“Sleeping Beauties” di Stephen e Owen King, Rizzoli Editore. A cura di Natascia Luchetti

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…la legge definisce le persone che dichiaratamente si pone di aiutare, come vittime bisognose di protezione. Ma precisamente questo diventa il segno evidente di una condizione svilita e degradata, che legittima il punto di vista già ampiamente diffuso e si aggiunge alla pressioni ideologiche contro l’applicazione efficace delle leggi. …proprio queste misure legislative contribuiscono a determinare un basso livello di autostima da parte delle vittime di discriminazione ed a incentivare la convinzione del pubblico che le considera esseri inferiori..la legge contro la discriminazione diventa parte del processo di vittimizzazione

Murry Edelman

 

 

 

Ho appena finito di leggere l’opera a quattro mani dei King. Un libro lungo e complesso di genere fantasy con un pizzico di horror. Una buona fusione, anche se mi ha lasciata con diverse perplessità. Ritroviamo tutti gli elementi che hanno reso riconoscibile lo stile di King: la società presentata è realistica e cruda, i protagonisti non sono eroi, ma essere umani con più difetti che pregi. È proprio la società di Dooling, cittadina povera degli Appalachi, a costituire il vero elemento horror. Al centro della vicenda ci sono donne maltrattate, abusate, usate. Le protagoniste hanno subito violenze fisiche, psicologiche o semplicemente sono state trascurate, classico di una società maschilista. La donna è una costante, che deve assolvere i suoi doveri senza meritare un grazie, una carezza, un riconoscimento e i King si sono chiesti: che cosa succederebbe se, una dopo l’altra, le donne scomparissero dalla società, se abbandonassero gli uomini al loro destino?

Ed ecco che dalla foresta arriva in città una ragazza con poteri superiori all’umana comprensione, una sorta di crudele giustiziera che decide di mettere alla prova la parte maschile della società che si ritiene il sesso forte. Evie Black, questo è il nome dell’affascinante quanto letale creatura che orchestra lo spegnimento del sesso femminile. Una dopo l’altra, infatti, le donne di Dooling, assieme a quelle di tutto il mondo, cadono vittima del sonno e vengono avvolte da bozzoli simili a quelli dei bruchi che divengono farfalle. Nessuno può distruggerli, a meno che non voglia morire male, a causa della rabbia delle risvegliate. Ed ecco che la società inizia a sfaldarsi. Le donne rimaste sveglie lottano contro il sonno, mentre gli uomini lasciati soli da figlie, mogli e madri, si abbandonano a ciò che sanno fare meglio: bere alcol, rifornirsi d’armi e preparare una guerriglia contro l’unica donna che dorme e si sveglia senza chiudersi nel bozzolo, ossia Evie. I King ci mostrano quanto gli uomini lasciati soli siano pericolosi per sé stessi. Non riescono a mantenere l’ordine se non uccidendo e passando per soluzioni drastiche. La piccola Dooling diventa quindi un campo di battaglia tra disperati che vogliono trovare una soluzione alla cosiddetta epidemia Aurora( quella che fa addormentare tutte le donne). È più che altro una sfida, un confronto tra padri di famiglia che vogliono la stessa cosa in modi diversi. E proprio la guerriglia tra uomini fa riflettere il lettore. In una situazione dove un accordo contro il problema porterebbe vantaggi a tutti, l’uomo preferisce spargere sangue, appagare il suo istinto di distruttore, piuttosto che mediare tra gli interessi di tutti. Mediare, questa è una delle caratteristiche proprie del genere femminile. Sono le donne a sapersi organizzare, a creare una solida armonia e questo i King ce lo mostrano con la costruzione di un mondo parallelo, creato dalla magia di Evie, dove le donne addormentate costituiscono una società serena e armoniosa. Quasi perfetta. Nel “Nostro Mondo”, così le donne chiamano l’utopia originata da Evie, in una Dooling distrutta dal tempo, la violenza è quasi inesistente, non ci sono conflitti di interessi, non c’è desiderio di prevaricazione. Le donne di Sleeping Beauties non sono competitive né malvage: anche le criminali sono solo pazze o incattivite.

Questa distinzione netta mi ha fatto un po’ storcere il naso.

