straordinario che gli antichi popoli percepivano nel cosmo. Pertanto è facile trovare negli scritti sacri e nelle pratiche moderne molti esempi di atti di magia puri: possiamo citare Mosè con il roveto al centro di alte fiamme, la divisione del Mar Rosso (atto di magia perché forza eventi naturali)  soltanto con il tocco del suo bastone, le tavole della legge scritte dal dito di Dio e cosi via. Nel nuovo testamento troviamo innumerevoli esempi: la camminata sulle acque, moltiplicazione di cibo, risurrezione dei morti, guarigioni e tanti altri.

Ma anche la richiesta di miracoli, eventi prodigiosi del mondo moderno dimostrano come esista una totale sovrapposizione di magia e religione da sempre; in entrambi i casi, l’uomo chiama a se qualcosa perché possa, con i dovuti modi, realizzare un desiderio nascosto.
Quindi perché accusare una semplice festività di qualcosa di naturalmente connesso con la profondità dell’animo umano?
Se la magia, per molti studiosi, si può considerare emanazione della religione o viceversa, l’accusa rivolta a Halloween perde di importanza. E’ un dato di fatto che il sacro si componga di due elementi per poter rendere merito della magnificenza dell’universo sospeso tra azione e stasi. Entrambe si pongono di fronte al mistero della creazione e dell’esistenza cercando di interpretarne non soltanto il volere ma anche la natura, per poter dialogare, esserne invasi e poter migliorare la vita emotiva e fisica dell’umanità. Come in cielo così in terra[10].

Halloween non va festeggiata perché festa nemica della civiltà cattolica

Il problema della creazione di un nemico non va assolutamente sottovalutato. Questo perché fa parte di un ethos essenzialmente distorto, sono le cosiddette mentalità totalitarie ad aver bisogno di un nemico, reale o immaginario per potersi affermare e sostenere. Questo nemico metafisico è un ruolo sociale che in ogni secolo hanno interpretato, consenzienti o meno, eretici, streghe, etnie diverse, classi sociali e altre entità di uno stesso corpo sociale che sono stati “espulsi” per colpe reali o metafisiche.

L’opinione pubblica, guidata da interessi variegati si dirige quindi su una determinata minaccia come se, nonostante la liberazione che il laicismo ha operato nei popoli durante i secoli, fosse necessario per  la comunità trovare altre forme di conflittualità.

Perché quest’atteggiamento? Avere un nemico, qualcosa da combattere, in nome della Verità, è uno dei modi che un popolo ha di mantenere inalterata la sua identità. Come abbiamo visto non esiste un’identità pura, ma è un frutto di incontri, scontri, scambi, di educazione, di influssi ambientali che ne delinea i confini e ne struttura la forma. Creare l’antagonista, l’ostacolo, il contradditorio, misura in un certo grado il nostro sistema di valori e nell’affrontare il nostro valore. Pertanto, se il nemico con l’evolversi dei tempi non esiste, si tende a costruirlo separando una parte dell’organismo sociale e dotandolo di un’esacerbata caratteristica. Non sono designati come nemici soltanto i diversi, ma anche coloro che hanno un interesse nel rappresentare come minacciosi anche se non minacciano direttamente, facendo sì che la diversità reale o presunta ne risulti nell’immaginario come minacciosa. Esempio è il discorso di Tacito sugli ebrei: 

“Profano è per loro tutto quello che è sacro per noi e quanto è per noi impuro per loro è lecito» (e viene in mente il ripudio anglosassone per i mangiatori di rane francesi o quello tedesco per gli italiani che abusano d’ aglio). Gli ebrei sono “strani” perché si astengono dalla carne di maiale, non mettono lievito nel pane, oziano il settimo giorno, si sposano solo tra loro, si circoncidono (si badi) non perché sia una norma igienica o religiosa, ma «per marcare la loro diversità», seppelliscono i morti e non venerano i nostri Cesari (…)”.[11]

La costruzione di un limite emotivo nasconde, però, il bisogno spasmodico dell’altro perché è l’altro che mi riconosce e mi identifica. La guerra che si scatena nei confini tra noi e l’altro che si trasforma in guerra valoriale bene/male nasconde l’aspirazione a cancellare l’ostacolo. L’altro, cioè, può riconoscermi soltanto se io vinco, peccato che nel momento in cui vinco annullando l’altro, il nemico, l’unico che può distinguermi e riconoscermi viene meno e quindi io resto nel limbo dell’oblio. La paura che guida questo meccanismo nasce dalla confusione che la modernità esercita sull’individuo di non avere più un io definito. Ecco perché si erigono rigidi confini, ci si chiude in stereotipi, si ghettizzano persone e festività che non sono più soltanto svaghi o venerazioni, ma veri e propri epicentri di significati.

