“La sfera del buio. La torre nera quarto libro” di Stephen King. A cura di Massimo Della Penna

La sfera del buio, quarto episodio, è per me il più bello dell’intera saga. Ci ho pianto a dirotto, mi ha emozionato, strapazzato, messo in ansia, letteratura allo stato puro.

Io lo paragonerei senza dubbio a “Stoner”, quel capolavoro che molti scrittori (me compreso) rileggono alla ricerca del segreto dei segreti: come si fa a narrare una storia che non racconta assolutamente nulla, e ciononostante ad affabulare milioni di lettori. Le differenze tra i due ovviamente sono troppe per enumerarle, ma posso metterne in luce gli aspetti in comune: la totale assenza di eventi nella “fabula”, voglio dire il piano temporale entro cui si svolge l’azione. In Stoner non succede nulla di nulla, ma oltre a non esserci granché eventi, non viene neppure narrato nulla come flashback, se non eventi assolutamente banali d’una vita banale. Nel quarto tomo della saga del King, invece, di racconti ve ne sono eccome, ma si tratta di un unico e lunghissimo “flash-back”, per cui rispetto alla storia che il lettore ha “vissuto” con i primi tre tomi, qui non ci sono avanzamenti di alcun tipo, se si esclude una lotta con due anti-eroi (tick-tock e Marten) che a dire il vero sembra liquidata con una certa fretta; del resto, il tomo è già di oltre 600 pagine, se il King avesse descritto più ampiamente questa lotta, sarebbe diventato un mattone esagerato!

Al terzo volume il lettore ha lasciato Roland e il suo ka-tet ad una certa distanza dalla Torre Nera (distanza che non è dato sapere, dato che lo spazio non si misura in metri, qui), e alla fine del quarto se li ritroverà pochi metri più in là. E questo, per chi ha amato la saga, è una tortura, dato che la Torre Nera è l’oggetto narrativo più affascinante dell’intera opera. Detto questo, però, il King qui ci racconta una storia d’amore strepitosa, oserei paragonarla (come è già stato fatto) a Giulietta e Romeo.

Tornando alla trama, ritroviamo Roland e il suo ka-tet ancora intrappolati su Blaine il Mono, un treno che ha ucciso una intera cittadina (la psicologia del treno viene descritta in modo superlativo; mica facile, descrive la psiche di un treno!) Per salvarsi dovranno vincere una sfida agli indovinelli. Vinta la gara, il ka-tet si ritrova in un Kansas spopolato da una misteriosa influenza (echi chiarissimi de L’ombra dello scorpione) ma non fa molta strada, perché Roland sente di dover raccontare qualcosa di doloroso, di cui ha persino paura (proprio lui, l’eroe duro e puro, ha paura, aye).

Roland tergiversa e qui per la prima volta si mostrano crepe profonde nel personaggio, ma dipinte ad arte per renderlo più umano e credibile. Non solo scopriamo che è capace di provare dolore e paura, ma persino amore: sì, Roland ha provato l’amore vero e ce lo descrive nel suo flash-back, insieme a una storia western, se non fosse per i tocchi di fantasy e d’amore che, appunto, fanno uscire il romanzo dal genere. Nelle sue rimembranze, Roland cerca anche di spiegare ai suoi amici le sottilità, le porte per l’altrove in cui sono incappati, e nel farlo rievocherà il suo rapporto d’amicizia, anzi, il suo ka-tet precedente con Cuthbert ed Alain. C’è una scena assolutamente degna di Sergio Leone in cui i buoni affrontano i cattivi in un saloon, dove però si vede la propensione del King per i buoni, che sembrano avere tutti delle caratteristiche, direi dei super poteri superiori a quelli dei cattivi, che piuttosto fanno affidamento sulla bruta forza e sull’assenza del seppur minimo scrupolo.

Roland è il leader indiscusso del precedente ka-tet e insieme ai suoi amici compie (anzi, rievoca) imprese eroiche, disperate, molte delle quali coinvolgeranno il suo amore, il suo più grande amore, Susan, una donna di rara bellezza. Ho pianto lacrime vere sulla loro storia, penso sia difficile dire quanto ho amato questi due personaggi e il loro amore, puro d’una purezza scomparsa dal nostro mondo, quello attuale, quello in cui voi state leggendo questa recensione, quello in cui se ti pungi con uno spillo esce sangue rosso, per citare Murakami (parlo ovviamente di 1Q84).

