“L’ombra del principe” di Cristiano Pedrini, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Cosa rende un libro un buon libro?

Quali canoni estetici e oggettivi servono per individuare, nel marasma degli autori, quello in grado di far parte del nobile mondo della letteratura e non dello svago?

E’ una domanda a cui si tenta di rispondere da secoli, forse dalla nascita della scrittura stessa. Per alcuni è l’emozione, per altri il gusto i critici creano lunghe e prolisse liste di elementi da rispettare spesso legati a rigidi limiti stilistici. E questi limiti sono racchiusi nel genere letterario che l’autore sceglie. Per i puristi è la sintassi grammaticale, altri puntano sulla semantica perfetta, altri ancora sulla pulizia del testo che, presuppone, una completa assenza dei refusi, una conseguenza della tecnologia applicata alla nobile arte dello scrivere.

Certo è che uno scritto pulito, sintatticamente corretto, rispettoso delle regole ferree della grammatica e con una semantica adeguata sia al senso che al contesto può altresì risultare freddo e scarno, poiché privo dell’emozione necessaria per dare vita, come un golem di rabbinica memoria, al nostro codice (linguaggio). E in questo caso arrivano i più ribelli a raccontarci come, la grammatica e compagnia bella devono essere al servizio del senso, del significato e della visione peculiare che l’autore immette nel testo. In sostanza, l’italiano (facciamola breve) deve essere subordinato al ruolo primordiale di ogni scritto nato e sviluppatosi come forma comunicativa. Ed è questo che arricchisce ulteriormente il panorama della critica, facendo si che ogni dettaglio, ogni regola, ogni ideale purista sia sottomesso al messaggio, e quindi ai suoi sensi nascosti ossia letterale, simbolico e esoterico, e che un libro diviene letteratura quando riesce a donarlo al ricevente nel modo più preciso possibile, scevro dai cosiddetti rumori (ossia distorsioni o ostacoli) che ne altererebbero sensibilmente il significato. Un libro deve essere capace di travalicare anni e contesti storici, persino la nostra personale e rigida convinzione ontologica nonché i gusti e le resistenze intellettuali. Ecco che capolavori contestati scomodi divengono capolavori, perché frutto di una comunicazione autentica.

Il recensore deve poter tener conto di tutti questi, in una sua personale scala valoriale in cui, però, ogni elemento non sia preponderante ma sia collegato all’altro. Ecco che il famoso refuso appare privo di senso davanti alla forza emotiva, passionale e suadente del messaggio che appare il protagonista assoluto capace, con il suo vigore e con il suo carisma, di trascinare i sensi del lettore e del critico, facendogli scordare le piccole sviste.  La conseguenza è che il codice scelto, la lingua deve essere complice di questa trasmissione e l’autore DEVE poter giocare con i cosiddetti artifici letterari, con il registro narrativo, con addirittura il senso dei termini, creando a volte linguaggi sempre nuovi e innovativi. E deve poter osare, poter creare commistioni tra generi, stupire stravolgendo il testo, inserendo, laddove meno ce lo aspettiamo, elementi estranei ma totalmente attinenti alla storia che sta raccontando. Ecco il simbolismo di tanti piccoli dettagli capaci di donare forza e enfasi al discorso, alla trama e a ogni pausa.

Da questa premessa voglio incentrare la mia recensione su un testo contestato, in cui i gusti di tanti ma anche le resistenze mentali dei puristi possono trovare un terreno fertile ma rischioso di stagnazione su cui scontrarsi. E quindi cercherò di aiutarvi a comprendere se il principe è o non è letteratura. Il resto lo farà il lettore, inserendo il suo bagaglio culturale e sentimentale. Ma qualora accadrà allora la risposta sarà scontata: solo la letteratura crea il rapporto privilegiato tra autore e lettore, chiamato patto interpretativo.

Iniziamo subito con l’osservare se, questo patto, in Pedrini può stipularsi.

