La comunicazione batesoniana come rimedio alla non violenza. ( Tratto da Verso Un’atropologia del peacekepping, il modello di Gregory Bateson) di Alessandra Micheli)

Oggi, per chi fosse ancora ignaro dell’evento, si celebra la giornata mondiale contro la violenza di genere. Il blog che gestisco, tranne le solite richieste, non contribuirà a questo giorno. Il perché è di un’ovvietà abbagliante: perché crediamo che bisogni lottare OGNI giorno contro la tendenza allo squilibrio dell’essere umano di cui la violenza è l’esempio più lampante. Noi lottiamo ogni giorno attraverso i libri, invitando ognuno a pensare.

La violenza è il modo, bizzarro visto da uno studio esterno, con cui l’essere umano, animale sociale utilizza l’istinto positivo dell’aggressività. Mentre in un contesto etologico e selvatico l’aggressività è sinonimo di autoconservazione, quindi di reazione istantanea e istintiva a un pericolo, per sé e per la comunità di cui fa parte (pensiamo alla gatta che diventa un demonio quando qualcosa o qualcuno minaccia i suoi cuccioli) noi la riversiamo o a noi stessi o nel peggiore dei casi verso una parte della società. Distruggendone l’equilibrio omeostatico.

Cos’è questo equilibro?

Dicesi equilibrio omeostatico, quella capacità da parte di un organismo di mantenere un equilibrio interno stabile, grazie a un insieme di processi di regolazione e contro regolazione che agiscono ogniqualvolta si verifica una variazione delle condizioni esterne. E la società è un organismo complesso formato da singole parti una legata all’altra in un rapporto di interdipendenza. Uccidere, aggredire, deturpare una di queste componenti porta al disordine.

Ora come regola la società, fatta non di organi ma di persone, questi rapporti di interdipendenza caratterizzati dalla diversità?

Tramite la comunicazione.

Per prevenire quindi ogni disordine, sia esso la guerra, sia la devianza, sia la violenza e l’esclusione sociale regolata da stereotipi, è necessario che ci sia una buona COMUNICAZIONE.

Come, direte voi con le vostre facce stupite, per evitare la violenza basta la comunicazione?

Sì. L’educazione, la crescita morale, l’apprendimento, addirittura la crescita biologia passano attraverso lo scambio, costante, di informazioni tra una parte e l’altra. E tutto questo ce lo spiega un grande uomo, un certo Gregory Bateson.

Uffa, diranno in molti, co sto Bateson!

Ebbene ragazzi, oltre a essere stato il protagonista indiscusso dei miei studi universitari (la mia tesi era su di lui, quindi mi piace pubblicizzarla, denunciatemi) trovo i suoi studi terribilmente attuali. Vi invito a leggere, anzi a assorbire i suoi testi “Mente e natura” “dove gli angeli esitano” “verso un’ecologia della mente”. Lasciate per un attimo After, e la James e provate a inserire le sue teorie nelle vostre vite. Ne sarete stupiti.

La comunicazione rappresenta uno dei fattori chiave grazie al quale le persone non solo entrano in collegamento tra di loro ma gestiscono i loro rapporti sociali, una comunicazione disturbata o una comunicazione in cui uno o più elementi sono risultati incomprensibili a una parte, può causare comportamenti patologici. Bateson individua principalmente tre tipi di incomprensioni nelle relazioni umane: nelle comunicazioni, nelle relazioni e nei modi di vivere. L’epistemologia batesoniana suggerisce tre importanti cambiamenti nelle nostre percezioni, nei nostri atteggiamenti e nelle relazioni:

  1. Smettere di cercare il controllo degli altri e cercare invece il miglioramento della partecipazione collettiva
  2. Smettere di trattare gli altri come macchine e cercare invece relazioni spontanee
  3. Smettere con l’abitudine alla manipolazione unilaterale del prossimo e cercare invece la creazione di modelli sociali di co-evoluzione.

Lo stile di conversazione di Bateson offre interessanti spunti per analizzare in profondità alcune questioni legate agli esseri umani in quanto specie comunicativa, in particolare per quanto concerne le diverse modalità con le quali impariamo a trattare gli altri nelle nostre reti di comunicazione.

 Lo stile di conversazione di Bateson era

 “era tale da rendere impossibile all’ascoltatore definire il contorno preciso delle sue storie. Molte persone erano incapaci di seguirlo e molte trovavano i suoi scritti eccessivamente difficili da comprendere”.