Degna di menzione la strega Rhea, un personaggio potentissimo, descritto con tratti di indicibile genialità. Il vero King, quello che rimpiango, di cui non mi pare essere rimasta traccia alcuna in lavori recenti come Dr. Sleep.

King dunque finalmente conferisce una sconfinata profondità a Roland, che sebbene molto amato già nei precedenti tomi, qui raggiunge la sua maturazione:

 

«…la sua natura romantica sepolta nel suo animo come una vena di fiabesco metallo sconosciuto nel granito della sua praticità».

Insomma, Roland ha una profonda dualità, è pieno d’amore ma capace d’odio, di rancore, di vendetta, è luce e ombra e, come tale, è tridimensionale. Un personaggio che letteralmente esce dalle pagine, e simboleggia la lotta tra il bene e il male, che si riflette un poco su tutti i personaggi e sull’intera epopea, perché La Torre Nera è anche e soprattutto questo, una lunga lotta tra il bene e il male.

Finito il racconto, si riprende il viaggio sul Sentiero del Vettore dove compaiono messaggi inquietanti come AVE RE ROSSO (misteriosi messaggi scritti che compariranno in altre opere del King, come in IT o ne Il Talismano), ma poco dopo il ka-tet si trova di fronte a un palazzo di cristallo che il King ci fa vedere piuttosto che limitarsi a descriverla (Show, don’t tell, abbiamo già citato la sua massima; per gli aspiranti scrittori e non solo, sappiate che si trova nel suo libro sullo scrivere “On writing”). Qui, si avverte uno strano rumore, il canto della “sottilità”, una sorta di strappo nello spazio-tempo. Sono evidenti gli influssi della meccanica quantistica (che peraltro ha fatto passi avanti proprio durante gli anni in cui il King è andato sviluppando la sua storia) e delle teorie sulle “singolarità” (quei posti dell’Universo in cui le sue leggi subiscono eccezioni, senza per questo essere invalidate dato che trattasi, appunto, di eccezioni singole, singolarità), come pure l’influsso de Il mago di Oz (il palazzo di cristallo ricorda da vicino quello che cerca Dorothy). Nella sala del trono di questo grande castello i nostri eroi incontrano Tick-Tock, un cattivo autentico, scampato al massacro di Blaine Il Mono, e un Mago, Marten (alias Randall Flagg, o Richard Fannin, o John Farson (il Buono), personaggio poliedrico che infesta molti mondi. Il mago li ammonisce a rinunciare alla loro ricerca della Torre Nera ma i nostri eroi (come è, a dire il vero, prevedibile) non rinunciano tanto facilmente. Alla fine non riusciranno ad ucciderlo ma se la scamperanno e si ritroveranno nel Medio-Mondo e sul Sentiero del Vettore, a riprendere la loro ricerca. Ma per sapere come evolve, bisognerà attendere l’arrivo dei Lupi del Calla, il quinto tomo, o la quinta recensione!

 

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“Ambrose” di Fabio Carta, Scatole parlanti editore. A cura di Natascia Lucchetti

 

 

 

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Carta mi ha abituata al suo stile con Arma Infero, un distopico futuristico che avevo molto apprezzato e tanti degli elementi che avevo amato da quella prima lettura, li ho ritrovati qui.

La fantascienza si basa, come il fantasy in generale, sulla descrizione precisa del mondo che ci viene presentato e degli elementi che caratterizzano la sua diversità dalla realtà che conosciamo. Se in Arma Infero erano le macchine a imperare, qui è la connessione tra ogni elemento dell’universo. Tutto è online, anche i frammenti più intimi di ogni essere. Tutto è freddo, prettamente tecnico, anche se qualcosa di caldo e umano resiste ancora, non si è fuso con la polvere creata dalle atomiche che hanno distrutto il mondo. Vediamo perché.

