“La torre nera. l’ultimo cavaliere.” di Stephen King, Sperling e Kupfer. A cura di Massimo della Penna

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“La torre nera” è una saga di Stephen King scritta nell’arco di oltre trenta anni. Premetto che la mia opinione è parzialmente viziata: fino al 2013, compravo e leggevo tutti i suoi romanzi appena uscivano, edizione rilegata. Dico “parzialmente” perché, nonostante ciò, non ho perso una certa obiettività, e ho abbandonato questo autore dopo aver letto Dr. Sleep, ingloriosa “prosecuzione” di Shining.

Ho iniziato a leggere quest’opera nel 1995, quando ancora mancavano molti capitoli e mi è toccato attendere per anni la sua fine. Questo è stato capace di provocare il King dei giorni d’oro (giorni, a mio avviso, tramontati): una dipendenza durata anni. Non ho provato mai più nulla di simile, se non con lui stesso, quando fece uscire a puntate “Il miglio verde”.

Tornando alla saga, la Torre Nera è un non-luogo che cresce nella mente del lettore, e gli anni che sono occorsi a leggere sono stati amplificatori delle mie aspettative. Questa è un’arma a doppio taglio di cui darò conto.

Ma andiamo per ordine. Pubblicheremo questa recensione in otto puntate, tante quanti sono i tomi di cui si compone la saga. Auspicabilmente, non impiegheremo trent’anni per finire né voi per leggere, del resto io non sono King, e voi non siete me, eh!

“L’ultimo cavaliere” è il primo tomo in cui facciamo la conoscenza di personaggi assolutamente eroici, contraddistinti da peculiarità che li rendono amabili e soprattutto indimenticabili.

Il pistolero, Roland, è l’eroe bianco, senza macchia, senza paura, un uomo capace di amare, di amare non solo oltre il tempo, ma anche oltre i confini della vita, della morte e del mondo. Un uomo che allo “sfigometro” sballerebbe il punteggio, tanti e tali sono i mali che gli capitano. Un uomo che, però, man mano che la storia prosegue, acquista una dualità che contraddistingue molti altri personaggi e oserei dire l’intera saga, quasi il King volesse trasmetterci in modo plastico la lotta tra bene e male che si combatte in ogni cuore.

La morale di Roland è altissima, ha un senso del dovere profondo, imparagonabile a quello di qualsiasi uomo possiate conoscere oggi. Lui è uno di quelli che non ha “dimenticato il volto di suo padre”. I “cattivi”, gli antieroi, non sono meno degni. La galleria dei personaggi è sconfinata, impossibile ricordarli tutti. Ma le peculiarità che si rivelano fin da subito, sono la capacità del King di “creare” non storie, ma sistemi, mondi interi. I personaggi parlano un linguaggio peculiare, il mondo segue leggi strane, i fenomeni accadono secondo flussi spazio-temporali che sembrano riscritti da uno scienziato pazzo, ma pur sempre uno scienziato, con la rigidità tipica della scienza, per quanto inventata. Ne “I lupi del calla”, giungerà ad inventarsi un’intera “lingua” peculiare, tratteggiandola per mezzo di intercalari, suffissi e prefissi, ma ci torneremo a tempo debito.

Il primo tomo fu scritto da un King alle prime armi (credo avesse sui venti anni…), ciononostante la sua “voce” è già matura, così come tutta presente mi pare sia la sua rara capacità di evocare atmosfere sinistre (capacità che raggiungerà l’apice mai più toccato in “L’ombra dello scorpione”), dipingendo paesaggi apocalittici e sconfinati, e inscenando una danza fra bene e male, senza confini certi.

Il romanzo, come tutti i capolavori non solo del King, ma riterrei di tutta la letteratura, non è facilmente “inquadrabile”. Sebbene l’intera saga sia stata “adottata” dagli amanti del fantasy, non si può negare che l’opera abbia molti tratti estranei al genere, essendovi influenze fortissime di stile western e fantascientifico, senza tralasciare punte di horror.

Questo primo volume è l’equivalente di una sinossi: introduce i personaggi principali della storia, neppure tutti, e tratteggia gli elementi del mondo in cui si trovano a muoversi.

 

“L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì”:

 

Già l’incipit rapisce. Esso racchiude una miriade di elementi di cui si compone l’intera epopea. Capiamo subito che c’è un antagonista oscuro e un eroe puro, comprendiamo che sono in lotta, e che i paesaggi non saranno quelli cui siamo abituati. Roland è l’ultimo membro di una stirpe paragonabile ai samurai, i pistoleri, uomini coraggiosi che hanno intrapreso una via come quella della katana, solo che al posto di una spada, maneggiano due pistole. Di tale stirpe non possiamo sapere molto, dato che è in via d’estinzione (nonostante i flashback non manchino), sappiamo solo che Roland ne è l’ultimo superstite, e che la sua missione è quella di raggiungere la Torre Nera. Gli ingredienti di un meccanismo narrativo perfetto ci sono tutti: il viaggio, la missione da compiere, le difficoltà da superare (un deserto, non sarà certo facile inseguire nel deserto, ma ancor più, viene da chiedersi, come si fa a fuggire in un deserto? Dove ci si nasconde?), eroe e antieroe. Tutto sintetizzato quasi come un cucchiaino di materia all’epoca del big-bang, densità estrema di un incipit di poche parole. Chapeu.

All’inizio non è chiaro perché debba inseguire l’Uomo in Nero, soprattutto quale legame oscuro lo leghi alla Torre Nera. Ma questa è materia dei capitoli successivi.

Roland, l’ultimo pistolero ci appare, inizialmente, d’una freddezza sconfinata, incapace di sentimenti, una pietra. Ma nel corso della storia il suo viaggio lo farà maturare, e già nel corso del primo tomo ci sarà un ritorno a sentimenti fortissimi che egli aveva seppellito nel suo passato. La dualità inizia a svelarsi.

Una prima svolta importante giunge con l’incontro con Jake, un ragazzo proveniente da un mondo sconosciuto eppure familiare al pistolero. Il King non ha mai nascosto l’enorme debito intellettuale che egli ha contratto verso il padre della letteratura americana, vale a dire Mark Twain. Jake è chiaramente ed esplicitamente ispirato a Tom Sawyer, il protagonista di molte avventure che accadono nei libri di Mark Twain. E non a caso questo Jake non si limiterà ad abitare le pagine di questa saga, sconfinando e divenendo persino protagonista (con tanto di cognome omonimo, si chiamerà infatti Jack Sawyer) ne Il talismano, quasi per una operazione chirurgica di asportazione (reminescenze de “Il lato oscuro”) d’un pezzo di cervello che continua a gonfiarsi e crescere da solo altrove. Innumerevoli altre opere del King vedranno un Jack che flippa nei territori, così come innumerevoli volte inserirà nei suoi romanzi citazioni esplicite da opere di Mark Twain (quest’ultimo è rimasto sempre mio autore preferito e, a differenza del King, non mi ha mai deluso; forse perché è morto…).

Tra le sabbie del deserto si svelerà la dimensione di questo mondo strano, dove tutto è in rovina, dove tutto “è andato avanti” e nessuno ricorda più perché. Sono tempi bui, quelli che vede Roland, e questo libro ha il fascino dei raggi di luce che s’intrufolano in stanze buie per illuminarli, mettendone in evidenza persino i granelli di polvere danzante.

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