Del Tamburo e di altri vizi: in uscita il nuovo libro di Fernando Mirra per Bastogi Libri. A cura di Alessia Mocci (http://oubliettemagazine.com/2017/12/21/del-tamburo-e-di-altri-vizi-in-uscita-il-nuovo-libro-di-fernando-mirra-per-bastogi-libri/)

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Molte persone non danno un nome ai loro problemi, alle loro paure, ai loro fantasmi. Ma hanno una soluzione a portata di mano che è il cibo. Non più nutrizione, non più vita, ma ricerca di soddisfazione.”

 

In uscita nelle librerie fisiche ed online il nuovo libro di Fernando Mirra: “Del Tamburo e di altri vizi” edito dalla casa editrice Bastogi Libri.

Di seguito vi lasciamo in anteprima la prefazione del viaggio emozionale di Fernando tra passioni e disagi, tamburi e sigarette ormai spente, depressione ed il mangiare per colmare un vuoto a cui spesso non si dà il nome.

 

E ti prendo tra le gambe e ti stringo. Accarezzo la tua pelle, prima di iniziare. Ascolto il suono del silenzio che dura un colpo di tamburo dato a vuoto e poi inizio a percuoterti. Allora il tamburo che sto suonando mi risponde di vibrazioni e lo sento, mentre alterno la bacchetta destra e la sinistra e non finisce più, fino a che tengo gli occhi chiusi, fino a che ti ho con me fino a dimenticare come mi chiamo.

 

L’Amore, la via verso la quale ognuno di noi può tendere in connubio al libero arbitrio che ci è stato conferito. L’Amore che, se autentico ed intenso, può far scordare il nome, il passato, il ricordo dei dolori, le aspettative verso il futuro. Fernando Mirra manifesta l’Amore con le vibrazioni delle sue bacchette, ritmando un infinito richiamo a se stesso, nella casa della sua anima.

Ed è un manifestarsi continuo, uno svelare nel senso di togliere dal velo ‒ e, dunque, di vedere oltre la confusa patina del mondo odierno ‒ ciò che è verità e gioia: il colpo ritmato del tamburo, il corpo sicuro nella stretta dello strumento, il passo scandito ed in geometria con i compagni durante le esibizioni pubbliche.

“Del Tamburo e di altri vizi” arriva dopo anni di silenzio da parte dell’autore, un silenzio che si è sviluppato nella stesura di pagine che guardano con una sincerità ammirevole la vita percorsa. Il 2012 è stato segnato dalla pubblicazione di “Mielinconie”, versi intrisi di miele e malinconia con il chiaro accostamento della dolcezza allo stato dell’anima, il sapore della poesia che incontra un giardino nel quale vagabondare stupendosi del mutamento. E la preveggenza della lirica “Un unico sole” nella quale si descrivono

 

Ore segrete, invidiabili minuti/ passi segnati dal tuo colore/ mischiato al sapore delle tue parole./ Ho concluso quegli anni/ torbidi e insignificanti,/ […]”.

 

Un musico che appartiene ad un gruppo, un musico che indossa dei colori, un musico che prova l’ebbrezza di ogni esibizione come se fosse la prima. Un uomo che riesce a godere del momento vissuto ma non frena il desìo di ricerca, quell’impulso al filosofeggiare sul perché del mistero della vita che ci attanaglia sin dalla notte dei tempi.

Fondamentalmente è questo che mi ha colpito di Fernando: il suo riconoscersi uomo ed il suo travagliato percorso verso l’agognata umanità. “Del Tamburo e di altri vizi” è l’indagine fattasi parola con la rara onestà della sofferenza e del riconoscere i propri peccati, l’individuazione dei momenti in cui si è caduti in disperazione e non si è combattuto ma piuttosto ci si è lasciati vincere da essa, la tentazione di risalita, il provare e riprovare verso una via conosciuta ma che tante volte è complessa.

Perché se fosse facile intraprendere la via della felicità e della soddisfazione personale non sarebbe cosa assai rara. Nei vari vizi presentati, Fernando si interroga su questa “liberazione dalle tentazioni”, sente la pressione del giudizio esterno, lo ammette, ma oggi non è più la paura che domina la sua mente:

 

Ormai sono quasi quattro anni che ho smesso di fumare. Ricordo perfino il giorno e l’ora in cui, spinto da una irrefrenabile voglia, mi accesi la prima sigaretta. Era il sei settembre del 1990. […] Un’esperienza come un’altra. L’esperienza è diventata poi un vizio che mi sono portato dietro per 22 anni, un mese e 13 giorni. Il 19 ottobre del 2012 decisi di smettere.

 

E dopo qualche pagina troviamo:

Se hai paura, cammini con le paure, se non hai paura, ti svegli e ti rendi conto che quello di cui hai bisogno è lì. E io non ho paura di aver bisogno di Dio.”

 

Perché oggi, nella sterile società neoliberista che, ogni giorno avvalliamo con il nostro menefreghismo, si ha paura di dialogare con Dio, si è scordata la parola di Dio, e badate bene non mi riferisco al timore verso un Dio che potrebbe punirci ma all’assoluto oblio dell’Amore in Dio.

Fernando in questi fogli ci presenta la sua nudità di uomo, ci rivela le sue tre D con un’ironia encomiabile:

 

Io ho sempre avuto tre piccole D che mi hanno fatto dannare e che tentano tuttora di stuzzicarmi e di prendermi in giro. Distonia. Disturbo compulsivo alimentare. Depressione.”

 

Le sviscera, le attraversa, le rinnega e ci convive. Tutto avviene all’unisono, giornate in cui il suo pensiero è saldo nel distacco dal vizio, giornate in cui la depressione s’impossessa di lui ed accentua il disturbo compulsivo alimentare.

È la domanda che fa spazio ad altre domande, sono le risposte che portano altre domande, quel dubbio delle persone che hanno esercitato la mente al pensiero ‒ atteggiamento non comune tra gli uomini ‒ quel dubbio che sussurra: e se non fosse così? E se la sentenza che ho proclamato è solo un atteggiamento paranoide? Quando, dunque, avrà fine questo viaggio nell’indagine all’interno del sé? Con la morte fisica, azzarderei.

Fernando lo sa, lo sa bene. L’ha intravisto nei geni dell’arte, della filosofia, della mistica ed ha capito che questa vita è una prova, come se avessimo iniziato dopo uno sparo ‒ il parto ‒ il movimento in una corsia della quale non si vede la fine, ma ogni balzo ne rivela una piccola visuale di spazio, e poi ancora ed ancora verso la meta ‒ la morte fisica ‒. Tante le corsie affianco a noi, alcune si intrecciano per diversi metri ‒ mesi, anni ‒ altre sono fuggevoli come uno sguardo reciproco dal finestrino di un tram.

 

In alto le braccia quando si suona, usa i polsi e non le mani, non le braccia che altrimenti ti stanchi solo e poi giù a colpire la pelle e a farla vibrare.”