Questo stile personale risultava coerente con le sue teorie; per esempio, rispetto all’idea che per noi sia meglio non vedere i contorni delle conversazioni allo scopo di aumentare le possibilità di una partecipazione creativa da parte di ciascuno. Quindi è meglio parlare ed ascoltare in maniera circolare, indiretta e metaforica, in modo da mantenere nascoste le diverse caratteristiche del contesto trattato. Bateson esponeva le sue idee sotto forma di storie, aneddoti scherzi e osservazioni in apparenza sconnessi senza dire nulla in modo compiuto e indiretto, fermo nella sua convinzione che, forse, si raggiunge una migliore comprensione quando si è in grado di afferrare da soli le connessioni in un atto creativo. Bateson, al massimo, indicava l’area nella quale la struttura poteva essere percepita con un po’ di sforzo personale. Questo stile particolare di comunicazione si presentava quale modello o struttura di relazioni interpersonali da imitare, capire e riprodurre liberamente. In particolare, il metalogo (Il metalogo è una conversazione immaginaria tra un padre e una figlia su un argomento problematico. Inizia sempre con una domanda della piccola figlia, domanda che permette a papà Bateson di introdurre le sue teorie. I metaloghi non terminano mai con certezze, ma lasciano la possibilità di porsi molte altre domande.)  “Perché le cose hanno contorni?” fornisce un punto di partenza per un’analisi più accurata degli stili di comunicazione. Questo metalogo contiene molte indicazioni per capire quando le conversazioni sono ambienti salutari o non salutari per coloro che vi partecipano. In particolare si possono dedurre tre importanti cambiamenti nei pensieri e nelle azioni, quelli che Bateson considerò come fondamentali per qualsiasi cambiamento costruttivo nella nostra organizzazione sociale: l’attenzione nel vedere relazioni al posto di oggetti, un nuovo stile comunicativo nelle relazioni interpersonali, percepire forme organizzate al posto della percezione di quantità.

Il metalogo in questione è questo:

Figlia. Che cosa vuol dire per te che una conversazione ha un contorno? Questa conversazione ha avuto un contorno?

Padre. Certamente sì. Ma ancora non possiamo vederlo, perché la conversazione non è ancora finita. Non si può vederlo mai, quando ci si è nel mezzo. Perché se tu potessi vederlo, saresti prevedibile come una macchina…

Figlia. Non capisco. Prima dici che è importante essere chiari nelle cose. E tu ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E poi pensiamo che è meglio essere imprevedibili e non essere macchine. E tu dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione finchè non è finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o no, Perché tanto non possiamo farci nulla

Padre. Si lo so..e io stesso non capisco…Ma comunque chi ha voglia di farci niente? (Bateson Verso un’ecologia della mente, pag 63)

Ecco fornito su un cesellato piatto d’argento una prima indicazione importante che riguarda la chiusura organizzativa della conversazione ed i suoi confini e come l’interazione tra queste due caratteristiche genera reti conversazionali molto diverse. Si intravede così, una possibilità di ottenere una comprensione alternativa di quelle diverse forme di conversazione nelle quali Bateson sottolinea il bisogno di uno spostamento verso un nuovo stile di comunicazione interpersonale, basato sull’ottimizzazione della partecipazione piuttosto che sul controllo dell’espressione delle persone. Esaminando il metalogo più dettagliatamente, possiamo riassumere il primo problema della conversazione interpersonale come il conflitto che nasce nello scegliere tra l’alternativa al tentativo di controllare gli altri nelle conversazioni e quella di incoraggiare la partecipazione attiva degli altri nelle conversazioni.

Il contorno della conversazione è una caratteristica cruciale (o un contrassegno) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un coinvolgimento aperto e dinamico tra persone è impossibile percepirne i contorni perché essi vengono generati dall’interazione momento per momento tra i partecipanti. Tuttavia in una conversazione chiusa e predeterminata, i contorni sembrano troppo chiari e prevedibili, appaiono come una presenza obbligata, oppressiva e unidirezionale che esclude i contributi personali. Il nostro parlare è controllato. Il valore opposto al controllo degli altri è il concetto di partecipazione di tutti alla costruzione del loro sistema relazionale ampio e globale. Bateson, sottolinea l’importanza di vedere l’intero sistema di interazione tra individui, nel quale tutti sono incorporati in una più ampia totalità e come la nostra personale sopravvivenza dipenda da questa rete di conversazioni sovra-ordinata.

Dal punto di vista di Bateson, ci deve essere un’estetica mente/natura nel nostro modello. Questa è un’unità necessaria, che va apprezzata, comprendendo che la mente non è confinata all’interno della scatola cranica, la mente è un fenomeno al quale noi prendiamo parte, mentre passa, si estende, o condivide la nostra partecipazione nel suo viaggio lungo il suo circuito di esistenza. Dobbiamo essere attenti su come partecipiamo a questi circuiti dato che qualsiasi umana malvagità, arroganza, presunzione tenderanno a trovare i loro riflessi patogeni nelle parti di natura che diventano folli.

