Anteprima. “Una giornata bestiale” di Vincenzo Carriero, 011 Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Durante la mia carriera universitaria, oltre a lanciare palline di carta ai banchi dei secchioni, assistevo alle intriganti lezioni di storia delle dottrine politiche, portata avanti da una pomposa marchesa. (il secondo modulo, invece ebbe come protagonista un conte. E giuro studiavo a Roma non al Trinity college). Fu in questi giubilanti giorni che incontrai e mi scontrai con un famoso filosofo della politica di nome Thomas Hobbes autore di un libro straordinario e fastidioso il leviatano.

E sapete cosa sosteneva il perfido Hobbes?

Leggete voi:

Ogni uomo è affetto da una bramosia naturale che lo porta a voler godere da solo di quei beni che dovrebbero essere comuni. Per Hobbes, quindi, l’uomo è un animale mosso meccanicisticamente da pulsioni egoistiche.

– Ogni uomo per natura ritiene la morte violenta il peggior male possibile e la sfugge in ogni modo; ovvero, in ogni uomo, sin dallo stato di natura, è insito l’impulso all’autoconservazione.

 

In pratica, il nostro eclettico britannico, sosteneva un’amara verità, da me odiata ma impossibile da contestare ossia la natura primordiale e bestiale di un uomo, il cui unico intento era la soddisfazione di istinti e impulsi. In pratica, l’essere umano originario, non era un “animale” sociale, ma un vero e proprio predatore, che si necessitava dell’altro, ma che in fondo, nel suo profondo io, non lo amava affatto. Lo temeva, lo disprezzava, odiava aver bisogno di lui, non provava empatia ed era fortemente egoista. L’associazione in gruppi nasceva così da un timore verso l’ignoto presente nell’universo materiale e dal mero bisogno. Del resto se ogni uomo era ossessivamente portato alla ricerca del proprio benessere personale, ciò aveva come conseguenza un radicato antagonismo, un contrasto perenne pericoloso di esseri che bramano, in fondo, la stessa cosa, che tentano di soddisfare il medesimo bisogno. Bisogni che, dato la scarsità di materie prime o di possibilità, crea e deve creare caos, disordini e guerre.

 

bellum omnium contra omnes

Ed è per controbattere a questo stato naturale che nasce lo stato e la società.

Ma è un artificio che resta in contrasto con quell’anima fondamentalmente brutale, violenta, dominata dal puro istinto di sopravvivenza e che porta alla sopraffazione e che non sempre riesce a essere plasmato dalla ragione.

Per l’uomo sociale esiste la volontà ferrea di dividere il mondo in giusto e ingiusto, per l’uomo naturale questa distinzione NON può esistere e spesso si manifesta in quei comportamenti considerati devianti, osceni ma che in fondo in fondo ammiriamo. Perché ci ricordano tristemente chi siamo.

Pur sfuggendo il male più grande la distruzione totale dell’esistenza, ne siamo tuttavia, terribilmente attratti. Lo sfavillio del successo, il primeggiare sugli altri a scapito dell’eticità della vita, porta a sostituire valori universali con una morale costruita ad hoc. Sant’Agostino parlava di verità eterne convinto come molti adepti del sacro che in fondo, nonostante il pessimismo materialista di Hobbes, una scintilla divina, (a culo proprio) fosse discesa in questa strana creatura chiamata uomo.

 

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi

Insomma, se siamo un gradino superiore persino agli angeli, se abbiamo la possibilità di diventare dio o abbracciare la parte divina presente in noi, forse qualcosa che ci ricordi la nostra arcana origine dobbiamo pur trovarla. Ed ecco spuntare i valori come amore, famiglia, rispetto, empatia comprensione, compassione raccontati da tanti miti. Ed ecco nascere una società livellata a questa illusione, in cui gli uomini cercano disperatamente a volte di combattere la natura bestiale in favore di una ricerca iniziatica del loro vero sé, perduto o rapito da un’entità aliena crudele e beffarda. E quest’entità ha tanti nomi Demiurgo, Arconte o semplicemente Re di Denari.

E leggete un estratto di Carriero:

 

Veniamo al mondo per vivere un’esistenza che ci porta alla morte. Prima o poi dobbiamo abbandonare questo mondo.

Viviamo e ci affanniamo aspettando la fine. Come un conto alla rovescia, un lungo percorso che ha la stessa meta per tutti.

Accumuliamo ricchezza, consumiamo risorse, ci vendiamo l’anima. Per niente.»

Lo disse con una lucidità quasi disarmante.

«Ti sembra il caso di metterti a fare il filosofo?» gli chiesi un po’

incazzato.

«Ma ti sei guardato allo specchio? Scarpe firmate, camicia firmata, mutande firmate. Sei omologato, sei uguale agli altri. Ti vesti, pensi, parli come tutti gli altri. Sei un prodotto. Tu non sei più umano. Non lo sei neanche nato, umano.»

Carriero inizia laddove Hobbes tace (o non riesce a proseguire) chiedendosi: sì ok abbiamo uno stato di natura di uomini lupo, ma cosa  accade quando, la vita societaria, pallida imitazione del regno celeste, ti mette di fronte tante prove, stuzzica quel lato bestiale e ti porta a abbracciare totalmente il disordine?

Quel fragile equilibrio umano e etico viene messo a dura prova. Se un solo uomo cade, cadono tutti assieme a lui. Perché in questo strano marchingegno societario o materiale, in questo mondo che molti sperano sia illusione, siamo tutti totalmente interconnessi. Abbiamo creato noi questa rete di interdipendenza per poter sopravvivere. abbiamo creato leggi umane sperando di imitare quelle spirituali, abbiamo costruito una morale, sperando di raccontare con i nostri frivoli sensi l’etica profonda che intuiamo o ci vogliamo convincere che esista.

Quindi un solo uomo cade e un solo uomo mette a repentaglio tutta la baracca. E questo solo uomo per poter riparare quegli strappi deve percorrere un cammino irto di difficoltà, di mostri, di orrori per poter giungere alla comprensione totale del perché rubare, uccidere, sopraffare, mentire è sbagliato. E deve necessariamente trovare l’altra parte di sé, quella pura, non toccata dal mondo corrotto, dalla delusione e dalla frustrazione di una vita che alla fine si divide in bellezza e schifo. Chissà perché noi tendiamo a sottovalutare sempre la meraviglia?

Ecco che come Dante prima di lui, come ogni eroe graaliano, come il protagonista di tanti libri in cui la colpa diviene un marchio indelebile quasi una maledizione, il nostro protagonista si trova a dover percorrere una strada di redenzione. O di caduta. O di entrambe perché l’una non esclude l’altra. E deve farlo trovando la parte del sé che ha abortito o che la società, madre amorevole (e inquietante), ha deciso di abortire, creando un’immagine di un uomo a metà, creativo e caotico, soprattutto sordo a sé stesso, e cieco davanti alle innumerevoli verità che la vita gli pone davanti.

Perché il protagonista inizia questo viaggio straordinario e mostruoso?

Perché rischia di diventare bestia perdendo l’umanità tanto faticosamente costruita?

Sono quelle mattine senza senso, quelle in cui la rabbia di una vita che avverti come fallimentare spadroneggia ridendo malefica e oscura talmente tanto la tua visuale da farti notare solo il lato negativo di un’esistenze che è e sarà sempre più vasta. Davanti a tante piccole sconfitte, il protagonista non si rende conto di essere vincente per un solo straordinario motivo: è vivo.

È vivo e può creare, può prendere l’ombra che lo minaccia e renderla poesia grazie all’immaginazione. Può strozzare il dolore con l’ironia che è insita in ogni dialetto, un dialetto che sa di saggezza e profuma di secoli. Può combattere l’orrore con l’amore. E queste cose deve riscoprirle mettendo a rischio la sua intera esistenza.

Attraverso incontri, attraverso la morte che lo sfida, attraverso un incontro triste e poetico al tempo stesso, e grazie alla vista del degrado che minaccia da sempre l’uomo, attraverso la consapevolezza che l’uomo è da sempre un equilibrista precario sul filo sopra l’abisso, DEVE ritrovare l’uomo dietro al burattino. Scegliere la strada e rischiare anche di morire. Del resto senza la morte, senza qualcosa di orrifico che ci ingloba, ci mastica e ci riassembla (la morte sciamanica) continueremo a essere terribilmente ciechi.

