“Io sono Valeria” di Danilo Cristian Runfolo, Eroscultura. A cura di Milena Mannini

 

Introduzione. 

Uno dei termini maggiormente usati per screditare una donna, togliergli lo status di avente diritti e umiliarla è l’aggettivo “puttana”. Questo la relega nell’emisfero degli esclusi, di coloro che minacciano la stabilità di una morale societaria, la spersonalizzano e la mostrano agli altri come oggetto di consumo. Esclusa sì, ma non deviante, in quanto la escort, la meretrice, la puttana appunto, ha un grande ruolo nell’equilibrio societario, è la detentrice degli impulsi sessuali considerati scomodi sia dalla religiosità che dalla morale che tende a escludere il sesso come portatore di disordine. L’armonia e la struttura rigida permettono a una società di sopravvivere, e per farlo non può cambiare nè avere scossoni emotivi eccessivi. Ma al tempo stesso serve incanalare la peggiori perversioni (che poi a un attento sguardo perversioni non sono ma lo diventano in quanto eccessivamente ignorate) in qualche “oggetto del desiderio” che sia privo di limiti, di imposizioni e di regole comunicative precise. Ecco che le bocche di rosa, quelle che usano il sesso per raggiungere fini economici o solo per passione, servono per approfondire il divario tra giusto e sbagliato, tra morale e amorale, tra Madonne e Maddalene da redimere, affinché tutti trovino comodo il loro ruolo e esercitino attraverso esso, il controllo sociale.

Eppure…

Non tutti sanno che l’etimologia del termine puttana è stato abilmente camuffato dal potere.

Anticamente il termine definiva una particolare condizione prettamente sacrale. Quello che nel volgo popolare è offensivo, deriva dal latino puteus ossia quel luogo naturale, cavità o bosco, appositamente scavato per simboleggiare il grembo della rinascita. Per non parlare dei romani, o dell’avesta, dove mediante la parola putika ci si riferiva a un lago mistico di acqua rigenerante. ecco che emerge una vera distorsione del linguaggio atto a mantenere una gerarchia netta tra la femminilità sacra e ciò che è culturalmente e socialmente accettabile, rendendo l’idea di un sentimento di venerazione religiosa, alludendo a ciò che era puro e santo, qualcosa di odiato, temuto e deplorevole.

Puttana, l’insulto becero che ogni uomo senza palle rivolge a una donna è in realtà un offesa proprio per l’intenzionalità, portata avanti dal mondo vigliacco e maschile,  di distorcerne il significato. Puttana in senso offensivo è il peggior degrado per la donna.

E se vi sembra strano che la sessualità si leghi a un concetto di sacro, significa che avete davvero bisogno di staccarvi da tale preconcetto. Perché questa dicotomia non può non provocare patologia nella mente. Anticamente prima della frenesia bigotta cattolica, il sesso era una vera e propria liturgia, un atto sacramentale chiamato hierogamos che permetteva ai partner di trascendere i sensi comuni per entrare in una dimensione spirituale. Era un rito di passaggio.

Ecco in certi libri, che denunciano il declino voluto e studiato di un termine che in realtà significava altro, ci aiuta a riprendere, piano piano i fili del nostro autorevole passato, per poter divenire essere umano a trecentosessanta gradi e non più burattini, che mettono la propria coscienza nelle mani del giudice di turno.

La nostra Milena ci racconta, dunque, un libro che è molto più di un erotico, ma è un’arma per rompere il muro del becero silenzio complice.

Buona lettura.

 

Alessandra Micheli

 

 

 

C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità.
(Alessandro Baricco)

 

L’ulivo comincia a spegnersi da dentro.
Per questo il suo tronco si svuota e si contorce su se stesso in perenne movimento.
E più muore dentro più è maestoso fuori.
Io la dignità la racconto così.
(Monica Lazzari)

 

Questo romanzo è il racconto della vita di Valeria, ma il nome potrebbe essere benissimo uno qualsiasi, persino il mio,  una donna che ha sempre saputo cosa voleva e sopratutto come ottenerlo

 

Una puttana è, nello specifico, una scultrice di desideri sessuali che prende un pezzo di pietra privo di forma e crea al suo interno l’immagine tridimensionale che il cliente desiderava da sempre assumere o possedere. La sua opera dura una notte, o una vita intera.

 

Una donna che non è spaventata dalla sua sessualità ma che la asseconda

 

Ero sempre stata una gran troia, sin da piccola, sin da quando, appena undicenne, io che sono classe ‘47, scoprii la mia vera natura interiore; quel giorno in cui la bimba dai boccoli biondi e gli occhi azzurri svelò inaspettatamente a se stessa la donna che scalciava per prendersi il mondo.

 

che la vive a pieno facendone una professione, una fonte di guadagno per poter fuggire da una vita che non sentiva sua e per non doversi sentire umiliata come invece succede a sua madre costretta a vendersi al padrone di casa per pagare l’affitto

 

Non sapevo ancora come, ma decisi in quell’istante che avrei portato mia madre via da quella casa e dal cazzo schifoso di Emilio. Decisi che non le avrei permesso mai più di umiliarsi in quel modo. Lo giurai a me stessa, e ovviamente mantenni la promessa.

Aveva un’amica, una collega e un amore che rispondevano allo stesso nome, due personalità che si distinguevano anche per la clientela che avevano, ma che una nell’altra trovavano pace

 

io e lei avevamo due camere distinte perché entrambe ricevevamo separatamente i clienti, e avevamo anche voluto renderle diverse per stile e arredamento, facendo sì che ognuna di esse rispecchiasse, quanto più possibile, il carattere e la personalità di due puttane simili, ma profondamente diverse.

Valeria è una donna che non ha mai avuto paura, che era solita trasformarla in coraggio, perché ognuno di noi trova la sua forma di difesa personale e per lei era l’attacco, fino a quando la paura non si prende la sua rivincita

 

Sì, solo in quell’occasione ebbi davvero paura. Ne ebbi tanta

 

In tutti i lavori esistono pericoli, e anche le donne che fanno “la vita” ne affrontano parecchi, anche se agli occhi delle persone “normali” magari se lo meritano

 

Urlavo, come urla una puttana, ma non mi sentiva nessuno e nessuno mi avrebbe potuta salvare. Li pregavo di fermarsi, e davo per scontato lo avessero fatto da un momento all’altro. Mi sbagliavo, non lo fecero. Piangevo, non mi ascoltavano. Tremavo, mi scopavano.

 

….uomini. Una parte di essi, quella relativa alla bestialità che il sesso scatena in loro. Da quel giorno non ho più smesso di amare le donne, quelle come Luisa, quelle come mia madre, quelle come me, quelle come tutte le puttane.

 

Forse una donna debole avrebbe cambiato il suo modo di vivere, ma non Valeria, che ancora giovane rimette insieme i pezzi e va avanti, anche se adesso ha perso anche l’appoggio dell’unica amica che aveva.

 

detto sinceramente, me ne sono sempre fottuta di tutto, specie della gente e della falsa morale che copre luride coscienze.  Io ero quella, quella era Valeria e quella sarebbe rimasta, per sempre e comunque.

 

Nel corso della vita non si piega a nessuno, ottiene ciò che vuole e tutto ciò che di materiale può comprare il denaro. Ma c’è una cosa che Valeria non può fare, fermare il tempo, che inesorabile passa, per tutti, anche per chi si sente invincibile, e passando ci presenta il conto e Valeria, come chiunque, comincia a fare bilanci e ad accorgersi che è sempre più sola, che forse è venuto i momento di cambiare vita

 

Non so bene neanch’io come siano andate le cose con lui, non conosco la risposta a tanti perché, e non so neppure per quale motivo io, puttana ormai quasi del tutto sentimentalmente lesbica, abbia lasciato che quell’uomo s’insinuasse, dopo corpo e lenzuola, anche nel mio frammentato e fragile cuore che ho sempre creduto, o voluto credere, impermeabile all’amore.

 

Ci prova Valeria a cambiare vita, di trovare quella pace interiore a cui ogni uomo e donna aspira, un porto sicuro dove riposare il corpo e lo spirito

 

Ecco, Paolo era la tregua, la pace, il fazzoletto bianco, la fine delle ostilità o semplicemente la bandiera a mezz’asta di una resa parziale.  

  ma quanto può durare?

 

Beh… insomma, alla fine furono anni piacevolissimi, quelli trascorsi con Paolo, e quasi subito accettai di andare a vivere in casa sua e insieme viaggiammo moltissimo, in Europa ma anche in Asia, continente che lui adorava…………. Avrebbe fatto di tutto per strapparmi un sorriso,

 

Si trova da sola di nuovo Valeria e non ha alcun dubbio su cosa debba fare, nonostante l’età stia avanzando inesorabilmente

 

Ho continuato a scopare e a farmi scopare fino al compimento dei cinquantanove anni, poi ho smesso, ho smesso del tutto.

 

Alla fine Valeria è sempre più vicina alla consapevolezza, che forse, tutto quello che la rendeva felice, era solo effimero, nulla che davvero le riempisse il cuore o che la facesse sentire speciale,

 

Avevo avuto tutto, eppure, non avevo nulla.