 

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Bastogi Libri

http://www.bastogilibri.it/

 

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2017/12/21/del-tamburo-e-di-altri-vizi-in-uscita-il-nuovo-libro-di-fernando-mirra-per-bastogi-libri/

 

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Un altro emozionante romanzo della nostra strabiliante Paoletta Maizza “Una come te”, self Publishing Liberamente ispirata a Cesare Cremonini e alla sua musica. Non lasciatevelo scappare!

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Liberamente ispirato a Cesare Cremonini e alla sua musica

 

 

Sinossi

Eros Canè è a un punto morto con il suo lavoro, la sua creatività è messa  a dura prova finché il suo amico fraterno non gli annuncia che sposerà la sua amata Mariko in Giappone e che lui sarà il loro testimone. Eros ha il terrore degli aerei, delle altezze ma sarà una strana canzone arrivata nella calda notte di luglio come una sorta di allucinazione a fargli cambiare idea e a mettere insieme il suo coraggio per partire. Arrivato in Giappone incontrerà Cat(Caterina) Nakamura, una ragazza diversa dal solito, un misto fra oriente e occidente. Ma chi è Cat? Una come lei risveglia in Eros ricordi dimenticati, ispirazione, voglia di ricominciare a cantare. Voglia di avere una donna nella propria vita. Voglia di fare davvero l’amore. Chi è Cat che sembra conoscerlo da sempre?

 

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L’autrice

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Prima di diventare un’autrice, Paoletta Maizza è stata un’artista e una pittrice, una commessa, una sorta di maestra per il doposcuola e di laboratori d’arte per bambini. Si è cimentata nella scrittura già da ragazza, ma dopo diversi anni ha pubblicato Always, love forever, prima avventura di Penelope Poggi, con Lettere Animate Editore.

Vive in Puglia, in una cittadina molto bella, con suo marito e i sue due bambini.

“sice. Le bambole non hanno diritti” di Fernando Santini, Dark zone editore. A cura di Milena Mannini. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

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Ieri sera ho avuto la gioia di rivedere uno dei più bei film di animazione “Le cinque leggende”. E ho collegato subito una frase emblematica, con il libro di Santini.

 

finché ci sarà anche un solo bambino a credere in noi

combatteremo la paura

Come a voler significare che l’immaginazione, i sogni e perché no le leggende così tanto bistrattate da noi adulti, rappresentano l’antidoto contro il terrore e la brutalità di una vita che spesso si trasforma in un inferno vivente. Lo vediamo ogni giorno protetti dal dolce filtro della TV che ci fa apparire le tragedie solo una comoda e tranquilla fiction. Come se solo il fatto che lo schermo, protetti qualcosa essa non appartenga al mondo della realtà. In fondo sono dolori troppo lontani, che colpiscono soggetti rei di essere nati dalla parte sbagliata del mondo. Noi i ricchi, loro i selvaggi.

Ma, la vita non fa sconti e ride beffarda dei nostri patetici tentativi di isolarci in una tranquilla bolla di sicurezze e ci consegna l’orrore su un piatto d’argento, vicino a noi, in quella famiglia che non ti aspetteresti, nella nostra civile Italia, in quel quartiere sonnacchioso e elegante. Allora non abbiamo più alibi e nessun appiglio di salvezza. il male è in mezzo a noi e soprattutto dentro di noi.

Vedete i bambini sono qualcosa di fondamentale per ogni società. Anche se nelle più raffinate essi vengono trattati come oggetti e merci. I bambini e lo dice un film d’animazione non un palloso trattato sociologico, sono tutto ciò che abbiamo, ciò che avremo e ciò che si può salvare. I bambini sono il seme del futuro e siamo noi a decidere se potrà nascere un fiore incantevole o una resistente erba infestante. Saremo noi a scegliere se far nascere tetri alberi contorti, fantasmi di un sogno perduto, o rigogliose querce ancorate nel terreno, legami tra cielo e terra. Siamo, purtroppo noi, a dare a queste anime da far brillare, la forma che rispecchia sia i nostri sbagli, i demoni che ci animano o semplicemente i nostri valori più puri, quelli che costituiscono o dovrebbero costituire la pietra d’angolo di ogni maestosa creazione umana. E spesso queste cattedrali di senso, sono marce dentro, costruite con sabbia che al mimino scossone di disperde davanti ai nostri occhi, restituendoci macerie e vuoto.  Come trattiamo i bambini, simboli di uno spirito eterno guardiani di una fantasia che è possibilità reale di costruire immagini dotate di senso, capaci poi di diventare realtà, custodi di una percezione del mondo, e di tutto ciò che di più sacro esiste in quest’universo ignoto, è il sintomo della sanità o della follia o peggio della decadenza di una civiltà.

E del libro di Santini non ci sono sconti da fare. Mostra esattamente il nostro livello evolutivo, tutto dedito a quel dio mammona tanto biasimato nei vangeli e nelle tradizioni di ogni tempo. Quando il possesso, quando la finalità cosciente prende il sopravvento sull’eticità e sulla bellezza tutto va a ramengo, tutto rischia di crollare miseramente. Quando conta di più il prezzo da dare a ogni singolo evento della vita, nascita morte, sesso amore e persino l’innocenza, quanto più una società implode all’interno. E’ morta e si trascina testarda convinta di avere ancora una speranza di redenzione. Solo riuscendo, con le lacrime agli occhi, ad ammettere il fallimento, forse si può risorgere. Ma senza voler vedere, rinchiudendo il male sotto terra o in un centro in cui perpetuare a nostro piacimento il libero sfogo dei peggiori impulsi, allora significa dare legittimità al male più becero e distruttivo, quello che colpisce la nostra stessa possibilità di futuro, l’infanzia. Ma Santini va oltre. Non descrive solo la nostra oscurità ma anche la rabbia di fronte all’impotenza di poter dare voce ai derelitti, all’impunibilità di un sistema che mantiene se stesso stringendosi uno all’altro e facendo muro contro la legge. Un sistema moribondo e disperato che trova nella giustizia il suo tornaconto personale, manipolandola, oscurandola con la nebbia dell’omertà e rendendo tutti complici.

Per quei pochi eroi che non vogliono abbassare la testa, che nella polvere fangosa tentano di rialzarsi e volare, diviene una frustrazione costante il vedere l’impunità di tanti soggetti e la difficoltà di assicurare alle vittime non tanto una vendetta ma una redenzione. Nel momento in cui la giustizia riesce a dare loro un nome, restituendo la loro storia spezzata, essa equivale a salvarli dall’inferno dell’oblio. E non dimenticare equivale a una riparazione dei torti, nel momento stesso in cui il carnefice viene svelato e con esso tutto il suo orrorifico meccanismo di morte. ecco cos’è davvero la legge. È la capacità di non dimenticare e di dare memoria del male.

Ma spesso essa non può essere eseguita e viene macchiata da omissioni, da complicità, da silenzio. Un silenzio che fa strage più delle bombe, un silenzio che dà continuità alla brutalità e che legittima la sopraffazione. Se nessuno si oppone, se tutti tacciono inserendo la testa nella sabbia, allora esso continua indisturbato, convinto di essere nella piena legittimità di spadroneggiare.