Cos’è una giornata bestiale?

Una giornata bestiale è:

quando ti svegli senza un motivo per cui sorridere, quando vivi senza riuscire nemmeno a dire un grazie, quando non hai qualcuno a cui importa veramente di te.

Una giornata bestiale è:

quando te la prendi con chi sta peggio di te,

quando l’altro è una minaccia,

quando esisti solo tu.

Da uomo a bestia il passo è breve, l’umanità è a rischio, solo la solidarietà la può salvare, il “prendersi cura”, l’accoglienza.

L’uomo, la scintilla divina che ha dentro di sé,

la creatività che imita Dio e quasi lo raggiunge.

 

Una giornata bestiale è quella passata senza essere curiosi di scoprire un talento nuovo, folle, imprevedibile

Una giornata bestiale, ve lo dico io, è quella in cui la convinzione che quella di Hobbes sia l’unica percezione possibile, sottovalutando altre sfumatura, che so, la cooperazione di Sant Simon, o la capacità di uscire dal proprio centro egoistico e divenire volontà generale. Quella in cui non si comprende come l’ombra sia necessaria e vada abbracciata e mai temuta. Quella in cui si vede sempre la tragedia e mai la poeticità di un fiore che sboccia in mezzo all’asfalto

È il giorno in cui si può scegliere chi essere se uomo mansueto o ribelle:

 

La strada per gli uomini ribelli è spesso in salita e lastricata di merda. Ci sono fossi, insidie, belve feroci che ti fanno agguati mortali. È un percorso tortuoso e pericoloso. La strada dei mansueti invece è in discesa, pulita, asfaltata. In cambio di un pezzo di libertà l’uomo mansueto ha la facoltà di lavorare tutto il giorno per pagarsi la pensione che non avrà mai perché quel giorno sarà già morto. In compenso potrà comprarsi l’auto nuova ogni tre anni con rate infinite, piccole piccole, avrà un bel mutuo ipotecario sulla casa, avrà dei bimbi. Andrà in banca, poi in vacanza sempre nello stesso posto, e pagherà una montagna di tasse. L’uomo mansueto non pensa, non vota, non legge i romanzi di Bukowski. L’uomo mansueto vede la televisione, le partite di pallone, le telenovele.

L’uomo mansueto è felice perché non si pone domande e pensa che gli altri prenderanno le decisioni migliori per lui e per i suoi figli.

E voi chi volete essere?

Burattini al servizio del Re di Denari o ribelli che sanno rischiare una volta messi alle strette?

Ribelli che sono coscienti che il mondo li vedrà:

 

Essere ribelli significa essere dei perdenti. Sempre. È impossibile sfidare il sistema senza perdere qualcosa. C’è chi perde la vita, chi la libertà, chi l’onore, altri gli affetti.

Ma che il solo gesto del contestare, del dire no, dello scoperchiare i vasi di pandora, la loro voce che echeggia nel deserto vale più di mille azioni. Perché è soltanto dicendo no che inizia il cambiamento, perché dire no significa rifiutare dentro sé stesso, il marcio.

È il riconoscere che la propria vita:

 

la mia vita. Sempre vissuta di corsa, sempre a pensare agli altri. Al lavoro, alle bollette. Sempre a pensare alle tasse, alla necessità di guadagnare tanto. L’assicurazione, la Tarsu, l’energia elettrica, il cambio d’olio, la retta della scuola di mia figlia. Il frigo vuoto, la spesa al supermercato, lo scontrino fiscale, il verbale per divieto di sosta. Il bollo, la licenza che scade, il conto corrente, l’home banking, la connessione internet, il cellulare, il riscaldamento globale, il prezzo del petrolio che scende ma quello del gasolio è sempre uguale, anzi aumenta. Com’è ‘sta cosa?

L’ansia che cresce. La sento nel petto. Il cuore batte ancora, forte, allegro, intermittente. Sento arrivare il mostro, lo sento crescere dentro. Si alimenta della mia paura, della paura di vivere, della paura della miseria, della paura di non farcela.

E cosa riesce a salvare questo scanzonato guaglione?

L’amore.

Sempre e solo l’amore. Ma non l’amore trito e ritrito dei romance, quello tutto sole cuore e amore. Ma il sentimento che si esprime in meravigliose e intense parole:

 

Per lei vorrei una vita migliore. Un mondo diverso. Un uomo che le regalasse gioielli fatti di sentimenti e buone intenzioni.

Non gioielli. Non cose materiali. Ma emozioni, paesaggi sconfinati, la capacità di sentire il respiro di un altro, vederlo crescere, evolversi e spronarlo a salire su quella montagna. Perché è solo così che riuscirai a comprendere come:

visti dall’alto i draghi del potere ti accorgi che son draghi di cartone!…

Bennato

E dopo questo sogno tutto acquisterà un sapore diverso e le cose date per scontato diverranno diamanti.

Io spero davvero che si avveri l’avvertenza di Vincenzo:

 Una Giornata Bestiale nuoce gravemente alla salute. La sua lettura può provocare benefit ipermanenti quali: sviluppo di senso critico, pensiero indipendente, disprezzo per il denaro, la finanza, il governo, la malavita organizzata e il francazzismo.

 

C’è tanto bisogno di pensiero. E meno di banalità e ipocrisia.

 

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In arrivo per tutti gli appassionati e i romantici il libro ” La cosa giusta. Lezioni di vita #1.8″ di Kaje Harper (Traduttrice: Cristina Bruni) edito da Triskell. Imperdibile!

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Trama:

Per Mac, il giorno di San Valentino significa comprare qualcosa di rosa per la sua piccola Anna, e poi dimenticarsene. Quindi viene colto alla sprovvista quando gli salta in mente che forse Tony vive quella festa in modo diverso, che forse pensa dovrebbero scambiarsi dei regali. Mac, però, non ha idea di cosa comprargli.

Tony sta cercando di insegnare a Mac a essere una coppia, un dettaglio alla volta. E per lui, il giorno di San Valentino potrebbe essere un’opportunità per offrire al compagno un’altra importante lezione.

 

 

Dati libro

Titolo: La cosa giusta

Serie: Lezioni di vita #1.8

Titolo originale: Getting It Right

Autore: Kaje Harper

Traduttrice: Cristina Bruni

 

Genere: Contemporaneo

ISBN: 978-88-9312-333-4

Lunghezza: 19 pagine

 

Prezzo: € 0,99

Sta arrivando terzo romanzo della frizzante serie “Too Much” di Eveline Durand, Delrai edizioni”Uno scatto di troppo” Affrettatevi!

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Una fotografa, un inviato televisivo, due famiglie legate indissolubilmente e uno scatto di troppo.

 

Sinossi

Lo conosco da sempre e so di desiderarlo da quando i miei ormoni hanno iniziato la loro prospera carriera. Mentre mi piega alla sua volontà con il tocco della sua lingua, reagisco irrigidendomi. L’unica cosa che riesco a fare è stringere le cosce, afflitta dal bisogno di sentire il suo tocco. Non sono ancora convinta, temo che sia l’ennesima messinscena per stuzzicarmi. È sempre stato così tra noi. «Se mi stai prendendo in giro, te la farò pagare» lo minaccia debolmente.

«Non vedi come mi hai ridotto? Sei tu quella che mi provoca sempre» ribatte. «Mi sono stancato di guardare e basta. Sai da quanto tempo sogno di farti questo?» insiste, provocandomi una sorta di capogiro.

«Lo hai nascosto molto bene…»

«Chiudi il becco. Sei l’unica che mi riduce in questo stato, sei l’unica che sa tenermi testa così. Abbiamo bisticciato abbastanza. Adesso. Si. Fa. Sul. Serio.»

 

Una Bonet e un Roche, insieme.

Quattro sorelle e un solo ragazzo.

Quale di loro sarà destinata a stare con l’unico figlio dei Roche?

Da sempre Roche e Bonet condividono ogni evento mondano, comprese le chiassose feste di Natale. Ed è proprio durante una di queste che una giovanissima Juniper sente le crudeli parole del ragazzo che segretamente ama: Tutte tranne lei.

