“Maleventum” di Vito Ditaranto

 

La leggenda narra che ai tempi del Ducato Longobardo, INTORNO ALL’ANNO 665 DEL SIGNORE, un paio di CHILOMETRI fuori dalla città di Benevento, un serpente di bronzo appeso ad un albero di noce era meta di un culto misterioso che trascinò alla perdizione gli abitanti della città, la quale venne scelta dal Demonio come casa. Sotto il magico noce, nelle notti di giovedì e venerdì, in alcuni periodi dell’anno più che in altri, si radunavano le streghe, che qui convenivano da ogni parte e ballavano danze di morte, si univano ai demoni e portavano la perdizione su tutta la terra intorno.

Erano tempi bui come la notte, mentre le armate dell’esercito Bizantino cingevano d’assedio la città, affamando e portando morte, il cielo chiedeva per la salvezza di Benevento, che quel culto pagano e diabolico fosse soppresso e che il Noce delle streghe fosse sradicato. La pianta fu abbattuta con la scure da San Barbato, allora vescovo, ma il culto delle streghe nere non cessò e resistette nel silenzio delle notti fredde ed umide per la vicinanza del fiume. Lo stesso albero “grandioso e verdeggiante in inverno, ricompariva nelle notti di Sabba” nello stesso punto e in altri ancora e, poiché quando un luogo è maledetto, tale resta per sempre. Ancora oggi si dice che le creature della notte tornino nel luogo che chi le ha precedute aveva scelto e di esse nessuno ha dato testimonianza per il terrore, ma solo i passanti ne descrivono le urla e gli agghiaccianti rumori.

 

Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere. Vi sono città troppo maligne per essere tollerate.

 

