Dire Fare Donare di A.A.V.V.: la cultura del dono e del volontariato nelle comunità in trasformazione. A cura di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/ )

23619252_1536072199805274_1783911112_n.jpg

 

 

È possibile che costruire nuovi ponti tra vita pubblica e vita privata rappresenti una condizione per favorire interazioni, legami fra le parti, relazioni interpersonali che variano la qualità di vita di una determinata comunità? Molti studiosi lo pensano, chiarendo che il capitale sociale si esplicita attraverso la connotazione fiduciaria, reciproca e cooperativa dei legami. Sostengono anche che sia possibile educare le persone ad avere fiducia, ingrediente di base del capitale sociale, dello spirito civico e solidale di una comunità.” ‒ Cinzia Migani

 

 

Dire Fare Donare” è un volume pubblicato a maggio 2017 dalla casa editrice Negretto Editore, curato da Cinzia Migani, Matteo Scorza, Andrea Pagani, Giancarlo Funaioli, Roberta Gonni, Ennio Sergio.

 

23666579_1536072159805278_1525585417_n.jpg

 

La premessa, a firma dei curatori, illustra la sua genesi frutto di riflessioni che si sono mosse dal progetto “Il volontariato è un dono di tutti. La cultura del dono per stare bene”. In apertura si citano le parole di Georg Simmel:

 

La libertà individuale non è pura determinazione interna di un soggetto isolato, ma un fenomeno di relazione. […] la libertà, come la non-libertà, è un rapporto tra uomini.

 

 

“Dire Fare Donare” consta di 272 pagine ed è suddiviso in tre parti. Nella prima di carattere introduttivo si espone il progetto, si toccano i punti salienti del volontariato ieri ed oggi, e della possibilità di costruzione di luoghi d’incontro per stringere relazioni durevoli. I paragrafi portano le firme di Cinzia Migani, Giancarlo Funaioli, Matteo Scorza ed Andrea Tieghi.

Nella seconda si sviscera il concetto filosofico-politico del dono con gli approfondimenti di Matteo Scorza, Arrigo Chieregatti, Giuseppe Licari, Andrea Pagani, Maria Rosa Franzoni, Alba Galassi, Cristina Zanasi, Stefano Zamagni, Alba Natali, Ennio Sergio, Federica Gallucci, Maria Francesca Valli ed Ivonne Donegani.

Nella terza sezione curata da Andrea Pagani ed intitolata “Racconti di dono” si passa dall’astratto al concreto, infatti il soggetto dell’investigazione è il racconto di vita, dunque l’esperienza del dono. L’introduzione “Creare – (ri)creare: tecniche di scrittura creativa” porta la firma di Roberta Gonni ed assieme alla Premessa “Il dono della narrazione” si anticipano i racconti di Elena Gardenghi, Melissa Cavina, Erica Balducci e Mattina Salieri, Alessandra Scisciot, Barbara Bellosi, Daniela Galassi, Maria Mancino, Tullia Marabini, Tiziano Gioiellieri, Paola De Simone e Maria Mancino, Mirella Morara, Stefano Balboni Nicola Cursi e Marina Mariotti, Paola De Simone, Maria Mancino e Mirna Turrini, Stefano Cavallini, Daniela Bartoli.

Essendo una pubblicazione variegata per l’approccio al donare che ogni persona racconta si è scelto di trattare tre contributi firmati rispettivamente dal direttore della rivista Narrare i gruppi Giuseppe Licari, il docente e scrittore Andrea Pagani e l’economista e docente universitario Stefano Zamagni.

Con il titolo “Spunti antropologici per una rilettura del dono e dell’identità” Giuseppe Licari introduce la sua argomentazione che indaga sul forte contatto dei due termini “dono” ed “identità”.

Focale il concetto di “obbligazione alla restituzione” inerente al dono. Licari cita lo studio “Saggio sul dono” di Marcel Mauss nel quale si sviscera la necessaria restituzione del dono ricevuto. Dare e ricevere diventano motori sociali che innescano quel gioco affascinante che vede l’impegno al restituire un bene che si è accolto. Connesso quest’ultimo non solo ai beni materiali, si pensi alla tradizione di un regalo per il compleanno, ma al dono della vita, del pensiero di poter allargare la comunità con la creazione di un figlio.

Limitare la necessità altrui, donare il proprio tempo, beni e parti di sé: questa l’essenza del volontariato che propone Licari trattando della crisi economica che da dieci anni si è diffusa in Italia. Si cita l’articolo 3 della Legge delega per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e del Servizio civile che

 

prevede di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383), assumendosi il compito di dare risposte a queste nuove necessità ponendo sempre maggiore attenzione alla rete dei Centri di Servizio per il Volontariato.

 

Una riflessione sul dono che intacca il modello Occidentale, perché donare nell’ampia accezione della parola non è il solo regalo al familiare oppure verso persone che hanno estrema necessità, dunque un atto di volontariato. Donare è libertà, non prevede necessariamente un compenso od un’aspettativa, è come un sorriso al momento giusto, uno strumento che ci permette di creare legami sociali, un bene relazionale che bilancia gli squilibri dell’economia.

 

Latouche direbbe che l’uomo occidentale ha subito la colonizzazione del suo immaginario con ogni sorta di particolari legati all’utilità dello sviluppo continuo e della crescita senza limiti, dove tutti potranno essere sempre più ricchi e gratificati nei loro bisogni e desideri.”

Giuseppe Licari

 

 

Con il titolo “La narrazione: esperienza individuale o costruzione di comunità?” Andrea Pagani ci trasporta in un treno che parte da Firenze ed arriva a Roma, ci racconta di una donna distinta che si siede nel sedile di fronte a lui. La donna ha circa sessant’anni, è molto elegante e dalla borsetta estrae un libro appena comperato. Inizia a leggere, gli occhi sono avidi e non si staccano per un solo momento dalle pagine tanto da apparire una lettura estatica.