Anni dopo, Juniper è fuggita dal passato e si è trasferita a Brooklyn, diventando una promettente fotografa. Renè lavora come reporter in un noto programma di gossip, Blink Eye. Quando l’occhio della sua insolente telecamera colpisce Simon, il migliore amico di Juniper, i due sono costretti a scontrarsi. Determinata e con la lingua tagliente, lei tira fuori gli artigli e affronta il ragazzo che le ha spezzato il cuore.

Come spesso accade, niente è come sembra, una rivelazione scioccante può sconvolgere i piani. Ma si può dimenticare il vero amore quando esplode l’attrazione?

 

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L’autrice

 

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Eveline non ama molto parlare di sé. Come autrice, tanta riservatezza è da lei stessa giustificata con l’esigenza di lasciarsi andare alla scrittura, ma in realtà la sua è solo timidezza. Grande sognatrice a occhi aperti, ha sempre con sé un quaderno per prendere appunti, veste sempre di nero e le piace andare al cinema da sola. La sua libreria occupa l’intero soggiorno. Scrivere romanzi rosa è il suo modo per esprimere al meglio una sua teoria: l’amore romantico è molto più divertente se condito con una buona dose di torbida passione.

 

 

Dati libro

Genere

Romance Contemporaneo

Collana

Vega

Pagine

120 ca.

Data di uscita

E-book: 30 novembre 2017

Prezzi

E-book: 2,99 euro

 

 

La serie

#1 Una scrittrice troppo bugiarda

5 settembre 2016

#2 Troppo giovane per me

1 ottobre 2017

#3 Uno scatto di troppo

30 novembre 2017

#4

febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

Quarta tappa del blog tour “Happy Birthday Mezzosangue”, di Vincenzo Romano. I luoghi del romanzo. A cura di Alessandra Micheli

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Un libro non è soltanto un insieme di emozioni e di scritte. Un romanzo è una porta attraverso cui accedere in un’altra dimensione, viaggiare attraverso mondi sconosciuti e bearsi della vista di paesi tanto sognati.

Ecco perché oltre i dialoghi, le intricate trame, le scelte linguistico stilistiche, importanza indiscutibile la riveste l’ambientazione.

Attraverso questo contesto fisico (oltre che quello temporale) la nostra mente è cosi stuzzicata dalle descrizioni da assomigliare a un vero e proprio meccanismo di teletrasporto in grado di agevolare la comprensione del testo. Senza la descrizione degli ambienti un libro resterà piatto e scarno

Ecco che Vincenzo Romano, nel suo bellissimo libro il Mezzosangue, rende queste direttive teoriche reali, quasi toccabili, e trasporta il lettore dentro la storia, creando un portale dimensionale che attiva l’immaginazione, spesso sopita di noi miseri mortali.

Romano è un fantasmagorico Creatore di mondi, una sorta di demiurgo, un apprendista stregone in grado di:

Col mio cuore di matita correggerò

gli errori fatti dal tempo

e con passo di guardiano controllerò

  che si fermi o che avanzi più lento;

ci sarò e non ci sarò, ti parlerò

con ogni fragile accento

e sarò traccia sulla neve, neve sarò,

mi dirai di sì o mi dirai di no.

Sul manoscritto l’inchiostro sarò

e mi avrai nero su bianco,

saranno gli occhi o i tarocchi, però

saprò quello che ancora non so

 

Andiamo alla scoperta della sua incredibile Magia attraverso le immegini rese possibili dall’abilità della sua scrittura.

Bosco dei mille sentieri

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 ‘‘La foresta, come simbolo onirico, è ricca di molti elementi di natura anche contraddittoria, innocenti o minacciosi: vi si raccoglie cioè che forse un tempo potrà affiorare ai livelli consci della nostra esistenza civilizzata

Ernst Aeppli.

Esperienza iniziatica, luogo simbolico di innocenza e seduzione, ventre primigenio dove l’istinto spadroneggia incontrastato che rende più acuta la differenza tra la terra selvaggia dell’anima inconscia e quella rassicurante della terra civilizzata, coltivata e asservita ai propri bisogni. spazio in cui le nostre regole perdono di ogni valore e diventano subordinate a quella caotiche della natura incontaminata.

Grehaven

 

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Perché non c’è niente di più bello del modo in cui tutte le volte il mare cerca di baciare la spiaggia, non importa quante volte viene mandato via.
Sarah Kay

 

Il luogo simbolo dove si realizza il motto ermetico cosi come in cielo cosi in terra Là dove il mare si unisce con l’orizzonte rendendo unito ciò che prima era disunito. Ecco il punto di unione tra mente e natura, tra logica e irrazionalità, tra dentro e fuori.

 

Il mare.

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E tu sempre amerai uomo libero il mare

Charles Baudelaire

Il mare è il simbolo per eccellenza delle profondità, spesso torbide e tempestose dell’inconscio.

 

E’ il mondo sommerso delle emozioni, che possono essere placide o tenebrose, popolate di esseri straordinari, incubi o alleati. È l’utero della Dea Madre che ci accoglie e ci coccola.

 

E’ il luogo del viaggio che collega i due emisferi ombra e io conscio.  E’ rigenerazione e nuova rinascita.

 

Il mare è il nostro vero io che minaccia di sommergerci una volta che resta per troppo tempo inascoltato.

Zaleb la montagna

 

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Dall’alto della montagna tu puoi vedere come sia grande il mondo, e come siano ampi gli orizzonti.

Paulo Coelho, “Monte Cinque

La montagna è l’uomo, il suo cammino verso l’ascensione per raggiungere la vetta. E’ dall’alto che le cose, le azioni, lo stesso nostro io assumono contorni diversi, la realtà appare un piccolo granello nell’immenso che ci circonda. Ecco perché la montagna è la dimora degli dei, perché è fissa, immutabile, eterna. E’ il luogo dove tutto ha inizio, la prima manifestazione dell’azione creativa

 

 

 

E adesso, sedetevi, prendete il libro e viaggiate verso i luoghi oscuri dell’anima

Buona lettura!

https://www.facebook.com/mezzosanguelibro/

Amate il fantasy? Volete leggere un libro che vi apra una porta verso un altra dimensione? Abbiamo il libro giusto per voi “Berserkr” di Alessio Del Debbio, Darkzone editore. Non lasciatevelo scappare!

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Trama:

Berlino, inizio del terzo millennio. La Guerra Calda è finita, gli Accordi dell’89 sono stati firmati e la città è stata divisa in sette zone, ciascuna assegnata a una delle antiche stirpi. All’interno della ringbahn vivono gli uomini, protetti dalla Divisione, incaricata di mantenere la pace e impedire sconfinamenti e scontri tra le stirpi. Misteriosi omicidi, provocati da sconosciute creature sovrannaturali, iniziano però a verificarsi in tutta la città, rischiando di frantumare il delicato equilibrio raggiunto. La Divisione incarica Ulrik Von Schreiber di indagare, aiutato dal pavido collega Fabian, ben sapendo quanto abbia a cuore il mantenimento della pace. Ma Ulrik non è soltanto un cacciatore, incarna lo Spirito Protettore della Città, l’Orso di Berlino, che non attende altro che liberare la propria furia.

 

Disponibile su tutti gli store di libri.

Amazon: https://www.amazon.it/Berserkr-Alessio-Del-Debbio/dp/8899845204/

Ibs: https://www.ibs.it/berserkr-libro-alessio-del-debbio/e/9788899845209

In uscita a novembre 2017 in occasione del Pisa Book Festival.

 

 

Biografia:

Alessio Del Debbio, scrittore viareggino, appassionato di tutto ciò che è fantastico e oltre la realtà. Numerosi suoi racconti sono usciti in riviste (come Con.tempo e StreetBook Magazine) e in antologie, cartacee e digitali (come I mondi del fantasy, di Limana Umanìta Edizioni, Racconti Toscani, di Historica Edizioni, Sognando, di Panesi Edizioni). I suoi ultimi libri sono il romanzo Favola di una falena (Panesi Edizioni, 2016) e i fantasy contemporanei Ulfhednar War – La guerra dei lupi (Edizioni Il Ciliegio, 2017) e Berserkr (Dark Zone, 2017).