Innanzitutto il tema portante del testo è il dolore. Con acutezza e un certo “sadismo” l’autore mette il suo protagonista davanti a prove oserei dire quasi al limite della sopportazione. Una malattia rara difficile e priva di una reale speranza si scontra con la volontà pedissequa della medicina di superare i suoi limiti, di non abbassare il capo di fronte alla morte e anche all’impossibilità di agire su essa. La tracotanza della scienza combatte qua contro l’ineluttabilità di una vita che ha sue regole e se ne frega (perdonate il termine colorito) della nostra volontà di potenza.

Al tempo stesso questo percorso umano è esaltato come l’unico in grado di aprirci una porta privilegiata su noi stessi, per farcia abbracciare non il ruolo sociale, le aspettative nostre e degli altri, la decisione tutta umana e strana di gestire il flusso vitale secondo i nostri ristretti sogni. La vita è una forza cosi selvaggia, cosi ignota che, spesso, sceglie per noi. E questa scelta viene fatta vanificando i nostri sforzi di controllarla, di manipolarla, facendo crollare in un attimo certezze e sicurezze, civiltà e tradizioni mettendoci davanti a un bivio continuare a costruire perfette costrizioni percettive di come dovrebbe essere o semplicemente accettare le leggi naturali che percorrono sentieri e mappe a noi estranei.

Per poter dare voce a questa gloriosa e grandiosa ricostruzione, l’autore abilmente depista le aspettative del lettore. Se ci si aspetta qualcosa, qualche evento coerente con il genere o con lo sviluppo della trama, Pedrini esercita il suo potere di demiurgo e ci mostra un volto sconosciuto, nuovo e inaspettato. Soprattutto inaspettato. Questo shock che si prova davanti a questo cambio di scenari, questo susseguirsi di colpi di scena, può risultare ostico a chi si affida alla ferrea logica. Chi è dotato di uno scarno e gelido sistema mentale detesta che le proprie aspettative, persino su un libro, vengano deluse. Quando tra le mani possiederà un romanzo tacciato come rosa, vorrà semplicemente che le strade siano due: o una storia melodrammatica con un tragico finale da manuale, o un contrastato percorso, pieno di ovvietà che si risolvono in un coronamento dell’amore. Baci confetti e cotillon.

Purtroppo, è un difetto comune quello di usare la categoria non come mappa per districarsi nei meandri della nostra immaginazione, ma come un diktat cosi rigido che ingabbia la stessa in panni troppo stretti, per una forza cosi straordinaria, da esserne cosi sopraffatta da scoppiare come una bolla di sapone. Sapete quando da bambini andavano garruli dietro queste meravigliose bolle? E con la mano, dispettosi e vogliosi di imporre la nostra potenza di esseri senzienti, costringevano la bolla a dissolversi?

Solo i pochi, toccati dal sacro fuoco dell’arte, osservavano quelle sfere eteree e colorate arrivare al cielo, divenendo essi stessi parte di un quadro ideale. E beandosi soltanto di bellezza. Ecco certi esseri umani sono cosi, scoppiano le bolle perché l’immaginazione li terrorizza. Fatema Mernissi, una grande scrittrice tunisina, ne parla nel suo libro Islam e Democrazia, descrivendo l’immaginazione:

 

come sede di ogni sovvertimento.

In sostanza l’immaginazione nelle paure ancestrali del mondo islamico ma sottolineo anche nelle nostre è collegata con l’individualità che se non controllata e contenuta dalle leggi, può risultare eccessiva. La fantasia viene considerata come un distacco dalla società, quindi dai ruoli precostituiti e armonicamente inseriti nel mosaico SOCIALE (badate bene non universale, parliamo qua di civile inserimento in un organico contesto) una sorte di ritiro in se stessi luogo che la collettività NON può controllare. Ecco che per alcuni individui questa capacità di superare i limiti diviene un reale terrore dell’immensità, tanto da dover riprendere le redini di questa forza e incanalarla in rigorose regole prestabilite. Ecco perché nel momento in cui si legge, spesso si è soggiogati dal gusto, dal bisogno di controllo, dalle aspettative, qualora un libro sia colpevole di uscire dagli schemi. In quel caso torna preponderante la caparbietà di un io sociale (sarebbe quello identificato strettamente con un ruolo o una maschera, che arriva a fare diga, al fiume irruento della creatività.)