Al capolinea, la donna si alza e depone il libro sul sedile. Solo in quel momento Andrea Pagani ha il coraggio di interloquire con il fascinoso essere umano indicandole il libro dimenticato. Ma la donna dalla profumata sciarpa turchese risponde

 

: “[…] L’ho lasciato apposta. […] se un libro mi intriga molto, non voglio andare oltre i primi capitoli e non voglio farmi condurre dalla soluzione del narratore. Mi piace continuare da sola. Mi piace pensare ai possibili infiniti sviluppi. Mi piace lasciare il libro così, sul sedile di un treno, a un destino imperscrutabile, sperando che un altro viaggiatore lo prenda, lo legga e magari, a sua volta, continui lo sviluppo della storia a suo modo, abbandonando il libro proprio come ho fatto io.

 

Quanto un evento di poche ore può aprire lucenti finestre nel pensiero?

Pagani lo rivela in questo ricordo, un’illuminazione sul donare storie ad un prossimo sconosciuto, un atto che denota la volontà di condividere la bellezza di una storia e la capacità di immaginare le possibili conclusioni della stessa. Un episodio che ha ispirato anche il laboratorio “Memoria, dono, identità” del maggio 2016 ad Imola nel quale Pagani ha voluto mettere in pratica la domanda provocatoria:

 

la narrazione è un’esperienza individuale o una costruzione di comunità?

 

Con il titolo “Il ruolo profetico del volontariato” Stefano Zamagni pone l’accento sull’amicizia civile considerata come autentica azione volontaria della società, che rende possibile le condizioni dell’instaurarsi del principio della reciprocità. La domanda posta da Zamagni è di ambito istituzionale in quanto si chiede ‒ e ci chiede ‒ se è possibile pensare al volontariato non solo come strumento utile per le carenze del welfare state ma anche per cambiare le istituzioni economiche. Secondo il docente, se prendiamo in considerazione la logica della gratuità e dell’etica del bene comune è possibile attraverso il volontariato valorizzare il talent nascosto che c’è in ogni persona.

Zamagni in una lucida analisi tratta il volontariato nell’ambito del neoliberismo considerandolo giustamente inquietante, infatti come può questo homo oeconomicus odierno che segue la logica del self-interest attraversare anche l’assunto antropologico di filantropo? La risposta è semplice: dovrebbe essere schizofrenico o bipolare così da rivestire i due modi dicotomici di azione nella società.

Sul sistema neostatalista invece sostiene:

 

L’assistenza per via esclusivamente statuale tende a produrre soggetti assistiti ma non rispettati, perché essa non riesce a evitare la trappola della “dipendenza riprodotta”. L’indecenza, nel senso dell’umiliazione, che il modello neostatalista tende a produrre è assai efficacemente resa dalle parole del protagonista del film La grande seduzione, una persona che vive di sussidi di disoccupazione: ‘Ogni mese non ritiri solo i soldi, ritiri anche la vergogna. I soldi non bastano che per quindici giorni, ma la vergogna dura tutto il mese.’”

 

Contraria a queste due logiche di mercato e profitto è invece il volontariato che diventa dono non solo a favore di un corto raggio (amici, parenti) ma come atto pubblico ed in quanto ambito dell’agire umano non deve essere relegato in spazi dedicati.

Il concetto di agire virtuoso si unifica con la fraternità e spinge alla riflessione della dimensione del gratuito.

 

In realtà, mentre quello di solidarietà è il principio di organizzazione della società che tende a rendere eguali i diversi, il principio di fraternità consente a persone che sono già in qualche senso eguali di esprimere la propria diversità, di affermare cioè la propria identità. È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici.” 

Stefano Zamagni

 

 

“Dire Fare Donare” è stato promosso da VolaBO – Centro Servizi per il Volontariato della Città metropolitana di Bologna, in collaborazione con la Città metropolitana, con il patrocinio delle associazioni regionali del dono di sangue e organi AVIS, AIDO e ADMO e con la preziosa collaborazione dei Centri di Servizio per il Volontariato in Emilia-Romagna, delle organizzazioni del terzo settore, dei DSM-DP (Dipartimenti di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche) delle Ausl, degli enti locali che hanno aderito alla rassegna, dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città metropolitana di Bologna, del gruppo regionale Teatro e Salute Mentale; con il supporto di volontari, operatori e cittadini che hanno donato la loro storia.

 

Le illustrazioni presenti in “Dire Fare Donare” portano la firma di Carlo Ferri.

La copertina è stata curata da Silvia Camporesi.

 

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

 

Info

https://www.ibs.it/dire-fare-donare-cultura-del-libro-vari/e/9788895967301

http://www.negrettoeditore.it/

http://www.volabo.it/

http://www.silviacamporesi.it/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/

 

 

Annunci

“La canzone di Susannah. La torre nera sesto libro” di Stephen King. A cura di Massimo Della Penna

canzone-susannah-stephen-king.jpg

 

 

La canzone di Susannah è il sesto tomo della saga, tra le sue pagine si vede ancora il vecchio King, ma vi è come una maledizione nella Torre Nera, e con l’avvicinarsi della “fine” a me pare si avvicini anche il tramonto del suo genio. Se ne I lupi del calla erano emersi problemi tutto sommato perdonabili (la ripetizione di alcuni meccanismi narrativi, il climax posto troppo in fondo e troppo in fretta, ecc.), qui le crepe iniziano a diventare vistose e deludenti, al punto che, se io avessi letto questo come primo tomo, non avrei continuato nella lettura della saga. La prima cosa che balza agli occhi è il ruolo che l’autore si è attribuito nella storia. La mia personale opinione è che ciò sia una manifestazione di un ego non solo strabordante, ma anche non più giustificato dal genio di un tempo (si può perdonare a Mishima di aver introdotto in “Colori proibiti” un personaggio scrittore che porta un nome che è anagramma del suo, ma lo si può fare perché in Colori proibiti il suo genio è ai massimi livelli). Ogni autore di una certa fama è tentato, prima o poi, di inserire se stesso come personaggio in una storia. Però il ruolo del “personaggio” Stephen King in questo tomo è centrale, troppo e, a mio avviso, del tutto fuori luogo. Vi sono anche degli infantili accenni ad un ritiro dalle scene della scrittura: mi è parso di vedere mia figlia di cinque anni quando se ne va in un’altra stanza piagnucolando e dicendo che non giocherà mai più con me, e nel mentre butta uno sguardo per vedere se la seguo e vado a pregarla di tornare…

La trama rimane comunque di ottima fattura (nessuna montagna frana in un giorno, direi): i pistoleri si mettono all’inseguimento di Susannah che sta per partorire quello che scopriremo essere un demone, o una “cosa”, e da qui si sviluppano tutta una serie di “viaggi” tra diversi quando e dove.