 

Ma la dignità e il coraggio le permettono di affrontare anche quest’ultima fase della vita a testa alta

 

Sono pronta, dunque: che mi portino pure il conto. Che preparino la croce i giudici, e i chiodi, e la corona di spine, o diano al popolo le pietre per punire ancora la lurida Maddalena.

 

Per definizione un romanzo erotico è uno scritto che abbia come suo argomento principale la trattazione anche esplicita di temi legati alla sessualità e all’amore fisico, attraverso i quali vengono, non di rado, veicolati contenuti filosofici o spirituali.

Ebbene in questo romanzo già dalle prime frasi è chiaro che sia un erotico, per linguaggio e tema trattato, ma scorrendo le pagine ci troviamo a leggere e a riflettere, a farci domande e a darci risposte, a pensare che in fondo in ognuno di noi c’è una puttana anche se non vogliamo ammetterlo, perché la vita ci porta ad esserlo e non nel senso sessuale del termine, ma in senso lato, in fondo, se ci pensate, tutti ci siamo trovati a dover accettare compromessi per vivere meglio, per la carriera, per la famiglia, ecco in questo lo siamo un po’ tutti, io di sicuro

 

Milena Mannini

 

“Le gemme dell’Eubale”. Ananke” di Cristiana Meneghin, lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando mi impegno a recensire un libro la prima cosa che pretendo da me stessa è una concentrazione assoluta, tale da permettermi di entrare direttamente e senza filtri nella testa dell’autore. Una recensione deve poter analizzare, senza preconcetti sia il significato del testo ossia l’intenzione o la percezione che lo scrittore inserisce nel racconto (sia quella manifesta ma soprattutto quella più occulta) sia la capacità del contesto di armonizzarsi con questo significato.  Non tutti i generi possono fornire lo sfondo ideale e pertinente ai mille significati che l’autore tenta di inserire nella sua opera, ed è questa l’unica “critica” possibile. Ogni passo stilistico e strutturale segue un preciso piano mentale, è mio compito individuarlo, renderlo manifesto al lettore onde guidarlo a un acquisto consapevole.

Premesso ciò, cercherò ancora una volta di entrare nel mondo personale dell’autrice, scusandomi sin da ora per la mia invadenza.

Ananke è un libro scritto non per vendere (uno dei motivi che aborro) ma perché la fantasia sicuramente fertile della Meneghin è stata stuzzicata da domande anche profonde che si concentrano in una sola: può l’amore saldare qualcosa che è distrutto?

E può l’amore davvero superare ostacoli e persino pregiudizi sociali?

Per rispondere a questi quesiti si è cimentata in una narrativa rosa con due protagonisti fragili ognuno a suo modo. Ma, quando si è interrogata sulle motivazioni profonda che avrebbero dovuto separare i due futuri amanti, si è trovata a un bivio: poteva spiegare questa cesura con motivazioni classiche?

Può un dolore di un amore perduto, un tradimento, un’indecisione data dall’immaturità, o un trauma davvero spiegare le resistenze che portano due anime o due cuori all’incontro?

Lei si è risposta di no.

Pertanto ha creato un contesto complesso e intrigante con cui spiegare le difficoltà dell’incontro con l’altro, accentuando tramite la distopia questa diffidenza dell’alterità.

Se ci è riuscita o meno, sarà il lettore a deciderlo.

Pertanto, il libro Ananke parte mostrando all’attonito lettore una situazione devastante, scaturita dalle più segrete e innominabili paure dell’uomo: una nuova apocalisse.  Questo disfacimento, questa totale fine del conosciuto è spiegata con un evento neanche tanto remoto, come l’impatto di un meteorite sulla nostra (neanche più di tanto) amata terra. Un disastro apocalittico reo di aver creato un nuovo diluvio che ci fornisce immediatamente la percezione di una modifica non soltanto geografica, ma valoriale e soprattutto morale. Questo mondo, che prima sembrava, grazie alla tecnologia, senza confini, ora appare ristretto avvolto da precisi e invalicabili limiti. Ri-sottolineo non soltanto geografici. E questi stessi si ritrovano inseriti nella psiche, forse contorta del protagonista a cui subito si associa, per diritto di nascita, un rigido e anche claustrofobico ruolo sociale. In un mondo da ri-costruire e anche da difendere, consapevoli della fragilità delle nostre certezze Arhon appare il nuovo eroe, colui sulle quali si basano le speranze e le ansie di ricostruzione di un mondo sorto dal diluvio che ricorda lontanamente e neanche molto, il mito sumero.  Ecco che la terra antica, quella che avevamo imparato a conoscere e a dominare, si rivolta e si trasforma in un ambiente ostile e inquietante poiché di nuovo ignoto. Ed è questa paura di quello che non conosciamo che rende l’essere umano totalmente in balia di eventi, emozioni e terrori:

 

Fu ribattezzata con il nome Eliseia, ovvero: colei che si è salvata dalle acque, dopo che l’impatto Eubale-Terra innescò degli eventi a catena che distrussero la maggior parte delle zone emerse del nostro pianeta. E fu solo il fatto che la sua altitudine fosse di mille e duecento metri sul livello del mare a salvare Eliseia dall’inabissarsi nelle acque del Mar Adriatico e l’unico motivo della sopravvivenza dei miei concittadini e della mia stessa famiglia. Le terre di poco più a sud e quelle leggermente più a est di Eliseia non goderono di altrettanta fortuna. Quell’evento portò onore, fama e gloria alla mia famiglia.

Speranza risorta dalle acque Elisea diviene la terra promessa, emblema di inizio ma anche di debolezza del novello Noè il progenitore di una nuova razza di umani che dovranno imparare a convivere con il cambiamento totale, consapevoli della caducità umana di fronte alla terrificante forza della natura.

Cosa accade, dunque in un mondo che emerge dalle acque simbolo del disastro e che non vuole smettere né di ricrearsi né di sopravvivere?

Semplice.

Bisogna adeguare la mutevole natura umana alle nuove circostanza, imparare di nuovo ad apprendere. Da un lato quindi, si creeranno barriere difensiva per tutelare ciò che rimane dell’umanità, dall’altro bisognerà imparare ad accettare, convivere e cooperare con il nuovo mondo, uscito totalmente modificato da questo tremendo impatto, modificato nella sua struttura morale e visiva, con nuove piante, nuova fauna ma soprattutto nuovi valori. E questi valori sono soprattutto di accettazione, di difesa, di purificazione dalle scorie radioattive (ma possiamo anche pensare a una purificazione dalle patologie del pensiero moderno) e scendere a patti con quell’ignoto rappresentato da queste strane mutazioni animali. È soltanto l’accettazione della diversità che può portare i benefici che la novità catastrofica apporta. Ecco che gli animaltus divengono simboli della nuova condizione umana, una via di mezzo tra l’umanità e l’istinto animale: gli shen. Eppure questa doppia e interessante natura diventerà l’unica salvezza persino per la protagonista, in quanto incarnerà la saggezza necessaria a sopravvivere anche ai drammi personali, grazie alla leggerezza. Infatti natura umana estremamente logica sposata con il puro istinto, forse dona quella soavità nel comprendere ogni evento nella perfetta ragnatela della vita.

Gli shen per questa duplice natura divengono estensioni del nuovo umano, che grazie a loro, nonostante tenti strenuamente di far sopravvivere l’illusione che nulla sia cambiato e in questo l’autrice è molto brava, inserendo elementi quotidiani in una quotidianità che non esiste più.  Ecco che nonostante la volontà di continuazione con la precedente cultura, l’essere umano post apocalittico è totalmente diverso. Non servono canzoni, macchine e gesti reiterati che però appaiono stonati per convincersi che tutto può tornare come prima dell’impatto, perché c’è il patto con gli Shen a ricordarci che esiste una reale modifica dell’esistenza di Ambra e Ahron.

Ed eccoci ai protagonisti Ambra e Arhon.  Entrambi totalmente a disagio in questo nuovo mondo, impossibilitati a riconoscervisi, Ambra con una forte menomazione al suo equilibrio che rende evidente la precarietà di questo nuovo modo di vivere e Arhon con un ruolo talmente ingombrante da cercare scappatoie spesso distruttive. eppure reazioni diverse: una guerresca e eccessivamente rabbiosa, l’altra cooperativa e creatrice ma totalmente priva di un reale centro da cui ri-costruire la sua perduta identità. E questa identità la Meneghin ce la fa trovare attraverso l’incontro, nell’infrangere i tabù che sostengono questa precaria società, nel riconoscersi come liberi solo nel toccarsi, nel guardarsi e nel porsi nudi uno di fronte all’altro. Ecco che grazie alla passione che come uno tsunami travolge tutto con sé, certezze, volontà e preconcetti che trovano in fondo la loro vera unità.  Il contesto distopico fa, quindi soltanto da sfondo e spiegazione alle difficoltà che due persone trovano nel volersi sfiorare, compenetrare e riconoscere. Pertanto il rosa inteso come indagine dei sentimenti la fa da padrone e trova anche la sua ragione di esistere individuandosi come unica e privilegiata forza per trasformare davvero l’uomo, fragile e in difficoltà davanti a una vita che per sua natura deve cambiare.  E’ un libro incentrato forse, sulla ricostruzione di se stessi, quando ci si perde lungo la strada della vita, quella piena di sassi e interruzioni, quella che non ci dona l’illusione della perfezione ma che si nutre di disequilibrio, quella forza ordinatrice che fa trovare il suo posto al caos restituendoci armonia degli opposti.