Per i rari e affrettati viandanti, piccoli commercianti o contadini, che con i loro camioncini si trovano a dover passare davanti al Noce Pietra Pulcina (Pietrelcina), nelle campagne di Benevento, nel sud Italia, non c’è nemmeno il tempo di dare un’occhiata a quel casamento, situato vicino al Noce, triste e lugubre nell’aspetto esteriore. I loro affari permettono forse di vedere il portale, di legno sbrecciato, che resiste ancora alle intemperie ed ai venti della pianura. E forse qualcuno, più osservatore e meno concentrato degli altri nelle proprie faccende, riuscirà anche a vedere il vecchio abbeveratoio ormai in frantumi, o il selciato in più punti divelto. Nessuno, però, se non vi è proprio attratto per un caso fortuito, riesce ad alzare gli occhi. Là, lo sguardo si fisserebbe attonito e sbigottito, inchiodato come a vissare una bestia feroce pronta all’aguato. Perchè, si chiederebbero forse i più curiosi, hanno distrutto quel maestoso Noce? Cosa è successo? Forse qualche morbo infettivo che potrebbe contagiare la popolazione dell’intera zona? No, a Pietra Pulcina c’erano le streghe. Anzi, quella che conosciamo noi era una strega, una sola donna spiritata e malefica. Ma sufficiente per mandare in rovina una famiglia e per consigliare i contadini a girare al largo da quel luogo sinistro. Pensate, per undici anni nessuno é più passato vicino quel Noce. Lo stesso albero “grandioso e verdeggiante anco in mezzo inverno, ricompariva nelle notti di Sabba” nello stesso punto e in altri ancora e, poiché quando un luogo è maledetto, tale resta per sempre. Ancora oggi si dice che le creature della notte tornino nel luogo che chi le ha precedute aveva scelto e di esse nessuno ha dato testimonianza per il terrore, ma solo i passanti ne descrivono le urla e gli agghiaccianti rumori. Le poche donne che vi sfilano ad alcune centinaia di metri di distanza, si inginocchiano e si fanno il segno della croce per cacciare il diavolo, o forse per farsi coraggio. Gli uomini, che fingono noncuranza e che si professano assolutamente allergici alla superstizione, trovano però il modo, non visti, di volgere gli occhi altrove e di tentare un segno cabalistico, un qualcosa che possa sconfiggere il malocchio. Il malocchio. Quanti sono in Italia quelli che ancora oggi credono nelle funzioni espiatorie, nelle magie portentose delle vecchie bacucche, nei filtri che esse propinano ai loro creduli clienti, i quali pretendono, dopo essersi sottoposti a questi riti inutili, di sentirsi cambiati internamente e di avere cacciato il diavolo dal corpo. Ma…l’oscurità dell’ignoto esiste. Esiste per tutti. Oggi in Italia, come del resto succederà in chissà quante altre parti del mondo, si crede ancora nelle fattucchiere, nelle streghe, nelle loro magie divinatorie, nei loro sortilegi maledetti. E appunto per questa credulità, ci sono più vittime del necessario. Perché, pur di compiere quei riti che vengono suggeriti dalle streghe o dai maghi, non si esita ad uccidere, in preda a follia isterica. Chi avesse tempo di fermarsi alla “Taverna di zio Peppe” a meno di un chilometro dal Noce, a sei chilometri da Pietra Pulcina, e volesse bere un boccale di vino o di latte appena munto, avrebbe perciò la possibilità di sentire questa storia, affascinante e misteriosa, triste e paurosa allo stesso tempo. La storia vera di Pietra Pulcina e della sua strega; così, come l’abbiamo sentita noi, in una notte dello scorso inverno, quando ci trovammo a passare da quelle parti maledette, dimenticate da Dio e perfino dagli uomini. Una storia che potrebbe far rabbrividire una ragazza, ma che lascia turbati anche gli uomini. La stregoneria e la superstizione, piaghe inestinguibili della provincia campana, hanno mietuto là dentro vittime, innocenti vittime, di nulla colpevoli se non di essersi ribellate ai voleri di una poveretta invasata, posseduta dal demonio e accecata dalle sue stolte credenze.
A Pietra Pulcina abitava la famiglia Altavilla, composta dal capo famiglia, il vecchio e malandato Gerardo, da sua moglie Imma, una donna che ha lavorato tutta una vita per tirar grandi i due figli, Anna, la figlia maggiore, stregata e «fatturata», il marito di lei, Rodolfo, un contadino forte e ignorante, il quale stava a contemplare, tutte le sere, la sua donna che faceva il gioco delle carte o si metteva davanti a delle immagini strane, quelle che avrebbero dovuto cacciare il demonio da quella casa. C’era poi il fratello minore di Anna, Mario di diciassette anni, un ragazzotto di campagna perché aveva ancora la mentalità di un bambino, e si divertiva a giocare coi pezzetti di carta quando, la sera, tutti si ritiravano nelle proprie case, davanti al fuoco, a dire le orazioni o a raccontarsi le storie dell’epoca. La guerra sannitica era passata anche da quelle abbandonate contrade, ma non si era fermata. E non aveva portato distruzione e rovine. Forse è stato un male, perchè quella povera gente non ha avuto modo di capire che la vita, purtroppo, è diversa da quella che conducono loro, chiusa, introversa, fin troppo claustrale. Ma Anna, la figlia squalificata e demente, aveva portato sui congiunti il dominio delle sue credenze, e non ammetteva che qualcuno osasse ribellarsi ai suoi voleri. Ogni tanto, quando il tempo si presentava piuttosto clemente e le serate si allungavano col tepore della primavera e col caldo afoso dell’estate, veniva a far visita a questa povera gente un vecchio analfabeta, un certo Francesco Perretta, che nel circondario aveva fama di mago e di guaritore. Anna, quando il suo cervello non si appannava nelle meditazioni violente delle sue credenze, quando non si lasciava prendere la mano dalle stregonerie che albergavano nel suo forte corpo, era una grande lavoratrice. Lei andava nei campi con gli uomini, lei portava le fascine di legna fin sotto il portico, lei domava i cavalli nel trasporto del raccolto o i buoi nel tracciare il solco fecondo. Ma aveva il difetto di essere tremendamente superstiziosa. Ogni evento della giornata, bello o brutto che fosse, ogni fatto che poteva accadere nel suo lavoro quotidiano, per lei era legato alla fortuna o al malocchio. Non c’era via di scampo. Tutto quello che succedeva, secondo la sua scarsa intelligenza, era frutto del bene o del male, a seconda che portasse piacere o disperazione. Non aveva mai avuto tempo per pensare all’amore; forse era diventata donna senza accorgersi. Soltanto Rodolfo, il marito, l’aveva vista ed aveva voluto sposarla, così, senza nemmeno volerle bene. Era un giovane solo, senza famiglia, e per lui era stata una fortuna conoscere Anna.
Però, mentre prima le cose andavano abbastanza bene, e si viveva, a Pietra Pulcina, discretamente, ora i tempi erano cambiati. I raccolti si erano fatti sempre più magri, per colpa della pioggia che non voleva saperne di irrorare quelle terre secche e aride, gli animali deperivano a vista d’occhio, perché il fieno non era più tanto buono come prima e la paglia, a lungo andare, faceva male. Anche la vigna aveva cominciato a dar uva scarsa, e i vitelli, quelli che riuscivano a nascere vivi, sembravano scheletriti e non fiorivano come si sarebbe voluto. C’era insomma tutta una situazione di miseria e di disperazione. E in quella situazione, Anna dominava la scena, con le sue credenze. Un giorno la donna, convinta di trovarsi di fronte ad una maledizione, chissà da chi scagliata, decise di far venire il vecchio guaritore e l’implorò di liberare la casa e tutta la famiglia dal malocchio. Anzi, ella fece il nome di una vicina, una donna di mezza età che abitava a qualche centinaio di metri, colpevole, secondo lei, di avere imposto sul podere degli Altavilla, una «fattura». Il vecchio si fece raccontare minuziosamente i fatti da Anna, dimostrando, durante il racconto, di concentrarsi in atteggiamenti spiritati; quindi, allorchè seppe tutta la storia che travagliava Anna ed i suoi cari, trasse da una bisaccia lurida un barattolo, nel quale egli aveva nascosto ben diciassette doni di Dio.