La questione riguarda in quale misura i nostri sistemi di conversazione siano fondati sul controllo, ostilità, manipolazione e perciò in quale misura noi siamo in grado di partecipare apertamente nei sistemi di comunicazione dentro i quali viviamo. Passiamo molto tempo in conversazioni nelle quali si fanno sforzi estremi per eseguire un controllo unilaterale o per incanalare la direzione della conversazione, i suoi limiti, o i suoi confini, con il deliberato intento di arrivare ad una destinazione preconcetta. In una rete aperta, relazionale, salutare non si possono vedere i contorni fino a che la conversazione non sia conclusa, nelle reti non salutari, invece, ognuno sa che le sue parole non hanno una reale influenza nella discussione, o sa quello che gli altri si aspettano che lui dica. La scelta è tra quella di essere controllato o imparare a controllare sé stessi o gli altri, oppure di elaborare creativamente cambiamenti continui nel proprio sistema di vita. L’illusione sottintesa a queste pratiche è basata sulla convinzione che una persona possa impegnarsi in una specie di auto-manipolazione basata in gran parte sul parlare o sul controllo attraverso il parlare; per Bateson, semplicemente non esiste un parlare potente che possa sciogliere curare o rimuovere il dolore o i problemi che causano la sofferenza umana.

Gli altri tipi di errori rilevati dal metalogo in questione, riguarda la metafora dell’uomo come “macchina.” Bateson ci mette in guardia contro le metafore che noi stessi scegliamo, perché queste creano uno spazio all’interno del quale dobbiamo vivere e in questo vivere arriviamo ad essere plasmati dalle metafore che selezioniamo inizialmente. Possiamo trovare difficile giungere a percepire il tipo di metafora che vive dentro le quali viviamo o che vive dentro di noi. Questo rende molto difficile liberarsene, dopo che sono diventate un ostacolo o una limitazione, anziché un mezzo di trasporto utile. Siamo nati nel flusso di interazioni create nello spazio delle metafore sociali dominanti che rimangono in massima parte tacite ed invisibili, in quanto date per scontate. Dentro questo spazio le nostre analisi, il nostro lavoro e le esperienze personali, sono continuamente forgiate, modellate e fornite, a nostra insaputa, di una direzione predeterminata. Bateson credeva che la logica non andasse bene per capire le forme viventi. Per raggiungere la comprensione del vivente e dell’uomo in particolare, era necessario usare le metafore. Proprio perchè la logica non era adatta per la comprensione del dominio del vivente, Bateson, critica frequentemente, anche quel particolare gruppo di metafore usate abitualmente, specialmente quella newtoniana del mondo come macchina. L’idea che dovremmo essere efficienti come macchine è oppressiva e porta ad una situazione di abuso, le capacità di previsione, improvvisazione, generazione spontanea vengono ignorate e rinnegate. Per Bateson, l’approccio sistemico era la migliore alternativa valida alla metafora della macchina. Mediante questo modello, egli fu in grado di trovare un’organizzazione dietro alle strutture formali esplorate dai vari modelli scientifici e dalle varie discipline scientifiche. Se le definizioni devono avere come base le relazioni, l’approccio sistemico è un approccio che rispetta l’autonomia auto-organizzante di un più ampio sistema relazionale che ha le sue proprie ragioni.

La terza questione riguarda l’attitudine a voler cambiare le cose, nel voler riparare o interferire in qualche modo con le cose come sembrano essere in quel momento, sempre dal punto di vista di una parte del sistema che prova ad incollare, controllare, organizzare, il resto del sistema nel suo insieme. Bateson mise sempre in guardia i suoi colleghi scienziati come i suoi studenti dai pericoli della finalità cosciente; essa, infatti, oltre ad essere un concetto insensato distoglie l’attenzione dalla qualità delle cose per fissarla sulla quantità. Ad una conferenza organizzata da Brad Kenney del 1979, Gregory esortò a rimpiazzare o riequilibrare l’ossessione per le quantità con le capacità di percepire qualità e organizzazione. In effetti ad una più attenta analisi la manipolazione si verifica più spesso attraverso la riduzione di tutto in quantità. Noi usiamo la metafora quantitativa anche per dare un senso al nostro mondo interiore di soddisfazione personale; la prospettiva di manipolazione di oggetti si estende così alla manipolazione di noi stessi. Questo modo di vivere causa patologia nella cultura e nelle relazioni reciproche. Trattare i beni e il denaro come se fossero entità qualitative è un errore epistemologico poiché essi sono meramente quantitativi.