Il mancato riconoscimento di sé porta all’identificazione di qualcuno o qualcosa come nemico, come ostile, come pericolo.

Halloween è una festa. Non è un bagaglio di significati. I significati vengono attribuiti dall’uomo. Le festività sono soltanto un modo per onorare un principio, una dimostrazione di gioia e ringraziamento, un istante per rinnovare un legame speciale con il cosmo con il tempo e con l’avvento delle stagioni. Non è il pericolo. Il pericolo è quando una semplice solennità religiosa o sacrale prende il posto di una mancanza sociale o personale.

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[1] Franco Cardini è uno dei nostri maggiori storici italiani. Docente di storia medievale all’università di Firenze vanta un gran numero di pubblicazioni tra cui il libro citato “Noi e L’islam. Un incontro possibile?” edito da edizioni Laterza. Nel 2007 gli è stato assegnato il Premio Scanno. È stato vincitore dei seguenti premi: Repaci, Anghiari, Punta Ala (1985), nel 1987 del premio Circeo, del Comisso nel 1988, Tevere (1994), Columbus (1997), Firenze-Europa (1997), San Giovanni (2000), Chianciano-biografia (2000), “Fiorino d’Oro – Viareggio Carnevale” (2001), “Premio Internazionale Vanvitelli”(2001), “Capalbio” – Politica e Cultura (2001); Premio Europeo “Lorenzo il Magnifico” – Accademia Medicea Internazionale (2001); Premio letterario internazionale “Feudo di Maida”; IX Premio Internazionale di Saggistica “Salvatore Valitutti”; Premio Ernest Hemingway – Lignano Sabbiadoro 2004; Premio Accademia della Torre di Castruccio, Carrara, 2004; Premio Federichino – Jesi, 27.9.2004; Premio Internazionale Ultimo Novecento, XXVII Edizione, Pisa 27. 11. 2004; Premio “Medioevo Presente” del Comune di Monteriggioni, 2006; Premio speciale della Giuria “Il Molinello”, Rapolano Terme, 17.3.2007; Premio III Edizione Microfono di Cristallo “Umberto Benedetto” per la Radiofonia, Firenze, giugno 2007; nel 2007 Premio Scanno; nel 2008 Premio “Mino da Fiesole”; Premio Nazionale di cultura nel giornalismo, XX, edizione e “La Penna d’Oro”, Sezione scienza storica 2008; il Premio Mozart 2008. E ancora: fu insignito della Croce d’oro dell’Ordine della Guardia d’Onore dei santi martiri Agapito ed Alessandro dall’Esarca d’Italia della Chiesa greco-ortodossa tradizionale (28.9.2008) e del Premio delle Arti “Fiorentini nel Mondo” 2010 (25.3.2011).

[2] Franco Cardini, Noi e L’islam,Laterza pag6-8

[3] Franco Cardini, op. Cit pag. 12

[4] Il “segreto” delle lingue geroglifiche , consiste nel fatto che :

1) Le lettere delle lingue geroglifiche avessero, ciascuna, un valore fonetico e insieme un significato compiuto;

2) Per conoscere davvero una lingua geroglifica bisogna conoscere perfettamente i significati delle lettere  e saperli interpretare, così da avere il senso intero, originario. Da http://www.harmakisedizioni.org/

[5]Semeraro (1911-2005) è stato un bibliotecariofilologo e linguista italiano, studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche. Autore di ampi dizionari etimologici di greco e latino in cui ha proposto una sua innovativa teoria delle origini della cultura europea, in base alla quale le lingue europee risultano così essere di provenienza mediterranea e fondamentalmente semitica.