La fine della Torre Nera si avvicina man mano che i Vettori crollano, ne sono rimasti solo due e, se crollano, il perno dell’universo salterà. Roland e la sua banda combattono ma sono separati. Il demone che si è impadronito del corpo di Susannah ha usato la sfera del buio per trasportarsi in un altro mondo (New York 1999) e starsene al sicuro a partorire la “creatura”. Lei verrà inseguita da Jake, Oy e Padre Callahan. Nel frattempo Eddie e Roland andranno nel Maine (anno 1977) a incontrare… Stephen King!

Abbiamo già accennato al fatto che Susannah ha di nuovo una doppia personalità, la seconda “lei” è Mia, demone-donna figlia di nessuno. Sai la novità, direi.

La storia procede, come altri tomi della saga, con le vicende dei due gruppi che si alternano su un binario narrativo (avevamo già sottolineato come questa tecnica sia stata ben sfruttata anche da Murakami) e che conferiscono dinamicità alla narrazione, non troppo pesante anche a causa di una lunghezza nuovamente diciamo nella “norma”, essendosi limitato a “solo” 490 pagine. Nulla di nuovo in questa alternanza, anche se il meccanismo è così ben padroneggiato dal King che non si può recriminare altro se non di stare diventando un bravo scrittore (mentre in passato era un genio assoluto, il che è ben diverso).

Gran parte della storia è occupata dalla lotta tra le varie personalità di Susannah per scacciare il demone che la possiede. C’è da chiedersi cosa vi sia di nuovo, dopo aver visto L’esorcista. Anche su questo piano, novità zero, il che nel mondo del fantasy/horror, dove si può con qualche approssimazione collocare questo tomo, è un errore mica da poco.

Ho anche trovato banalità in alcune soluzioni narrative (la fine scontata della lotta, una certa prevedibilità dei dialoghi), e persino dei pretesi colpi di scena che tutto sono, a mio avviso, fuorché colpi di scena. Il coro di voci interiori, se non si vuol scomodare l’Esorcista, è comunque una chiara riedizione de Il gioco di Gerald. Anche qui, nulla di nuovo. Del resto, con una produzione ricca come quella del King, non ripetersi diventa negli anni impresa sempre più disperata.

Nel complesso, la fabula non fa enormi balzi in avanti se non per l’indebolimento dei vettori, quanto piuttosto di “lato”, essendo i viaggi dei protagonisti non solo attraverso lo spazio, ma anche il tempo. Chiaramente la coscienza è unica dei personaggi, per cui conservano limpidamente le esperienze negli altri “quando”.

Nell’ultimo capitolo (a riprova di un ego cresciuto non poco da L’ultimo cavaliere), vi è una sorta di diario di Stephen King in cui compaiono sprazzi della sua vita quotidiana e una sorta di “dietro le quinte” del concepimento dell’opera stessa che stiamo leggendo.

Francamente patetico l’indicare la sua stessa morte: lo hai già fatto con Richard Bachman, caro King, con tanto di foto di te che sei con una vanga davanti una lapide con il tuo nome (pseudonimo, a dire il vero): ma quanto ti piace fingere la tua morte?

In questo tomo, come detto, vi sono ancora molti sprazzi del suo genio, la rosa, i trasferimenti tra i vari mondi, la coerenza dell’insieme (compresa la comparsata del King-personaggio) sono quelli di un romanzo scritto da un professionista affermato, tradotto da un grandioso Tullio Dobner ed editato da gente del mestiere, nonché rivisto dalla prima lettrice del King, sua moglie Tabitha. Però, indubbiamente, nel terreno di questo romanzo i semi della crisi del “genio” King a me paiono essere ormai già sbocciati e cresciuti anche in gemme non più sotterrabili, non più nascondibili alla vista per mezzo degli sprazzi di genio che pure, come ripetuto, non mancano.

Verranno falciate queste gemme di crisi nell’ultimo (oggi penultimo) tomo della saga?

Vedremo nella prossima recensione!

 

Il blog è lieto di segnalarvi un bellissimo fantasy classico, dallo squisito sapore epico “Le torri di Kelt” di Walter Coccarelli, edizione Pubme. Leggetelo, non ve ne pentirete!

Cover.jpg

 

 

Quel mattino Akenor Roll si svegliò molto presto, il sole filtrava appena sull’orizzonte delle terre di Kelt. Le prime nebbioline che quel mattino sfioravano leggere l’erba della radura e l’aria fredda in arrivo dal mare sembravano annunciare il prematuro arrivo dell’autunno. Tutto era calmo come sempre, come se il tempo non volesse passare, come se le canzoni fossero finite e non avessero più nulla da raccontare, come se perfino il vento si fosse calmato per paura di rovinare quel paesaggio fermo da sempre.”

 

Trama:  

Inquietudini, un malinconico mare visto dalla verde scogliera di Senn.

Una piccola casa di legno dove da sempre Akenor vive tranquillamente con suo padre Jeren Roll, un tempo Capitano della Guardia Reale delle Terre del Sud, la “Guardia Azzurra”, ormai dimessa dal nascente potere dei Maghi.

Una battuta di caccia con gli amici del cuore e improvvisamente, senza saperne il motivo, Akenor da cacciatore diventa preda e deve lasciare tutto, braccato da un demone che suo padre sembra conoscere molto bene. In un istante la sua vita viene sconvolta da fantasmi del passato che suo padre aveva forzatamente voluto dimenticare e da un destino costruito a sua insaputa fin dal suo concepimento, diciotto anni prima.