Che cos’è l’ uomo di questo futuro lontanissimo, se non un’informazione che passa veloce nella rete dell’universo? CA- 209 non ha un nome, ma un codice e questo è di per sé terribile. Non sembra essere importante per niente e per nessuno, è un eroe sconosciuto, un uomo con tante debolezze, che trova la forza per staccarsi dal sistema e ne paga le conseguenze. In mezzo a questo mondo progredito, esiste un uomo come noi, anche se snaturato dalle nuove concezioni. E CA non è l’unico personaggio affascinante.

 Il titolo “Ambrose” è il nome di una creatura interconnessa a CA. Forse è un suo riflesso o un’invenzione della sua mente. È reale o solo un’idea proiettata dal nostro protagonista? Non riusciamo a capire chi o che cosa sia. Sappiamo che c’è e influisce su di lui.

Carta è sempre minuzioso nella costruzione delle sue ambientazioni. Riesce a portarci nella storia, a fianco di CA, nella sua esotuta, in un mondo distrutto dalla guerra nucleare contro la Jihad. Fantascienza, distopia, come esasperazione della situazione del nostro tempo, che ci fa riflettere e tremare di fronte a un panorama devastato dalle esplosioni, bruciato da una guerra senza fine che cancella tutti i valori, gli usi e i costumi di una società sterilizzata dal freddo delle macchine, concentrata sull’astrattismo di una connessione.

Ambrose è un libro bello da leggere perché nemmeno una frase è detta per caso. Tutto ha un significato, un simbolismo. Non si può non amare il dualismo tra reale e virtuale e riflettere sulla perdita di coscienza che rende difficile distinguere il vero dal creato, l’originale dalla copia. Posso affermare che Fabio Carta si conferma pieno padrone di un genere complesso come la fantascienza e lo impreziosisce con elementi tutti suoi, che rendono il romanzo ancora più vicino al lettore. La scelta dell’autore è geniale,  proprio perché non è un eroe puro, ma un uomo.

Consiglio caldamente questo libro a tutti gli amanti della fantascienza che potranno trovare ben sviluppati tutti i canoni del genere, oltre all’approfondimento psicologico del protagonista in ogni singola sfaccettatura.

Dietro le quinte della letteratura. L’editor è professionalità e tecnica. Incontro con Mandy Moon. A cura di Milena Maninni e Alessandra Micheli

 

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La nostra Milena è ancora alla ricerca di risposte che dissolvano i dubbi verso l’arduo lavoro dell’editor. E questa volta incontra Mandy Moon, che si sofferma sul suo percorso personale verso l’acquisizione di competenze specifiche. In quest’intervista ci si sofferma sulla parte più tecnica del lavoro che va distinto dalla passione e dall’impatto emotivo del testo. E ci fa comprendere come, la professionalità abbia ancora un valore che precede e deve sorpassare il lato diciamo godereccio della passione. È bello avere dei sentimenti, un approccio oserei dire empatico con il testo. Ma dobbiamo ricordarci come, in fondo, un lavoro di editor è e deve restare prevalentemente specialistico che si basa sulla capacità di rendere coerente un testo scritto, di renderlo preciso a livello linguistico, di renderlo scorrevole e credibile. Insomma ci piace tanto chi “lavora con il cuore” ma gradiamo di più chi lavora con l’italiano.

Buon Viaggio

 

Mandy Moon è un editor freelance e ha lavorato ai seguenti testi:

* Eleonora Mandese – Cercasi Fidanzato per Natale

* Eleonora Mandese – Tutta Colpa del Pallone (pubblicato poi da Butterfly Edizioni come In Fuorigioco per Te)

* Eleonora Mandese – Il Destino a Portata di App (in uscita il 12 novembre)

 

* Cecilia K. – Rainbow

* Cecilia K. – Chained Soul. Save Me

* Mary Lin – Fire (Rebel Series #2)

* Andrea Romanato – Lonely Souls. Le streghe di New Orleans

* Andrea Romanato – Lonely Souls. La guerra occulta delle streghe

* Andrea Romanato – Lonely Souls. Diario di un futuro passato

* Federico Negri – La Rivolta dei Repidd. I Quattro Reggenti

* Debora Mayfair – Cuore di neve (di prossima pubblicazione con Dark Zone Edizioni)

* Ava Lohan – romanzo di imminente pubblicazione di cui ancora non può rivelare il titolo

 

 

Prima di iniziare voglio ringraziarvi per questa opportunità. È in assoluto la mia prima intervista… e spero possa tornare utile a chi la leggerà e anche a me per farmi conoscere 😉

 

M. In cosa consiste il lavoro di editor e come si diventa editor?

M. Bella domanda! Vi posso raccontare la mia esperienza e il mio approccio ai testi su cui lavoro.

Sono laureata in lingue straniere e avrei voluto occuparmi di traduzioni ma purtroppo non ho trovato sbocchi in quel campo.