Cura il blog “I mondi fantastici” che promuove scrittori di fantasy italiano. Scrive articoli per il portale di letteratura fantastica “Le lande incantate”. È presidente dell’associazione culturale “Nati per scrivere” che sostiene gli scrittori emergenti, soprattutto locali, e d’estate organizza la rassegna “Un libro al tramonto” – Aperitivi letterari a Viareggio, per far conoscere autori toscani.

 

 

Dati libro

Titolo: Berserkr

Autore: Alessio Del Debbio

Editore: Dark Zone Edizioni

Genere: urban fantasy

Prezzo: 14,90 euro (cartaceo)

Pagine: 192

Isbn: 978-8899845209

Copertina realizzata da Livia de Simone Art.

“Prospettive: Racconti e Visioni” di AA.VV. (Illustratore Caselli Gianni, a cura di Semprini Cesari Renzo) Jona editore. A cura di Sophie Sarti

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I visionari formano un ordine a parte, singolare, indeterminato, in cui prendono posto talenti diversi e fors’anche espressioni ineguali. Fanno trapelare talvolta ciò che vi è di più ardito e di più libero nella genialità creatrice.

(Henri Focillon)

 

 

Bisogna avere una mente aperta e un certo grado di esperienza per riuscire a vedere oltre la realtà così come ci appare, e descriverla attraverso dei canoni che risultano sogettivamente globalizzati: comprensibili per tutti, ideati da pochi.

In questa raccolta si possono tranquillamente sondare vari mondi interiori e avere una visione completa di una precisa situazione poiché narrata da diverse prospettive.

I famosi punti di vista che fanno vedere una forma diversa da come appare a prima vista.
Il tema centrale di ogni racconto ha a che fare con la morte, con l’abbandono o con la sofferenza, ma ogni opera ha in sé il proprio destino. Ci sono speranze che affiorano per poi annegare inghiottite dalle onde delle emozioni; ci sono brutali realtà che non lasciano adito ad alcuna via di fuga e fantasie che giocano con le paure e i ricordi per uscirne rinnovate; quasi vere.

L’importante è liberare la mente e lasciar fluire le parole in modo tale che siano esse a condurre il lettore al significato che più gli è consono.

Perché alla fine che il mare si guardi dal cielo o dalla terra, rimane una grande fonte battesimale per le nostre più segrete emozioni. Se poi a descriverle fosse un uomo cieco e sordo, la cosa diventerebbe alquanto interessante.

Ci sono del resto morti che non sanno di essere tali e che vivono nei ricordi più belli, per poi smarrirsi in quelli che li hanno portati al di là della vita.

Il tutto condito da uno stile a tratti evocativo, dalla metamorfosi del genere che cambia aspetto in base al tipo di strada che l’autore vuole intraprendere e, a questo punto, il lettore si ritrova spettatore di quelle sfumature che non sa cogliere da solo. La classica prospettiva che fa sembrare un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Piccole grandi chicche letterarie che trasformano grandi autori in macchiette che, a loro volta, veicolano messaggi importanti altrimenti dimenticati.

Prospettive risulta essere una sinfonia magistralmente realizzata, dove gli strumenti sono le parole e la musica la può udire solo il lettore attento che si lascia coinvolgere dal suono acuto dei violini e dalla dolce melodia del pianoforte. Non soffermandosi mai a crogiolarsi nella drammaticità della visione profonda che si cela dietro a ogni racconto.

Bellissimi i giochi di metafore e di genere, stupenda la scelta del tema e le varie interpretazioni date, quasi un richiamo agli Esercizi di stile di Queneau o all’Antologia di Spoon River. Un sublime mix di menti e stili che rendono la lettura non solo piacevole, ma anche estremamente geniale sotto svariati punti di vista.

Un libro che mi permetto di consigliare a tutti quelli che cercano qualcosa di alternativo e su cui riflettere.

Esce oggi un bellissimo poliziesco “I due gentiluomini di Altona” di Lisa Henry, J.A. Rock (Traduttore: Mariangela Noto)


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Trama:

Male, sei scatenato

La settimana dell’Agente Speciale Ryan “Mac” McGuinness si sta rivelando pessima. Non solo ha cominciato una nuova dieta, ma è anche stato incaricato di mantenere in vita tale Henry Page, il testimone più insopportabile del mondo.

Lavoro difficile considerato che Mac è a tanto così dall’uccidere lui stesso Henry e le sue citazioni Shakespeariane, le sue disquisizioni etiche e la sua ossessione per le uova.

A meno che ‘ucciderlo’ non sia esattamente ciò che ha in mente di fargli…

Il truffatore Henry Page preferisce tenersi alla larga dalla legge… anche se non gli dispiacerebbe affatto avvicinarsi un po’ di più al rigido e affascinante Agente McGuinness. Come unico testimone di un delitto di mafia, Henry è di grande valore per l’FBI, se non fosse che i suoi programmi non includono il testimoniare.

La comparsa di una talpa negli uffici dell’FBI costringerà Mac e Henry a nascondersi. Rinchiusi in uno chalet, resteranno sorpresi nello scoprire che c’è altro tra loro oltre alla semplice attrazione.

Ma la mafia si avvicina e Henry dovrà fuggire. A Mac toccherà capire quanto è disposto a rischiare per tenerlo accanto a sé.

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 29 Novembre

 

Titolo: I due gentiluomini di Altona

Titolo originale: The Two Gentlemen of Altona

Serie: Playing the Fool #1

Autore: Lisa Henry, J.A. Rock

Traduttore: Mariangela Noto

 

Lunghezza: 200 pagine

ISBN: 978-88-9312-334-1

Genere: Poliziesco, Contemporaneo

 

Prezzo:  € 4,49

 

“Van Helsing. Una questione di famiglia” di Gianmario Mattei, Edizioni 2000diciassette. A cura di Vito Ditaranto e Alessandra Micheli

 

segnalazione

 

 

Il libro di Gianmario Mattei non è soltanto il libro, ma è un vero e proprio manuale di scrittura. Un libro si definisce tale quando racconta solo una storia. Ma quando dentro si ritrovano dettagli artistico stilistici di eccelsa fattura, allora la sua voce è tonante, autorevole e insegna come trasformare idee e sogni in parola scritta. Ogni scrittore usa la mente per immaginare, ma è lo stile, la tecnica che crea, che dà alchemicamente vita alla materia inerte infondendo loro la vita. E Mattei è un vero saggio, un alchimista del linguaggio, un conoscitore delle leggi arcane che rendono il libro una porta dimensionale. E questa porta non si collega soltanto al suo mondo interiore ma anche a un universo di archetipi e significati che fanno parte di quell’inconscio collettivo di junghiana memoria.

In fondo il vampiro e il suo antagonista Van Helsing sono solo immagini sfocate, mezzi con cui dare origine a un messaggio che possa cambiare il lettore e infondere nuova linfa vitale all’autore instaurando quel patto interpretativo, essenziale nella letteratura, oggi cosi compromesso dalla banalità strisciante della nostra desertica epoca.

In Van Helsing troverete invece simboli pulsanti di energie, di forza indomita che riallacciano con noi un’amicizia tradita tempo fa, quando il mito divenne soltanto una mercanzia su cui lucrare. Invece il simbolo è memoria e folclore, è racconto e tradizione è ricordo atavico della lotta che l’uomo, intraprende da sempre contro l’oscurità di un mondo nient’affatto intellegibile.

Pertanto se il vampiro è quest’oscurità carica di terrori e di impulsi inconsci, Van Helsing è e resta la barriera contro quest’ombra ingombrante, depositario del nostro sforzo eterno per non essersene sedotti e per non cadere in quell’abisso senza forma né fine.

Ecco che la doppia recensione racconterà aspetti segreti di quest’opera mirabile che ancora una volta narrerà di gesta eroiche di quella creatura sicuramente fragile e al tempo stesso così potente, chiamata uomo.

“Van Helsing. Oltre l’apparenza di Vito Ditaranto.

 

Noi non vediamo le cose nel modo in cui sono. Le vediamo nel modo in cui siamo
(Talmud)

Il libro di Mattei inizia come Manzoni e non sto facendo una blasfemia letteraria, infatti parte con una lettera, un segno del destino, un segreto.