Ma qua non contate voi, non conta il vostro ruolo.

Dovete lasciar parlare il testo.

E il testo di Pedrini, affrontando con fierezza proprio queste ferrea visione del mondo, diviso in nobili e plebei, ricchi e poveri, belli e brutti, facoltosi e normali, si scaglia con una grazia non meno sardonica, contro lo schematismo della vita, che si risolve in una triste commedia in cui non conta altro che il nostro io sociale. E non chi siamo veramente.

E questo suo scagliarsi, questo voler privare il giovane nobile, dotato di una sensibilità che appartiene al numinoso mondo dell’ideale, di ogni orpello, di ogni strato persino delle sicurezze per restituirlo nudo e immacolato all’arte, unica vera sovrana dell’uomo, racconta di questo tentativo di superare la vita privata del suo slancio emotivo con la volontà di essere fuori dal coro belante di pecore troppo impaurite dal nuovo. E fatalmente attratte come falene verso la fatua luce dei riflettori.

Il suo essere invece innamorato del teatro, teatro ragazzi non televisione, non fiction ma il teatro dove l’attore non è il rappresentante delle nostre ossessioni, ma è reale e rende vive le parole dei grandi drammaturghi è la volontà di ritrovare la vera, profonda essenza che connota quel senso di umanità di cui ci adorniamo con orgoglio, ma senza capirne la portata reale.

Il teatro non è tecnica, non viene filtrato da uno schermo che ingloba come un enorme egregora i nostri istinti e i nostri desideri, il teatro è anima, è passione, è la parola che diventa vita, è il racconto di noi stessi quello più vero, più obiettivo. I grandi non hanno raccontato altro che l’uomo stesso, che lotta costantemente con i propri difetti, con le proprie debolezze con i propri limiti. E li oltrepassa, rendendo anche il gesto più bieco, pura bellezza. Basti pensare alla gelosia di Otello, o alla sete di potere di lady Macbeth o all’irridente ironia della locandiera. E cosa dire della rivolta femminista di Ibsen?

Ecco che il protagonista non sogna di diventare solo un attore, egli incarna l’arte del teatro. E se ne fa portavoce. Non a caso Pedrini rende lord Russell l’immagine in carne di un grande artista che dell’autenticità ha fatto il suo scudo, che dell’essere se stesso anche nel rischio ha dipinto la sua bandiera: Oscar Wilde. Nella sua raccolta “La casa dei melograni” pubblicata nel 1891 si trova un racconto altamente simbolico, alla stregua del principe felice che fa della ribellione alla consuetudine il suo mantra principale. Un capraio che è un re perduto, e il suo rifiuto di sottostare agli ordini che il suo ruolo gli impone, diviene il grido di ribellione di tutti coloro che, al posto del sicuro nido confortevole delle aspettative, preferisce il mare in burrasca dell’essere:

 

….Mio Signore, ti prego di stornare da te questi pensieri cupi, e di indossare questa splendida veste, e porre sul tuo capo la corona. Infatti, come potrà il popolo sapere che sei il re, se non indosserai le vesti regali?».

E il Giovane Re lo guardò. «E’ così dunque?», gli chiese. «Non mi riconosceranno come re, se non indosserò le vesti regali?»

«Non ti riconosceranno, mio signore», ribadì il Ciambellano.

«Io credevo che vi fossero uomini regali», rispose, «ma sarà come tu dici. Comunque, io non indosserò queste vesti, né mi porrò in capo questa corona, e come sono entrato al palazzo, così ne uscirò.»