Uno dei modi in cui la patologia viene generata dall’ossessione per la quantità è nel cercare di massimizzare i nostri possessi quantitativi.  La nostra società è basata sull’accumulazione di quantità di denaro, di potere, di successo. La comunicazione tra le parti di un sistema, diviene manipolativa nel momento in cui trasporta questi errati concetti epistemologici che impediscono il riconoscimento dell’organizzazione strutturata della vita. La comunicazione infatti cementa in modo saldo e duraturo le nostre percezioni della realtà; se queste sono falsate e distorte di conseguenza tutto il campo dell’esistenza sarà trascinato verso il disastro da una patologia irreversibile.

Secondo Bateson, dunque, ogni persona deve essere incoraggiata a essere pienamente presente e attenta agli scambi che sono contraddistinti da genuini legami sociali. Ogni partecipante ha relazioni che influenzano le relazioni degli uni con gli altri, quali componenti delle stesse reti di conversazioni. Se le persone si ritrovano in reti di conversazioni potenzialmente patologiche o morenti, sono incoraggiate ad essere manipolative nel trattarsi reciprocamente come macchine. Questo ha l’effetto di cancellare valori umani universali dalle reti comunicative come quelli della mutua assistenza, della mutua accettazione e della mutua comprensione.

Ciò che viene drammaticamente cancellato è il senso di reciprocità goduta dagli esseri umani nelle reti che consentono relazioni sociali genuine.

Senza reciprocità non esiste il modo in cui, le relazioni umane, possano co-evolversi lungo il percorso della fiducia, dell’onestà e della non violenza; l’unica maniera di ritrovare il paradiso perduto, è quello di compiere cambiamenti radicali nel modo di intendere noi stessi come esseri viventi in una possibile ecologia della mente di stampo batesoniano.

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“Le tribolazioni di un’italiano in Cina” di Adrea Pasquale, booksprint editore. A cura di Alessandra Micheli

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Che la letteratura sui viaggi abbia appassionato ogni generazione, compresa la mia è un dato di fatto. Credo che i testi di Salgari, alla scoperta di nuovi luoghi inesplorati, attraverso mari in burrasca e lotte, spesso, crudeli tra galeoni, siano il modo migliore per sposare la propria quotidianità, immergendola in un mondo forestiero. E cosi vale per la bellezza dei testi di Verne, come l’isola misteriosa, o il giro del mondo in ottanta giorni. E vale anche per il bellissimo viaggio del “guascone” Sinbad, così avido di nuovo da spingersi fino ai confini del mondo nella raccolta profumata di spezie e mistero delle mille e una notte.

Ma il libro che più di tutti esemplifica cosa davvero sia il viaggio è senza dubbio Sulla Strada di Keruoac. Questo libro, pubblicato nel 1957 fu il manifesto di riferimento per la beat generation (il movimento beat fu un grido di ribellione anticonformista di un mondo giovanile in rivolta contro la staticità borghese) e contiene una frase che più di ogni altra identifica l’essenza della letteratura di viaggio:

««Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»

«Dove andiamo?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare».

Ecco cos’è il viaggio. È un percorso spirituale, una sorta di profonda iniziazione psicologica e etica che plasma e trasforma il fanciullo in uomo, il borghese il ribelle e l’uomo anonimo o comune in eroe. È il cambiamento che viene discusso, raccontato, spiegato da tutti questi autori appartenenti a diverse epoche e ai più disparati contesati sociali: il cambiamento

In ognuna di queste avventure, di questi spostamenti mai solo fisici, il protagonista cambia letteralmente la percezione di sé stesso e di conseguenza, della società in cui è inserito. E tutto questo, lo ri-sottolineo tramite il necessario e troppo spesso sottovalutato, incontro con l’altro.

Ecco il senso del viaggio:

Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.

Josef Koudelka

Le tribolazioni di un italiano in Cina fa parte di questa fondamentale letteratura che attraverso una visione scanzonata, ironica e sarcastica della vita, delle nostre piccole idiosincrasie e delle quotidianità che ci appartengono riscopre il valore autentico e universale del confronto. Ed è grazie all’altro, il diverso da noi che riusciamo spesso a uscire da una prigionia molto insidiosa, fatta di abitudini e di arretratezza mentale, che esiste e ci connota, nonostante l’appartenenza alla gloriosa élite di un mondo occidentale in continua evoluzione. Forse ci evolviamo in mero senso tecnologico, forse alcuni a livello economico, ma a livello di schemi mentali facciamo tutti parte di quella descrizione della provincia molisana che è una delle chicche del testo:

 

I cambiamenti tardano ad arrivare e spesso e volentieri non arrivano mai. Non esistiamo per gli altri, ma a noi non è che gli altri piacciano poi così tanto. Non siamo quello che definireste un popolo ospitale. Guardiamo con diffidenza un viso non conosciuto o un po’ troppo diverso

Abbiamo le nostre festività, i nostri riti e le nostre processioni. Li ripetiamo fin dagli albori del tempo. Siamo tutte comari di paese. Ci piace parlare e sparlare di fatti e persone del nostro piccolo mondo

Ognuno ha il proprio metro di giudizio di come la vita dovrebbe essere, come si confà a ogni realtà provinciale che si rispetti.