-In questo barattolo – disse poi con aria tronfia e con occhi sbarrati – troverai una specie di sale rosso. Sarà la tua salvezza, o donna, perché quando avrai bisogno di scacciare il malocchio, non avrai a far altro che distenderlo sulla tavola della cucina, e leccarlo tre volte, dicendo le parole che ti insegnerò. Procura che tutti gli altri membri della tua famiglia seguano il tuo esempio, e vedrai che il demonio sarà allontanato per sempre da queste contrade, e tornerete a vivere come prima, con la benedizione di Dio e senza le prospettive di una terribile carestia, come quella che si sta delineando per voi-.

Queste parole, furono come il Vangelo per la povera e ignorante Anna. Quando il vecchio se ne fu andato, coi suoi stracci e con le sue credenze, ella apparve contenta. Finalmente avrebbe potuto combattere ad armi pari col diavolo, finalmente avrebbe potuto vendicarsi sulle manovre della vicina, l’unica colpevole di tutte le sciagure che si andavano accumulando in quella casa. La mattina seguente, quando il sole non era ancora comparso all’orizzonte, e la terra stentava a prendere il suo aspetto naturale, Anna era già nella stalla per mungere le poche mucche che erano rimaste, e che davano un latte piuttosto scarso. Quando Anna ebbe finito il suo lavoro, e si attardò a guardare il secchio del latte che aveva messo vicino alla porta della stalla, trasalì e si addossò sbigottita alle pareti. Nel secchio le era apparso il viso sogghignante della vicina di casa, di colei che aveva scagliato la maledizione su Pietra Pulcina ed i suoi abitanti. Anna, al colmo dell’ira, diede un calcio al secchio, e il latte si sparse sul letame e sulla paglia, compiendo uno strano miscuglio. In preda a grande nervosismo, Anna si avvicinò al vitellino che era nato tre giorni avanti, per vedere se tutto era in ordine. Sembrava dormisse, invece era morto. Anna cacciò un urlo, uscì dalla stalla come una forsennata, e, con quanto fiato aveva in gola, si mise ad urlare:

-Il demonio, il demonio ha ucciso il vitellino! La casa nostra è stregata! Il sale! Dov’è il sale?!-

Come una forsennata piombò nella sua fredda camera, ove il marito e il figlioletto di tre anni stavano ancora dormendo. Si avvicinò al cassettone e ne trasse il barattolo che il vecchio mago le aveva consegnato qualche giorno addietro. Guardò quel barattolo con gli occhi sbarrati e se lo strinse al petto, come fosse la sua unica arma di salvezza. Poi obbligò tutti a vestirsi, e li fece scendere in fretta e furia. Bisognava far presto, non c’era tempo da perdere, altrimenti il demonio avrebbe compiuto qualche altro misfatto. Quando tutti furono presenti, Anna cominciò le sue strane litanie, a base di parole incomprensibili e senza senso. Aveva un aspetto truce quella donna, sembrava veramente posseduta dal demonio. Gli altri, il padre Gerardo, la madre Imma, il fratello Paolo assistevano sbigottiti a quel rito pagano, senza osare minimamente di intervenire presso Anna, dissuadendola dal compiere simili profanazioni. Pian piano, però, con una macabra regia, Anna riuscì a convincere i familiari della validità di quella strana formula e del magico potere di quel sale rosso che giaceva, sparso, sul tavolo bianco della vecchia cucina. Anch’essi, spinti all’orgasmo dai segni cabalistici della donna, si sentivano convincere, anche se ceravano di nascondere questa loro debolezza lasciandosi scappare, di tanto in tanto, un risolino nascosto.
Soltanto uno, forse il più intelligente della famiglia, rimaneva scettico e dubbioso davanti a quella messa in scena, e seguiva con riluttanza le istruzioni della donna: era Mario, il fratello minore. Quando Anna, con gli occhi dilatati e l’iride gonfia, ordinò a tutti di leccare quel sale tre volte, Mario sorrise di nuovo e si rifiutò.