L’amore per i libri e la lettura però mi ha spinta a partecipare ad un gruppo di Facebook in cui i libri, appunto, erano l’argomento principale e proprio lì alcuni anni fa ho incontrato Eleonora Mandese, che è diventata mia amica e la prima autrice in assoluto a propormi di lavorare sulle sue opere.

Nello stesso gruppo, poi, ho conosciuto anche quella che sarebbe diventata Ava Lohan e lei mi ha presentato la mia prima vera “cliente”, Cecilia K., con cui ho iniziato una collaborazione (ma soprattutto un’amicizia) che ci ha portate a lavorare sui suoi primi due romanzi… e posso già dire che non è finita qui!

Grazie al passaparola di Cecilia ho conosciuto, tra gli altri, Debora Mayfair e anche con lei si è instaurato un rapporto umano e lavorativo che sta dando i suoi frutti visto che siamo quasi alla pubblicazione del suo romanzo di esordio. Mancano veramente poche settimane e poi la sua bellissima storia vedrà la luce grazie a Dark Zone Edizioni, e non potrei essere più soddisfatta di così!

In generale, Facebook mi è stato e mi è ancora molto utile per farmi conoscere permettendomi di trovare nuovi clienti, sia grazie al passaparola sia perché io stessa contatto direttamente chi ritengo possa essere interessato a questo servizio.

Per quel che riguarda nello specifico il lavoro dell’editor, esistono diversi livelli di revisione, dalla correzione di bozze (che si occupa specificatamente di grammatica, sintassi, punteggiatura, refusi ecc.) all’editing vero e proprio che prevede, invece, un intervento anche sul testo, inteso come storia e personaggi, e sullo stile.

M. Avrai incontrato molti scrittori nella tua vita: se dovessi classificarli come lo faresti?

M. Ne ho incontrati parecchi, sì, e per fortuna la maggior parte di quelli con cui ho lavorato continua a richiedere la mia collaborazione per i nuovi romanzi.

Di sicuro, mi è capitato spesso di contattare autori ed autrici il cui testo necessitava di una revisione e di ricevere una risposta negativa, molte volte perché l’editing viene considerato superfluo.

Credo che questo atteggiamento stia a sottolineare la mancanza di umiltà da parte dello scrittore, perché una revisione, magari solo leggera, è sempre utile.

Come mi piace ricordare, persino Stephen King (che è il mio autore preferito) collabora con più di un editor alla volta per ognuno dei suoi romanzi, e infatti li cita sempre nei ringraziamenti finali.

Quindi richiedere un intervento esterno di questo tipo non significa che il testo non è valido ma che chi scrive ha la consapevolezza dei propri mezzi e la giusta dose di umiltà e di rispetto nei confronti del lettore a cui desidera proporre un prodotto finito degno del prezzo di vendita.

Purtroppo, però, i costi relativi alla revisione di un testo sono spesso decisamente troppo alti.

Trattandosi quasi sempre di autori che si vogliono autopubblicare, questo rappresenta di sicuro un deterrente nella scelta dell’editing… motivo per cui io preferisco tenere i prezzi più bassi di quelli che ho trovato in rete per permettere anche a chi non ha molte possibilità economiche di usufruire di questo servizio, a mio parere, indispensabile.

M. Come cambia davvero un testo dopo l’intervento di un editor?

M. Se l’editor sa fare il suo mestiere, è ovvio che il testo ne uscirà migliorato, di sicuro a livello di italiano. Poi, sempre che l’autore abbia richiesto un editing vero e proprio, ne trarrà vantaggio anche la storia, come struttura della trama, dei personaggi, ecc…

M. Un consiglio agli autori emergenti.

M. Come ho già scritto in precedenza, non vergognatevi di fare editare il vostro testo. E non confondete l’editing con il lavoro che potete affidare ai beta reader, perché non sono la stessa cosa e il risultato che si ottiene è diverso.