 

6 settembre 1890, Amsterdam

È mio parere che ogni uomo viene al mondo pagando un obolo al Fato e questo, a seconda di quanto è necessario al Signore Iddio per i Suoi inconoscibili e intrecciati scopi, affida a ciascuno quantità differenti di Fortuna e Malasorte. Tali venti inarrestabili e inafferrabili che governano le vele delle vite mortali sin dall’inizio dei tempi, sono donati alla moltitudine umana in quantità pressappoco similari e sottomessi all’unica regola di doversi contrapporre senza mai danneggiarsi, e di condurre le vite costrette al loro giogo ove vuole la Suprema Volontà.

Alla moltitudine, come naturale consuetudine, viene a contrapporsi una cerchia di soggetti i cui destini sono influenzati maggiormente da uno di questi due venti che, da natia brezza, si gonfiano sino a mutar in tempesta violenta. Chi di noi non conosce uomini sì sfacciatamente fortunati da trarre beneficio dalle proprie e altrui sfortune? E chi di noi non conosce uomini sì sfacciatamente condannati alla malasorte che appaiono capaci sempre di mutar la benevola natura delle cose in disastrose catastrofi?

Infine, a questi due casi estremi, si accompagna una terza stirpe di uomini, di numero esiguo, a cui è stato concesso il dono di operare sia il bene attraverso il male, che il male attraverso il bene. Le loro sorti non sono gestite dal Fato, bensì direttamente dalla Divina Potestate, la quale si serve di questi suoi eletti agenti per perseverare in Terra l’equilibrio tra le forze antiche e antitetiche che lo animano. E alcuni di questi adempiono il loro compito con una tale perfezione, da far sì che l’onnisciente occhio di Dio si posi sulla loro primogenitura e sulle generazioni che da essa seguiranno. Sono certo che a questo mondo non esista un solo uomo che rifiuterebbe un così alto compito, come sono certo che tutte queste famiglie toccate dal Signore o dal suo Antagonista passerebbero volentieri ad altri il proprio gravoso fardello. Sfortunatamente tale scelta non è realizzabile. Ho certezza di ciò poiché la nostra famiglia, di generazione in generazione, ha affrontato i mali di questo mondo sotto diverse e terribili spoglie, e mai, neanche dopo aver sventato pericoli indicibili, ci è stata concessa la facoltà di liberarsi da questo pesante fardello.

A tutto ciò e molto altro ancora, avrei voluto istruirti personalmente, mio caro Stephan, esattamente come mio padre, del quale tu commemori la memoria portandone il nome, fece con me anni e anni orsono. Questa fortuna, come ben comprenderai nel motivo intrinseco esplicitato da questa breve lettera, mi è stata negata. Dovrò pertanto confidare nella tua dedizione allo studio, all’apprendimento, alla perseveranza che ti contraddistinguono e sperare che tra le pagine di questi voluminosi incarti di cui ti faccio dono, tu possa ugualmente comprendere l’importanza di questi nostri “affari di famiglia”.

P.s.

Non sottovalutare e non screditare, come io feci in un primo momento, gli avvenimenti e le conoscenze riportate nei diari dei tuoi avi e nel mio – non tralasciare nemmeno le note da me redatte. Predisponi tutto te stesso alla lettura degli incartamenti di cui ti faccio dono con acutezza e agilità di mente che contraddistinguono la nostra famiglia. Dona ai tuoi occhi la vera vista, perché solo in tal modo il soprannaturale non ti coglierà alla sprovvista.

Con immenso affetto paterno

Abraham Van Helsing.

Io mi sento perfettamente sano, e forse lo siete anche voi. Viviamo in un mondo ottimo, dominato dalla scienza, fra non molto si scopriranno soluzioni scientifiche per tutti i problemi del mondo. Come i popoli selvaggi vengono accolti nelle braccia della civiltà, così il mondo civile si trasformerà presto in una meritocrazia utopica.

Il tema del Vampiro nella produzione artistica del genere, soprattutto per quanto riguarda libri e film, è molto ampio: infatti è fuor di dubbio che il perturbante fascino del Principe della Notte continui ad attrarre, offrendo sempre nuovi spunti.

Nonostante la mole di libri dedicati al tema dei vampiri il libro di Gianmario Mattei rappresenta un qualcosa di unico e inedito dando ampio spazio alla figura poco curata da parte di altri autori al dottor Abraham Van Helsing.

In ogni caso il fascino del Vampiro e il suo mondo continuano in maniera indiscussa ad avvincere un numero sempre maggiore di lettori, fornendo in tal modo sempre nuovi spunti e qui l’autore descrive in maniera ineccepibile il personaggio di Van Helsing.

A volte leggendo il romanzo in questione mi sono immedesimato nelle scene descritte ed ho avuto la sensazione di rivivere nelle parole dell’autore la mia vita passata da cacciatore di vampiri:

 

ho visto molte versioni cinematografiche del romanzo del mio antenato e sono rimasto sorpreso dal fatto che tutti abbiano compreso ben poco di esso, cambiando o eliminando parti essenziali e non cogliendo il vero significato dell’opera. L’intento di Gianmario Mattei è stato quello di recuperare per intero lo spirito primigenio di Dracula, un capolavoro della letteratura gotica dell’orrore.

 

Il romanzo di cui parliamo, comunque, solo apparentemente potrebbe sembrare visionario, ma non lo è, al contrario, tratta con materiale

 

che non è più familiare… trae la sua esistenza dall’interno della mente umana… e suggerisce l’abisso di tempo che ci separa dall’età pre-umana… una esperienza primordiale che è al di là della comprensione umana e sotto la quale si rischia di soccombere”.

 

Potremmo, quindi dire, che il romanzo è caratterizzato da un ampio aspetto psicologico, quello in cui l’autore cerca di capire il comportamento umano all’interno delle facoltà della ragione; mentre la letteratura visionaria pura, come afferma Jung, rivela

 

“una visione di avvenimenti mostruosi e insensati che oltrepassano i sentimenti umani e la capacità di comprensione…”

 

“…Dona ai tuoi occhi la vera vista, perché solo in tal modo il soprannaturale non ti coglierà alla sprovvista…”

 

 

Il racconto di Gianmario Mattei è sapientemente minuzioso e accattivante capace di immergere il lettore conducendolo per mano all’interno di sotterranei segreti. Scavando nei segreti letterari di Abraham Van Helsing, con tutto il mistero che ne consegue dalla ricerca occulta del protagonista.

Il tema principale del romanzo è rappresentato dalla famiglia e la famiglia Van Helsing posa su colonne molto salde: la rettitudine e la verità.

La vicenda di Van Helsing parte da Amsterdam, egli è attratto dalle scienze occulte e di questo non ne fa un segreto. Quando si deve combattere è essenziale conoscere il nemico: questo vale sia in battaglia, sia in medicina… e così anche quando l’avversario è un essere soprannaturale, un’epidemia mostruosamente irreale.

Il nostro Van Helsing è un atipico indagatore che si muove in una trama in bilico tra noir e fantastico. Ad uno sguardo superficiale, Van Helsing potrebbe essere idealmente associato ad un altro indagatore dell’incubo, l’iconico Dylan Dog. Ma è solo una suggestione, dato che il nostro protagonista, vive una dimensione narrativa in cui l’orrore frutto del crimine è privato di ogni aspetto surreale o visionario, per presentarsi in tutta la sua impietosa realtà.

Il lessico del romanzo è colmo di un sapore antico che rende vero e reale ogni dialogo.

L’autore si dimostra particolarmente abile nel curare i particolari.

Ho viaggiato, grazie all’autore, nella mente del protagonista. Una scrittura fluida e diretta, ci accompagna nei vari scenari mantenendo la suspense ad altissimi livelli. È difficile staccarsi dalle pagine.

Un romanzo di grande spessore, un elaborato completo sotto tutti i punti di vista, uno scritto che è capace di conquistare il cuore di lettori eterogenei, anche di quelli che non sono tra gli amanti del genere. E Gianmario Mattei vi riesce grazie ad un’impostazione chiara ed esaustiva, un’impostazione che tramite il mutamento di prospettiva nulla risparmia e nulla lascia al caso. Non solo. L’opera è completata da minuziose descrizioni (che consentono a chi legge di rivivere sulla pelle le scene delineate) nonché da dialoghi ben calibrati e bilanciati tra loro, dialoghi che sono fondamentali per la delineazione degli eventi che colorano queste pagine. Il risultato finale è quello di trovarsi di fronte ad una perla di semplice e rara bellezza, una perla che seppur dipani le sue vicende in atmosfere turbolenti e luoghi lontani, in realtà si presenta e si palesa di grande veridicità.