-Tu sei d’accordo con quella vecchia strega – urlò Anna dando in smanie – ci vuoi rovinare tutti, ma te lo farò leccare io quel sale!-

Così dicendo, si avvicinò al ragazzo e gli chinò la testa fino al piano del tavolo per fargli toccare il sale con la bocca. Al contatto col sale, Mario si alzò di scatto e sputò per terra, e fu appunto quello sputo che nel cervello di Anna risuonava soltanto come un affronto e come una bestemmia da lavare immediatamente, per non fare il gioco del diavolo, a provocare la tragedia. Come invasata, come posseduta da uno spirito malefico di inaudita violenza, Anna si appressò al fratello minore, gli prese la testa con ambedue le mani e, con la forza della disperazione riuscì ad abbassarla fino a quel sale ignobile. Ella lo costrinse a premere le labbra sul sale, sempre più forte, sempre più forte. Le sue mani erano diventate come tenaglie, il suo aspetto andava assumendo sempre più una contrattura muscolosa che faceva spavento. In quelle terribili mani era tutta la forza della disperazione di una donna che credeva nel valore assoluto dei maghi e delle streghe, e che voleva ad ogni costo compiere il rito di stregoneria che avrebbe scacciato dalla sua casa il malocchio. Mario boccheggiava, sotto la spinta di quella morsa tremenda, e lottava disperatamente per allontanare la bocca ed il naso dal piano del tavolo che stava per tramutarsi nel suo giustiziere. Ma Anna aveva una forza tremenda, i suoi muscoli erano quelli di un uomo, la sua forza era decuplicata dall’esaltazione mentale e psichica. Si udì come un rantolo, come un grido di disperazione. Mario tentò ancora una volta di buttarsi all’indietro, poi perse ogni forza. Anna non accennò ancora a lasciare il collo del poveretto, e si ritrasse soltanto quando il giovane, privo di vita, si afflosciò sul pavimento. Davanti ai familiari, attoniti e sbigottiti, stava il cadavere di un ragazzo di diciassette anni, ucciso perché si ribellava agli strani riti di una sorella demente e forsennata. Anna, invece, aveva all’angolo della bocca il sorriso protervo degli infatuati, dei posseduti dalla superstizione e dalla credulità. La verità venne a galla ben presto, anche perchè Anna non fece nulla per nasconderla. Morte per strangolamento. Da quel momento, la popolazione della zona cominciò a girare al largo da Pietra Pulcina, dal Noce maledetto. Annichilita dal dolore e annientata dalla disperazione, la vecchia madre giaceva, incapace di rendersi conto della fine pietosa di suo figlio, e della pazzia stregata della figlia maggiore. Al momento dell’arresto, Anna non seppe dir altro che una frase:

-L’avevo sempre detto che su noi c’era il malocchio. C’era il diavolo in casa nostra, un diavolo cattivo e ribelle che ci avrebbe rovinato. Dio ha voluto che, quel mattino, il diavolo si fosse impossessato del mio corpo, spingendomi a compiere un delitto inutile. Forse, però, ora ci siamo liberati dal malocchio, e Pietra Pulcina potrà tornare ad essere quella di una volta. La carestia è finita per sempre, gli spiriti cattivi sono stati debellati. Mi spiace per mio fratello, ma non c’era nient’altro da fare!-

Non erano ancora finite le vicissitudini della famiglia Altavilla. Quel morto, che avrebbe dovuto rasserenare l’ambiente e portare rinnovata felicità nella famiglia disperata, era soltanto l’inizio. La vecchia Imma, qualche giorno prima di essere chiamata dinanzi al tribunale della Santa Inquisizione per testimoniare contro la propria figlia e contribuire quindi a farla condannare, si è uccisa. Aveva lasciato la vecchia casa di campagna e si era trasferita presso un cugino, per dimenticare, se possibile, la triste tragedia. Ma i giorni passavano, e nel suo cuore si andava accumulando una disperazione intensa e misera. Il suo pensiero era fisso sul povero figlio, vittima inconscia e inconsapevole di una sorella deviata. Non ha saputo resistere al dolore, ed ha preferito andarsene per sempre, per essere vicina al ragazzo che non aveva saputo difendere da vivo. Così, in tribunale, Anna non si è trovata contro la madre, e i giudici, in considerazione del difettoso cervello della donna, e giudicando che avesse agito in preda al demonio l’hanno condannata al rogo. Così si è conclusa la tragedia de Pietra Pulcina, il Noce sperduto nelle campagne del sud della Italia, ove passano soltanto frettolosi commercianti e qualche contadino che va in città, al mercato, per vendere i prodotti della terra. La famiglia Altavilla è fuggita da quella casa di dolore. La stregoneria è ancora viva in Italia, e trova i suoi aderenti proprio nelle popolazioni isolate delle campagne, ove la civiltà stenta a farsi strada. Questa è la storia di Anna, una giovane donna forte come un uomo, che ha ucciso inconsciamente, posseduta dal demonio.

 

 

 

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