Ecco che arriva il rischio della doppia giustizia. Una accettata dallo stato e una che si muove nelle retrovie, attuando un codice mortale personalistico, senza limiti e senza eticità. Ed è questa giustizia da far west che, pur ottenendo risultati, fa crollare ancor di più un sistema. Tutte le volte che leggendo di queste para strutture, ne daremo consenso dicendo almeno qualcuno riesce ad agire, distruggeremo un pezzetto di noi stessi, perché qualora autorizziamo elementi ad agire al di fuori del nostro ordinamento, decreteremo la morte dello stesso e la morte della giustizia. A cosa serve uno stato se non difende i cittadini?

Che significato ha uno stato che si serve e dà potere a struttura con l’Arco?

E che giustizia cerchiamo se convalidiamo al tempo stesso la violenza?

Il libro di Santini descrive anche questo. Non è solo un thriller ma una pagina di storia sociale contemporanea che sciocca e sconvolge. La nostra Milena ha avuto il coraggio di guardarla fissa negli occhi e di raccontarcela, con una delicatezza inusuale.

Buon viaggio.

 

L’abisso del male. Di Milena Mannini

“Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”

                                                                                     Erasmo Da Rotterdam

Ognuno di noi nella propria esistenza, incontra molte maschere, noi stessi le indossiamo per paura di far conoscere al mondo la nostra vera natura.

Ognuno di noi si circonda di maschere che crede affini a se stesso, ma è davvero così, oppure per non soffrire scegliamo di vedere solo ciò che vogliamo, e che in quel momento ci rende felici?

Il libro si apre con un omicidio efferato, come uno dei tanti che si può sentire in Tv, la morte di un regista trovato senza vita nella sua abitazione, una persona ben voluta e che in molti stimano.

A questo crimine l’autore ne affianca un altro, se possibile peggiore, l’omicidio di un bambino cui sono state inflitte torture e violenze, un bambino che si trovava ospite di un centro di accoglienza per immigrati, uno dei tanti bambini che arrivano con la speranza di poter cominciare una nuova vita.

I due racconti che, inizialmente sembrano scollegati, sono i primi casi per una squadra creata appositamente per risolvere questi reati la SICE, squadra investigativa crimini efferati

“I casi che ci verranno assegnati saranno, quasi tutti, cruenti e sarà difficile non sentirne su di noi il peso. Dobbiamo, però, aver sempre presente che noi rappresentiamo la possibilità, per le vittime, di avere giustizia, quindi abbiamo il dovere di essere forti e lavorare con attenzione per trovare le bestie capaci di compiere azioni come questa”

La squadra formata da uomini e donne che con la loro preparazione, ma anche la loro umanità, s’impegnano per far luce su questi omicidi.

“Il male mette radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore di un altro”

                                                            Joseph Brodsky

Purtroppo il bene fatica sempre a trovare la strada giusta, se non vuole sconfinare anche lui nell’oscurità. In soccorso della SICE arriva però un’organizzazione fantasma ARCO che, utilizzando metodi non convenzionali, aiuta nelle indagini e nello stesso tempo sorveglia la squadra.

Man mano che la storia prende forma, vi troverete immersi in un malessere che il mondo intero vive e che può toccare ognuno di noi.

L’autore riesce a trasportare il lettore nella trama facendogli vivere sentimenti come incredulità, stupore, rabbia.

Da cosa sono uniti i due casi?

Chi sono i mandanti e quali le motivazioni di questi crimini?

Non vi resta che scoprirlo attraverso pagine che, sicuramente,  vi scioccheranno.

 

“Ossessione” di Nora Roberts, time crime editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Appena dodicenne, Naomi Bowes segue il padre nel bosco e scopre un orrore sotto una botola nascosta. Il padre, amato e temuto, è un serial killer. Da allora la vita di Naomi e delle sua famiglia è segnata, tutto avviene per riparare la ferita: cambiare stato, cambiare nome, fuggire dall’incubo. Dopo tredici anni Naomi è diventata una fotografa, ancora segnata nel vivo dal suo passato. Seguendo un impulso non razionale decide di mettere radici nella piccola cittadina di Sunrise Cove, restaurando una grande casa sulla scogliera. Ma il passato la insegue, tenace.

Naomi, protagonista indiscussa del romanzo, è un personaggio forte e fragile allo stesso tempo. La grande capacità di gestire le sue origine quando è ancora un’adolescente deve fare i conti con la donna che è diventata: schiva, indipendente quasi fino all’esasperazione, solitaria fino a risultare asociale. Ma il personaggio si evolve naturalmente quando si ferma, psicologicamente e fisicamente, in una vecchia casa sulla scogliera tutta da restaurare. Sembra che mano a mano che la casa prende la sua nuova forma, Naomi cresca insieme a lei nella volontà di stabilirsi, di relazionarsi con le persone e con l’ambiente. Il protagonista maschile è l’uomo perfetto, forse fin troppo, ma è necessario per la trama: affrontare un cattivo alla volta basta e avanza.

La Roberts mischia nella trama l’elemento thriller a quello romance in un equilibrio difficile, ma riuscito. Gli amanti del rispettivo genere troveranno forse poco approfondita la parte che più apprezzano, mi spiego: chi ama il thriller avrebbe preferito maggiori dettagli legali e psicologici legati alla figura del padre; chi ama il romance avrebbe letto volentieri più schermaglie amorose. Questo libro raccoglie tutti questi elementi e li cura, mantenendo alta la tensione sul pericolo che corre Naomi, e nello stesso tempo descrive l’intima evoluzione emotiva della protagonista.

Le descrizioni non mancano, prima fra tutte quella della natura, con spiagge, scogliere e boschi da cartolina; si aggiungono le fasi particolareggiate della ristrutturazione di una casa, con la conseguente scelta di arredi e stoviglie. Non annoiano, spezzano la tensione, gettando uno sguardo sulla normalità di una situazione personale che di normale ha ben poco e hanno il pregio di trasportare dentro la storia.

La Roberts ha uno stile molto scorrevole, che si fa leggere con facilità e cattura l’attenzione.

Il punto di vista della narrazione è assolutamente apprezzabile. Oltre al quadro killer/vittima  esistono sfumature difficili da descrivere e cogliere, come in questo caso: come reagisce una famiglia che scopre di avere un mostro in casa?

Come si difende dal mondo?

Come si scuote di dosso il senso di colpa e il marchio della malvagità?

La scrittrice si insinua in questi spiragli, riuscendo a rispondere a molte delle nostre domande.