 

“Osservando l’espressione incredula e sconcertata di Akenor il demone storse il muso aprendo gli occhi, poi rise forte… “Ma forse Jeren Roll non ti ha mai detto nulla della sua parte oscura…” Rise ancora più forte lacerando la notte con la sua voce roca. Poi continuò sibilante mentre i giovani erano impietriti dalla paura. “Si, sento che è così! Allora dopo tutto, questa notte non siamo stati sconfitti! Dopo tutto l’ombra nera di Aperion ha già messo radici in questa terra!”

 

Scomparve, ma l’eco del suo ghigno echeggiò ancora a lungo tra le fiamme.”

Cosa nasconde di così oscuro suo padre e cosa è accaduto di così terribile diciotto anni prima?
Il demone li insegue accanitamente con le sue schiere e nessuno sa cosa egli cerchi esattamente e il fine che lo muove. Forse vuole il giovane, forse suo padre, forse la piccola pietra nera che da sempre come un amuleto porta al collo.

Mille dubbi che porteranno il giovane Akenor ad attraversare la Terra di Kelt, dapprima in cerca di risposte, poi in cerca di suo padre rapito dal demone stesso per assecondare l’oscuro disegno del Male che andrà via via sempre più deliniandosi.

La fuga, l’incontro con personaggi di razze diverse, la magia delle Sei Torri, e con avvenimenti che sono dentro e fuori di lui. Domande che lo condurranno a vivere momenti di epiche battaglie che sconvolgeranno per sempre la Terra di Kelt.

Le Sei Stelle si sono svegliate nelle Sei Torri e i Sei Maghi hanno riacceso i sacri Fuochi. Waldoriani e Algoriani hanno schierato i loro poderosi  eserciti. Nel Nord gli Elfi aspettano notizie e a Sud già i nani affilano le asce in attesa dell’inevitabile confronto finale.
Akenor non lo sa, ma il destino di quel mondo è dentro di lui, perché solo lui ha il potere di sconfiggere il male e dissipare, infine, le ombre che accompagnano suo padre.

Quelle stesse ombre che sono dentro di lui e lo dilaniano.

 

 

Testata (1).jpg

 

“Le torri di Kelt”è una storia divisa in due volumi dove però alcuni personaggi si prestano a degli spin-off interessanti che forse il futuro vedrà nascere.

 

 

L’autore

Nato a Feltre(BL) ha sempre coltivato la passione per il “fantasy” letterario e fumettistico.
Grande appassionato delle storie di Conan di Robert E. Howard e dell’eroic fantasy in generale ho tuttavia abbracciato poi un fantasy più “morbido”rifacendomi un po’ alle “regole” non scritte dettate da Tolkien.

Attualmente lavora come fotografo e grafico e forse anche questo mi permette di dar vita a “visioni”che altrimenti non potrebbe, forse, concepire.

 

Contatti:   info@waltercoccarelli.it oppure: https://www.facebook.com/walter.coccarelli

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/letorridikelt/

Blog dell’autore:        mi concentro sulla pagina facebook…

Sito dell’autore: http://www.waltercoccarelli.it (ma riguarda il mio lavoro di grafico e fotografo…)

 

 

Dati libro

Titolo:             Le Torri di Kelt – Il Risveglio

Autore:           Walter Coccarelli

Editore:          Pubme

Genere:           Fantasy classico

Formato:        A5

Pagine:           440

Prezzo:           19.00 Euro cartaceo – 4.49 Euro versione Epub

ISBN:              9788871631042 cartaceo – 9788871631325 Versione Epub

 

 

 

Link acquisto: http://libreria.pubme.me/fantasy/113-le-torri-del-kelt.html?search_query=le+torri+di+kelt&results=1

oppure

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=le+torri+di+kelt

 

Card.jpg

 

 

Incontro con l’autore. L’arte e la scrittura: Antonio Lucarini ci racconta il suo libro “Strana Rana” Mezzelane casa editrice. A cura di Micheli Alessandra

www.mondadoristore.jpg

 

 

Strana Rana, edito da le Mezzelane, è un libro difficile e complesso ma di una bellezza ferina ammaliante. È un libro che resta dentro e scuote l’anima con una forza devastante, distrugge idee e le purifica, toglie il velo dell’illusione e ci restituisce quella complessa realtà, uccisa in un delitto perfetto, tanto per citare il mio amato Jean Baudrillard nel suo saggio “Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?

Ecco il dramma della modernità. viviamo in un mondo completamente avulso dalle leggi della logica e dai principi universali, quelli che mettono noi esseri umani, persone al di sopra delle leggi umane considerate pura emanazione divina:

 

L’uomo è più importante del sabato

 

disse una figura discussa e a tratti inquietante. Questo mondo è stretto, troppo basato sulla materialità e sulla volontà insulsa di mordere la vita a ogni costo, di raggiungere l’acme della passione, dell’emozione, fottendo la vita. Badate bene non vivendola, non muovendosi in armonia con essa, ma uccidendola con un atto violento. E il testo racconta questo viaggio onirico alla scoperta della verità, unico mezzo per rinascere. Ecco che essere neo-gnostici significa semplicemente portare l’uomo alla consapevolezza dei meccanismi societari, alla vera osservazione di quei valori che consideriamo inattaccabili, alla rivalutazione della percezione di noi stessi, anche se questo ci costringe a sfiorare l’abisso. Ecco che in un testo in cui la speranza sembra lontana, in cui l’annientamento totale di una collettività appare distruttivo, la speranza rinasce come una fenice dalle proprie ceneri. Perché solo quando riusiamo a porre le domande giuste, a sopportare la vista delle atroci risposte, abbiamo una speranza di riappropriarci del nostro vero valore. Ecco che Strana Rana racconta di questo viaggio.

Un viaggio che soltanto l’autore può raccontarci.

Ringrazio Antonio Lucarini che ha accettato di svelare il vero volto del suo immenso capolavoro.

Buon Viaggio

Micheli Alessandra

 

 

 

L’autore

 

12487064_1545969452391576_7031807076666958381_o.jpg

 

Antonio Lucarini Nato il 6 gennaio del 1963, Lucarini è laureato sia al DAMS di Bologna che in Filosofia all’Università di Macerata. È stato assistente alla regia a Roma ed è un filmmaker professionista (autore di parecchi spot, documentari, corti e videoclip).