E ordinò a tutti di lasciarlo, a eccezione di un paggio che tenne come compagno, un giovinetto di un anno minore di lui. Costui scelse come suo personale valletto, e quando si fu deterso le membra in acqua chiara, aprì una cassapanca dipinta e ne estrasse la tunica di cuoio e il rozzo mantello di pelle di pecora che portava quando custodiva le irsute capre del capraio. Queste vesti indossò, e nella mano strinse il suo rude bastone da pastore.

E il piccolo paggio spalancò i suoi grandi occhi azzurri, e disse sorridendogli: «O mio signore, vedo il tuo manto e il tuo scettro, ma dov’è la tua corona?».

E il Giovane Re spiccò un ramo di edera selvatica che si arrampicava sul balcone e, piegandolo, ne fece un serto e se lo pose in capo.

Questa sarà la mia corona», rispose. (…)

E quando giunse alle soglie maestose della cattedrale, i soldati gli puntarono contro le alabarde e dissero: «Che cosa vuoi tu qui? Da questa porta nessuno può entrare eccetto il Re».

E il suo volto si accese di collera, e disse loro: «Io sono il Re», e scostò le alabarde e passò.

E quando il vecchio Vescovo lo vide entrare vestito da capraio, si levò sbalordito dal suo trono, e gli andò incontro, e disse: «Figlio mio, è forse questo l’abbigliamento di un re? E con quale corona ti incoronerò, e quale scettro metterò nella tua mano? In verità questo dovrebbe essere per te un giorno di gioia, non di avvilimento».

«E dovrà dunque Gioia indossare il vestito che ha foggiato Dolore?»

E secondo voi è solo un caso che, il nobile conte recita proprio questa frase?

Qua la vicenda non si colora di giallo ma di simboli. Evan si toglie di tutto, avarizia, piacere, sicurezza. Resta solo e tradito da chi lo voleva porre sul trono scintillante. E vestito solo della sua pelle, del suo valore, dei suoi sogni, si presenta a noi incantevole e regale, come solo un uomo con l’anima intatta sa essere.

So che molti hanno letto questo libro con gli occhi chiusi e la mente piena di preconcetti. So che vorrebbero catalogarlo nella ristretta cerchia delle loro conoscenze: rosa, MM, romance, divertente, romantico. Ma vedete non siete voi a dover dire io sono e quindi il libro è. E’ il testo che vi deve parlare. E Evan con la voce di Pedrini vi parlerà di libertà, di anima intatta, di volontà di sognare anche se questo significa essere punti dalle spine del dolore, perché è banale a dirsi ma nessuna rosa è senza spine e la gioia deve convivere con l’oscurità dell’abisso. E noi ci dobbiamo totalmente cadere, per poter imparare a usare ali candide e soffici con cui riemergere.

No. Non leggerete un rosa. Questo deluderà le vostre limitate aspettative. Non comprenderete appieno il senso della malattia reale del conte, quella che inibisce davvero il nostro cervello e che si chiama convenzioni, maschere e ruoli, per cui non c’è cura se non quella di morire per poi rinascere. Non troverete un lieto fine ma la rinascita, la straordinaria evoluzione di chi si libera dalle catene da chi esce da una caverna buia e finalmente affronta il sole. Questo è un romanzo che della poesia, della volontà di essere fa il suo dominante, il suo RE.

E se non riuscirete a capire questo libro, è perché non siete in grado di ascoltarlo, di scendere dal piedistallo e farvi avvolgere dalla bellezza. È un problema vostro, non dell’autore.

E se volete rispondere alla domanda che vi ho fatto all’inizio se questo libro è letteratura, vi lascio questa frase come risposta:

 

Scorse in lontananza la sua flebile ombra, proiettata dalla luce del tramonto ormai prossimo, che si allungava lungo il pavimento di cemento. L’ombra di un giovane principe che stava per diventare re. Il re di quella vita che ora avrebbe potuto cogliere in ogni sua essenza, gettando via per sempre le vesti che aveva indossato, per mostrarsi nella pienezza di ciò che egli era in realtà.

 

Voi che ne dite?

 

 

 

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