 

“La nascita imperfetta delle cose” di Guido Tonelli, Bur Rizzoli. A cura di Corrado Leoni

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Guido Tonelli è riuscito a narrare nel suo libro fatti e accadimenti del mondo della fisica, a partire dagli anni novanta, con una semplicità  e precisione da esser coinvolti come in un libro di fantascienza. Conferma la validità del metodo Galilei che parte dalla sperimentazione dei fatti e dalla loro conferma per affermare  e riassumere la conoscenza di secoli in poche parole: “All’inizio pensavamo che tutto ruotasse intorno al nostro pianeta; poi e con molta fatica abbiamo ammesso il Sole al centro del mondo. E quando ci siamo accorti che il nostro sole è una stella secondaria di una galassia anonima una delle tante, forse miliardi, che popolano il nostro universo, ci era comunque rimasta la consolazione di vivere in un universo  unico e speciale, nato da un evento irrepetibile chiamato Big Bang.

  Ora la teoria dei multi versi sembra toglierci anche queste ultime certezze!”

Porta per mano il lettore nei meandri della fisica sperimentale più avanzata fino alla scoperta del bosone di Higgs attraverso la narrazione della quotidianità: le ipotesi su teorie e la costruzione di componenti di LHC si scambiano sui tovaglioli della caffetteria del CERN, il fallimento più eclatante dell’acceleratore è causato da un difetto nella saldatura dell’involucro di un elettromagnete, quando si entra nell’ascensore per raggiungere a cento metri di profondità il circuito di ventisette km formato da tutte le componenti dell’acceleratore Lhc si possono osservare le mucche pascolare nei prati circostanti: in tutta questa quotidianità 2400 dipendenti del CERN con la collaborazione di migliaia di giovani studenti, intenti a raccogliere dati e ad elaborarli, lavorano in vari gruppi tutti protesi allo studio della fisica e dei suoi sviluppi, che risultano dai dati forniti a miliardi dall’acceleratore più potente al mondo. Due gruppi di ricercatori Atlas guidato da Fabiola Gianotti e Cms guidato da Guido Tonelli lavorano separatamente per giungere alla scoperta della particella, denominata di Higgs da uno dei due suoi teorizzatori Francois Englert e Peter Higgs designati premi Nobel per la fisica, dopo che i due gruppi di ricerca hanno stabilito, verificato la particella definita bosone di Higgs. Secondo la teoria essa ha distribuito massa a tutte le altre particelle facendo prevalere la materia rispetto alla contro materia. La narrazione riesce a combinare il racconto dello scorrere della realtà quotidiana con l’iter di ricerche durato più di vent’anni per giungere alla dimostrazione dell’esistenza di questa particella, la cui importanza è paragonabile alle più grandi scoperte della fisica. Guido Tonelli intreccia la descrizione scientifica con la costruzione di LHC, composto da tonnellate di vari materiali, all’interno della quotidianità della vita personale:  con Luciana, compagna di vita con cui ha due figli e nipoti, la morte del padre, le cene con gli amici, la partecipazione a conferenze ed in particolare l’entusiasmo e la spinta collaborativa con i giovani che da tutto il mondo vengono al CERN per imparare e dare il proprio contributo tanto da definire l’insieme “una società dinamica”. Lucida la sua analisi su costi e benefici nel motivare tanto impegno di energie umane e di denaro che ammonta a miliardi di dollari in più di venti anni di ricerca, che quantificati rispetto a tutta la popolazione mondiale vengono a valere un centesimo per abitante, di fronte a scoperte già effettuate, di cui godiamo tutti i giorni con internet e soprattutto in ambito medico e che sono offerte gratuitamente al mondo, perché su queste scoperte non vi sono royalty, essendo frutto di un’istituzione pubblica finanziata da numerosi paesi. Si augura che l’Europa non si lasci togliere la superemazia ottenuta durante la ricerca e scoperta del bosone di Higgs neppure dall’agguerrita Cina, che ha intenzione di investire in questa scoperta innumerevoli miliardi di dollari e lancia un appello ai suoi giovani allievi perché le competenze acquisite siano un alimento continuo al loro entusiasmo verso la ricerca.

Un libro che si legge come un romanzo, ma che nutre come il cibo della sapienza e della saggezza.

Corrado Leoni

Davanti a un grande artista si possono fare soltanto due cose: venerarlo in silenzio o leggerlo con avidità. Io vi consiglio la seconda opzione, perché questo libro sarà un incredibile viaggio “Scorpio baby Rose” del grande Sergio L. Duma. Teomedia editore. Pronto a sconvolgerci con il suo incredibile e acuto talento.

 

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“Vicino a noi vivono le forze oscure del male e il destino di alcuni uomini è di affrontare la loro violenza. Sta a noi scegliere come reagire. Se è la paura a prevalere, allora saremo travolti e sconfitti. Ma ci sono dei mezzi per resistere. ”

Twin Peaks

 

 

 

Trama

A Lacrima, cittadina della più profonda provincia italiana, viene uccisa un’adolescente che non era quello che sembrava. A indagare sul mistero della sua morte saranno tre suoi compagni di classe, incoscienti del torbido in cui vivono gli abitanti di Lacrima (sesso, droga, prostituzione, video snuff, travestitismo, perversioni, suicidi e così via). Il protagonista, ossessionato dalla pop star Scorpio Baby Rose, vorrà andare fino in fondo, mettendo in gioco se stesso e la sua vita.

 

 

L’Autore

Sergio L. Duma è nato e vive a Galatina (Lecce). Ha pubblicato racconti per Besa Editore, Coniglio Editore, Giulio Perrone Editore, EF Edizioni, la raccolta di racconti Il Mondo dei Sogni (Teomedia, 2014), i romanzi Isteria.Com (Inspired Digital Publishing, 2015), Scorpio Baby Rose (Eretica Edizioni, 2015, nuova edizione Teomedia, 2017), la raccolta di racconti I Libri degli Incubi (Teomedia, 2015) e i romanzi Campo di Concentramento Senza Lacrime (Panesi Edizioni, 2016),Tempi Terribili (Teomedia, 2016), La Farfalla Nera (GDS edizioni, 2016), Arcani Maggiori (Bibliotheka Edizioni, 2017), il saggio Benvenuti a Twin Peaks (Panesi Editore, 2017) e Il romanzo Le Voci dei Morti (Edizioni Montag, 2017).

 

 

 

Dati libro

Titolo: SCORPIO BABY ROSE

Autore: Sergio L. Duma

Casa Editrice: Teomedia

Formato: e-book

Prezzo: € 4,99

Pag.: 297

ASIN: B078HWRLDV

 

 

Link Amazon: https://www.amazon.it/dp/B078HWRLDV/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1513772199&sr=1-1&keywords=sergio+l.+duma

 

Disponibile su Amazon e altri store online.

 

“Tra le pagine di un libro” di Sonia Gimor, Gilgamesh edizioni. A cura di Cristina Belgioioso

 

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Mi hanno insegnato che quando si recensisce un libro è bene che mi fermi un attimo alla fine della lettura, raccolga le idee e metta su carta ciò che il libro mi ha lasciato. Inutile ripetere la trama nella recensione, primo perché la trama è già presente, secondo perché è solo uno dei metri di valutazione di un buon lavoro.