Non esistiamo, dicevo. Siamo la Contea d’Italia. Ignorati dal resto della Terra di Mezzo. E ci va bene così.

Se leggete questa descrizione perfetta non ci trovate solo una regione italiana ma un intero mondo che appartiene a tutti. Tutti siamo rinchiusi nella nostra “Molise psicologica” dove ci accoccoliamo protetti come nel ventre materno, convinti che sia l’unica realtà possibile, ignorando le voci esterne come inutili e fastidiose, coscienti che l’unica verità è in quella piccolissima porzione di esistenza che mai esiste e mai esisterà. Perché mentre noi piccole formichine operaie laboriose e ottuse costruiamo felici le nostre barriere, tappiamo quei pochi spiragli da cui non sia mai potesse abbagliarci il sole, cosi impermeabile all’esterno troppo bloccata sulle sue abitudini, sulle sue storie, e sulle tradizioni assolutistiche. Sempre suo, mio, loro e mai nostro, mai di tutti, mai della collettività. Un noi e altri così netto e cosi angoscioso che bene rende il senso di chiusura claustrofobica che alcune anime sensibili avvertono.

Parliamoci chiaro. L’essere umano detesta cambiare, qualcosa dentro la sua mente lo spinge a restare sempre nello stesso punto a essere come disse quel dio della forma Jahvè colui che è. E per essere qualcosa non dobbiamo trasformarci mai. Ma per fortuna la Madre natura cosi saggia e cosi amorevole ha inserito un vero e proprio demonio dentro di noi, che ci trasforma da statue e audaci  Eve pronte e mangiare la mela e a dare uno scossone in questa grigia immobilità.

Nel caso di Brute la spinta è data dalla decadenza italiana, da quel sistema cosi marcio che tenta di strappare ai giovani anima, dignità e sogni.

Il libro si apre così, con un ragazzo reso già troppo cinico da una impari lotta per la sopravvivenza contro la sua stessa patria. Una patria che lungi da essere materna e madre diviene aguzzina e crudele. Una patria bella sì, ma persa nei sui miti di potere, persa in quella volontà di sopraffare l’altro, di escludere l’estraneo e di dominare a ogni costo rendendo tutti suoi adorabili burattini. Ecco che l’italiano diviene una macchietta da amara commedia dell’arte preso a combattere con schiavisti, con loschi figuri divenuti quasi legittimati da un potere svuotato di consenso, di senso e soprattutto privato di quel patto che deve necessariamente essere alla base della collettività chiamata stato. Quel patto, oggi in Italia non c’è. Abbiamo una storia quasi nebulosa, vecchia e invecchiata, cosi canuta da non aver più la forza di imporsi. Viviamo di vecchie glorie beandoci di un passato che lasciamo agonizzante in un angolo della mente. Tutto questo mentre il mondo va avanti. E lo scopre Brute quando per disperazione accetta di recarsi per uno stage in Cina. La Cina un mondo diverso alieno, che appare grigio all’inizio di quel disperato viaggio. Cosa usa il nostro protagonista indomito?

L’arte dello sberleffo e del sorriso, scugnizzo nell’animo irriverente Pulcinella che però ha un vantaggio su tutti noi: Brute DEVE viaggiare. Deve sentirsi vivo. Anche se questo lo porta a osservare qualcosa che mette costantemente in discussione le sue convinzioni, alle quali il nostro prode in fondo non crede. E non crede perché in fondo, ha perso tutto ed è pronto a ricostruire. E lo fa osservando l’altro, lo fa con la rabbia dei sogni infranti, lo fa con quella volontà di riscatto che non è frustrazione ma potente voce che si leva contro ogni ingiustizia. In Cina, nel mondo che sta davvero la di fuori di ogni regola sociale, lui inizia a costruire sé stesso, rompendo abitudini, schemi, leggi e morali troppo strette. Per Bruta le Cina è un camminare finalmente a piedi nudi, senza strette scarpe a impedirgli di correre. E cambia. Cambia così tanto che il grigiore diviene bellezza.

