“Non posso dimenticarti” di Sarah Bernardiello, Quixote edizioni. A cura di Luisa di Stefano

 

 

 

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Che cosa accade quando si incontrano due persone completamente diverse: un nerd timido e goffo, che studia e lavora e il classico fighetto della scuola ricco e senza il pensiero ossessivo di contare ogni centesimo che spende pur di arrivare a fine mese ma bello e intelligente?

Sembra un’operazione matematica Ash + Chris = Amore a prima vista.

Perché proprio le ripetizioni impartite da Ash a uno dei tanti studenti universitari sono galeotti dell’incontro tra i due ragazzi e della nascita del loro amore.

Però… scusate c’è anche un però… l’ha messo l’autrice mica io!

Chris non ha ancora fatto coming out né con la sua famiglia né con gli amici della sua omosessualità, però vive il suo orientamento sessuale di nascosto non facendosi mancare le sue relazioni occasionali, per paura della reazione del padre, in quanto pensa che i genitori una volta scoperta la verità lo butteranno fuori di casa e perderà il loro appoggio per tutto.

E quando si innamora di Ash non cambia il suo modo di vivere: incontri in luoghi dove nessuno li conosce e ad orari impensabili, niente scambio di effusioni in pubblico, pilotando tutte le loro uscite.

Dal canto suo Ash, ragazzo timido e goffo, nerd e vittima di bullismo per il suo orientamento sessuale, e alla sua prima vera esperienza amorosa, si fa condurre dall’altro in questa storia donandogli la sua fiducia.

Improvvisamente vengono scoperti insieme e Chris reagisce nell’unico modo che conosce per difendersi: umilia e prende in giro Ash, facendogli credere che per lui la loro “storia” era solo l’ennesimo gesto di bullismo nei confronti di un gay schifoso.

Ed è tutto finito?

Ma che scherziamo?

No, anzi. È appena iniziato.

Qualche anno dopo i due ragazzi si incontrano in modo così bizzarro e poco usuale… non posso dirvi quale o vi perdete la sorpresa… e si rendono contro che l’attrazione e il sentimento che provavano l’uno per l’altro non è mai morto.

Tra corteggiamenti insistenti, voglia di chiarirsi e lo sfrenato bisogno di condividere di nuovo quella magia che li aveva legati, i due innamorati dovranno anche affrontare la loro paura di essere traditi e di soffrire di nuovo, vincerla e concedersi fiducia reciproca per vivere il loro amore così unico e speciale.

È stato divertente leggere la storia di Ash e Chris. Mi sono arrabbiata con quest’ultimo quando ha trattato male Ash però mi sono anche commossa quando lui ha capito quanto si è messo nei suoi panni e ha cercato di chiedergli almeno scusa per il suo comportamento passato.

E Ash?

Lui è stato un simpatico stronzetto quando ha dato del filo da torcere a Chris, non poteva mica rendergli liscia e spianata la strada del pentimento!

La parte più bella?

Ovviamente il finale, ma tutto il libro non mi è dispiaciuto. Naturalmente c’è un messaggio importante in questa storia: a volte la verità per quanto dolorosa o vergognosa possa sembrare fa sicuramente meno male di una bella bugia.

Vi consiglio di leggerlo. Buona lettura!

 

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“I lupi della calla. La torre nera quinto libro di Stephen King. A cura di Massimo della Penna”

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Dopo dodici anni, finalmente arrivano I lupi del Calla. Abbiamo già dato conto nella recensione del primo tomo del debito del King verso Mark Twain,  debito che emerge e viene qui ben ripagato: il King s’inventa un intero frasario, una ridda di espressioni tipiche, un linguaggio peculiare fatto di aye, l’uomo-Gesù, grazie-sai, se vi è gradito, yer-culo! Come non vedere echi della genialità di Mark Twain che, con Huckleberry Finn, ha creato dei linguaggi d’alta sartorialità, cuciti addosso a ragazzini e neri semi-analfabeti dell’America del tempo della schiavitù.

La trovata del linguaggio e la trama sono la parte migliore, a mio giudizio, di questo volume, in cui mi è parso di notare una prima “flessione” verso il basso della genialità del King.

I Lupi del Calla narra la storia di un villaggio assediato da lupi che, come una piaga d’Egitto, piombano sul villaggio portando morte e disperazione periodicamente.