E non è un caso che il nemico più oscuro di questo mondo si chiami Seth. Seth era, infatti, nella mitologia egizia il do del disordine, in contrasto eterno con Horus incarnazione vivente dell’ordine cosmico Maat.

È sulla ricostruzione di se stessi che i due protagonisti dovranno fare i conti concentrandosi sull’incontro come unico mezzo di riconoscimento e accettazione delle diversità, delle parti oscure, delle fragilità delle imperfezioni, osservandosi e abbracciandosi e riparare attraverso l’amore quelle ferite presenti in ciascuno di noi. E cosa migliore di quella forza che:

 

che move il sole e l’altre stelle

Può portare davvero ordine nel caos?

Può farci superare pregiudizi e preconcetti?

Può restituirci la serenità perduta?

L’amore in questo testo è il vero centro, e non si tratta di un amore solo passionale, ma di quella forza che riesce a non morire mai e riversarsi come un fiume fresco a irrigare ogni campo, ogni prato, ogni terra desolata.

L’amore, guidato dalla Dea Ananke intesserà la sua tela e metterà la nostra Ambra in un dedalo di scelta importanti, apparentemente distruttive, la condurrà tra abisso e paradiso, la stordirà con i suoi soavi profumi ma la ferirà con spine acuminate fino, forse, a restituirla davvero a sé stessa.

Per scoprire cosa accadrà non ci resta che attendere i successivi capitoli di quest’avventura.

 

 “Destini incrociati” di Claudio Paganini, 0111edizioni. A cura di Vito Ditaranto.

 

 “…La notte in cui venni al mondo sembrava una notte come tante altre… Mi  chiamo Luca ma, per un perverso gioco cosmico, sono anche Agnese…”

 

Un bambino: Luca.

Un bimbo speciale, nato nella notte in cui il mondo dei morti si sovrappone al nostro, un figlio del crepuscolo.  Il suo destino si sovrapporrà a quello di una fanciulla vissuta secoli prima, morta nel tentativo di sigillare l’ultima porta degli inferi ancora aperta in un paesino dell’entroterra ligure: Triora.

Un piccolo paese di poco più di 300 anime del ponente ligure, abbarbicato sui monti nell’entroterra di Imperia nella valle Argentina, dove nel 1588 si è compiuto il tragico destino di una cinquantina di donne accusate di stregoneria, tanto da venir battezzata la Salem italiana in ricordo della caccia alle streghe che sul finire del 600 iniziò negli Stati Uniti nella zona del New England, proprio nel villaggio di Salem.

Abbiamo tutti dei destini segnati.

Facciamo tutti parte di qualche strana famiglia.

Sì, anch’io  faccio parte di una strana famiglia.

Dormiamo di giorno e voliamo di notte, come aquiloni neri portati dal vento. Si lo so, non ci credete, ma, solo perché non ci credete non vuol dire che non sia vero. Non è necessario essere una stanza o una casa per essere stregata. Il cervello ha corridoi che vanno oltre gli spazi materiali. Tutto ciò esiste ed è reale.

Toccherà a Luca  terminare l’opera della giovane strega e ristabilire finalmente l’equilibrio. toccherà a lui fermare l’avanzata delle Tenebre che cercano di spalancare l’ultima porta infernale. Toccherà a lui trasformare Agnese la strega in Agnese la fata.

Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il  preludio di una rinascita.

Il libro di Paganini è stato una piacevole scoperta, un racconto dalle molteplici sfaccettature, commovente, con la narrazione delle disavventure del protagonista e l’empatia generata dalla descrizione degli stati d’animo.  Emozionante, con la romantica storia  tra i due protagonisti  e  avvincente, con la intricata trama avvolta da un alone di mistero che si srotola fino al finale.  A tratti ho notato delle affinità con a “La storia infinita” di Michael Ende, un modo che diviene l’incontro di due mondi che si mescolano mirabilmente.

Un modo fatto di uomini nati per rincorrere il vento.

La trama è complessa ma perfettamente concatenata, e ogni singolo personaggio si imprime nella memoria per un particolare seppur minimo e poi torna, a sorpresa, dopo tante pagine, perfettamente riconoscibile, come un attore uscito di scena che avesse atteso nel camerino, con il suo carattere e la sua insostituibile funzione. La trama è ben congeniata, lasciando nel dubbio il lettore sulla verità finale, che verrà svelata sol nel finale.

Lo stile della scrittura garantisce una lettura piacevole. Si tratta di un libro scritto molto bene.

Il ritmo della narrazione non risulta per niente noioso.

La lettura è stata per me un ostinata presenza, intollerabile realtà, interminabile provocazione, ineccepibile alternatività, scomoda, inquietante, demoniaca. Il protagonista  è stato un eterno violentatore di tutti i miei pensieri, ma…nei sogni… “Sublime”.

Così come sublimi sono i sobbalzi spazio-temporali, tra presente e passato, che Paganini crea in maniera ineccepibile e  che rendono la narrazione stessa più interessante.

Vita e morte, gioia e dolore, paura e coraggio…tutti dobbiamo saper affrontare ora l’uno, ora l’altro aspetto… Sono convinto che questo libro possa contribuire a creare le giuste basi per una crescita interiore.

Questo libro mi ha riportato indietro nel tempo, addirittura a quando frequentavo la scuola elementare e la maestra quando leggeva libri che creavano atmosfera ci faceva chiudere gli occhi e ascoltare la sua voce che impersonava i vari personaggi e leggeva il libro… e così non era difficile immaginarsi le streghe pelate, con unghie affilate e senza dita dei piedi…

Rileggendo questo libro ho rivissuto nuovamente quelle sensazioni, anche se non ci sono streghe pelate, con unghie affilate e senza dita dei piedi…

È incredibile come sia coinvolgente questa storia dolce/amara.

Lo stile dello scrittore non solo è impeccabile, ma è capace di trasportarti all’interno del libro, di sentire i protagonisti parlare, di vedere le loro facce e il loro sguardo!!

Insomma, un bellissimo libro che ha avuto il pregio aggiuntivo di farmi ritornare per un attimo un pò bambino.

“Destini Incrociati” bascula con un meccanismo preciso e bilanciato tra due “mondi”, la vera forza.

I continui flashback con una ricchezza emotiva, riescono, -cosa non da poco- a comunicare con la dovuta efficacia il difficile ruolo del destino e la scelta, forzata o meno, che questo inevitabilmente provoca nella nostra vita.

Spero di aver interpretato al meglio ciò che l’autore intende trasmettere con la sua trama.

Il filo della trama letteraria è senza dubbio la speranza di vivere una vita libera, di poter amare chi si desidera amare e di vivere senza preclusioni la propria vita.

Assolutamente da non perdere.

 

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“La neve che accarezza le camelie” di Lisa Arsani, Les Flaneurs editore. A cura di Paola Garbarino

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Premetto che ho conosciuto l’autrice attraverso le pagine del suo romanzo d’esordio self “Melagrana e cocci di bottiglia”, lo lessi su segnalazione di un’amica dai buoni gusti letterari: avevo qualche dubbio perché trattandosi di un amore omosessuale temevo che tale storia non mi avrebbe coinvolta nel modo giusto, invece dovetti ricredermi, alla fine ciò che contava era la storia d’amore, le dinamiche, i sentimenti, i pensieri, di due persone, persone e basta, non contava più che non fossero una coppia tradizionale.

Lisa Arsani torna con un’altra storia d’amore tra due ragazzi e anche questa volta quello che passa in primo piano sono i sentimenti.

Nel primo libro, abbiamo assistito alla nascita dell’amore tra due persone molto diverse, una lotta, soprattutto da parte di uno dei due, per ammettere anche a sé stesso di essere innamorato: la casa sul lago che compare nella romantica copertina, è la bolla di vetro in cui questo amore contrastato ha la possibilità di svilupparsi, un mondo a sé in cui i sentimenti dei due protagonisti crescono, si espandono, fino ad acquistare abbastanza forza da poter entrare nel mondo reale, quotidiano.

In “La neve che accarezza le camelie” l’ambientazione passa in primo piano, assieme ai sentimenti, non è una bolla, non è un microcosmo perfetto come una palla di vetro, è parte stessa di quella storia, dei sentimenti, dei due ragazzi, è qualcosa che da subito accomuna i due protagonisti (Aimeric si rifugia spesso a disegnare nell’orto botanico della città, mentre Aliseo vi lavora), di più, è il motivo, il luogo, che fa incrociare i loro cammini, la Natura è come un classico Deus ex machina mitologico che manovra dietro le quinte.