E cambia così tanto da poter osservare, finalmente la sua società, la sua amata Italia in modo ancor più disincantato:

 

Se io, Camilla e migliaia di giovani siamo stati costretti a fare le valigie e ad affrontare sfide così ostiche in paesi distanti, è perché il nostro mercato del lavoro è fermo da un pezzo.

E ancora:

 

quanto tempo passerà prima che un Butre cinese non scriva il mio stesso libro, burlandosi della nostra decadenza? Della criminalità nelle nostre strade? Delle infrastrutture che vanno giù con uno sbuffo di vento? Delle verdure velenose che consumiamo ogni giorno e che ci fanno ammalare di tumore? Del razzismo da quattro soldi che infesta il nostro quotidiano? Della nostra TV sguaiata e senza alcun contenuto? Del fatto che ci picchiamo negli stadi ma non per farci ridare indietro il futuro? Di come maltrattiamo le opere e i monumenti più importanti della storia dell’uomo? Di come stiamo diventando tristi, arrabbiati e insofferenti senza avere il coraggio di ammettere le nostre responsabilità? Delle organizzazioni criminali che tengono in ostaggio il paese intero? Della corruzione della politica a tutti i livelli? Della nostra cultura da social network pericolosa e deleteria? Dello stato delle nostre tecnologie? Dei raggiri delle nostre banche?

Vi basterebbero solo questi estratti per convincervi a fare un salto con Andrea Pasquale in Cina. E non soltanto per comprendere meglio il nostro ex bel paese, o quel paese cosi contradditorio che è il sol levante, ma voi stessi:

Viaggiare e guardare le vite degli altri è un buon modo per metterci davanti a uno specchio, e intendo tutti noi:

E cosa aiuta a guardare dentro noi stessi?

Ve lo svela un uomo che non ha scritto soltanto un libro umoristico, intrigante scorrevole e ricco di colori, ma un vero filosofo:

 

Pur trovandole strane e ridendone bonariamente, esse sono la ragione stessa per cui continuo a viaggiare. Mi ha sempre annoiato la compagnia di chi mi dà solo ragione, così come non mi è mai interessata una vita in cui tutto vada secondo piani e convenzioni prestabiliti. Non esagero quando dico che vivere la diversità e vedere cose nuove è la mia personalissima forma di sentirmi vivo e finanche di pregare. Portatemi a vedere un panorama inaspettato e le meraviglie del mondo, oppure fatemi avvicinare a gente che contraddice ogni mio credo, e in quel frangente per me sarà come connettermi al Big Bossin persona.

Ecco cosa ci manca davvero oggi. La fantasia e la capacità di sognare per potere esplorare orizzonti nuovi e realizzare la nostra leggenda personale. ci manca l’altro come confronto, troppo chiusi nelle nostre comode idee. Ci manca la voglia di mettere in discussione, la follia di rompere tutto, di distruggere sapendo che si può costruire. La capacità di salire su un’altezza facendosi beffe del senso di vertigini e comprendere la vastità di un universo davanti al quale noi siamo e resteremo piccoli granelli di sabbia:

È sempre necessario partire?

È sempre necessario sapere quando si conclude una tappa della vita. Se tu insisti a rimanere in quella stessa tappa oltre il necessario, perdi la gioia e il significato di tutto il resto. E rischi di essere rimproverato da Dio.”

Paolo Cohelo

Solo un rimprovero Pasquale. Le lacrime che mi sono scese leggendoti e ridendo fino alle lacrime mi hanno fatto venire le rughe. Sono stata presa per pazza anche dal mio gatto, quando di notte ridevo da sola come una scema.

Non si fa eh.

Un libro indimenticabile che strappa un sorriso ma stimola anche il pensiero. E oramai il sapere, pensare per me equivale a esistere. Anzi non per me. L’ho rubata dal buon vecchio Cartesio.

 

“Io e te contro il destino” di Sara Pellizzari, selfpublishing. A cura di Alissa Marv

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Il libro che andiamo ad esaminare oggi, si intitola “Io e te contro il destino” di Sara Pellizzari. Il testo ci trasporta nelle vicende   di Luna, una giovane strega bianca che diventerà la matriarca di tutte la streghe e di Federico un giovane mortale che ha sposato. Questo infatti è il secondo capitolo della saga. I ragazzi dovranno superare parecchie prove per coronare il loro sogno d’amore. Federico dovrà dimostrare di meritare di bere la pozione per diventare immortale e Luna dovrà dimostrare il suo amore unico e infinito per il ragazzo.