[6] Il termine cibernetica ha indicato, ed in parte indica anche tuttora, un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e di sistemi sia naturali che artificiali, basato sugli strumenti concettuali sviluppati dalle tecnologie dell’autoregolazione, della comunicazione e del calcolo automatico. La cibernetica è nata dunque come un campo di studi comune tra la biologia, le scienze umane e l’ingegneria. L’ampiezza di questa prospettiva è tale da coinvolgere vari problemi di interesse filosofico; in particolare, dal punto di vista epistemologico, la cibernetica può essere caratterizzata come una nuova forma di riduzionismo, innovatrice rispetto alle forme tradizionali di materialismo per aver messo in luce l’importanza del concetto di informazione nell’intepretazione dei fenomeni della vita. Perché ciò sia reso possibile la cibernetica deve considerare l’universo come una grande rete di relazioni, influenze reciproche e di interconnessioni profonde, in cui quelle sottili reti sono le informazioni portate attraverso i vari settori dalla comunicazione.

[7] L’olismo (dal greco όλος, cioè “la totalità”, “globalità”) è una posizione teorica basata sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista “olistico”, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Un tipico esempio di struttura olistica è l’organismo biologico: un essere vivente, in quanto tale, va considerato sempre come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono.

[8] Igor Sibaldi è uno scrittore e saggista italiano. Nato da madre russa e padre toscano, Sibaldi è studioso di teologia e storia delle religioni; è autore di opere sulle Sacre Scritture e sullo sciamanesimo, oltre che di opere di narrativa e teatro.

 [9] Per molti studiosi i celti erano fondamentalment di stampo monistico. A tal proposito si posso leggere i seguenti saggi:

Jean Markale Il Cristianesimo celtico e le sue sopravvivenze popolari, edizioni Arkeios, John Donohue Anima Amica edizioni TEA, T.G.E. Powell i celti Uomo e mito edizioni Est, Ward Rutherford Trazioni celtiche Neri Pozza, John Mattews Sciamanesimo celtico Età dell’acquario, Brian Bates La sapienza di Avalon Rizzoli, Marc Questin Tradizione magica dei celti Atanor, Jan Filip I celti Newton e Compton, Stuart Piggot i druidiNewton e Cmopton, Anthony Duncan la Cristianità celtica Mondadori, Caitlin Mathhews I celti Xenia, Sabine Heinz i simboli dei celti il punto d’incontro edizioni, Riccardo Taraglio il vischio e la quercia Età dell’Acquario, Alexedei Kondratiev Il tempo dei celti Urra Edizioni, Laura Rangoni La magia dei celti Xenia, Adriano GaspaniL’astronomia dei celti Kletia Edizioni, Jean Markale il druidismo Mediterranee edizioni, Alwin Rees e Brnley Ress L’eredità celtica Mediteranee e Massimo Centini I celti Xenia Edizioni.

[10] Corpus Hermeticum o Tavola smeraldina di ermete Trismegisto, Bombiani edizioni.

[11] Tacito Historiae, libro V.

(Fonte http://www.levereoriginidihalloween.it/2016/10/le-accuse-su-halloween-la-verita.html del  28 ottobre 2016)

 

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Alle origini della tradizione. “Is animeddas” e su “mortu mortu”, incontro con l’Halloween sardo. A cura di Giovanni Khun Galaffiu

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Su Morti Morti

 

In Sardegna, almeno da 2000 anni a questa parte, vi è sempre stata quella che è definita la “festa dei morti”. Questo giorno particolare può assumere varie denominazioni: Is Animeddas (le piccole anime), Su Mortu Mortu, Sos Mortos, Su Prugadoriu, Su Peti Cocone (Chiedi il biscotto), Is Panixeddas (il pane piccolo, molto lavorato e decorato).

Ma, nomi a parte, la ricorrenza è sempre una.

In Sardegna viene da presto insegnato ai bambini a non avere paura dei morti. Nei paesi, soprattutto nel Goceano, nel Marghine e nella Barbagia, in occasione di qualche lutto, ai bambini veniva sempre mostrato il cadavere del defunto deposto nella bara. Venivano invitati anche a toccarlo; spesso, dentro la bara, venivano messe alcune lire affinché i bambini le prendessero e le considerassero un “dono del defunto”.

Le donne dei paesi organizzavano la festa dei morti con largo anticipo. Si preparavano i dolci con la sapa (i papassini), biscotti, gli amaretti, le tiricche e il pane decorato privo di lievito.

 

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E la cena per i vivi, spesso frugale.

Il 31 Ottobre, i bambini vanno di casa in casa a chiedere dolci, frutta, anche qualche euro. Fino al primo dopoguerra, i bambini erano soliti portare delle maschere, vestirsi di bianco o indossare il classico costume del paese, spesso prestatogli dagli anziani. Non era raro che fossero “armati” delle classiche zucche intagliate, oggi così care a ben altra festa.