Non ci sono grossi contrasti, c’è un sentimento pulito, forte, che sboccia subito e che immediatamente viene riconosciuto e apprezzato. È un amore che non va accettato, che non va difeso con le unghie e con i denti: è semplice, naturale, quanto respirare.

Due storie d’amore simili ma allo stesso tempo molto diverse, uniche come solo l’amore tra due persone può essere.

Non amo fare recensioni che svelano troppo della trama perché personalmente mi piace avere il gusto della più totale sorpresa, quindi mi soffermerò sulle scelte dell’autrice.

Ho apprezzato l’audacia di Lisa nel trattare l’amore, in tutte le sue sfumature, da quelle più dolci a quelle più bollenti, tra un diciassettenne e un ragazzo poco più grande. Non per l’età, figuriamoci, a quasi diciott’anni si è consapevoli, no, l’audacia di Lisa è che uno dei due ha origini marocchine. Ecco, se già nella nostra cultura è ancora faticoso accettare una relazione omosessuale, dev’esserlo doppiamente quando uno dei due appartiene a un’altra razza, a un’altra cultura.

I protagonisti non si fanno problemi, pensano soltanto a ciò che provano, quindi anche noi, durante la lettura, ci troviamo a chiederci perché mai tali dettagli dovrebbero essere dei problemi, degli impedimenti. L’Amore che descrive l’autrice è amore e basta, non importano il sesso o la razza e, quando due persone sono determinate ad andare avanti insieme, possono riuscire a fare in modo che le diversità culturali diventino un arricchimento reciproco. È una storia ideale, che sembra facile, anche se sappiamo che nella vita reale ben poche cose sono semplici e spesso certi problemi soffocano anche il sentimento più grosso.

Il bello di questo romanzo è proprio questo: fa sembrare come se l’Amore in sé possa essere facile, basta avere il coraggio di riconoscerlo e non lasciarsi influenzare dal pensiero della società o anche solo dalle nostre personali paturnie. Ho invidiato questi due ragazzi perché io personalmente sono una da mille tormenti, quindi una storia così è come prendere un bel respiro profondo anziché vivere respirando a diaframma contratto. È un libro che quando lo chiudi, alla fine, sorridi.

La Arsani ha una penna poetica, la sua scrittura è fluida e grammaticalmente perfetta, riesce a descrivere le scene più calde in modo incisivo ma mai volgare. Personalmente odio l’effetto “videocamera che fa lo stacco sul caminetto acceso” in camera da letto, a meno che non si tratti di un Young adult, ma trovo peggiore leggere la lista dei termini ginecologici o di dialoghi che nemmeno in un film porno: l’autrice ha un suo efficace, personale modo, di affrontare le parti calde, poetico e al tempo stesso senza veli, molto intenso.

Unico punto che personalmente non mi ha entusiasmata, è stata la presenza delle frasi in francese che in alcune parti della narrazione hanno appesantito la lettura, dettaglio, comunque, che passa in secondo piano visto che tutto il resto di questo libro è molto buono; immagino che la presenza del Francese, che compare anche nel titolo, abbia avuto un significato profondo per l’autrice e, da scrittrice anch’io, capisco perché abbia voluto mantenere questo dettaglio.

Consiglio la lettura di questo romanzo anche se non avete mai letto un M/M, non mancate di andare a leggere anche il primo!

Aspetto la prossima opera di questa talentuosa autrice che giustamente è stata notata da una casa editrice che, a giudicare dai titoli che sta pubblicando, sta decisamente puntando sulla qualità, buon lavoro!

Paola Garbarino per Fleurs du Mal

“Rouge. Il fuoco sulle labbra” di Isabel del Greco, eroscultura editore. A cura di Antonella Scarfagna.

 

Rouge sono una serie di episodi in cui il filo conduttore è un rossetto di Chanel di colore rosso con il quale la protagonista dipinge le proprie labbra prima di ogni incontro di sesso infuocato.

 

“…ero una vincente per natura, con la competizione incisa nel DNA al pari dei miei capelli rossi.”

 

Con questa semplice frase l’autrice evoca in maniera prepotente e sensuale l’immagine di una donna “pantera”, rapace, e con un forte spirito di avventura, una di quelle donne estremamente sicure di sé e con una forte personalità, che attivano i feromoni dei maschi eccitati da un femminile che li sfida e che sentono il desiderio di dominare.

Gli uomini che incontra hanno la tendenza e la volontà di sottometterla, almeno a letto visto che fuori dalle lenzuola è qualcosa che lei non permetterebbe mai. Anzi, in molti casi è lei stessa a provocarli in tal senso, in quanto eccitata oltremodo da situazioni di tal sorta.

I suoi uomini sembrano tutti dei maschi Alfa con l’attitudine al comando e al controllo sul femminile ma in realtà sono vittime del suo desiderio di essere sottomessa. Non stiamo parlando di pratiche di Bdsm, qui si tratta di quel tipo di sottomissione che molte donne amano, quella tra le lenzuola e che si concretizza nel desiderio di abbandonarsi nelle mani di un uomo che sa come dar loro piacere, che sia anche un po’ rude ma non violento, di quelli che sanno fin quando spingere il limite per poi fermarsi, che sanno domare con rispetto e sensualità.

Faccio un inciso su quanto affermato a proposito della sottomissione riportando le parole del dottor Alberto Caputo, sessuologo dello IES, Istituto di Evoluzione Sessuale. «L’istinto di dominio e sottomissione è naturale e fa parte di un corredo evoluzionistico che garantisce l’adattamento della specie, ed è insito nella nostra biologia. Queste dinamiche sono presenti in gran parte della nostra vita e in ogni tipo di relazione (genitori, scuola, amici, coppia). Quando vengono intellettualizzate, rielaborate e sessualizzate, creano una dimensione di gioco e di eccitazione, che va oltre il puro aspetto di dominanza e assume aspetti creativi… questo tipo di erotismo si basa in gran parte sull’eccitazione mentale, il che lo rende più affine alla sessualità femminile, per cui questa dimensione è predominante, oltre che necessaria. Inoltre, le donne sono più inclini a questo tipo di giochi perché hanno una capacità di intellettualizzare le pulsioni sessuali molto più articolata e vasta rispetto all’uomo. Più si investe sul desiderio e l’elaborazione delle fantasie, prolungando e mantenendo alta l’eccitazione mentale, più il rapporto sessuale viene valorizzato per la donna».

In tal caso il confine tra dominatore e dominato continua a esistere da un punto di vista oggettivo ma in realtà c’è una continua interscambiabilità dei ruoli durante tutta la durata del rapporto e soprattutto si percepisce il sottile ma forte potere del sottomesso.

Nei vari episodi il tasso di eroticità è molto elevato e a volte le scene sono descritte in maniera dura e diretta. Sembra che non ci sia una connessione tra di essi e si potrebbe pensare che l’autrice abbia voluto solo descrivere degli scenari di sesso fine a se stessi e quindi più avvicinabili al porno. Magari qualcuno si lamenterà di ciò, ma non mi stancherò mai di ripetere che l’erotismo è anche forte e che il confine tra questo e il porno è soggettivo.

Tuttavia, c’è da dire che se si legge attentamente tra le righe e si entra nella psicologia della protagonista, la storia che sottende i vari episodi e che li lega assieme esiste e si ritrova in questa frase:

 

“intrappolata in un matrimonio con un uomo che disprezzavo e in balia di un amante che non si decideva a rapirmi una volta per tutte, trovavo vaghe ed effimere consolazioni in storie di una notte che costruivo nella mia mente per renderle accettabili al mio corpo, solitamente esigente e volubile. Volevo darmi via, svendermi per provare un’emozione, ma tutto durava quanto un preservativo acquistato a un distributore.”

 

Sembra che l’insoddisfazione affettiva spinga la protagonista verso una sorta di bulimia sessuale, ricercando rapporti carnali alla stregua di un antidepressivo.

 

“nella mia testa, finché non mi fai tua, sono di chiunque”

 

Tuttavia anche dopo la separazione dal marito e aver coronato il desiderio di convivenza con l’amante, la donna continua a vivere le sue avventure, a volte coinvolgendo anche il compagno stesso. A questo punto il sesso smette di essere un tentativo di riempire un vuoto affettivo per diventare invece un sublime piacere da soddisfare.

Consigliato agli amanti dell’erotismo a tinte forti.

 

“Principesse delle mie brame. Identità di genere e cartoon” di Cristina Vangone, Effatà edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Cosa vogliono le donne?

Fu questa una delle domande che angustiò uno dei più grandi psicologi dell’era moderna, forse contestato, forse superato da Adler e Jung, ma che indubbiamente ebbe un grandissimo peso in quella che è oggi una minima comprensione della nostra mente. Eppure, lui che indagava sogni, inconscio, che studiava totem e tabù, a questa domanda non seppe proprio rispondere.