Roland e il suo ka-tet si imbattono nella tragedia di questa comunità e decidono di intervenire. I predoni che la affliggono sono “lupi” (in realtà molto più che comuni lupi, ma non posso spoilerare), che non solo assaltano case e distruggono i campi con armi misteriose, ma rapiscono anche i bambini per scopi orribili, riportandoli “guastati”. Un particolare degno del migliore King: non son bimbi normali quelli che vengono rapiti, ma gemelli, e non entrambi, ma sempre e solo un membro della coppia! Qui pare di notare un riferimento al paradosso dei gemelli in fisica, secondo cui se due gemelli venissero separati, e uno di loro fosse portato a viaggiare alla velocità della luce, al rientro dal viaggio i due gemelli avrebbero… età diverse! Gemelli diversi, insomma, questo diventano i gemelli dopo che uno di loro viene rapito e restituito dai Lupi.

Il lettore può da solo immaginare quali e quanti problemi etici e psicologici susciti una scelta del genere. Il King sa quali corde toccare, corde universali che turbano qualsiasi lettore, a mio avviso, in qualunque parte del globo.

Come dicevo qui intravedo un primo segno di lieve declino: il libro è a mio avviso inutilmente prolisso, oltre 640 pagine il cui fulcro della storia, la battaglia con i lupi, viene liquidato in 4 o 5 pagine. Davvero deludente e, soprattutto, frutto di un espediente narrativo indegno di un genio come il King. Procrastinare il climax è tipico di ogni opera, per carità, ma nelle tragedie in tre atti si pone al massimo entro la fine del secondo atto, quasi mai all’ultima scena, proprio perché porre il climax al fondo è fin troppo semplice e pare avere come unico scopo quello di tenere il lettore incollato a una storia che, altrimenti, potrebbe abbandonare! La scelta “appiattisce” la storia su un prototipo povero.

Inoltre, cominciano a comparire delle crepe in una saga per il resto fino a qui perfetta: Susannah, ad esempio, subisce un nuovo sdoppiamento di personalità. Ce n’era davvero bisogno? Non introduce nulla di nuovo e, onestamente, puzza di già visto. E’ pur vero che questo tomo è auto conclusivo, ma per l’autore di opere quali Shining o IT, questa mi pare una caduta notevole.

Tornando alla trama, ad arruolare il ka-tet di Roland per la difesa del villaggio è padre Callahan (personaggio ben noto agli amanti del King che di lui hanno ampiamente letto ne Le notti di Salem), che ripagherà la generosità dei pistoleri con la Tredici Nera, una sfera del mago.

 

L’intera fabula rimane nei confini di Calla BrynSturgis (questo il nome del villaggio), che vive nella paura ma che ha, come ogni raccolto, mele marce e mele buone. Il ka-tet di Roland servirà a scoprire le une e le altre. È una storia ricca di simbolismi alchemici, tredici nere, porte, e il diciannove, il tutto fuso in un western quasi puro: per stessa ammissione del King, Sergio Leone ha esercitato una influenza notevole sulla immaginazione dell’autore, che ha “riversato” tali influenze nelle atmosfere di questo tomo. Ancora una volta King fonde elementi esterni al western, inserendo elementi fantasy, tecnologia, horror, ma stavolta non è più una novità, quanto piuttosto un tratto peculiare del King che a tratti lo “caratterizza”, ma a tratti sembra indicare che sta toccando “la corda” del suo talento (che rimane mostruoso per tutto ciò che ha compiuto, sia chiaro).

 

Quasi a voler simboleggiare l’avvicinamento alla Torre Nera, lì dove confluiscono tutti i mondi, tra le pagine di questo romanzo compaiono pezzi dei mille mondi che il King ha “creato” con le sue opere, tratti da L’ombra dello scorpione (già nel precedente tomo, con la “superinfluenza”, era evidente un richiamo a tale opera), Cuori in Atlantide (richiami molteplici e molto stretti), Il Talismano (già visto come Jake sia decisamente affine a Jack Sawyer), ma soprattutto da Le notti di Salem.

Del King ho sempre amato questo suo vezzo di fare incrociare le sue storie, può sembrare in effetti un espediente (e in altri scrittori tale tendenza viene spesso aspramente criticata come un errore) perché con un semplice nome, si dipinge un intero personaggio, la sua storia, il suo passato, senza spendere una sola parola, ma “rimandando” ad un precedente romanzo e usando la memoria del lettore come un data base della CIA da cui il lettore stesso pesca in pochi attimi l’identikit.

Operazione non facile, e possibile solo per chi, come il King, può contare su milioni di lettori affezionati, dato che c’è il grave rischio che il lettore non conosca la produzione precedente e si perda gran parte del fascino del personaggio così rievocato.