La funzione dei beta reader può essere utile per farsi un’idea di quale sarà la risposta dei lettori prima che un testo venga ufficialmente pubblicato, e anche, in caso di beta reader molto attenti, per scovare refusi e incongruenze.

 

M. Perché editor e non scrittrice?

Ho notato in effetti che ci sono molte scrittrici editor e viceversa.

Io però penso che essere in grado di fare uno di questi lavori non equivalga necessariamente a poter fare bene anche l’altro.

Secondo me, un bravo scrittore deve conoscere ovviamente molto bene la lingua che usa e avere una spiccata fantasia e immaginazione per inventarsi le storie. Oltre a questo, ci vuole quel quid, quella capacità, che non si impara ma si possiede oppure no, di sfruttare le prime due doti per confezionare una storia che risulti originale, interessante e coinvolgente per il lettore, sia in sé sia per il modo in cui viene raccontata.

Tornando a me in particolare, credo di conoscere bene l’italiano e potrei avere una grande fantasia, però mi manca di sicuro il talento per mettere in pratica queste mie capacità e dal niente sfornare una storia valida. Quindi preferisco metterle a disposizione per migliorare, se possibile, le storie degli altri.

 

M. Non è avvilente lavorare tanto e poi non avere il tuo nome sull’opera?

Onestamente no, non amo particolarmente trovarmi al centro della scena (anche se mi sto smentendo da sola partecipando a questa intervista 😀 ) e poi molto spesso vengo nominata nei ringraziamenti (con tanto di indirizzo email a cui contattarmi) e c’è chi, come Eleonora Mandese e Cecilia K., mi cita persino nella sinossi pubblicata su Amazon!

 

M.  Qual è la parte più difficile del tuo lavoro?

M. Sicuramente quella di riuscire a migliorare il testo senza snaturare né la storia né lo stile dell’autore. Per questo, prima di iniziare una collaborazione, propongo sempre di revisionare gratuitamente un capitolo per capire quello che c’è da fare ma anche perché chi mi ha commissionato l’editing si possa rendere conto di come lavoro. In pratica, bisogna vedere se fin da subito tra le due parti si crea un feeling per collaborare e ottenere poi un buon prodotto finale.

M. Qual è errore più grande che un editor può fare?

Penso sia quello di essere troppo sicuro di sé, credere di sapere tutto e avere la ricetta per ottenere un bestseller. Se bastasse seguire precise regole per sfornare un capolavoro, l’avrebbero fatto in tantissimi, a cominciare proprio da chi cura il testo! 😀

Anche l’editor migliora man mano che revisiona e fa esperienza e dev’essere sempre disponibile ad approfondire e imparare nuovi argomenti perché ovviamente in partenza non può conoscere tutto lo scibile umano.

 

M. Correggere i lavori altrui non è una continua violenza al tuo essere

Assolutamente no. Se la storia è interessante mi diverto, se è scritta bene imparo e miglioro anche io. E comunque faccio esperienza.

Certo, a volte mi imbatto in testi scritti davvero male, e allora è una violenza… ma nei confronti dell’italiano!

M. È difficile far accettare le correzioni che proponi?

No, per adesso ho avuto la fortuna di imbattermi quasi sempre in autori che hanno capito e accettato le correzioni considerandole miglioramenti al testo.

Poi non sono Hitler, sono disponibile al dialogo e allo scambio di opinioni. Se c’è qualcosa che non convince l’autore se ne discute e si cerca un compromesso.

 

M.  Hai mai interrotto una collaborazione o rifiutato di correggere un libro?

Per ora non mi è mai successo. Visto che con questo lavoro cerco di mantenermi, accetto qualsiasi scritto.

Credo che rifiuterei solo se proprio mi trovassi davanti un testo talmente obbrobrioso da non sapere da che parte cominciare per sistemarlo.

Comunque dipende anche molto dall’atteggiamento dell’autore. Finora mi sono confrontata con persone che si sono dimostrate molto disponibili e pronte a (ri)mettersi al lavoro per sistemare e migliorare i passaggi che io avevo indicato come più deboli. A quel punto anche le situazioni più critiche si risolvono facilmente.