Ai tempi di oggi è impensabile, ma nel giorno dei morti, fino a circa mezzo secolo fa, ai bambini non occorreva bussare alle porte delle case: queste ultime venivano lasciate aperte affinché i piccoli potessero entrare agevolmente e senza alcun ostacolo.

 

A nos lu daghese su Morti Morti? (Ce lo date il Morti Morti?), chiedevano.

 

Le donne lasciavano le ceste e i canestri pieni di doni vicino agli ingressi e distribuivano un po’ di tutto ai bambini.

Giacché questa era la festa delle e per le anime, per tutta la notte, le donne spesso lasciavano le tavole riccamente apparecchiate e le credenze aperte affinché le anime potessero prendere da sole il cibo che occorreva loro. Vi era l’usanza di eliminare dalle tavole le posate appuntite affinché sas animas malas non potessero usarle contro gli abitanti della casa.

Ogni casa veniva illuminata con antiche lampade a olio o candele.

La mattina seguente, in genere il padrone di casa, chi si alzava per primo poteva mangiare quanto lasciato in tavola.

In tempi antichi, non tutti potevano permettersi di donare dolci e/o soldi. La maggior parte delle famiglie era solita regalare ai bambini caramelle, frutta fresca (specie mandarini, mele cotogne, castagne e melegrane) e frutta secca di ogni tipo; talvolta anche soli fagioli e ceci.

Quando ancora non esistevano le buste di plastica, i bambini andavano di casa in casa muniti di vecchie federe; era quasi d’obbligo che le federe fossero logore perché quasi sempre queste finivano per sporcarsi di succo di melegrane, impossibile da smacchiare.

I bambini, dunque, dovevano andare di casa in casa; ma mai da soli. Si doveva essere almeno in due, al fine di evitare incontri con sas animas malas.

Anche per questo motivo, ogni famiglia era tenuta a fare un’offerta, giacché queste servivano per placare e saziare le anime dei defunti che – si pensava – in quei dati giorni potessero anche vagare per le vie del paese.

Benetutti, sono i chierichetti ad andare di casa in casa per le anime, nella notte tra il primo e il 2 novembre, avvisando la popolazione del loro arrivo grazie alla classica campanella per la messa.

La scrittrice, premio Nobel, Grazia Deledda, nel suo libro Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, scriveva che se, durante la notte dei morti, si fosse avuta la ventura di imbattersi in un’anima defunta, occorreva recitare la seguente formula:

 

Si ses cosa bona,
bae in orabona;
si ses cosa mala,
bae in orammala!

 

Se sei buono,

fa’ buon viaggio;

se sei cattivo,

vai in malora!

 

Anche per tale ragione, una formula del rito pronunciata dai bambini, era chiedere sempre garki cosa pro sas animas (Qualcosa per le anime). Alcune donne, se qualche notte prima avevano sognato i propri parenti defunti, potevano chiedere ai bambini di pregare per le anime di costoro; e davano l’offerta.

Ogni dono doveva essere messo nel sacco, nelle federe: anche i papassini i quali – quasi inevitabilmente – si sbriciolavano.

La festa dei morti poteva avere anche un’altra valenza: poteva essere sfruttata per mettere pace tra due o più famiglie divise dall’odio. I bambini, spesso, andavano proprio nelle case delle famiglie rivali per ristabilire la pace, giacché a nessuno era consentito scacciarli né privarli dei dolci che spettavano loro.

La notte dei morti, in aggiunta, soprattutto per i bambini più piccoli, poteva servire anche per presentarsi alle famiglie che ancora non conoscevano.

Ai bambini, in questo caso, si chiedeva: E tue fizzu ‘e chie sese? (E tu figlio di chi sei?)

Alla fine della serata, tutti i bambini del paese s’incontravano e si faceva una divisione equa del bottino. Nessun bambino poteva tenersi quello che aveva raccolto: ogni cosa doveva essere ripartita in parti uguali.

Lo spirito della Festa dei morti, in Sardegna, era soprattutto di accoglienza; un modo speciale per accogliere quelle creature gioiose e innocenti quali sono i banbini. Questi, ricevendo i doni, svolgevano una perfetta funzione di suffragio per le anime del defunte del Purgatorio.