 

Nel romanzo vi sono anche metanarrazioni, di cui ci sono esempi già nei primi tomi, così come in molte altre opere del King, e ancora una volta penso a Mark Twain e al suo vezzo di scriver storie che sembrano matrioske, in cui c’è una voce narrante che narra di un tizio che narra di un altro tizio che narra. Dunque padre Callahan racconta di vampiri e altre creature più temibili che gli hanno dato la caccia, e di alcune armi che sembrano quasi un vezzo satirico: piatti dai bordi molto affilati, che, guarda caso, vengono maneggiati ad arte dalle donne del villaggio (alzi la mano chi non ha pensato al classico cliché delle donne che rompono i piatti in una discussione!) Ovviamente queste donne verranno arruolate per combattere i Lupi.

Finita questa meta-narrazione, ne comincia quasi subito un’altra, di un altro anziano, che racconta come i lupi non siano immortali, dato che tempo addietro uno di loro fu persino ucciso. Anche qui, ferma restando la trama geniale, mi pare che il King inizi a far ricorso a meccanismi consolidati con una frequenza troppo alta; due metanarrazioni in un romanzo che è inserito in una saga, che a sua volta già contiene un bel po’ di metanarrazioni? Uhm.

 

Il King, nonostante siano passate alcune migliaia di pagine dall’inizio, non finisce di “ritoccare” i suoi personaggi, e così scopriamo che Jake ha sviluppato un ‘tocco’ potente, riuscendo a captare i pensieri del ka-tet (chiari riferimenti a Shining e al “tocco” del bimbo e del cuoco di colore, perdonate ma non ricordo i loro nomi!)

 

Sul finale della seconda parte, scopriamo che Padre Callahan ha qualcosa in comune con Jake, qualcosa di sconvolgente… ma che non posso rilevare perché sarebbe un grande spoiler. Comunque un elemento geniale!

 

Nel tomo trova spazio anche un riferimento a La bella e la bestia: Jake, infatti, ha scoperto che una rosa magica deve essere protetta, perché se le cadono i petali il male trionferà. A tal fine Eddie tornerà a New York (nel “nostro mondo”) per proteggere il custode del terreno su cui essa sorge. Qui scoprirà che c’è un infiltrato tra gli abitanti del Calla, un essere spregevole che è d’accordo con i lupi! Un colpo di teatro da maestro del King, che svolgerà ulteriormente questo “filo” facendo inscenare a Roland una assemblea in cui comunicherà un piano di attacco falso, evidentemente per depistare la “talpa”. Trama ben intrecciata, non c’è che dire.

 

La tensione sale per gran parte del romanzo, il lettore si aspetta questa benedetta battaglia, ma dopo qualche centinaio di pagine francamente scema grandemente, quando si capisce che occorrerà attendere la fine per (forse) vedere piombo e sangue. A mio avviso la battaglia andava posta molto prima, e soprattutto andava sviluppata di più, a discapito di altre parti del romanzo che mi sono sembrate superflue, come la storia di Padre Callahan, che poteva essere omessa facendo semplicemente affidamento sulla memoria del lettore (in questo tomo non si racconta molto di diverso di ciò che già era narrato nel libro Le notti di Salem). Sarà il segno di un declino sottilmente già in atto? Lo vedremo nella prossima recensione!

 

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno male, ma a causa di coloro stanno a guardare senza fare niente. Albert Einstein”. Preparatevi a stupirvi…è in arrivo il libro di Gianmario Mattei “Van Helsing.” Edizioni 2000diciassette e noi, vi sveliamo la cover! In attesa di averlo, finalmente tra le nostre mani….

segnalazione

 

In attesa di scoprire la verità su Van Helisng, gustatevi la sinossi…..

Sinossi

Amsterdam, 1438. Boudjiewin Van Helsing torna in patria per presenziare al fidanzamento della sorella Sonja con un ricco principe russo. È lì che lo attende il Fato. Appena sbarcato dalla Santa Trinidad, l’incontro con una creatura dalle orrende sembianze e dagli occhi demoniaci annuncia un pericolo mortale ed incombente. È il preludio al banchetto di sangue e morte che muterà per sempre le sorti dei Van Helsing. Menzogna e tradimento cammineranno di pari passo perché nulla è ciò che sembra. La ragione vacilla. Il terrore avanza e con esso l’inganno e la sete di vendetta dalle cui ceneri nascerà la “questione di famiglia”: l’arduo compito di combattere il soprannaturale.

Un compito che da Boudjiewin ricadrà, come solenne maledizione, su tutti coloro che portano e porteranno il suo nome.

E adesso….che l’attesa inizi!