Questo, grazie anche – e non di meno – alle molteplici tematiche di natura psicologica e occulta che vengono affrontate.

La scrittura dell’autore è degno di nota: il suo stile è elegante descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore per l’emozione che regalano seppur descritte come detto in precedenza in tono di altri tempi. Un’emozione forte e intensa che difficilmente si dimentica. Una prosa fluida. Lo stile di questo scrittore è unico, essenziale, istruttivo e meticoloso. L’autore ha saputo ben dosare ogni elemento.

È stato davvero un grande piacere leggere questo libro. Alla fine le emozioni pure trionfano portando via tutti i pregiudizi.

Un romanzo da divorare.

Come la nebbia inganna la visione e l’oscurità della notte offusca i sensi, in Van Helsing nulla è come appare. Il lettore è avvertito.

ECCELLENTE!!!

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

Riscoprire le origini del mito. Alla ricerca delle radici di Micheli Alessandra

 

 Il linguaggio, questa invenzione squisitamente umana, può consentire quello che, in linea di principio, non dovrebbe essere possibile. Può permettere a tutti noi – perfino a chi è cieco dalla nascita – di vedere con gli occhi di un altro.
(Oliver Sacks)

 

Di tanti testi sui vampiri, quello di Gianmario Mattei rappresenta sicuramente un’innovazione. E questa è simboleggiata dalla scelta di non stravolgere il simbolo del vampiro, nella scelta di omaggiare, finalmente il coraggio di chi sceglie di lottare contro il caotico e distruttivo, ma soprattutto perché, è scritto in un perfetto italiano, con un linguaggio adatto alla trama.

Come, direte voi, di tutto il libro lodi quello?

Si miei cari lettori e adesso vi accompagnerò a scoprire perché.

Primo dettaglio.

Il vampiro è nato come una reazione forte a un ethos particolare, come quello vittoriano. Di questo ethos ho ampiamente discusso in altre recensioni ma vi illumino di nuovo. L’età vittoriana, ossia il periodo compreso tra il 1837 e il 1901, è studiato soprattutto per il suo connubio tra modernità incalzante e progresso scientifico che valorizzava un ingegno umano senza limiti e una morale ostica, raggrinzita e profondamente claustrofobica, esemplificata dalla famosa pruderie. Una sorta di reazione all’eccesso di un’evoluzione che sembrava distruggere tutta la cultura, la tradizione tanto cara all’equilibrio umano e che andava se non fermata (cosa impossibile, vista la promessa di ricchezza) almeno morigerata con ferree regole morali, in grado di mettere un freno alla creatività spuntata oltre il consentito, che avrebbe portato il progresso anche a investire la società intera. Il progresso scientifico non era altro che un accumulo di prestigio e ricchezza che si basava sullo sfruttamento e sulla rigidità di strutture gerarchiche ben definite. Ecco le grandi strade londinesi che si ergevano come baluardi di ricchezza e prosperità e altri quartieri che si immolavano come vittime affinché la nazione risplendesse di luce. Sobborghi devastati, prostituzione, lavoro minorile, erano ai margini di una mentalità che tutto poteva a patto che non intaccasse la tradizione. Ricchi e poveri, fortunati e sfortunati, morigerati borghesi e feccia. Ed è da questa repressione, sessuale in primis che fa capolino il vampiro. Da Polidori, a LeFanu a Stoker esso diviene il lascivo seduttore, il pericolo dell’autonomia e del sesso senza morale.

Dal passato Stoker, grazie a Francis Ford Coppola, si toglie questa preponderante caratteristica divenendo il simbolo di un postmoderno che ha bisogno del male per sopravvivere e per trovare una trasgressione laddove, ormai, non c’è più limite. Abbattendo tutte le gerarchie, esaminando tutte le tradizioni, reagendo a tutti valori fondanti la società, non resta più nulla da distruggere, da esaminare e su cui polemizzare. Distrutto il cristianesimo, distrutta la gerarchia sociale, ora ci resta una civiltà decadente che, nella sua opera di riesame (anzi di distruzione delle idee e dei valori sociali) non ha pensato di donare una alternativa, di pensare altre soluzioni. Insomma si frantuma senza ricostruire. Ecco perché adesso molti autori usano il vampiro, come una sorta di scudo con cui combattere una chimera, il terrore di ritrovare schiavi dell’etica e una sorta di esaltazione del male senza che esso sia un vero male, ma una vittima del sistema. Ed è questa modernità che snatura la sostanza stessa del vampiro. È vero che il confine tra bene e male è spesso labile e sottile, ma è pur vero che, dobbiamo tenerlo distinto, che non possiamo far apparire sempre il sovrannaturale benigno e che in fondo, il vampiro è e resta un morto (non ci interessa per quale ragione) che si nutre delle vite altrui. E Mattei lo sa e lo scrive, rivendicando il senso etico delle storie di paura: quello di mettere in guardia l’uomo verso l’ignoto che può ghermirci, sedurci e renderci schiavi delle illusioni come immortalità, potere, successo dovuto alla sopraffazione e volontà ferina di dominare e di ergersi come divinità su un’umanità che viene così delegittimata e resa solo carne da macello.

La famiglia Van Helsing è semplicemente consapevole delle insidie che si celano nei lati oscuri (il vampiro) dell’uomo. Sa e impara, a sue spese, che varcare la soglia e sostituirsi a Dio, ma soprattutto non rispettare il patto tra noi e il numinoso, causa anomalia deleterie. Il non accettare il flusso dell’esistenza, ossia morte, vita e rinascita è il negare quel cosmo cosi equilibrato e armonico che ci appare da sempre dai racconti, dai miti e dalla saggezza. Non a caso il mentore del primo Van Helsing è un esperto di filosofia ebraica, non un religioso qualsiasi, ma un uomo che conosce a menadito la cosiddetta mistica ebraica. E questa mistica parla dell’equilibrio tra opposti, e dei pericoli di una rottura tra questo bilanciamento. Nel momento in cui si nutre il male senza aumentare la controparte del bene, si creano mostri. Una verità semplice e mai scontata.

Nel libro è la consapevolezza del primo Van Helsing a fare da padrone. La sua formazione scientifica si scontra con la verità sacra: esistono delle parti del cosmo che sono di ombra e una volta liberata quest’ombra…ecco che nascono i demoni.

E questa è la parte diciamo sostanziosa del testo. A cui mi inchino.

Ma vado oltre. Quando leggo un libro, spesso oltre a evidenziare la coerenza tra trama e genere, la scorrevolezza del testo, cerco, senza trovarlo, la fluidità musicale del linguaggio. E sul linguaggio quasi nessuno ci si dedica con attenzione ossessiva. Ma senza i voli pindarici delle parole, senza l’uso degli accorgimenti stilistici, senza l’uso delle tecniche letterarie o come li chiamo io gli artifizi dello scrittore, il testo non vibra. E se non vibra è muto. E quando è muto non può emozionare, coinvolgere, far sognare e rapire.

Mattei dice no a questo banale appiattimento dei testi. E infatti, opera una ricerca linguistica che lascia a bocca parte.

Cosa fa?

Adegua il linguaggio e lo stile letterario al tempo e al contesto. Semplice, netto lineare. La vicenda, iniziata nel 1400, è piena di echi di quel periodo stilistico pur senza appesantire. Le emozioni, le descrizioni sono perfettamente inserite in quel periodo, lo raccontano, lo manifestano e lo rendono vivo e reale. Ai nostri occhi si snoda la vicenda come un perfetto teatro, in cui gli attori si mostrano in tutta la loro forza carismatica, con termini desueti che però, sono musica per gli occhi di lettori stufi dell’appiattimento culturale.