Ha fondato una piccola compagnia di teatro che mette in scena i suoi testi, recitando spesso anche come attore principale. Dal 2006 Lucarini gira la sua regione con i suoi spettacoli teatrali. Le sue storie bizzarre e spesso grottesche e il suo universo inquietante, surreale e bislacco, hanno colpito, nel corso degli anni, diversi addetti ai lavori/giornalisti.

Ha scritto e rappresentato nove spettacoli teatrali in importanti teatri delle Marche, quattordici soggetti per il cinema e due sceneggiature complete: Jenny sembrava felice e Come fosse niente.

Strana Rana è il suo primo romanzo, nato da un suo vecchio soggetto cinematografico trasformato in letteratura.

 

 

 

 

A.Che cos’è Strana Rana

L. “Si tratta di un romanzo strano, per alcuni versi poetico, per altri eccessivo e sulfureo. L’ho scritto in un momento di acuta sofferenza, in cui pensavo che la mia esistenza non avesse più vie d’uscita. L’ho scritto circa un anno fa. Stavo per molte ore del giorno con un’ammalata mia parente. Vedevo nero ma ero entrato anche in una specie di stato di rassegnazione che mi donava una certa calma interiore”.

 

 

A.Che messaggio veicola?

L “Nel libro esprimo pienamente quello che penso del mondo, della società attuale e delle persone che mi circondano. Ogni giorno incontro individui rancorosi, egoisti, schiavi del sesso e del denaro, votati all’autodistruzione, secondo me. Mi imbatto spesso in persone che hanno subito violenza da piccole e ora vogliono riproporla agli altri. Cercano vittime per sfogare i propri istinti crudeli. Sono bambini che non hanno avuto amore, sovente. Quella che manifesto in Strana Rana è una visione cupa e feroce della vita attuale, ma credo sincera. Molti non vogliono ammettere che la nostra esistenza quotidiana sia così ma in cuor loro lo sanno che stiamo tutti sull’orlo del baratro. Il consumismo sfrenato è quasi diventato terminale, ora che l’economia è in crisi ed ha ucciso ogni sentimento, ogni relazione vera tra le persone. Emarginazione del diverso, dei disgraziati e umiliazione dei poveri: queste sono le costanti della vita che mi trovo davanti ogni settimana. C’è una corsa sfrenata verso la vittoria. Nessuno riflette mai che non è detto che vincere dia la felicità. E’ sbagliato anche lo stesso atto del competere per quanto mi riguarda. Molti genitori, e questa è la cosa più grave, distolgono le loro attenzione dai figli, negandogli l’affetto necessario, in questa folle corsa verso il successo. Credono che il benessere materiale renderà tutto più semplice, anche per la loro prole. Si sbagliano di grosso, a mio parere. Qualche persona dolce e soave c’è ancora in giro. La maggioranza dell’umanità è però composta da tizie e tizi egoisti, forsennatamente votati al sesso e al successo. Mostrano una doppia faccia”.

 

 

Perché scegliere il paradigma gnostico per parlare della società?

L. “Perché ritengo che quello che mi trovo davanti sia un mondo dominato da un dio molto diverso da quello di cui ci ha parlato la religione cattolica, in primis. Come i pensatori gnostici, credo che se una divinità così esista davvero, si disinteressi del destino delle sue creature, sia indifferente ai loro destini. Il mondo, come credeva Basilio Valentino ad esempio, penso sia gestito e retto da un Demiurgo crudele che gode della sofferenze dei gli esseri che ha generato: non si spiegherebbe, altrimenti la presenza del male che permea la vita dell’uomo sulla terra. Mai come nel secolo scorso e negli ultimi quindici anni la crudeltà e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, hanno raggiunto tali livelli. Sarò malato, ma vedo la vita attuale come un funesto ballo di fantasmi crudeli. Strana Rana è una specie di danza macabra che, mentre lo scrivevo, ha avuto effetti catartici per me. Mi ha liberato dalle mie malattie interiori. Come un novello alchimista, sono affondato nel nero del cuore(la fase del nero, l’opus nigrum alchemico) nella malvagità dei miei personaggi, dei miei pensieri, per riemergerne purificato. Per me descrivere la crudeltà e la violenza che l’esistenza opera sugli uomini, è un atto liberatorio che passa per la presa di coscienza iniziale del male che ci circonda. Negli ultimi tempi ci stiamo stupendo della violenza sulle donne, della violenza delle persone comuni. La violenza io l’ho sempre vista e soprattutto subita, fin da bambino. Rappresentarla mi purifica e mi libera”.

 

 

A. Il romanzo è definito,  definito neo gnostico. Puoi spiegarcene i motivi?

L. “In Strana Rana c’è un orrore continuo per la materia e la forma che ci inchiodano alla realtà. C’è un orrore tangibile per il concetto di nascita che ci catapulta in una dimensione che non conosciamo e non controlliamo. Valentina, la pittrice infelice del romanzo, non fa che disegnare creature acquatiche che perdono sangue per colpa di una specie di nascita dolorosa. Anche le due nuotatrici hanno a che fare con l’acqua, quella della piscina, essendo due ex campionesse dei duecento metri rana. Anche loro due, è come se fossero state costrette a venire al mondo e perdessero rossi fluidi corporei. La vita ha le sue regole ferine: o si mangia o si è mangiati. Nascendo le due protagoniste, sono state sottratte ad un mondo silenzioso, informale e perfetto. Sono uscite da un limbo perinatale che le proteggeva. Nascendo sono state obbligate a competere, a scontrarsi con l’altro per vincere e sopravvivere. Sono state costrette a consumare. Nel libro ci sono diversi fantasmi di bambini mai nati, abortiti/rifiutati dalle loro madri, che sono rappresentati come felici e non toccati dalla volgarità della vita. Anche per gli gnostici la forma e la carne erano una specie di condanna. Generare, per loro( e anche per un neo gnostico come Cioran) era replicare l’imperfezione che l’uomo si porta dietro da sempre. La stessa cosa la pensava Sant’Agostino”.