Anche se questo genere non è proprio nelle mie corde, anzi proprio per questo motivo,  userò tutta l’obbiettività di cui sono capace. Non ho letto il primo capitolo di questa saga e all’inizio credevo di aver perso alcuni passaggi. Invece devo dire che le dinamiche sono ben descritte, gli intrecci umani-vampiri-streghe sono ben delineati e di facile comprensione. I personaggi sono caratterizzati in modo che ognuno di essi abbia un proprio ruolo all’interno della storia. Luna e Federico non sono gli unici personaggi che gravitano nella storia, insieme a loro ci sono: Lorenzo, un vampiro figlio di uno stregone e di un’umana, innamorato di Luna e a sua volta ricambiato dalla ragazza che sembra confusa riguardo i suoi sentimenti; i vecchi amici d’infanzia Andrea e Gioia; Annibale e Teresa che hanno cresciuto Lorenzo come un figlio; Laura e Fulvio genitori di Luna; Margherita e Giorgio, amici che proteggono Luna dagli attacchi dei vampiri; per ultima Vera, la strega Bianca, consigliera di Luna, che le sta vicino e la guida nella conoscenza dei suoi poteri. E questo è un aspetto che mi è piaciuto davvero molto: il fatto di vivere tutti insieme, darsi forza l’uno con l’altro, fare gruppo, coalizzarsi contro il male, sostenersi a vicenda. Le emozioni fuoriescono dalle pagine. Ho avuto il batticuore quando, scorrendo le pagine, ero in attesa che Federico fosse trasformato in vampiro.

 

“Un pezzetto del mio cuore è tuo Lorenzo, e lo sarà per sempre…Lo hai conquistato, ci hai inciso il tuo nome e nessuno mai potrà prendere il tuo posto lì…Resterai dentro di me per l’eternità. Voglio che tu lo sappia! Ogni attimo vissuto con te è racchiuso nella mia mente e nella mia anima in uno scrigno segreto che contiene ogni particolare del tuo viso, ogni sfumatura della tua voce, ogni colore della tua anima…Tutto di te resterà con me e né i chilometri che ci separano, né il tempo che passerà potranno farmi dimenticare…”

 

Se questa caratteristica di Luna la sua insistente indecisione tra Lorenzo e Federico all’inizio può irritare, tutto questo ha senso ai fini della storia raccontata. La trama scorre fluida, senza intoppi e con pochissimi errori di battitura; forse mancano diverse virgole per dare maggiore respiro ad alcuni periodi che a volte risultano troppo lunghi, ma cosa di poco conto davvero. I pov alternati, sono quelli dei tre protagonisti, ed è una cosa che io apprezzo molto. Per quello che riguarda la trama, andando avanti nella lettura mi ero immaginata un certo tipo di svolgimento dei fatti che sono stati smentiti dall’ autrice. Ha messo i protagonisti veramente a dura prova.

 

“Ma io non posso concedervi entrambe le cose, proprio perché noi non possiamo usare la nostra magia a nostro piacimento. Quindi, se decidete di aiutare la piccola, Federico nemmeno in un prossimo futuro potrà bere la pozione, se invece volete che a lui venga concessa questa opportunità dovete lasciare che le cose seguano il loro corso per Gioia, Andrea e la loro bambina.”

 

È stata molto brava a mantenere viva l’attenzione fino alla fine con colpi di scena e suspance, in un epilogo davvero inaspettato.

Complimenti a Sara, è un libro che si fa leggere, che trasporta il lettore in un mondo fatto di magia e mistero.

Solo un piccolo appunto…i nomi sono spesso abbreviati…Lore, Fede, Gio, Marghe…io li preferisco nella loro interezza che dona un notevole tocco di originalità!

 

 

Nella giornata contro la violenza sulle donne non potevamo non segnalarvi la raccolta “Ceramiche a Capodanno” di Rita Angelilli, Mezzelane editore.

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In un percorso tra versi intimi e meditazioni più riflessive con le quali Rita Angelelli affronta il tema della violenza di genere, questo libro fornisce una congrua immagine –in termini letterari – di quanto la cronaca giornalmente ci informa: stupri, violenze psicologiche, casi di abuso, stalking serrato, minacce sino ad arrivare all’epilogo più truce, la morte. Con un metro poetico equilibrato ricco di anafore e tautologie e un utilizzo lessicale di terminologie tecnicamente avulse al genere di riferimento, la Nostra ci parla di storie vissute e di storie degli altri, di amare vicende di dolore ed emarginazione domestica dove l’uomo prevarica accecato dalla gelosia o semplicemente si veste da bestia feroce per appropriarsi della donna come una preda.