Partiamo dunque dagli aspetti tecnici: essendo un romance il centro del libro è ovviamente una storia d’amore. Mi soffermo solo un attimo su questo aspetto per sottolinearne il realismo: l’amore tra i due protagonisti è una delicata rinascita ma non ha l’intento di colpire o raccapricciare e non scade mai nel volgare. Non parlo delle scene erotiche ma della rozzezza di alcune storie scritte espressamente per destare scalpore. Questo amore è gentile, garbato, irruento ma allo stesso tempo normale, ironico e simpatico eppure esigente. E’ proprio come ogni amore nella vita reale tralasciando il fatto che lui è un mega editore multimilionario. Però di fatto ad alcune fortunate Cenerentola è accaduto di incontrare il proprio principe azzurro nella persona di uno strafigo ricco e galante quindi perché non pensare che sia realistico? La storia d’amore diventa ancora più verosimile quando la Gimor affronta con finezza e sensibilità il tema della tossicodipendenza e del percorso di disintossicazione duro e pieno di ostacoli, di ricadute, di tentazioni, di sofferenza fisica ed emotiva. L’autrice passa sopra a questi elementi come una piuma svolazzante accennandoli senza mai scadere nella cruda cattiveria delle descrizioni nel dettaglio, senza mai invadere quella dolorosa intima sofferenza del suo personaggio.

Il libro è scritto in prima persona e i capitoli alternano il punto di vista di Daniele e Ilaria, i due protagonisti.  Il linguaggio che la Gimor utilizza è pulito e piacevolissimo, facile da comprendere e ben strutturato, forte nelle descrizioni di scene piuttosto aggressive, educato e amabile nelle parti più dolci. Non ho trovato una parola fuori posto o un commento inopportuno o un dialogo forzato. Anche i battibecchi ironici che spesso, in molti romanzi, risultano poco scorrevoli e con battute che sanno di poco, qui sono genuini e simpatici.

I personaggi mancano a mio avviso di un qualcosa “in più” che da un romanzo così bello mi sarei aspettata. Appartengono a cliché ormai solidi nel mondo della letteratura rosa: lui bello e potente con un demone interno che lo distrugge. Lei,  l’angelo buono e puro che lo salverà dal proprio inferno. A questo standard appartiene anche la cattiva, Ludovica, che fa la parte della cattiva in tutto e per tutto. Cioè, non ha nessun lato positivo, non ha nessuna possibilità di riscatto, nessuna sfaccettatura differente dalla “cattiva cattivissima” tanto che nel libro viene soprannominata Crudelia Demon. Sarà lei il capro espiatorio attraverso cui i due protagonisti giungeranno a una storia solida e matura lasciandosi alle spalle le difficoltà e i tumulti dei primi mesi.  Se ho apprezzato il realismo e la delicatezza della storia d’amore, ho trovato un po’ poco profondi i personaggi tra i quali il meglio riuscito è sicuramente lui,  il mega editore Daniele Borghi che durante il libro subisce una profonda metamorfosi nell’intento di diventare una persona migliore.

Passiamo adesso alle domande che mi ha suscitato il libro: la storia della scrittrice self che viene pubblicata dalla più grande casa editrice è un po’ il sogno di chiunque scriva e si autopubblichi sulle varie piattaforme on line. Ciò che ci descrive il libro è il panorama a tratti sconfortante a tratti divertente del mondo dei social che si occupano di editoria e pubblicazioni varie. Gli sgambetti tra autori, i gruppi in cui si parla male di quello e di quell’altro, il fatto che fino a che non vendi nulla nessuno ti calcola poi se vendi un po’ di libri ti attiri subito le antipatie degli invidiosi e nel contempo anche le persone vere e sincere in cui si incappa in questa realtà. Le chat delle amiche/lettrici beta, le lettrici affezionate che mandano dolci messaggi di incoraggiamento ma anche i gruppi segreti dediti alle recensioni fake, le polemiche personali che sfociano in disastrosi cali di vendite, il cyber bullismo dei vigliacchi leoni da tastiera. Tutto vero, tutto reale, anche la mia delusione nel rendermi conto ancora una volta che il talento, l’impegno e lo studio sono solo la metà degli elementi necessari ad avere successo… forse meno della metà. Certo, Ludovica è talmente disonesta che talento o no, si merita la fine che la Gimor le fa fare, ma in linea di massima: è giusto giudicare uno scrittore dalle sue scelte private?

Il comportamento etico o meno di un autore nel suo privato inficia davvero le sensazioni che riesce a trasmettere nelle sue opere?

E di contro, quanto è produttivo soprattutto per un autore self, suscitare polemiche e maldicenze sui colleghi per vendere i propri libri?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto io mi complimento con Sonia Gimor per il coraggio nel descrivere i chiari e gli scuri di un ambiente quasi completamente virtuale  in cui spesso si decidono con spietato cinismo le fortune o le sfortune di vite reali.

 

Un autore di talento dalla rara sensibilità, una casa editrice giovane e promettente, ecco la combinazione vincente di “L’ombra del principe” di Cristiano Pedrini, Triskell edizioni. In bocca al lupo da tutti noi Cri!!

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I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.

Jean Paul Sartre

 

 

 

Trama:

Connor Riley è un giovane medico brillante.

Evan Russell appartiene a una delle più prestigiose famiglie inglesi.

Un futuro certo e appagante aspetta il primo, mentre al secondo è riservato un destino già segnato da una malattia che non lascia scampo.

Due mondi che stanno per fondersi quando Connor viene scelto per assistere Evan durante una cura sperimentale. La sua unica certezza è quella di non volersi separare in alcun modo da quell’arrogante e introverso ragazzo che ha abbandonato ogni suo sogno in attesa della propria fine.

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 29 Dicembre

Titolo: L’ombra del principe

Autore: Cristiano Pedrini

Genere: contemporaneo

ISBN: 978-88-9312-342-6

Lunghezza: 235 pagine

Prezzo: € 4,49

“Fade into you” di Siro T. Winter, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

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Quando recensisco dei libri appartenenti al genere rosa, è mio dovere fare una lunga e doverosa premessa. Questo annoierà molti lettori ma credetemi, serve più a voi che a me. Prima cosa: molto spesso il genere affibbiato al libro non è esatto. Non tutte le storie impregnate sui sentimenti, o sull’incontro fisico, sono catalogabili come rosa o romance, ma spesso usano l’amore per veicolare un significato più ampio, più complesso, che appartiene al campo della crescita emotiva del protagonista. Quando l’evoluzione è predominante e si serve dell’emozione, dell’incontro con l’altro per poter portare a una coscienza matura di ogni personaggio, ci si trova di fronte non alla narrativa rosa ma alla narrativa denominata di “formazione”. E’ evidente che il genere, se ben eseguito, sfocia quasi sempre in questo campo narrativo, divenendo una componente indispensabile di ogni trama. L’intento del rosa, infatti, è parlare dell’interazione della persona con l’altro, e questo altro non può non influire sulla sua crescita. Come dire: l’amore non è fine a se stesso, ma fa parte di un più vasto processo di apprendimento che, invece di avere come finalità la comprensione del mondo, si rivolge alla comprensione della psiche, formata da lati solari e lunari, da razionalità e dall’ombra. Da conscio e inconscio. E tutto questo si sviluppa attraverso minuziose descrizioni dell’attività cerebrale dei personaggi, delle paure e delle ossessioni, che creano ostacoli, difficoltà, lungo quel cammino strano e straordinario chiamato vita.