A una prima osservazione essa appare semplice, quasi scontata. Peccato che quando con prosopopea si tenta di darne risposta, ci si trova spaesati, increduli e anche arrabbiati con se stessi.

 Come? Filosofi che hanno indagato i grandi temi dell’umanità non sanno rispondere?

Eppure è proprio questo il dato di fatto, su cosa vogliono le donne si possono tentare giri di parole ma una risposta dotata di senso e significato non è stata ancora data.

Al posto di Freud, però, hanno tentato registi con il film di What women want con Mel Gibson, anch’esso pieno di stereotipi, saggiste come Viky Noble o Margaret Starbird, oppure libri come quello di Laura Fiamenghi.

Ma la risposta non è semplice, né esaustiva, unicamente perché si tende a sottovalutare, anzi a ignorare il concetto stesso di donna.

 Come si può indagare su cosa essa vuole se non si sa neanche cosa significhi donna?

Senza accordarci o riflettere sul significato della parola donna non è possibile individuare i desideri reconditi di quell’essere vivente così identificato, proprio perché è una parola evanescente, irreale, finché non la si rende corporea cercando di delinearne i confini. E che possibilmente essi non siano significati stereotipati o pregiudizievoli.  Finora, che io ricordi, l’unica studiosa che ha tentato una vera definizione è stata la mia adorata Simone de Beauvoir che ha, a parer mio, inaugurato gli studi di genere, quel gender che oggi terrorizza più del vecchio uomo nero o del mostro dell’armadio. Le restanti idee sulla donna sono date dai mezzi di socializzazione, quali la famiglia, la scuola e i media.

E questa reiterazione di antichi pregiudizi divenuti concetti e valori danneggiano notevolmente la ricerca che appare necessariamente limitata a legittimare una tradizione sul genere oppure labilmente contestata senza che, la contestazione, produca una vera e propria alternativa. La donna o resta confinata nei rigidi canoni del dominio patriarcale (badate bene patriarcale non maschile) o tenta di liberarsene prendendo come riferimento quel modello, reso indossabile da questa donna che è e resta una patetica caricatura dello stereotipo maschile. Ecco cosa succede al femminismo di oggi. Incapace di elaborare una vera alternativa semantica e valoriale, si accontenta di abitare in vestiti accettati dalla società, rendendosi maschi, o peggio ancora di genere indefinito e transitorio. Ecco il problema dei pregiati studi di genere. Essi, indagando sui modelli e suoi ruoli che la società elargisce loro, ne resta sottomessa e quasi influenzata, tanto da proporre come ultimo disperato tentativo l’annullamento del genere fondandosi su una vaga e inquietante eguaglianza, dove annientando tutte le differenze, costruisce burattini resi ancor più schiavi da una democratizzazione distruttiva dell’essere umano. Tutti uguali eppure nessuno fatto persona.

Lo studio di genere invece deve aiutarci a focalizzare cosa sia stato richiesto ai maschi e alle femmine biologiche per rendere equilibrata la società caricandoli di aspettative, di idee su se stessi e di limiti che non concorrono a sviluppare una comunità solida e feconda, ma una sorta di triste fantoccio che, lungo i secoli non fa che perdere pezzi di consenso e di identità, divenendo un fantasma macilento tenuto a vita forzatamente dai Frankenstein della socializzazione. Appreso oramai che la nostra cultura è morente, sarebbe giusto proporre studi seri, concentrati sulla persona più che sui ruoli, affinché il suo sviluppo sia foriero di energie e innovazione e non sia una reiterazione di concetti oramai marci.

Ed ecco che, quando meno me lo aspetto, arriva un pregiato studio da una casa editrice come la Effatà che, nella sua impronta cattolica, è l’unica che agisce con un’onestà intellettuali invidiabile. Questo studio, perfetto organizzato, e soprattutto dotato dei giusti strumenti di indagine, mi ha piacevolmente stupito. Non ci troviamo davanti un’autrice fissata per la new age, piena di velleitarie idee su una superiorità femminile rispetto alla maschile, rea di portare ulteriore disequilibrio in una situazione già compromessa, ma si serve di strumenti scientifici atti a comprendere cosa significhi davvero Genere e ad apportare, tramite lo studio dei mass media, cambiamenti necessari affinché la persona possa esprimere il suo io profondo in armonia con il suo sesso senza i limiti imposti dai nostri timori e dalle nostre paure. E lo fa servendosi degli studi di semiotica ma anche con l’aiuto di un valido Vladimir Propp, il primo che comprese quanto le fiabe, le storie e persino i miti fossero agenti o di cambiamento o di stasi.

Indagando sul significato sociologico e culturale delle storie Disney, quelle che in fondo hanno influenzato i nostri sogni di bambine, ricerca i contenuti che la società proporne come femminilità giusta e femminilità malvagia, ma anche la necessaria evoluzione che da Biancaneve amorfa ed estremamente e patologicamente assertiva, ha portato a una Rapunzel tutta dedita al concetto di libertà personale ma soprattutto emotiva.

Quest’evoluzione ci dà gli strumenti per ripensare all’idea di donna staccandola quasi dalla schiavitù dei concetti fissi, così alieni alla nostra vita biologica tutta incentrata, come direbbe Gregory Bateson, al cambiamento costante per il raggiungimento di un equilibrio omeostatico.

Il testo è colto, pieno di intriganti cenni bibliografici di libri fondamentali come il secondo sesso, o dalla parte delle bambine o ancora con il caposaldo della semiotica come Greimas. Ecco che per la prima volta, uscendo dai corridoi delle università, entra una delle discipline più intriganti nel raccontare un evento importantissimo e attuale come lo studio del genere biologico/sessuale ossia la semitoica.

Come dice l’autrice essa è:

 

una disciplina forse non molto conosciuta al grande pubblico, ma che anche le persone non addette ai lavori, nello scorrere del testo, potranno apprezzare per quanto è in grado di mettere a fuoco. Non è necessaria molta scienza, infatti, per avvertire che tra Biancaneve e Rapunzel ci sono differenze abissali; ma occorrono invece strumenti adeguati per individuare, di queste differenze, snodi cruciali e peso specifico, come per misurarne la forza argomentativa, comunicativa e persuasiva.

La semiotica, in breve, non è altro che lo studio che indaga i segni e i modi con cui questi acquistano senso (significazione). Il segno è in generale qualcosa che contiene una sorta di riferimento ad altri concetti tipo la luce rossa del semaforo che indica uno stop, o il caduceo su un’insegna che indica una farmacia. Questo presuppone che esiste un legame tra il segno materiale e il concetto che esso esprime per noi fruitori di una determinata cultura e ogni volta che si avvia questa relazione si attiva anche il processo di comunicazione e l’azione relativa all’acquisizione di questo senso: il semaforo indica stop, quindi io arresto l’auto.

Nel caso delle fiabe si apprendono, dunque, concetti inconsci su cosa siano o non siano i comportamenti socialmente accettabili. Una volta individuato questo mondo segreto, è possibile esercitare diverse azioni che vanno dall’accettazione, alla discussione e persino al proporre modelli alternativi.

È questo che il saggio di Cristina Vangone si propone di fare, rendere noi tutti consapevoli dei processi di formazione della cultura sul genere ed eventualmente valutare come possano essere poste in una relazione sana con la profonda psiche totale (ossia lato conscio e lato inconscio) della persona che non è più solo donna o uomo ma interamente un essere umano complesso e sfaccettato. Ed è questa sua complessità, che intersecandosi con la differenza, porta al costante rinnovamento della società.

Oggi questo non avviene. Usiamo i concetti non più come se fossero “mappe” ma come se essi rappresentassero il territorio stesso.

Questo mio scritto trova ragione d’esistere nella convinzione che ogni prodotto mediale si faccia, in realtà, sia «specchio della società», sia «produttore del discorso sociale». Essi, infatti, riproducono indubbiamente immagini e porzioni di realtà (rendendo necessaria una verifica sistematica dell’adeguatezza delle rappresentazioni di fronte allo stato effettivo delle cose), ma nello stesso momento contribuiscono anche a plasmarla, ricostruirla, rafforzando la circolazione di determinati valori sociali piuttosto che altri. Per questo, avere un occhio vigile nei confronti delle immagini che vengono trasmesse e proposte al pubblico risulta doppiamente importante. E lo diventa forse ancora di più se il pubblico in questione è costituito da bambini e bambine, che si servono spesso di tali rappresentazioni per attingervi modelli con cui confrontarsi e immedesimarsi, nel processo che li e le conduce alla crescita e a sviluppare la loro personale identità, tra cui anche quella di genere.

A cosa può, dunque, servire leggere questo libro che racconta l’immagine femminile attraverso dei cartoni Disney?