(Lorenzo Spurio

 

 

L’autrice

Rita nasce 53 anni fa in un paesino in provincia di Ancona. Madre di due figli ormai adulti che ama più della sua stessa vita, è ricamatrice di professione, creativa per passione e produce bigiotteria di alta classe per sé e per gli amici. In un periodo di profonda crisi esistenziale, con l’ombra della depressione sempre accanto, si affaccia sul mondo dei naviganti del web e conosce personaggi fantastici. Il suo interesse si volge verso demoni e personaggi oscuri, principi, regine e quant’altro di fantastico la mente umana possa creare; poi scopre figure lussuriose: padroni, master, schiave. Si appassiona a questo mondo perverso, fa ricerche, assiste ad alcune “sessioni”, comprende che il sesso può portare a emozioni molto più profonde dei “normali” rapporti tra gente comune. Scrive qualche racconto erotico, brevi storie crude e realistiche, e apre un blog che attira l’attenzione di numerosi naviganti del web. Scrive anche poesie a metro libero, che parlano d’amore, da quello più tenero a quello più perverso. Ed è proprio tramite la scrittura, e la poesia in particolare, che riesce a ritrovare tutta la brillantezza di un tempo, allontanando la depressione. “Istinto & Passione”, romanzo pubblicato in ebook nel gennaio 2013, è la sua opera prima, un cocktail di possesso e passioni perverse, romanzo che Rita sta attualmente rielaborando alla luce di una raggiunta maggiore maturità autoriale. Partecipa alla raccolta “101 racconti” con uno dei suoi numerosi ritratti di donna e un altro suo racconto viene selezionato per “Obsexion 2013.” Nel giugno 2013 diverse sue poesie entrano a far parte della raccolta “Viaggi Di Versi.” In luglio pubblica il suo secondo romanzo “Le confessioni di Eva”. Nell’aprile 2014 è la volta della raccolta di racconti intitolata “Respiro di Donna”, un insieme di ritratti di donne che vivono il sesso in tutte le sue variazioni, finalizzato alla ricerca dell’amore. Nel settembre 2014 pubblica la silloge poetica “Armonici Equilibri”, mentre nel 2015, dopo la guarigione da una subdola malattia, pubblica “Salve amici della notte, sono Porzia Romano”, un crudo resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista. “Mai dire mai” il suo motto, l’ironia la sua migliore qualità, la tenerezza il suo pregio, la testardaggine il suo più grande difetto.

 

 

Dati libro

Autore: Rita Angelelli

Formato 14×14

N° pagine versione cartacea 80

€ 6,90

Isbn 9788899964108

N° pagine ebook 43

€ 1,99

Isbn 9788899964115

Collana: Scritte

 

il blog è lieto di segnalarvi un testo preziosissimo “Istantanee donna” di Davide Rocco Colacrai, mezzelane editore. Mai liriche furono più intense!

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La donna che Colacrai ci presenta in questo libro è, secondo le sue stesse parole, “un concerto, fragile e netto, quasi un respiro corale di libellula,/ a raccolta d’uomo,/ nel silenzio d’arpa di una preghiera./ Un cuore grande dai sogni di altre, e mai troppe, voci. Come le coincidenze del mondo addosso alla notte sul cuscino.”

 

“Quanto dolore da incomprensione, quanta sofferenza da un bilancio d’amore sempre in credito, sanguinano dai versi di Davide. Le sue donne vincono nel canto tanto quanto perdono ogni giorno nelle umane, troppo umane, spesso bassamente umane, transazioni.” (Prof. Danilo Breschi )

 

 

 

L’autore

Giurista e Criminologo, dal 2008 Davide Rocco Colacrai partecipa regolarmente a Concorsi Letterari e, sino a oggi, ha ricevuto oltre seicento riconoscimenti, anche internazionali ed europei (tra gli ultimi: il Premio “Luigi Grillo” di Afragola e il Premio “Giulio Enaudi” di Paternò, entrambi vinti per la seconda volta; il Premio “Cinque Terre – Golfo dei Poeti: Sirio Guerrieri”, il “Giugno Locrese”, uno dei più longevi e prestigiosi premi letterari italiani, e il Premio “Città di Livorno”). Autore di quattro libri: “Frammenti di parole” (GDS, 2010), “SoundtrackS” (David and Matthaus, 2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (Progetto Cultura, 2015) e “Infinitesimalità” (VJ Edizioni, 2016). Nel tempo libero, insegna e studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

 

 

 

Dati libro

Autore: Davide Rocco Colacrai

Formato 12×17

N° pagine versione cartacea 96

€ 9,90

Isbn 9788899964788

N° pagine

ebook 65 € 3,49

Isbn 9788899964818

Collana: Ballate