Io non credo che la cattiveria abbia sesso. È vero che le società arretrate diano all’uomo più potere e che da questo derivino i suoi comportamenti violenti nei confronti di quel sesso “debole” da cui non si fa altro che pretendere, ma non tutte le donne accettano questo regime. Non sono mai stata negli Appalachi e non conosco la situazione di quei luoghi, ma credo che nel mondo reale ci sia  più equilibrio. Esistono anche donne cattive, donne irrecuperabili, assassine che hanno la stessa freddezza degli uomini nell’uccidere. Non sempre il male porta i pantaloni. Se parliamo di parità di sessi, dobbiamo dire, senza nasconderci dietro il falso femminismo, che le donne si macchiano di colpe tanto quanto gli uomini. Non sono sempre più sensibili, non sono sempre vittime, ma anche carnefici. E nel libro dei King, le carnefici donne hanno sempre un motivo più che giusto al contrario degli uomini che sono cattivi perché sono maschi. Questo è surreale. Ci sono tante Janice Coates nel mondo che viviamo, gente che non si fa sconfiggere dai maschi, che non vede nel matrimonio il modo migliore per realizzarsi,  che sogna in grande, lavora e realizza. Bel personaggio è anche Lila Norncross, forte, ma mai eclatante, madre responsabile di famiglia che equilibra la situazione con fermezza e determinazione, pur vivendo un matrimonio pieno di cose non dette. Peccato che le nostre Jeanette, le nostre Angel non siano sempre e solo vittime di uomini. Ci sono donne cattive e…se penso a una società di sole donne, be’, non credo che sia un idillio come quella del “Nostro Mondo”. Le donne sono squali più affamati degli uomini in ambito competitivo. Si schiacciano con estrema facilità tra loro, godono delle disgrazie altrui e amano parlarne.

Strano che uno scrittore che indaga l’animo umano fin nei piccoli particolari come King non si sia accorto di questo dettaglio.  Forse perché né lui, né Owen, sono donne e non possono veramente capire tutte le sfaccettature del nostro genere tanto meraviglioso, quanto terribile.

L’idea di Evie è una bella pensata: un modo per valorizzare il ruolo della donna, ancora ampiamente trascurato e dato per scontato nella società. È vero: gli uomini sono niente senza le donne. È normale. Un po’ come la luce, con il buio, maschio e femmina sono complementari e necessari allo stesso modo. E Evie, emissaria di chissà quale altra entità, vuole che i maschi imparino a ringraziare le loro compagne, madri e figlie, dell’apporto essenziale che danno, anche solo trattandole bene. È questo lo scopo di tutta la vicenda ed è un bellissimo messaggio.

Quella dei King è una fiaba, forse, una fiaba cruda e vivida che alla fine insegna qualcosa e vista nell’insieme è molto valida. È un libro che sa lasciarti qualcosa, anche se ha qualche difetto.

Ovviamente le magagne non sono nello stile, sempre scorrevole, bello, coinvolgente, insomma, perfetto. Le descrizioni sono mozzafiato ed efficacissime, come i dialoghi adeguati a tutti i personaggi.

Il problema è la marea di sotto-trame che, soprattutto nella parte centrale del libro, mettono in ombra la trama principale, la surclassano e disorientano il lettore che si perde tra una marea indicibile di nomi e cognomi, storie simili che si sovrappongono e talvolta nemmeno sono funzionali alla vicenda principale.

Si perdono pagine e pagine dietro a personaggi a senso unico che sono soltanto mere comparse sul palcoscenico del romanzo completo.

A me piacciono i romanzi corali, intricati, ma questa volta devo dire che i King hanno esagerato. Un lettore occasionale del genere interromperebbe la lettura a metà romanzo, senza nemmeno aspettare la fine davvero ben fatta, come l’inizio d’altronde.

Mi sento in dovere di consigliare questo romanzo a i lettori di King, anche se quelli appassionati di horror e thriller storceranno un po’ il naso. Questo è un fantasy, per quanto crudo e orrifico. Un buon fantasy, ma non l’eccellenza che mi aspettavo.  Il lettore ideale di Sleeping Beauties deve amare le storie complesse e le sotto trame, deve saper soffrire prima di arrivare alla fine che ripaga l’attesa.

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