Oggi è un momento storico molto complicato. Il concetto culturale relativo alle aspettative uomo/donna stanno subendo un crollo costante e inevitabile, i ruoli non sono più così netti e le rivendicazioni femminili relative a pari opportunità e pari diritti sono sempre più rumorose. Questo porta a una perdita costante di quella sicurezza sociale che definiva gerarchicamente i generi, ponendo il maschile come unico e costante referente e protettore ma anche in un certo senso schiavizzando il femminile. Non è un caso che il termine femminicidio, cosi abborrato dai più, divenga purtroppo realtà. Si parla di femminicidio prendendo consapevolezza di una costante ed effettiva volontà di rendere debole e vittima proprio l’altra parte del cielo, rendendo reale una situazione millenaria e spesso legittimata persino dalle leggi di uno stato (ricordo che in Italia il diritto di voto alle donne si ottenne soltanto nel 1946 mentre il delitto d’onore fu abolito soltanto nel 1981). Questa presa di coscienza, non piacevole della situazione femminile, ha aperto la strada anche a studi su cosa davvero possa e debba essere la donna, liberandola anche dalle rigide convezioni che ne regolavano sessualità, aspirazioni e persino capacità lavorativa. Oggi le storie tragiche di donne seviziate prima con le parole e con i concetti, con l’immagine e poi con pugni e calci fino al sacrificio estremo della loro vita in cambio di quella sicurezza dell’amore a ogni costo, vengono portate all’attenzione degli spettatori.

Ma, ed è uno dei limiti di questa ventata di novità, c’è ancora molto da fare nel decostruire la vecchia immagine della Biancaneve nell’immaginario collettivo. Ne è dimostrazione la cecità anche di alcune donne nel rendere omaggio alla violenza come unica fonte di piacere, alla sottomissione di sé stesse allo status sociale del maschio o alla sua ricchezza. Lo dimostra la resistenza del pregiudizio verso la donna che vuole tradire o ritrovare il proprio io più profondo nella liberazione della sua sessualità. Né è esempio l’incapacità di cogliere appieno il senso della denuncia posta nei libri che il lettore a rifiutare la violenza anche quando si descrive una donna scomoda, dedita al suo personale egoismo e magari punita dal compagno. Finché leggerò commenti in cui le donne, lungi dal rifiutare in toto la violenza, la giustificano perché “lei è così antipatica che non posso provare compassione” non mi sentirò di vivere in una società pienamente evoluta. È in questi atteggiamenti che pongono i valori sociali, le convinzioni, i tabù morali o religiosi prima dell’uomo stesso che rendono oggi la strada scelta da Rapunzel quella della libera espressione di sé stessi tanto ardua.

Ecco perché oggi non posso che gioire davanti a questo saggio, non posso non congratularmi con l’autrice sì, ma soprattutto con una casa editrice che, pur avendo una notevole impronta valoriale e anche perché no, ideologica, la mette da parte preferendo indossare gli occhiali della scienza e rendere unica vera guida nella scelta dei testi l’etica del valore umano, rendendo vivo e materiale quel concetto che, seppur profondamente laico, considero il vero e unico valore etico possibile:

 

Perché l’uomo è più importante del sabato.

Solo considerando l’essere vivente più importante di ogni filosofia e ideologia si potranno creare libri come questo dotati di una vera etica e di una rivoluzione ontologica ed epistemologica di cui, oggi, si sente tanto la necessità.

Da parte mia si sviluppa un orgoglio smisurato per essere stata scelta da questo editore per poter raccontare libri che davvero possono rappresentare una giusta e SANA rivoluzione, nel panorama culturale di oggi, in grado non di strappare parti della nostra cultura ma semplicemente di affrancarla da sconsiderati timori e da una patologica tendenza al dominio.

 

“Maria Neve e le altre voci del desiderio” di Claudia Speggiorin, eroscultura editore. A cura di Francesca Giovannetti

L’autrice ci regala nove racconti, nove voci di donne diverse fotografate nell’intimità del desiderio e dell’amore.

Ognuna di loro ci offre un aspetto dell’eros.

Leggiamo di una  giovane donna che si  concede senza riserve a uno sconosciuto nella consapevolezza che non esiste alcun tipo di futuro, ma con la speranza di poter accendere di nuovo la fiamma dell’amore nella vita dell’altro. Conosciamo una donna consapevole della sua frigidità che capirà di non aver ancora incontrato l’uomo che sarà in grado di amarla nel modo in cui lei ha bisogno.

Viene raccontato l’amore e la passione ancora viva in una coppia dove lei combatte contro il peggiore dei mali; e ancora la struggente testimonianza di un’amante, relegata nella clandestinità, etichettata, che ha perso se stessa coinvolta da un uomo, dal desiderio e dalle bugie, una donna che vuole e cerca il riscatto.

Attraverso l’Eros, ingrediente importante nella vita di queste donne, conosciamo la loro personalità, le paure, i dubbi, la perplessità e a volte il rammarico delle scelte compiute. Ma in tutti i racconti c’è un filo di speranza, a volte più intenso, altre più debole.  L’amore carnale è il mezzo che l’autrice sceglie per unire nove donne diverse e per affrontare situazioni ed emozioni difficili e reali. Lo sconforto in cui cade una donna non più giovane, appena divorziata, che non sa come rimettere insieme i pezzi; la paura di chi combatte contro il male del secolo, resa meno amara dalla consapevolezza di non  affrontare la battaglia da sola; il rimpianto di un’amante che ha sprecato anni d’amore e di sé.

Ogni storia ha una protagonista, ogni storia ha un amore, ogni storia ha un percorso, ogni storia ha un valore e un senso da capire. Le uniscono l’Eros e il desiderio, le distinguono gli ambienti, i personaggi, la loro evoluzione, i loro intenti, le loro mete.

La scrittura è intensa e poetica. Profonda e lacerante.

Descrittiva senza scadere nella volgarità.

Uno stile quasi sofferente che fa immergere  il lettore nella problematicità dell’Eros e della vita.

Una lettura che può forse risultare scomoda nell’affrontare realtà quotidiane, stampate con caratteri nitidi dai quali non si può scappare, anche se ognuno di noi alcune volte vorrebbe chiudere la propria finestra su panorami poco godibili. Ma la vita non è solo piacere; è anche fatta di scelte sbagliate, di errori ai quali rimediare, di futuro al quale andare incontro raccogliendo coraggio e provando a saltare nel vuoto.

Nove racconti, nove donne, nove uomini.

Buona lettura

“La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri” enigma edizioni. A cura di Corrado Leoni

 

Ho conosciuto Giuseppe Alessandri dalla lettura di un libro storico:

“La Val d’Aulella nella Linea Gotica” Edizioni della Meridiana-2014, una ricerca che ha la sua validità  soprattutto nell’ampia documentazione con la quale motiva e fonda le sue riflessioni. Tratta della Linea Gotica che ha demarcato a partire dall’otto settembre 1943 al venticinque aprile 1945 la divisione tra l’Italia del Nord governata dalle Forze del terzo Reich e dalla Repubblica fascista guidata da Benito Mussolini e l’Italia del Sud con l’avanzare progressivo degli Alleati, toccando sul confine nord la popolazione profondamente mite, onesta, laboriosa con la disgrazia di ritrovarsi pendente sul capo quell’inferno che fu la Linnea Gotica”.

 

In questa situazione è nata la Resistenza.

Lo storico Giuseppe Alessandri ha ripreso un suo scritto sul “Vampa” noto come mostro di Firenze per sviluppare un racconto che si dipana come un romanzo con caratteristiche di trama a intrecci da giallo, pagine con descrizioni horror, estratti di cronaca a partire dal primo omicidio del 1968 con innumerevoli spazi giornalistici fino alla morte del Vampa : Pietro Pacciani, avvenuta il 1998 portando con sé il dramma degli otto delitti a lui attribuiti dal 1968 al 1985. Applica alla sua narrazione la scientificità del ricercatore storico sostenendo la sua esposizione narrativa con l’abilità di uno scrittore. “La leggenda del Vampa” si articola in modo  intrigante tra delitti a contenuto passionale e indicibile, violenze famigliari, sospetti, fragilità sociali, indizi che portano a parziali prove, che coinvolgono probabili e improbabili complici, esaltate da una stampa superficiale e assetata di truculenza, che non riesce mai a dimostrare, anche perché le indagini delle forze dell’ordine e la valutazione dei giudici non giungono alla prova di una testimonianza diretta.

Alessandri ha fatto un lavoro minuzioso da certosino nella raccolta di notizie, dibattimenti e illazioni che portano il lettore ad inseguire una verità che non ha assoluta certezza, ma che ha il fascino di un giallo con protagonisti complessi, resi ancora più esaltanti dall’intreccio con supposta magia e con superstizioni religiose condite con il pietismo di una suora che gli sta vicino e alla quale intesta parte delle centinaia di milioni, che inspiegabilmente gli vengono trovati sui suoi conti senza alcuna documentazione della loro origine, aumentando ancor più ipotesi di mandanti e di complici. Alessandri ha scritto un racconto con i connotati del poliziesco  e persino del noir, ma che è anche una raccolta di documenti giuridici e giornalistici che sarà in futuro una fonte preziosa per chiunque vorrà affrontare le vicissitudini che hanno caratterizzato il mostro di Firenze.