Ecco che il linguaggio, italiano, rivive con mastodontica potenza, intrecciando frasi, elaborando contesti, creando scenari in cui la nostra anima e il nostro intelletto trovano nutrimento. Perché un libro è comunicazione scritta e senza l’uso perfetto di un codice (la lingua) esso non raggiunge il destinatario ma si perde lungo il viaggio divenendo distorsione e rumore. Ecco che leggerlo è come ascoltare una musica soave che si propaga a onde sempre più forti, mano a mano che il pathos delle vicende aumenta. E quest’accordanza di emozionalità e stile è rara. Rarissima. Direi quasi un miracolo.

Scrivere un libro come se si fosse un Dafoe o un Manzoni è una dote.

E una dote fatta di talento e ricerca. Ed è questa ricerca costante del suono che io voglio lodare in questo testo, che rasenta, anzi oltrepassa la perfezione. È così che si scrive. Non solo un’accozzaglia di idee interessanti, ma una autentica creazione letteraria che nulla ha da invidiare ai grandi. Finora solo Oscar Wilde aveva questa magnetica capacità musicale. Tu, Gianmario, lo hai raggiunto. E forse, lo supererai perché, oggi in un mondo così dispersivo essere un cultore di italiano è cosa rara. Rara ma giusta.

 

“L’archivio degli dei” di Miriam Palombi, Dark Zone. A cura di vito ditaranto.

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Se io taccio il mio segreto, esso è mio prigioniero; se me lo lascio sfuggire, io sono suo prigioniero

Arthur Schopenhauer

In filamenti spettrali e tremanti di verde e azzurro, simili ad aurore boreali, colorano ancora una volta un antica leggenda, che precedeva perfino l’Alba della Civiltà, era stata racconta­ta moltissime volte… la leggenda dell’Albero della Vita e del suo tesoro, che affondava le sue radici nel cielo e nell’inferno, e nella terra dei giganti del ghiaccio, e dei serpenti che insidiavano quelle radici mentre gli dèi combattevano per difender­le. Trasformata in colori espressivi dal genio di Miriam Palombi, la leggenda primitiva del mistero, del terrore e della decadenza dell’uomo e di una delle principali casate dell’Italia antica, affascina i lettori di questo testo.

Preso da un’eccitazione che trascende la dimensione umana, mi son piegato in avanti e ho iniziato la lettura di questo testo.

Le radici della realtà sono spesso in agguato e spesso si trovavano cose ben peggiori dei serpenti.

La teologia, intesa come dogma storico, in questo romanzo non è l’equivalente di alcuna religione conosciuta. Essa nasce dallo sforzo dell’autrice di sviluppare un sistema di pensiero, astratto e logico, basato sull’arbitrario postulato che l’enigma e il segreto descritto esista realmente.

Devo aggiungere, inoltre, che ho sottoposto alla mia attenzione una gran mole di materiale storico-teologico di cui ero in precedenza parzialmente all’oscuro.

La visuale di questo romanzo è altamente soggettiva; con ciò voglio dire che in ogni momento la realtà è vista non direttamente ma indirettamente, cioè per il tramite della mente dei personaggi. Il punto di vista differisce da una parte all’altra, anche se quasi tutti gli eventi sono visti quindi, attraverso la psiche del lettore.

Nel testo preso in esame quel che sembra un fatto unico può essere definito come un luogo comune.

Vi sono stati mondi, culture e segreti a non finire, ognuno forse sedotto dall’illusione orgogliosa di essere unico, insostituibile, irriproducibile.

Ci sono stati uomini, a non finire, malati della stessa forma di megalomania da cui anche intere nazioni e mondi interi sono affetti.

Ce ne saranno altri e altri ancora.

Un’infinità.

Questa è la storia di uno di questi uomini: Lorenzo Contini, il protagonista del romanzo preso in esame. Lorenzo Contini, futuro archivista, ritrova un elaborato codice che una volta decifrato lo porterà a dei quadri custoditi nel museo presso il quale lavora. Analizzando i dipinti scopre i misteriosi segni lasciati da Cristoforo. Cristoforo, è un anziano pittore, assolto dal Granduca Francesco I De Medici, suo maestro e amico, dedito all’arte alchemica.

Lorenzo insieme al suo amico Marco cercherà di capire cosa effittivamente è celato nei sotterranei del museo. Infatti, tutta la trama del libro si concentra e si incentra sul mistero della Galleria, seguendone gli sviluppi passo dopo passo.

Inizialmente gli eventi descritti e i personaggi sembrano scollegati tra loro, in realtà poi tutto si concatenerà come in un puzzle. La maestria dell’autrice sta proprio in questo.

L’autrice mescola sapientemente gli eventi descritti.

Il testo comunque lo definirei essenzialmente un Thriller con cenni storici e nozioni stereotipate di alchimia e esoterismo, ma comunque dall’atmosfera piacevole.

La lettura del testo in esame mi è piaciuta molto, anche se avrei preferito maggiori approfondimenti dal punto di vista esoterico e alchemico, credo con estrema convinzione che, comunque, l’autrice non abbia voluto approfondine alcune tematiche in maniera non casuale, quindi la lettura del testo appare maggiormente indicata ai profani delle tematiche descritte.

“…La più terribile delle eresia, l’uomo accanto a Dio, posti sullo stesso piano. L’inquisizione aveva condannato i seguaci di quest’arte oscura, la sete di conoscenza era vista come diretta influenza del demonio. Nel 1317, Papa Giovanni XXII, aveva emesso una bolla per porre fine alla ricerca alchemica da parte del clero e un’altra nel 1326 con cui condannava magia e stregoneria…”

“L’archivio degli dei”, è un’opera di fantasia. Sebbene alcuni protagonisti siano personaggi storici realmente esistiti, qui appaiono come creazioni dell’immaginazione. Qualche volta appaiono inclusi nel dialogo opinioni scritte o espresse dalla stessa autrice..

Sin dalle prime pagine i ruoli appaiono ben chiari: si riconoscono i buoni e i cattivi, o almeno si è convinti di riconoscerli. Non mancano, infatti, i colpi di scena che animano un giallo dal ritmo concitato, capace di catturare il lettore. I capitoli ben delineati, la lingua scorrevole contribuiscono sicuramente a rendere il tutto ancor più piacevole.

La parola che più si addice a questo testo della Palombi è, quindi, senza ombra di dubbio, “Piacevolezza”.

Non è così per quanto riguarda i contenuti. In questo senso le mie aspettative sono state in parte deluse come ho accennato in precedenza. La suspance non manca anche se a tratti la trama è un po’ prevedibile , gli enigmi un tantino forzati e il tema centrale è sicuramente quello della ricerca.

Ma di storico ha poco. Lo sfondo storico è un po’ come l’aroma di un mazzo di fiori : a tratti si sente, l’autore lo avvicina al naso del lettore, ma per poi allontanarglielo per la maggior parte del tempo.

Avrei gradito excursus storici, digressioni sui dipinti, sui luoghi visitati, sulle cattedrali un po’ alla Fulcanelli.

Il risultato è un romanzo un po’ diluito, ma inaspettatamente molto piacevole, in grado di catturare. Nel complesso il romanzo è molto bello e vale la pena leggerlo, però mi son sentito come la rondine che vola fretttolosamente nell’aria per prendere al suo passaggio l’insetto che le serva di nutrimento, così il suo spirito, la sua anima, bramosa, cerca incessantemente qualche cosa che possa soddisfare le sue aspirazioni.

La trama segue il modello attualmente popolare degli eventi del passato che ritornano a tormentare il presente.

La storia possiede elementi di pura tensione psicologica che rimangono impressi nella mente.

Personalmente ho apprezzato gli ultimi capitoli e la conclusione della storia da farmi quasi dimenticare l’impatto iniziale con il libro. L’apparente lentezza del racconto svanisce in poche righe ribaltando la situazione. In ogni modo la scrittura è sempre fluida e leggera, le pagine scorrono veloci.

Ottimo Thriller.

Sicuramente, anche se alcune situazioni descritte si rilevano alquanto improbabili, posso concludere che l’opera nel complesso merita di essere letta.

L’epilogo è emozionante e totalmente sorprendente per il lettore.