 

 

A. Cosa rappresentano davvero le due protagoniste?

L. “Lara Santini e Claudia Meloni sono due ragazze comuni nate negli anni sessanta. Tutte e due non hanno avuto amore dai genitori, seppur in modo diverso. Dopo aver cullato sogni e aspettative, si ritrovano alla deriva in età adulta. Sono personaggi complementari. Lara, dopo aver compreso subito gli inganni del mondo e della società dei consumi, cerca di fuggire da tutto, dal consumo e dal sesso. Claudia si getta nella lotta e nella competizione per il successo: è avida di erotismo spinto. Entrambe falliscono. Rappresentano anche due diverse modalità di stare al mondo nella società borghese. Con questi due personaggi dolenti e quasi agonizzanti, intendo ribadire che non c’è speranza, né salvezza nel mondo occidentale. Puoi anche lottare ma in ogni modo, perdi. Nel momento del bisogno, Claudia e Lara sono abbandonate da tutti.  In una società ossessionata dalla velocità, subiscono le insidie del tempo. Il tempo porta via a tutte due ogni cosa: la bellezza, l’interesse degli altri. Si ritrovano nel reparto oncologico dell’ospedale di Pavia ad osservare un giardino lussureggiante, che è una specie di Eden dal quale sono state espulse. Si ritorna al concetto di nascita dolorosa che è sotteso in ogni pagina del romanzo. Come diceva la canzone di Leo Ferrè, ‘Col tempo tutto se ne va. Col tempo sai, tutto scompare!‘. Il tempo che scorre inesorabilmente, è una delle dannazioni dell’individuo  che vive nella società dei consumi. In un mondo incentrato sulla materia e sui simulacri, il tempo non è un elemento della vita ma ti sottrae le cose. La canzone con cui Claudia meloni otterrà un effimero successo parla proprio di questo. Mi sono personalmente trovato di recente in un momento di bisogno e di sofferenza acuta: Nessuno ha avuto pietà di me. Ero allo sbando, alla deriva. Ognuno mi inchiodava alle mie scelte. Se avessi fatto  cose diverse avrei vinto, non sarei caduto in basso. Questo mi dicevano impietosamente. In realtà, la caduta, fisica, morale o economica attende ognuno, in un mondo fatto in questo modo. Bisogna solo aspettare. Claudia e Lara in fondo, non scelgono mai. Sono trascinate dagli eventi. Non riescono ad avere il controllo della propria esistenza, esattamente com’è capitato a me. Si accorgono quindi, che una vita di questo tipo, forse non è neanche degna di essere vissuta. E’ un sogno crudele nella mente di un dio cattivo”.

 

 

A. Simboli superbi accanto a un linguaggio che sfiora lo slang. Puoi spiegarci questa scelta.

L: “ Più che di slang parlerei di stile personale, sincopato, ritmico e a tratti paranoico. Non stavo affatto bene quando ho scritto il libro. I termini utilizzati e il modo in cui uso la punteggiatura e concateno le frasi, esprimono il mio stato d’animo di allora. Non è che ora stia così bene, ma sto comunque molto meglio. Non ho usato artifici linguistici per impressionare o far vedere una mia tecnica sbalorditiva di narrazione. Stavo male e mi sono espresso in un modo consono allo stato patologico in cui ero. Ogni pagina, quando la rileggo, mi crea dolore e tensione. Credo che anche al lettore medio accada la stessa cosa. Ero immerso in una specie di seconda realtà allucinatoria. Non penso che riuscirei a riprodurre quello stile ora che, per fortuna, sto un po’ meglio. In quel periodo ho scritto altri due libri. Il secondo è simile a Strana Rana: è cupo e disperato. Nell’ultimo che si chiama Fungo(dal verbo fungere…) esprimo un delirio acuto che però, sfiora la comicità surreale. Penso che il libro, se e quando deciderò di pubblicarlo, scandalizzerà e stupirà ancor più di Strana Rana. E’ un testo paradossale, in cui sfogo il mio dolore sfiorando il sarcasmo puro e l’ironia acida, Fungo. E’ un romanzo davvero inconsueto è bizzarro, Fungo. Il suo stile è ancor più sorprendente di quello di Strana Rana, ma è diverso. Per me l’arte è una sorta di liberazione dalla sofferenza. Per quanto riguarda i simboli usati, io sono sempre stato un appassionato di testi filosofici e religiosi. E’ chiaro che ho nascosto volutamente nel libro,  simboli ovunque, anche se devo ammettere che, scrivendo Strana Rana quasi in stato di trance da infelicità acuta, alcune metafore  e alcuni simboli del romanzo sfuggono anche a me”.

 

 

A. Il termine fottere è stato forse il termine più accusato: In realtà sembra un modo per inquadrare la tendenza a svalutare la vita intesa come esistenza. E’ quello che secondo lei accade?

L: “In Strana Rana uso un gergo quotidiano e colloquiale, crudo e forte, in sfregio ad un linguaggio politicamente corretto. Per me il politicamente corretto è il politicamente  sottomesso. La parola fottere non si significa solo fare sesso, ma soprattutto prevarica e umiliare l’altro, che spesso è una donna. Nel libro rappresento diversi uomini che usano e prevaricano le donne, come prevaricano chiunque si ponga loro di fronte come ostacolo. La vita in quanto esistenza è svalutata da un sistema  che mette ognuno in furiosa competizione con l’altro. Le donne, da sempre, sono spesso dei trofei da conquistare. Chi vince ha soldi, potere e desidera sfoggiare una donna bellissima che non di rado tratta come il suo cagnolino. Chi perde e viene escluso, a volte è condannato all’onanismo. Il gioco è questo. Alcune donne stanno anche al gioco. Molte fanno fatica a ribellarsi. I sentimenti e i valori, malgrado le apparenze, secondo me sono stati espulsi da tempo dal nostro stile di vita. Restano in sottofondo, perché fa comodo al sistema mostrare ogni tanto che l’esistenza è permeata di valori, quando ormai è una mera e feroce lotta. I media e le immagini pubblicitarie ci mostrano un mondo che spesso non corrisponde alla realtà. E’ il mondo che il sistema desidera farci vedere. Per quanto mi riguarda, in Strana Rana, ho descritto la realtà come la osservo io quotidianamente”.