Si legge come un thriller, ha contenuti giornalistici e rispetta la struttura giuridica a cui il caso è stato sottoposto con l’intreccio di fatti, indagini, ripensamenti, da metter in dubbio anche gli accadimenti oggettivi allargandoli e screditandoli in una serie di informazioni e controinformazioni, da lasciare il lettore nel dubbio anche di fronte a fatti tragici e alle prove che portano alla colpevolezza almeno di un protagonista, che riesce ad esser tragico e comico, malvagio e buonista, colpevole e accusatore tanto da giungere a coinvolgere altri personaggi fino al giudice, che viene accusato di vendicarsi su di lui per paventati misfatti di parenti accaduti durante la resistenza.

Affascinate il racconto, quanto amara la conclusione:

 

“…Italia paese di infiniti misteri.. “.

 

Intervista di Alessia Mocci a Cinzia Migani: vi presentiamo il progetto Dire Fare Donare (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/01/22/intervista-di-alessia-mocci-a-cinzia-migani-vi-presentiamo-il-progetto-dire-fare-donare/)

 

“[…] il volontario assume le vesti di agente di prossimità dando vita a nuovi processi relazionali, ricucendo relazioni interrotte, diventando risorsa per la comunità. La relazione che si instaura fra le persone in difficoltà, i servizi, le organizzazioni del terzo settore e i singoli volontari coinvolti nell’azione rappresenta un valore aggiunto irrinunciabile non solo come riscatto valoriale in una società a forte valenza individualistica, ma anche come ancora di salvezza degli abitanti di un contesto comunitario. È questo un antidoto prezioso per evitare le derive narcisistiche.”Cinzia Migani ‒ “Dire Fare Donare”

 

Dire Fare Donare. La cultura del dono nelle comunità in trasformazione” è un progetto editoriale pubblicato a maggio del 2017 dalla casa editrice Negretto Editore (sede a Mantova) per la collana di scienze sociali “Cause e affetti” curata da Cinzia Migani.

 

Di formazione filosofica, Cinzia Migani, si occupa dal 1990 di progett-azione sociale con particolare attenzione alle reti di volontariato contro l’esclusione sociale.

È stata responsabile dell’Area Salute Mentale dell’Istituzione G.F. Minguzzi della Provincia di Bologna dal 1998 al 2000, successivamente e sino al 2009 ha ricoperto la posizione di Responsabile dell’Area Ricerca ed Innovazione Sociale e Responsabile di “Aneka. Servizi per il benessere a scuola”. Dal 2010 collabora con A.S.Vo che gestisce VolaBo, il centro di servizio della città metropolitana di Bologna, in veste prima di coordinatrice e poi di direttora di VolaBo.

Ha curato la pubblicazione di libri sul disagio scolastico e sulla salute mentale per la Carocci Editore e dal 2008 collabora con la Negretto Editore per la quale ha portato a termine lavori come “Follia gentile. Dal manicomio alla salute mentale”, “Il Teatro illimitato. Progetti di Cultura e Salute mentale” ed il progetto di cui parleremo in questa intervista “Dire Fare Donare”.

 

A.M.: Ciao Cinzia, ti ringrazio per aver accettato questa intervista che verterà soprattutto sul progetto “Dire Fare Donare” pubblicato a maggio 2017 per la casa editrice Negretto Editore. Una prima domanda per capirne la genesi: come nasce l’idea della stesura del libro?

Cinzia Migani: Questa pubblicazione prende le mosse dal progetto Il volontariato è un dono di tutti. La cultura del dono per stare bene e nasce con l’intento di raccogliere molteplici punti di vista, testimonianze, riflessioni sul dono e sulla cultura del dono. Fra gli interrogativi di fondo che sostanziano lo scritto segnalo: se e in che modo il dono può diventare volano di reciprocità e attivatore di nuove relazioni sociali e come muta la relazione fra donatore e ricevente nelle nostre comunità, caratterizzate da radicali trasformazioni sociali, economiche e politiche. Il lancio del progetto è avvenuto il 4 ottobre 2015 in occasione della Giornata del Dono, voluta e promossa dall’Istituto Italiano della Donazione. L’istituzione della Giornata del Dono ha dato l’occasione per aprire il sipario al tema più ampio del volontariato e della solidarietà nel campo della cura e della salute di comunità e per connettere percorsi ed interventi con altre reti territoriali che lavorano su temi vicini e integrativi come le associazioni del dono di sangue e organi. Il progetto “Il volontariato è un dono di tutti” è promosso da VolaBo – Centro Servizi della provincia di Bologna e dalla Città Metropolitana di Bologna e realizzato in collaborazione con la rete delle associazioni del dono di sangue e organi. Il progetto è, inoltre, realizzato grazie alla collaborazione dei Centri di Servizio per il Volontariato, delle organizzazioni del terzo settore, delle Aziende USL/DSM-DP e degli enti pubblici delle città che hanno aderito. L’iniziativa è inoltre patrocinata da Avis Regionale.

 

A.M.: L’introduzione de “Dire Fare Donare” si apre con una tua domanda: “Si può ancora parlare di volontariato o è più corretto parlare di volontariati?”. Pensi che sia ancora necessario riflettere su questo quesito oppure le possibili risposte sono state date dal responso del pubblico dei lettori?

Cinzia Migani: Oggi più che mai è indispensabile porsi la questione per capire e sostenere coloro che – come i volontari prestano il proprio impegno gratuitamente per scommettere su un mondo con confini più estesi e più “equo”. Molteplici sono le riflessioni portate dai lettori e da chi ha condiviso con noi il percorso o da altri compagni di viaggio che rappresentano una nuova narrazione. Fra le  diverse  riflessioni meritano una attenta considerazione i centri di servizio per il volontariato che si stanno ponendo il problema dei profili anagrafici dei volontari, di  analizzare le diverse motivazioni che spingono le persone ad impegnarsi in attività di volontariato, di comprendere la diversità delle molteplici esperienze possibili, le modalità di incontro con i volontari, le peculiarità di ciascun modello per offrire percorsi più utili di formazione, comunicazione, progettazione e consulenza. Tornando alla domanda iniziale ci sembra possibile affermare senza indugio che la vita senza gli altri non è vita e l’atto del dono rappre­senta una apertura all’alterità e al fenomeno del volontariato. È così l’atto del dono rappresenta una apertura all’alterità. L’individuo sente il bisogno di appartenere ad una comunità, di legarsi agli altri e donare significa legarsi all’altro. Il dono diventa risorsa per sé e per gli altri là dove si privilegia la dimensione della generatività, del dono che facilità l’empowerment e valorizzazione di chi lo riceve.

 

A.M.: I curatori de “Dire Fare Donare” sono sei in totale, oltre a te troviamo Matteo Scorza, Andrea Pagani, Giancarlo Funaioli, Roberta Gonni ed Ennio Sergio. Vi conoscevate prima dell’inizio della stesura del libro oppure è stata occasione per intavolare un discorso sul volontariato?

Cinzia Migani: Anche se operiamo in contesti diversi in realtà ci conosciamo da diversi anni, il rapporto più recente a livello di gruppo, ma altrettanto significativo, è quello instaurato con Andrea Pagani che per VolaBo ha curato il percorso di scrittura. Andrea è stato scelto da chi come, Roberta e Ennio, aveva già avuto modo di apprezzarne le doti in aula di formazione e le pubblicazioni. La scelta è stata proprio felice. Io, Giancarlo e Roberta collaboriamo da anni a VolaBo. È a Volabo che è maturata la necessità di capire meglio se e come era evoluta la visione di dono dei volontari delle centinaia di associazioni che ci interpellano nella nostra azione quotidiana per costruire interventi e azioni volte a trasformare i contesti di appartenenza, per affrontare emergenze, per ridurre le disuguaglianze, per sognare un mondo più attento alle persone e all’ambiente.  Con Matteo e Ennio abbiamo condiviso diverse forme di collaborazione per la realizzazione di progetti a carattere socio sanitario e di volontariato, fra questi il Progetto del dono che ha occasionato la pubblicazione. Un progetto che si interseca con quello del teatro e salute mentale descritto in una precedente pubblicazione dell’editore Negretto: il teatro illimitato, Progetti di cultura e salute mentale. Ognuno di loro è profondo conoscitore dei temi trattati nel libro e portatore di pensieri sul tema del dono, dei pensieri e delle riflessioni che emergono negli interventi presenti nel libro o nelle parole chiave delle sezioni curate, ma anche di coloro che ci hanno donato il loro racconto.

A.M.: “Dire Fare Donare” nelle sue 270 pagine è un lavoro che presenta anche altri collaboratori, infatti ritroviamo nelle tre sezioni del libro tanti altri nomi di volontari che hanno voluto contribuire, come per esempio la parte dedicata ai racconti sul dono curata da Andrea Pagani. Fra tutti i racconti inseriti c’è uno che ti ha colpito maggiormente e di cui ci vuoi parlare?