Mi è capitato, invece, di ritrovarmi testi definiti (erroneamente, a mio parere) da altri editor come irrecuperabili … e di riuscire, grazie soprattutto alla buona volontà dell’autore, ad ottenere un buonissimo prodotto scelto poi da una casa editrice per la pubblicazione. E la soddisfazione in questi casi è davvero grande!

A. Cosa distingue una brava editor da un editor improvvisato?

M. Ecco, questa domanda mi mette in difficoltà. Istintivamente risponderei che non ci si improvvisa editor dal niente (questo vale per tutti i lavori, in realtà), però se ci penso è un po’ quello che è successo a me. Nel senso che non ho studiato in modo specifico per affrontare questo lavoro né possiedo alcun attestato che dimostri le mie capacità in questo campo.

Fortunatamente ho studiato, vengo da una famiglia in cui si è sempre parlato un italiano molto corretto, sono una grandissima lettrice di quasi tutti i generi… e sono anche una persona precisa ai limiti del maniacale, il che non guasta quando si deve fare attenzione per non lasciarsi sfuggire neanche un refuso. 😛

Ho cominciato quasi per gioco, perché l’ho fatto inizialmente per amicizia verso Eleonora, e poi però, considerati i risultati positivi (uno dei suoi romanzi che ho editato è stato pubblicato dalla Butterfly Edizioni) e il fatto che gli stessi autori mi propongano di lavorare nuovamente insieme, ho capito che forse sto facendo qualcosa di buono.

Se così non fosse stato, mi sarei ritirata, sono molto autocritica con me stessa.

 

A. Che limite non può oltrepassare l’editor?

M. L’editor deve sempre tenere a mente che sta lavorando per qualcun altro su un testo che non gli appartiene quindi, per quanto magari pensi di avere delle buone idee e degli spunti interessanti, non può sostituirsi all’autore e diventare così un ghost writer. Al massimo può proporre dei cambiamenti più radicali ma spetta comunque sempre allo scrittore decidere se accettare o meno qualsiasi modifica suggeritagli.

Per quanto riguarda, invece, le indicazioni a proposito di grammatica e sintassi (e aggiungerei anche le possibili incongruenze nella trama), rifiutandole l’autore rischia di ottenere un prodotto finale che non sarà così pulito come dovrebbe essere.

A me è successo e il risultato, in negativo, si è purtroppo visto.

A.   L’editor può sopperire alla mancanza di talento?

M. No, se intendiamo talento come lo intendo io. L’editor non fa miracoli, non può modificare totalmente un testo rendendolo più interessante. Altrimenti parliamo nuovamente di ghost writer, sempre che l’editor abbia la capacità di trasformarsi in un valido scrittore.

A. Indica un libro che non avresti mai editato e spiegaci il perché.

In realtà non so rispondere con un titolo specifico.

Ho letto libri dalla trama e dagli argomenti molto complessi che sicuramente mi avrebbero messa in difficoltà se avessi dovuto revisionarli. Ne ho incontrati altri, italiani e stranieri, in cui invece ho riscontrato errori di traduzione e/o di editing… e in quel caso avrei davvero voluto intervenire.

A.   Consigli agli autori nella scelta dell’editor.

M. Mi pare di aver capito che l’editor vive molto grazie al passaparola, e in effetti questo mi sembra il metodo migliore per trovare una persona valida e affidabile. Quindi il consiglio è di contattare scrittori che hanno già pubblicato libri che l’aspirante autore ha particolarmente apprezzato e che lo hanno colpito per farsi suggerire a chi rivolgersi.

 

A.   Molto spesso l’editor, più che concentrarsi sul testo, diventa un pubblicitario. Tu cosa ne pensi?

M. Se questo va a discapito dell’editing del testo, ovviamente non sono d’accordo. Però, siccome l’editor è (o dovrebbe essere) un lettore, è facile che si appassioni di più a certe storie rispetto ad altre. Quindi non trovo ci sia niente di male a pubblicizzarle, se non altro l’editor sa bene quello di cui sta parlando. E di conseguenza, dovrebbe sponsorizzare un lavoro valido.

 

Grazie a Mandy per aver partecipato.

 

Io sono convinta che la scrittura non serva per farsi vedere ma per vedere.

Susanna Tamaro