 

 

A. Molti hanno parlato del libro come cupo e nichilista, ma esiste una luce in fondo al baratro?

L: “Strana Rana è un libro realista e delirante allo stesso tempo. A me(e figuriamoci  agli altri, che, infatti, cercano di sfuggire ad ogni riflessione sul quotidiano) accettare come stanno le cose e la realtà, crea uno stato interiore di ansia e delirio. In me il quotidiano e il mondo onirico si mescolano di continuo, senza soluzione di continuità. Nel romanzo Lara Santini e Claudia, non fanno che avere sogni, incubi e stati di delirio vigile. E’ difficile accettare che la nostra vita  sia ridotta a quello schifo che è, che sia spesso priva di affettività e di calore umano. I fantasmi infantili delle due protagoniste riemergono spesso dal loro inconscio, nel corso delle loro vicende umane. L’amore che non hanno avuto dai loro genitori, si trasforma in visioni di sesso, sangue e depravazione. Strana Rana è soprattutto un libro da cui emergono una straziante solitudine(che è la mia) e una mancanza d’amore forte. Certo, è un libro cupo ma non lo ritengo nichilista. Il nichilismo è quello della realtà attuale basata sul sesso, sul successo e sul possesso non solo di beni materiali e di persone ma anche di simulacri simbolici. Ormai non facciamo che scambiarci simboli, aveva ragione Baudrillard ne Lo scambio simbolico e la morte. Quello che compriamo o mangiamo non riusciamo più a valutarlo. Ci nutriamo di simboli. Se uso un farmaco che  magari non è efficace,  io sono felice lo stesso perché me lo presentano come una specie di unguento magico e salvifico. Entro io stesso nell’idea di salvezza. Aderisco a tele idea simbolica di guarigione. Stiamo in un inferno dei vivi che però è ricco di simboli lucenti che ci permettono di non vedere le fiamme ardenti. Io, personalmente, non riesco a barattare la tenera carezza di un genitore con un apericena con amici spesso falsi. Siamo avvolti dal nichilismo. Il libro prova a mostrarlo, in tutta la sua volgarità, tale nichilismo. Vuol fare una tabula rasa di tutte le ipocrisie e le false immagini che il sistema usa per raccontarci che esistono ancora valori come la famiglia o l’amicizia, per costringerci a continuare a vivere così, da consumatori negletti ed infelici. La luce in fondo al tunnel, in Strana Rana, a me sembra evidente. Bisogna fuggire con la mente a tali condizionamenti economici e sociali, attraverso l’ignavia estetica, attraverso l’osservazione dell’arte. Bisogna immaginare mondi diversi per modificare il nostro che è diventato insopportabile. Lara Santini non fa che andare a teatro o al cinema e anche se vede false immagini, tenta di immergersi così nella sua interiorità. Anche l’arte  ormai è condizionata dal sistema e allora bisogna immaginarne un’altra possibile. Valentina Pisa, l’artista infelice del libro, dice che dopo la sua morte. le sue opere finalmente sono diventate come dovevano essere. Il sistema, per fini economici, ci ha trovato un senso che ha imposto a dei consumatori passivi di icone e immagini. Un altro simbolo ricorrente del libro è quello delle mani. La creazione delle cose attraverso le mani ci ricollega alla nostra vita, al nostro io interiore. Creare con le mani ripristina il divino che c’è in noi, a mio parere. Lara è felice solo quando, come parrucchiera, tocca il cuoio capelluto delle sue clienti. Prova tepore ed affettività. Il contatto manuale è un contatto pieno e sensibile, direi quasi animico, con le cose e con le persone. Purtroppo, ormai viviamo in un mondo di simboli e di virtualità pura. La meta finale di questo mondo è la nostra infelicità. Consumando ci consumiamo. Per tutto ciò, Strana Rana non piacerà ai benpensanti”.

 

 

A. Filosofia e critica sociale: qual è per lei l’anima del libro?

L: “Ambedue sono l’essenza del romanzo! Per criticare bisogna pensare e riflettere. Ogni critica fatta senza aver elaborato prima un sistema di pensiero relativo ad una cosa o ad una situazione, e presuntuosa e mendace, a mio parere. La voce narrante di Strana Rana, non fa che riflettere sulla realtà, sul perché di tanta crudeltà e violenza. La stessa voce(che poi è la mia personale) ogni tanto spruzza acido  su certe situazioni, su certi comportamenti e modi di pensare. Strana Rana è un romanzo in cui sia il narratore che i personaggi si trovano davanti ad una realtà orrenda e anaffettiva. Non fanno che riflettere su ciò che affrontano e spesso non hanno pietà nel giudicarlo e nel giudicare anche se stessi, in quanto incapaci di cambiare le cose. Capisco che , a volte, il lettore si senta aggredito da certe affermazioni ma mi sono sentito di farle. Io stesso, rileggendo il libro, ho provato spesso tensione e fastidio in ogni pagina: ma è un fastidio utile a risvegliare la coscienza. La voce narrante del libro è spesso la coscienza profonda che mi trascende e che  tenta di fare aprire gli occhi, a me e al lettore”.

 

 

A. Quanto di Lucarini c’è nel testo?

L: “Strana Rana è Antonio Lucarini, è il suo io interiore, il suo Sé, come direbbe Jung. Nel libro ci sono il mio modo di pensare e di essere, c’è la mia maniera di esprimermi. C’è la mia dolcezza. C’è la mia poesia, ma c’è pure il modo impietoso con cui osservo la vita e gli esseri umani. Claudia e Lara sono due aspetti diversi e complementari della mia personalità: sono la mia parte passionale e furiosa e la parte di me che tenta di sfuggire alla volgarità dell’esistenza, ma non ci riesce mai. Strana Rana è un romanzo che mi rappresenta in tutto. Vi dico spesso cose personali di una sincerità imbarazzante. Non dirò quali. E’ un libro rabbioso in cui rappresento molte situazioni dolorose e difficili in cui mi sono trovato, in cui esprimo il mio disprezzo per un’ umanità ferina, senza cuore e dignità”.