Seppur abituati a libri di facile assimilazione, dove non serve la ricerca del significato o non serve il patto interpretativo, il vero rosa resta quello in cui un elemento viene descritto in modo chiuso, claustrofobico o ingenuo e inconsapevole, e diviene altro, un individuo maturo e sicuro di sé, scevro e libero dai suoi limiti; o, almeno, cosciente su come affrontarli. Appunto: perché riguarda la persona nella sua interezza, l’azione si deve ambientare in contesti precisi, evocativi e soprattutto simbolici: boschi o vallate se si racconta la riappropriazione della nostra instintualità, oppure l’ambiente chiuso, per esempio una casa, se si riferisce all’incontro con l’ombra e con l’inconscio o l’oscurità che si cela agli occhi vigili della ragione.

Molti dei testi più importanti sono di tal guisa: basti pensare alle lande selvagge e ombrose di Cime tempestose, o alla vita che si svolge all’interno delle ambientazioni di capolavori come Orgoglio e Pregiudizio e Ritratto di signora.

Bisogna sempre comprendere il messaggio del libro, collocarlo nel contesto ottimale per poterne parlare: altrimenti si rischia di averne una comprensione limitata e spesso imbarazzante.

Questa lunga e noiosa premessa era necessaria e fondamentale per libro in esame, il seguito di Come Miele e Neve di Siro Winter.

Ho notato come sia quasi passato in sordina e catalogato frettolosamente come “romance” e appellato di aggettivi quali noioso, troppo lungo, banale e confuso.

Sulla noia non mi pronuncio, è una questione di gusti personali. Sulla lunghezza non posso esimermi dal dare il mio personale e umile contributo alla querelle.

Quando si scrive un testo, bisogna aver presente cosa si sta facendo: è un’operazione abile e intrigante di marketing, o un mezzo per comunicare qualcosa? Nel primo caso il messaggio sarà immediato, fruibile e toccherà le corde più sensibili e manifeste del lettore, come frustrazioni, desideri e sogni. E si costruirà su di essi dei personaggi, una trama e un percorso scontato. Non sarà la visione dell’autore a darci qualcosa, ma sarà l’autore che tramite una sorta di manipolazione, ci offrirà su un piatto d’argento quello che noi desideriamo ma non possiamo avere. È la raison d’etre della pubblicità.

Comunicare, però, è un’altra cosa, e presuppone non una gerarchia ma una cooperazione simbiotica ed empatica: l’autore, tramite un codice elaborato, ci fornisce una sua interpretazione della vita, che noi arricchiremo con il nostro mondo interiore. Parlo del “patto interpretativo”, di cui tanto blatero nelle mie recensioni. Questo patto non può nascere, svilupparsi, sopravvivere, solo con i cliché, ma avrà bisogno di attingere dal calderone ribollente della psicologia, della tradizione e della cosiddetta coscienza collettiva, in cui sono conservati gli impulsi più profondi, i desideri più scabrosi e quelli più nascosti: non gli immediati, ossia i bisogni primari, ma le radici non logiche delle nostre azioni. Non sarà la ricchezza a essere protagonista, quanto la ricchezza come compensazione di una mancanza. Non sarà il sesso, ma la volontà di sentirsi vivi attraverso il piacere dell’orgasmo. Non sarà la gelosia, ma l’insicurezza causata da rifiuti, ferite e senso di inadeguatezza. E siccome siamo stati benedetti da una lingua ricca e musicale, l’autore bravo, l’autore di talento, giocherà con essa, creando pura poesia fatta prosa. E sì, capiterà che ci saranno pindarici voli – contorti ma incredibili – di pensiero, di punti di vista repentini, di riflessioni e di concetti. E questo non per allungare il brodo o farsi belle con le pagine, ma perché quando si parla di crescita, va fatto a 360 gradi. Non ci si deve limitare a scarne descrizioni, ma si può giocare e arricchire, essere ridondanti e utilizzare un linguaggio aulico, cosi come il nostro bell’idioma ci consente.

Banalizzare un testo come “troppo lungo” è limitante. Non per l’autore, ma per voi lettori, considerati incapaci di esaltare il pensiero, fruitori esclusivi di una letteratura pret-a-porter che svilisce ogni senso umano, ogni afflato di bellezza e ogni tradizione culturale che ci ha oggi contraddistinto. Imparate il valore del tempo leggere, del tempo che si dilata, e sostituitelo con la frenesia del tutto subito. Ne trarrete giovamento.

E ora, eccoci al testo in esame, nonostante ne abbia già ampiamente parlato in questa premessa.

Come Miele e Neve e Fade into you, appartengono alla linea del romanzo di formazione e incentrano tutta la trama nella crescita. In come Miele e Neve abbiamo assistito al percorso di redenzione di Lou Lucia che diventa ai nostri occhi, il simbolo di ogni donna emotivamente infantile che lungi dal poter vivere sé stessa in piena libertà, cerca un appiglio a cui aggrapparsi per galleggiare, nel tumultuoso mondo dei sentimenti e delle emozioni. Lou è ferita. Lou è spezzata. Lou è la donna che ognuno di noi si trova a dover vedere allo specchio, quando per la prima volta, una ruvida carezza, che scambia per amore, le ferisce l’anima. È la sorte delle eroine di ogni fiaba, candide e quasi immacolate, che si trovano davanti al Barbablu di turno.

E cosa fa questo “mostro”?

Le contagia con il suo egoismo, fino a convincerle di non valere molto senza un uomo, di essere poco meritevoli di stima, di essere appetibili solo se in grado di restare a lungo bambine, senza mai dare uno sguardo alla loro stanza segreta, devastata, piena di macerie o peggio, dei cadaveri spezzati dei sogni, delle aspirazioni, delle capacità creative, considerate scomode in una donna. Ecco che Lou, emblema di ogni donna, tocca con mano l’abisso appiccicoso di un sentimento spacciato come amore e che è, invece, dipendenza. È solo con il suo rifiuto di “vivere” chiudendosi in casa e cercando i pezzi di se stessa che può avere una possibilità.

Ma una volta davanti a questi frammenti, cosa bisogna fare?

E allora Siro inserisce l’elemento fondamentale: l’amore. L’amore arriva nella forma di un uomo apparentemente simile a ogni luogo comune, ma che in realtà è specchio esso stesso del male che affligge Lou: la perdita dell’io. Vilhelmi. Entrambi, sono alla ricerca di un sorso di aria pura, entrambi hanno bisogno di un collante che riassembli la loro anima. Consapevoli che una volta ricomposti saranno cosi alieni alla loro antica immagine da dover faticare per fare di nuovo amicizia con una percezione completamente e totalmente diversa.