Cinzia Migani: Limitandoci alla parte curata da Pagani: tutti i racconti, in coerenza con lo spirito del gruppo e con la linea del corso di formazione impostata dallo scrittore Andrea Pagani, rispondono all’idea del Dono, sono cioè racconti che intendono la scrittura e l’esperienza del racconto (e quindi della vita) come momenti di condivisione, di confronto, di conoscenza di sé e degli altri. In particolare, se dovessi condurre una scelta assolutamente personale (legata cioè ad un carattere dello stile della scrittura), mi hanno colpito i racconti che fanno riferimento al contatto con altre realtà, con altre culture ed altre civiltà, come il racconto di Elena Gardenghi sul mondo ellenico (con ascendenze e citazioni della classicità greca), il racconto di Alessandra Scisciot sulla condizione dei migranti a Lampedusa (in una chiave però molto simbolica, intimista, poetica, dove la realtà oggettiva si riverbera in una dimensione lirica e quasi magica) e il racconto di Erica Balducci e Martina Salieri sulla condizione dei bambini dell’est, spesso in una condizione di disagio, dove la vicenda di cronaca diventa spunto per profonde riflessioni esistenziali e universali. Ma comunque tutti i racconti della raccolta sono veicoli di arricchimento e conoscenza collettiva, in una idea di dono e di partecipazione democratica ad un progetto culturale ed umano collettivo. Segnalo anche che la scelta della fotografia di Silvia Camporesi in copertina. La sua fotografia ha il valore di un racconto a più mani: un racconto fatto dalle singole identità narranti che si incrociano per dare vita ad una unica trama collettiva volta a mettere in evidenza il dono delle relazioni interpersonali.

 

A.M.: Ritengo che la scelta del titolo del libro sia molto calzante ed in sé racchiuda il nucleo fondante dei diversi pensieri e studi espressi: dalla parola all’azione, e che l’azione sia il donare. Ma in questa società dedita al neoliberismo come possiamo iniziare a concepire la donazione come necessaria? È essa stessa una lotta contro la “crisi” e la volontà di diseguaglianza di pochi a discapito di molti?

Cinzia Migani: La scelta del libro è frutto di uno scambio fluttuante fra alcune colleghe di VolaBo e i curatori del libro. Occuparsi della cultura del dono in una comunità in trasformazione significa fare una scelta culturale.  Ma, come sottolinea il professor Stefano Zamagni, si tratta anche una scelta di cultura economica. La scelta dell’economia civile. Certo una scelta che non è in linea con la cultura capitalistica che riconosce le donazioni, i filantropi ma non il dono. La donazione infatti sono essenzialmente rappresentate da oggetti, il dono invece rappresenta quanto viene trasferito attraverso la relazione interpersonale.

Scrive Stefano Zamagni nel capitolo Il ruolo profetico del volontariato: “il contributo più significativo che il volontariato può dare alla società di oggi è quello di affrettare il passaggio dal dono come atto privato compiuto a favore di parenti o amici ai quali si è legati da relazioni a corto raggio, al dono come atto pubblico che interviene sulle relazioni ad ampio raggio.”

La cultura del dono consente di favorire la partecipazione di tutti alla co-costruzione di una comunità più vivibile, perché rimette in circolo il principio di fraternità anche a livello economico.

A.M.: VolaBo, il Centro Servizi per il Volontariato della Città metropolitana di Bologna, è una realtà che gestisci come direttora e che ovviamente ha promosso il libro. Ci racconti qualcosa di VolaBo e ci spieghi come entrare a farne parte?

Cinzia Migani: VolaBo nasce su volontà di A.S.Vo (Associazione per lo Sviluppo del Volontariato), una associazione senza fini di lucro, autonoma, pluralista che si ispira a principi di carattere solidaristico e democratico per essere al servizio delle organizzazioni di volontariato (OdV) della città metropolitana di Bologna. Da alcuni mesi, in base alla Legge delega per la riforma del Terzo settore n. 106/2016 (legge 106/2016), VolaBo ha il compito, in qualità di CSV, di organizzare, gestire ed erogare servizi di supporto tecnico, formativo ed informativo per promuovere e rafforzare la presenza ed il ruolo dei volontari in tutti gli enti del Terzo settore (4,8 milioni secondo i dati del Censimento Istat Non Profit 2011). In prospettiva ASVO auspica la partecipazione alla gestione condivisa del Centro Servizi di un numero sempre maggiore di organizzazioni di volontariato in modo da rappresentare significativamente la pluralità di esperienze e competenze locali. L’associazione è aperta a tutte le organizzazioni di volontariato che abbiano esclusivo fine di solidarietà e che basino la propria attività sull’apporto personale, spontaneo e gratuito dei propri volontari. È stata la consapevolezza della prospettiva di allargamento della base sociale a tutti i volontari del terzo settore e la trasformazione dei contesti culturali e sociali di riferimento delle associazioni che ha favorito il confronto allargato sul tema del dono. Per fare parte della base sociale oggi è sufficiente essere organizzazione di volontariato, a breve anche di associazione di promozione sociale, e presentare la domanda di ammissione.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Cinzia Migani: Il rapporto instaurato con la casa editrice Negretto Editore è molto positivo. Diverse le ragioni della preziosa collaborazione, fra queste la linea editoriale e la serietà dell’Editore. Non ho dubbi che consiglierei di avere rapporti con la casa editrice.

A.M.: Quali sono le tue novità editoriali per il 2018? Ci puoi anticipare qualcosa?

Cinzia Migani: Per il 2018, 40 anni dopo l’uscita della legge di riforma psichiatrica, la cosiddetta legge Basaglia, ho in cantiere una pubblicazione che centra l’attenzione sulla storia della psichiatria a Bologna, sul ruolo dei cittadini, delle associazioni e dei servizi nel favorire la liberazione delle persone rinchiuse nelle istituzioni totali. Al centro della pubblicazione le vicende di persone che hanno trascorso parte della loro vita in manicomio e vicende storiche di alcune istituzioni totali situate a Bologna e Imola. La questione interessa particolarmente ai volontari, contrari ad ogni forma di prevaricazione. Il 2018 si caratterizzerà comunque ancora come l’anno del dono e quindi come occasione per promuovere il libro Dire Fare e Donare.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Cinzia Migani:

Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quando amore mettiamo nel dare. Madre Teresa di Calcutta

 

A.M.: Cinzia ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e confido che in tanti si interessino al grande progetto del Dono che portate avanti. Ti saluto con le parole di Henrik Ibsen: “Un migliaio di parole non lasciano un’impressione tanto profonda quanto una sola azione.

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto editore

 

 

 

Info

Acquista “Dire Fare Donare”

https://www.ibs.it/dire-fare-donare-cultura-del-libro-vari/e/9788895967301

Sito VolaBo

http://www.volabo.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Recensione “Dire Fare Donare”

http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/01/22/intervista-di-alessia-mocci-a-cinzia-migani-vi-presentiamo-il-progetto-dire-fare-donare/

 

“Ivory” di Ross Cage, self publishing. A cura di Milena Mannini

 

“Talvolta era così spirituale che io, come donna, mi sentivo annientata. Altre volte invece era così selvaggio e appassionato, così pieno di desiderio, che io quasi tremavo davanti a lui. Talvolta mi trattava come un’estranea, talvolta si abbandonava a me completamente: quando lo stringevo tra le mie braccia, tutto cambiava, e io “abbracciavo le nuvole”.

Soren Aabye Kierkegaard

 

Linda è una donna innamorata, disposta a sopportare molto, troppo pur di avere accanto l’uomo che possiede la sua mente e anche il suo corpo.

George è un pittore/dongiovanni abituato a sedurre le sue modelle dopo averne fissata su tela l’essenza con i colori.

 

“La bellezza femminile era un magnete potente e irresistibile per lui”

 

Linda è la musa che da divero tempo popola i suoi desideri di pittore e di uomo, e questo la fa sperare che tra loro ci sia qualcosa di più del solo sesso.

Un giorno casualmente George vede per strada una ragazza che cattura la sua attenzione e vuole averla come musa

 

“ ma questa particolare musa possedeva una peculiare grazia, un’eleganza innata, che la rendevano bella in maniera quasi angelica, sovrannaturale.”

 

Di nuovo Linda si sontra con la realtà, George non sarà mai suo, ma tornare a sperare di innamorarsi di nuovo è difficile, perché il tup cuore appartiene a qualcuno nessuno riesce ad entrare

 

 “Perdonami, sicuramente sarai sposata o fidanzata con un uomo stupendo e io sono solo uno stupido, dimentica tutto, scusami ancora.”

 

Così quando George la chiama per chiederle aiuto lei corre da lui e se ne prende cura come farebbe ogni donna innamorata del suo uomo, arrivando al punto di affrontare un pericoloso personaggio a cui George deve dei soldi

 

“Tu non sei niente per lui. Mettitelo in testa. Niente. Solo del sesso facile e basta.”

 

Ma può solo l’amore curare i mali di un uomo?

E’ questo un racconto erotico, a tinte non fortissime, scritto in modo  semplice e scorrevole che offre molti punti di riflessione, per tutte quelle donne che sono abituate ad annientarsi pur di far felice l’uomo che amano.

Milena