 

 

A.Che cos’è per lei lo sport?

L: “ I principi di De Coubertain ormai sono stati abiurati. Se lo sport li avesse seguiti, ormai non esisterebbe più. Gli sponsor dei vari campioni sono le multinazionali. Non si gareggia più per stare assieme agli altri, per il gusto di farlo. Si deve arrivare primi. Del secondo si parla poco, del terzo mai. Quelli che parlano ancora dello sport(e sono la maggioranza) come fucina di valori, mi fanno sorridere. Ormai è chiaro che molti hanno usato sostanze illecite per vincere. Conta solo quello. La vittoria è la legittimazione del fatto che uno ha il diritto di svettare sull’altro. Lo sport invita ormai solo ad adeguarsi alla ferocia di un mondo competitivo e globalizzato. Se vinci esisti. Se perdi, no. Se arrivi un frazione di secondo dopo un altro, vinci solo una targa di zinco. Non avrai ville, donne bellissime e  macchine lucenti, per pochi millesimi di secondo. Ti sentirai un escremento. Poi anche il vincitore, prima o poi, perde. Allora diventa un escremento come chi ha battuto in precedenza. La vittoria dura poco. E’ uno stato illusorio. E momentaneo di beatitudine A questa logica sfuggono sentimenti come l’amore e l’affetto. Sono ormai valori di cui tutti si riempono la bocca ma che non seguono mai. Lo sport allena l’individuo occidentale negletto a competere per sopravvivere. I benpensanti non saranno d’accordo con me ma io credo che le cose stiano così. In Strana Rana Lara e Claudia sono distrutte dalla competizione sportiva. Non vogliono più gareggiare. In un brano del libro, io affermo che c’è una piccola, ristretta e misteriosa oligarchia che non entra mai in competizione: lascia che siano gli altri a scontrarsi. Prima o poi, chi accetta di gareggiare, perderà. Anche Bando Turchi, che nel libro ha una breve relazione con Lara Santini, è un ex sportivo. Ormai  è una specie di derelitto che vive solo di rimpianti. In ogni pagina di Strana Rana, la mia voce interiore è come se m’invitasse, e invitasse il lettore, a non gareggiare più, ad oppormi a tutto questo. Nella competizione sfrenata, perdiamo di vista i nostri valori interiori. Trascuriamo la nostra voglia di sentirci un tutt’uno con gli altri.  ‘Ribellati! Ribellatevi! Non entrate in competizione. Amate. Vivete! ‘  grida in ogni riga di Strana Rana, tale  voce interna”.

 

 

A. Motivi per leggere Strana Rana?

L:” E’ un romanzo che può turbare e infastidire ma che sorprende, pagina dopo pagina, per i temi e per lo stile. E’ un’opera che fa riflettere, che tocca argomenti scomodi ma che credo sia necessario trattare. E’ un romanzo coraggioso e provocatorio, che stimola e scuote. Strana Rana è soprattutto un libro catartico che fa affondare il lettore nel male, in un abisso oscuro, per costringerlo a depurarsi. E’ un libro forse fin troppo denso di spunti narrativi e di idee, che si deve leggere con massima concentrazione, che è necessario rileggere più volte. Credo non si tratti di letteratura di consumo: tutt’altro”.

 

 

A.Il titolo cela un mistero senza svelarci nulla. Puoi dare qualche indizio per comprenderne il significato?

L: ”Ho già spiegato che il titolo si riferisce al fatto che le due protagoniste nuotavano i duecento metri rana, ma non solo. In particolare, Lara Santini nuotava, da adolescente, lo stile rana in modo assai personale. In quello stile esprimeva tutta se stessa. La sua era una strana rana, per l’appunto. La Strana Rana è anche l’esistenza violenta e crudele che si è costretti a vivere se si vuol sopravvivere nel nostro mondo, ormai votato ad un capitalismo che io definisco terminale.  Il titolo, per certi versi, non è poi così diverso, in quanto ad allusioni e a contenuti, a quello che  Burgess ha dato al suo capolavoro: Arancia Meccanica”.

 

A. Vita come illusione o esistenza come gabbia?

L: “La vita per me è tutte e due le cose. E’ una prigione che ti impedisce di essere libero. E’ importante da chi nasci. E’ fondamentale quello che sei disposto a fare per svettare sugli altri. La vita è anche illusione, se non vuoi vedere la crudeltà che ad essa è sottesa, se vuoi pensare che le cose andranno comunque a finire bene. Questo è quello che ci dice il potere, per venderci gli oggetti e le cose. Il lieto fine  che ci hanno inculcato è sempre strumentale. Se compri questo o quello le cose miglioreranno! Se consumi simulacri starai al centro della vita stessa! Sono tutte fandonie! Purtroppo è un circolo vizioso: anche molti di quelli che vorrebbero una decrescita economica e dei consumi, penso che di notte sognino aragoste e bolidi veloci. Io la penso così! Siamo incastrati in un modo di pensare che ci opprime. Ce lo hanno iniettato come un veleno dolce. Dobbiamo fuggire con la mente, immaginare qualcosa di diverso. Per acquistare devi integrarti e rinunciare alle tue energie interiori, alla tua spiritualità. Devi riprodurti, facendo figli che diventeranno presto consumatori passivi e tristi”.

 

 

A.Ci lasci con una frase tratta dal libro.

L” Ok. E’ una frase che per me riassume il senso di un’esistenza materialistica e carnale, non votata alle meditazione profonda e alla ricerca quotidiana del senso delle cose,  di nuove forme di esistenza possibili;

Tutti noi si fotte, si fotte e poi arriva la notte! ‘ “

 

 

 

 

 

Ringrazio dal profondo del cuore l’artista Antonio Lucarini per avermi concesso l’onore di intraprendere questo infinito viaggio, ma soprattutto ringrazio la casa Editrice Le Mezzelane per aver avuto la genialità e il coraggio di proporre un libro di così alto spessore. E di averi concesso l’onore non di leggerlo ma di assorbirlo dentro di me parola per parola. Questi sono I LIBRI. Quelli che non smetteranno mai, finché si ha vita, di raccontare.

 

 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.
Marcel Proust