Ed eccoci alla seconda fase del percorso, quello che dopo aver trasformato Lou in donna, la deve far conoscere all’altro lato del cielo il suo Vilhelmi. In questo caso la lotta intensa che si dipana in queste strabilianti pagine riguarda il viaggio che l’uomo fa quando deve riconoscersi e rinominarsi una volta avvenuta la disgregazione e la ricostruzione del suo io. E’ un percorso alchemico molto complesso non tanto per le fasi che attraversa, quanto per la presenza di resistenze forti e granitiche che sono presenti nella tendenza umana a autoconservarsi, e per farlo bisogna evitare di crescere e restare colui che si è.

È questo che succede quando si evolve, ci si scontra con l’immagine antica e quella nuova, così diversa da causare disagio e terrore, perché lontana da quella conosciuta, rassicurante seppur foriera di dolori e disagi profondi. L’ignoto spaventa, spaventa quell’incapacità di lasciare che il flusso della vita segua il suo naturale corso, invece di abbandonare quello imposto da noi stessi, dalla società, dalle nostre aspettative. Il cuore è selvaggio. Ciò non significa che sia esonerato da aver delle regole, ma che quelle regole non sono a noi familiari, bensì appartenenti a una storia scritta nel DNA più profondo, fatta di istinti, intuito e mondo sottile e numinoso. Il cuore batte perché è il tamburo che scandisce il nostro tempo, perché è il suono che dà origine alla nostra capacità di sbrogliare il filo ingarbugliato del nostro destino, dei legami profondi tra noi e gli altri, tra noi e il mondo, tra noi e quella compagine sociale, tanto aliena a noi stessi, ma cosi necessaria alla sopravvivenza umana. E la società, per sua natura, tenta di usare quei fili non per tessere splendidi arazzi, ma per imprigionarci in una rete di sottili divieti, di sottili convenzioni, comode e rassicuranti, tanto che non desideriamo uscirne.

È il caso di Villehmi.

Se Lou è alle prese con l’età della consapevolezza della sua profonda femminilità fatta anche di morti, di distacchi e di solitudini necessarie a fare amicizia con il nuovo io, per l’uomo la ferita profonda è quella legata più che altro al suo ruolo, non solo sociale, ma di genere. Vil non è l’eroe dannato di tanti libri. È un uomo distrutto che cerca rifugio come tanti prima di lui, nei paradisi artificiali dell’ebbrezza alcolica. È un uomo che si bea di un potere apparente, che alimenta l’ammirazione, la volontà di possesso, ma quasi mai amore. Perché l’amore, come direbbe Gibran, presuppone la volontà di prendere la persona, spogliarla di ogni suo orpello, di ogni sua posizione anche sociale, e restituirlo indifeso e puro all’occhio dell’altro. Pur odiando il personaggio in cui esso stesso è prigioniero, Vil ci si sente quasi protetto, un bozzolo da cui escludere ogni responsabilità o impegno. È un trascinarsi, un sopravvivere, un aggrapparsi all’immagine creata dalle aspettative degli altri, alla sua potenza verso un dono creativo che è oramai, solo di facciata. Usato non più per esprimere la sua anima, quanto per azzittirla. Immerso in un coro di vociante ammirazione che a furia di non vedere la sua anima profonda, lo convince che essa non sia necessaria.

Entrambi sono dipendenti, chi dal possesso, chi dal suo ruolo. Ed è solo grazie al loro incontro che riescono a entrare in comunicazione, permettendo all’uomo di essere ritratto dell’altro, delle paure create da fallimentari esperienze. Ma crescere assieme significa anche perdersi. E perdersi è un ritrovarsi, un cambiare la prospettiva del discorso, un farsi cosi male da distruggere ogni alibi, ogni muro, per sfaldare ogni pregiudizio, ogni stereotipo, ogni timore. È solo nel perdersi che si riconosce il valore dell’altro. È solo morendo di dolore che si trova il coraggio di affrontare davvero la vita. È solo sostando nell’abisso che si impara a seminare fiori e a restituire a un ambiente oscuro e tetro un po’ di sole e colore.

E questo importante percorso umano è simboleggiato dalla casa, luogo per eccellenza della crescita della propria psiche, ai vari livelli simbolo di chiusura ma anche della tradizione dei valori più importanti: il focolare, la sicurezza contro la bufera che fuori imperversa, il calore contro il freddo di un gelido inverno. È un contrasto intrigante e soave, così da poter davvero rendere onore alla difficile strada che i due dovranno percorrere, amare senza dipendere, amare senza attese, amare senza lasciarsi condizionare dalle proprie mancanze, senza ostacolare e manipolare quel cuore che, lo ripeto, deve rimanere selvaggio.

Oh, cuore, cuore, cuore

Noi viviamo fantasticamente insieme

Vieni da me, cuore, vieni

Scuoti la mia vita

Vieni da me, cuore, vieni

Scuoti la mia vita

Marcela Morelo

So che la mia analisi potrà sembrare complessa ed eccessiva. Ma un libro è questo: è diamante dalle mille sfaccettature, cattura la luce e ci regala colori incredibili e brillanti. Cambia e si trasforma, prende e assorbe ogni emozione e al tempo stesso restituisce tutto ciò al lettore. I sogni acquistano nuova linfa e nuove ali, ogni parola diviene altro, comunica e racconta, storie su storie si svelano agli occhi increduli. E autore e lettore viaggiano assieme quasi attraversassero con un balzo fatato la linea di confine tra le dimensioni. Il mondo ci appare totalmente ribaltato, quasi alieno, estraneo seppur affascinante. Ogni pagina è una rivelazione, e la lettura procede quasi pigra, mentre l’anima assetata beve le parole come se fosse refrigerante acqua limpida di torrente.

Ecco cosa deve donare un libro. Essere una scoperta da assaporare lentamente, estranea alla fretta e al consumo ossessivo. Aliena alla standardizzazione del pensiero. Totalmente in disaccordo con la volontà del “tutto subito”. La letteratura è un viaggio e nel viaggio non è importante soltanto la destinazione ma il paesaggio che sboccia all’improvviso riempendo i nostri occhi di poesia. Ecco cosa rappresenta il libro di Siro.

Lasciatevi prendere per mano da Lou e Villehmi, cercate di ascoltare con i sensi questo vibrare, questa voglia di uscire da voi stessi e di prendere, finalmente a morsi la vita: Siro avrà avuto il suo vero successo.