Se cercate una lettura relativamente rapida e non troppo impegnativa “L’archivio degli dei” fa al caso vostro.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Scrivimi!” di Franco Rizzi: le due guerre, l’oceano e l’avverso destino di un marinaio innamorato. A cura di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2017/11/23/scrivimi-di-franco-rizzi-le-due-guerre-loceano-e-lavverso-destino-di-un-marinaio-innamorato/ )

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“Mattea non era riuscita ad alzarsi, fino al suo letto non era arrivata. Così il suo terzo figlio era nato lì, sulla soglia di casa, con la sola assistenza di due vicine, accorse alle sue grida.”

 

 

Ci sono destini segnati dalla nascita, da avvenimenti casuali che anticipano il futuro del nascituro. Mattea Strangio, in cuor suo, ha sempre saputo che quel terzo figlio venuto al mondo sulla soglia di casa non avrebbe avuto una vita consona al piccolo paese della Puglia nel quale abitava con suo marito Francesco Martini.

Nino Martini, sin dall’infanzia, ha mostrato il suo carattere ribelle e la curiosità verso l’esterno. Un bambino di corporatura sana, bello d’aspetto ma turbolento, la sua anima scalpitava in attesa di quel futuro così ambizioso ed avventuriero. Ogni episodio sembrava segnare sempre più quella strada, fu infatti nel 1908, durante un terremoto a Messina e Reggio Calabria, che Nino seppe dell’esistenza delle navi e dei marinai che avevano tratto in salvo gli abitanti. Aveva 14 anni ed ero bastato un racconto per far accendere la fiammella del viaggio per mare, così giovane aveva subito abbracciato il fato e l’ignoto.

“… scrivimi!” edito nel febbraio 2017 da La Paume (Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli S.p.A.) è la quinta pubblicazione di Franco Rizzi (Torino, 1935).

 

Avevo iniziato la stesura di una bozza di romanzo alcuni anni dopo la morte del protagonista, avvenuta nel novembre del 1972. Poi l’avevo abbandonata e infine ripresa a seguito di nuovi spezzoni di racconti, raccolti dalla voce di una nipote rimasta più vicina al protagonista.

 

L’autore svela che il romanzo è tratto da una storia vera con tutte le manipolazioni tipiche del narratore che impasta realtà e fantasia.

 

Le vicende riportate in “… scrivimi!” acquistano valore storico per i dettagli sulle due grandi guerre che hanno attraversato l’Italia, di grande fascino la visione dell’uomo comune che non mastica politica ma che riflette sugli improvvisi cambiamenti di quegli anni.

Nino Martini era uno di questi, non aveva completato gli studi, non poteva lavorare nei campi come suo padre, né aveva un carattere docile come suo fratello maggiore per prestare servizio al signorotto del paese. E Necessitas non tardò a mostrarsi rischiarando l’unico possibile cammino: l’allontanamento da casa e l’arruolamento in marina.

Parliamo di un’epoca nella quale la donna aveva il compito di dare alla luce figli e badare alla loro educazione, parliamo di Mattea che regolarmente a termine di una gravidanza aspettava già il prossimo figlio. L’accidente che portò Nino ad iniziare il suo sogno fu un amore fugace tra la sorella Ada ed un vicino di casa, una fuitina che si manifestò in una gravidanza che portò al tentato suicidio da parte della ragazza per la troppa vergogna.

Parliamo di tempi diversi da quelli odierni e del sud, nel quale l’onore e la pacificazione andavano di pari passo. Ma Nino non poteva sopportare l’evento, il suo animo sanguigno si frammise tra la decisione del padre Francesco e del padre del vicino, portando i coniugi Martini all’unica soluzione di staccarsi da loro figlio per salvargli la vita. Così Mattea si ritrovò nuovamente sulla soglia di casa, in lacrime, per quel bel figlio che scalciava per respirare vita.

Le donne tratteggiate da Franco Rizzi, seppur diverse fra loro e non protagoniste di “… scrivimi!”, sono centrali e marcate dal sentimento dell’amore puro che anche quando viene intaccato dall’egoismo, come nel caso della zia Matilde, manifesta la volontà di fare del bene.

 

Mattea quindi continuava a ringraziare la Madonna per aver protetto il figlio fino a quel momento. Lei il mare non l’aveva mai visto e faticava a figurarselo. L’acqua dove si poteva morire annegati, per lei era quella del pozzo da cui aveva estratto Ada, forse il mare era come un pozzo immenso dove non bisogna mai cadere.

 

Il modus scribendi dell’autore è chiaro, preciso, amichevole e talvolta immaginifico e poetico. Ci troviamo sulla bettolina addetta al trasporto di carbone, beviamo l’acqua salmastra, ci stupiamo della distanza delle terre emerse, seguiamo passo passo il giovane Nino diventare un uomo curioso e sicuro di sé.

Lo seguiamo nella guerra contro la Turchia quando “la tensione, creata dalla paura, diventa palese”, quando piantò nello stomaco del nostromo la spazzola che teneva stretta nel pungo, quando il caccia italiano nel quale era imbarcato inizia ad affondare.

 

Il nostromo, individuata la sua vittima, si era avvicinato guardando Nino con aria minacciosa, poi aveva sputato il grumo di saliva e tabacco che teneva in bocca, infine indicando quel rivoltante schizzo di saliva, aveva sibilato:

«Pulisci subito, brutto cafone!».

 

Da Taranto andiamo a Napoli, Tripoli, Ancona, Livorno, La Spezia, New York. Siamo in trincea nel comune di Nervesa con tre cannoni smontati dalle torrette del caccia, è il 1917, tedeschi ed austriaci avanzano e Nino è in prima linea con Abramo Salerno.

 

Lui osservava affascinato i calcoli che il capitano Salerno, dopo aver ricevuto gli ordini, elaborava per sistemare correttamente l’alzo dei cannoni e colpire gli obiettivi avversari; digiuno di matematica e trigonometria, ogni volta tutto questo gli sembrava quasi un rito magico.

 

Le giornate del nostro marinaio sono pregne di peripezie, la lettura di “… scrivimi!” scorre veloce alla ricerca del perché del titolo del romanzo, indagine che ha la sua risposta nel capitolo denominato “Maria Grazia”. Siamo a Livorno ed è il 1922.

Ed è questa fanciulla alta con le gambe snelle, i capelli ondulati castani chiari ed occhi nocciola che fa conoscere l’amore a Nino che sino ad allora aveva avuto rapporti occasionali con le donne ma il suo cuore non aveva mai sobbalzato. Anche questo evento è solcato da Necessitas, ἀνάγκη divinità greca al di sopra degli Dei dell’Olimpo a cui anche Zeus doveva sottostare.

Il pomeriggio in cui Nino incontra Maria Grazia nella piazza di Fortezza Nuova è preceduto dalla notizia del suo trasferimento da Livorno a La Spezia.

Un anno dopo Nino è in viaggio per New York, pochi averi nelle mani e la grande speranza di far successo, in quella terra dalle sfavillanti promesse, per riuscire a sposare la sua amata e poterle dare così una vita degna della sua bellezza.

Franco Rizzi è osservatore attento di una storia amara imprigionata in donne ed uomini che sono nati in miseria, che hanno vissuto le due guerre mondiali, che hanno visto le città cadere una dopo l’altra, la fame che ha straziato corpi terrorizzati dalle frequenti bombe, anni in cui

 

tutto finisce per perdersi in un grande rimpianto, quello di aver vissuto la vita sbagliata.

 

È complesso collocare “… scrivimi!” in un genere letterario, è sia un romanzo di carattere storico, sia un’intensa storia d’amore, è la descrizione di un mondo in cui le donne devono sottostare a leggi maschili, è un’analisi lucida dell’organismo politico che guarda al popolo come alla massa che viene adoperata per interessi espansionistici, è l’abbaglio del matrimonio senza amore che deturpa l’anima, è l’impresa dell’uomo delle campagne che dondola tra giornali e radio, è il travagliato tragitto di un cospicuo numero di lettere da New York a Livorno che non hanno mai ricevuto risposta.

 

E se questo non fosse bastato a confondergli le idee, i giornali scrivevano anche di un poeta mezzo matto che aveva guidato un gruppo di militari, matti come lui, alla conquista di una città di mare chiamata Fiume.

Written by Alessia Mocci

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2017/11/23/scrivimi-di-franco-rizzi-le-due-guerre-loceano-e-lavverso-destino-di-un-marinaio-innamorato/