 

In libreria “Cento Farfalle e… più”: la raccolta poetica di Massimo Pinto pubblicata da Bastogi Libri. Di Alessia Mocci. (fonte http://oubliettemagazine.com /2017/12/23/in-libreria-cento-farfalle-e-piu-la-raccolta-poetica-di-massimo-pinto-pubblicata-da-bastogi-libri/)

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“[…] La finestrella inquadra/ di luna argenteo il lume/ che illumina la roccia/ della casa di Dio. Di pietra è il mio giaciglio,/ ruvida la coperta,/ mentre tra me io prego/ che notturni piaceri/ non vengano a tentare/ il mio giovane corpo:/ occhi di brace e seni/ di fanciulla tra i fiori,/ che ergono il mio sesso./ Tutto ho compiuto ormai:/ mi addormento sereno./ Clemente il Buddha viene,/ tra le braccia mi prende/ e in volo mi conduce/ lassù, sempre più in alto,/ del Chomolungma in cima./ […]” ‒ “Il monaco tibetano”

 

“Cento Farfalle e… più” è una raccolta poetica dell’autore Massimo Pinto, pubblicata nel 2017 dalla casa editrice Bastogi Libri.

Abbiamo conosciuto l’autore nel 2016 con il romanzo “Il trono del padre ‒ L’innocenza”, uno spaccato della relazione esistente tra padre e figlio attraverso due momenti storici diversi: il 1950 a Roma ed il 1820 a Vienna nella corte di Napoleone Bonaparte. Inaspettata una raccolta poetica che mette in luce le simboliche vedute e l’ampiezza di spirito di uno scrittore che ha esordito in prosa con un romanzo di carattere storico ed antropologico/familiare.

 “Cento Farfalle e… più” apre, successiva alla Prefazione di Massimiliano Grotti, con un consiglio per il lettore pronunciato in modo solenne dallo stesso Pinto:

 

“Le poesie non dovrebbero essere lette rapidamente come un romanzo, tutte di seguito in fila; anzi sarebbe bene leggerne non più di tre o quattro nella stessa giornata, e su quelle soltanto soffermarsi a lungo sino a che non rivelino tutto ciò che debbono rivelare, che sarà diverso per ogni lettore. Soltanto dopo si dovrebbe andare avanti. Una per una sono poesie, una dopo l’altra un romanzo, come lo srotolare visivo di un “volumen” di una ipotetica colonna romana.”

 

Un consiglio valido per tutti i versi che son stati scritti perché essi rappresentano l’essenza di un lungo e tortuoso dialogare del pensiero che il poeta opera incessantemente per mesi, anni.

Nello specifico Massimiliano Grotti scrive:

 

“Così, mentre la narrativa si rivela un viaggio verso altri mondi e realtà, la poesia si struttura come un lento cammino verso il proprio io interiore, spingendo l’uomo a ritrovare il senso di sé per ristabilire una naturale comunicazione con le cose e con i suoi simili, per indurlo a momenti di meditazione e di riflessione sulla temuta realtà e sul suo rapporto con gli altri. […] La poesia, difatti, è anche rispondere a quella voce interiore che proviene dal profondo, un richiamo intraducibile e ineffabile per mezzo della prosa ma che si concretizza mediante l’arte poetica. Il linguaggio diviene strumento attraverso cui, ancor prima di comunicare, si vuole esprimere uno stato e dove ogni agglomerato di vocali e consonanti, ogni parola può suscitare emozioni diverse in lettori e uditori differenti. Il poeta, così, utilizza le parole non per la mera comunicazione pratica bensì per esprimere una particolare condizione dell’essere, dell’anima.”

 

“Cento Farfalle e… più” consta di tre parti denominate I frutti acerbi sui rami”, “La messe maturaed “Ormai ingiallite, cadono le foglie”. Le liriche sono immerse in una pluralità di metro che riecheggia le pubblicazioni degli scorsi secoli, non è infatti abituale nella pubblicazione contemporanea trovarsi davanti un’opera che spazia dai versi liberi agli endecasillabi, ai decasillabi, ai novenari, ai settenari, ai senari, da strofe strutturate (eptastiche, cinquine, quartine, ecc.) a quelle libere, sino all’assenza di strofe, dall’assenza di rima alle rime baciate o alternate, dalla lirica compatta al poemetto, in un godibile, sapiente ed ispirato alternarsi, ove anche la forma diventa parte della sostanza.

Esplorazione del verso, esplorazione della struttura che si impadronisce della parola sino alle viscere del simbolo. Nella Prefazione di Grotti, infatti, troviamo:

 

“Optando talvolta per il verso libero, tipico di molta poesia contemporanea, talora per una metrica più tradizionale, il poeta impiega sillabe e versi nella decisione di tagliare e interrompere il flusso poetico attraverso un abile impiego delle strofe o della struttura della rima, tra assonanza o consonanza. La musicalità e il ritmo conferiscono maggiore matericità alle parole di Massimo Pinto, dotandole di ulteriore espressività soprattutto alla luce di un passato costellato di soddisfazioni, di rimpianti e di quel senso di perdita, costante della vita umana.”

“Non sembra sia bastato/ mettere in evidenza,/ con sondaggi spaziali,/ il cosmico irrisorio/ di questo nostro globo/ e, conseguentemente,/ la sua fragilità.// Ogni giorno di più/ stiamo continuando/ a vendere tamburi,/ di pretender fingendo/ il silenzio assoluto!” ‒ “I signori della guerra”

 

Massimiliano Grotti nell’esporre le tematiche presenti in “Cento Farfalle e… più” configura i versi come

 

“[…] una cosmogonia onirica in una costante tensione al realismo dando voce alle emozioni, alle fantasie, ai rimpianti, alle riflessioni di una vita vissuta con sentimento e passione, nel bene e nel male, ma anche con esperienze attinte dalla storia, la sua e la nostra storia, e dai più remoti angoli del mondo. E proprio la tematica del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, del Libero Arbitrio viene affrontata in un approccio dai tratti nicciani ma al contempo dando voce, in Volontariato, a chi è dimenticato o diverso in un’aspra critica sociale:Tra i borderline non ho mai trovato/ difficoltà a comprendere ed agire,/ mentre feroci ostacoli mi han posto/ le persone “normali” dello staff/ che speculava su disgrazie altrui.””

 

 

L’autore

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Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”. Nel 2016 pubblica con la Bastogi Libri “Il trono del padre ‒ L’innocenza” premiato il 17 giugno 2017 con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita.

 

“[…] Ma dorme il pescatore,/ sentendo come è grande/ il pensiero del mare/ nella notte d’incanto,/ incontrastato nume/ delle radiose albe/ dai rosei polpastrelli,/ dei purpurei tramonti,/ e dalla barca sogna,/ libero, di tuffarsi/ nei tuoi abissi profondi,/ stupefatto di gioia,/ respirando le acque/ dal tuo canto sedotto,/ e, quindi unito a te,/ finalmente tuo eguale,/ salire oltre le stelle.” ‒ “Sogno del pescatore”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Sito Bastogi Libri

http://www.bastogilibri.it/

Acquista “Cento Farfalle e… più”

https://www.lafeltrinelli.it/libri/pinto-massimo/cento-farfalle-e-piu/9788894894417

massi.pinto@tiscali.it

 

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2017/12/23/in-libreria-cento-farfalle-e-piu-la-raccolta-poetica-di-massimo-pinto-pubblicata-da-bastogi-libri/