“Clichè noir” di Riccardo Gramazio, lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Immagino che tutti voi conosciate il genere noir.

No?

Rimedio subito.

Il noir  (elegante termine francese che significa nero, misterioso, cupo) identifica una tipologia di testo, caratterizzato da atmosfere oscure e soffocanti. Una sorta di gotico, direte voi. Ed è qua la genialità del genere; mentre il gotico è dotato dell’elemento indispensabile del sovrannaturale, il noir si concentra sul più materialistico settore del giallo e del poliziesco. Ma a differenza della struttura del giallo, che si rivolge più che altro alla deduttiva ricerca del colpevole, esso si dedica a raccontare il contesto in cui la malavita opera per darne una rappresentazione realistica, colorata di violenza, sesso e, perché no, una caricatura ironica dei criminali.

Sinonimo di noir è, infatti, il così detto hard boiled, il genere nato negli anni 20 in America e collegato strettamente alle cosiddette riviste pulp (non a caso pulp fiction è un altro termine per indicare il nostro noir/hard boiled)

Il classico detective/protagonista non si limita, dunque, a risolvere i casi intricati, ma affronta il pericolo rischiando di rimanere coinvolto in scontri violenti che travalicano i confini della legge civile, per cedere il passo a una sorta di legge “personalistica” che affonda le radici nella vendetta e in sentimenti poco nobili, se confrontanti con la grazia e l’elegante onestà di Marlowe, di Poirot o di Miss Marple. Il detective non ha nulla di raffinato; anzi, è caratterizzato da un atteggiamento duro, freddo e irriverente.

Il suo diretto parente, il noir, è ancor più differente, in quanto la sua attenzione si rivolge a due categorie spesso ignorate dai gialli classici: la vittima e il carnefice o, semplicemente, un sospettato. Ecco che il registro narrativo assume un colore sfumato i cui i confini – il bianco e il nero – declinano al grigio, lì dove la percezione cambia e la prospettiva non è più cosi sicura e rassicurante.

Pertanto, si comprende come scrivere un noir e dare corpo alla trama non sia cosi semplice. Anzi: credo che rispetto al thriller, dove ce la possiamo cavare con omicidi seriali e con un po’ di sanguinolente scenografie, il noir si basi tutto sulla caratterizzazione dei personaggi, su una notevole dose di sarcasmo e sulla capacità di rendere vivo il contesto tramite dialoghi in cui la poetica, la ridondanza non trovano assolutamente posto. Il noir è sporco, è cattivo, è brutale. Il noir sciocca e sconvolge, fa sorridere, e ti mostra le peggiori nefandezze che la società crea quasi spontaneamente.

Ed ecco che, davanti alla difficoltà oggettiva di scrivere un genere di questa forma, Gramazio se la ride beato, si diverte, e riesce a condensare in un racconto di poche pagine un’intera storia letteraria.

I miei omaggi Riccardo.

Stanco di raccontare con una perfetta tecnica i deliri oscuri della mente, e quindi gettarsi a capofitto nei meandri di un intelletto al limite della follia come nel perfetto Sonnifera, Gramazio decide di divertirsi, impegnandosi in una sorta di onirico, e al tempo stesso realistico omaggio ai suoi film preferiti, eredi di quell’hard boiled che ho appena descritto, come ad esempio Pulp Fiction. E lo fa inserendo in questo suo ludico divertimento che non è altro che la prova di una padronanza letteraria invidiabile (si invidiatelo a morte, se lo merita) elementi imprescindibili della sua arte. Seppur nella prefazione asserisce di non voler faticare con l’introspezione psicologica e quindi di voler creare caricature al limite del credibile (cliché noir appunto), non ci riesce del tutto, e i suoi personaggi spiccano per una brutalità quasi comica, frutto di una società e di una nazione allo sbando. In queste perfette pagine il crescendo di situazioni assurde si accompagna, con dialoghi accattivanti e a tratti esilaranti, a una descrizione ambientale che non può non ricordarci le cupe e angoscianti atmosfere del sogno tradito, cosi come narrato nelle canzoni di Bruce Springsteen

Benvenuti nel cuore del grigio.

Benvenuti nel fetore supremo.

Dimenticate il sole e bruciate la gioia.

Silver non è città per donzelle.

Silver non è città per eroi.

 

Nessun sogno per i topi di strada.

Nessun credito, sfortunato amico.

Dimenticate l’amore e sputate il veleno.

Silver non è città aperta.

Silver non è città per menestrelli.

 

Benvenuti nel cuore freddo della nebbia.

Benvenuti nel giardino di cemento.

Questa canzone, sfortunato amico,

è davvero una cattiva promessa.

No. Non è una canzone di Bruce, ma un frutto mirabile del genio di Gramazio.

Silver, ma anche Pulp Beach, sono i residui corrotti di una civiltà umana sull’orlo del fallimento, dove nessuno riesce più a credere, dove la povertà, la depressione, la rassegnazione hanno toccato vette cosi inaudite da modellare la coscienza in una non-coscienza. Essa è abbruttita, atrofizzata: esiste solo il tirare a campare, lo sballo, e una sorta di tendenza suicida che corre sfrenata senza mai potersi fermare. Se non al capolinea definitivo, che si appaga della sublime descrizione della tetra bellezza del gotico.

Altro dato spettacolare è la non redenzione. Sono tutti carnefici e mai vittime, anzi i ruoli si ribaltano in un mondo in cui, alla fine, conta solo la violenza. E non è quella legge della giungla che ha, seppur incomprensibile a noi dandy moderni, una sua etica. Qua non esiste etica. Non esiste nessuna legge: la legge è la non sua esistenza.

Eppure si ride. Le scene i dialoghi sono cosi esacerbati e grotteschi da risultare ridicoli. Anche se poi lo squallore smorza la risata nascente e ci fa restare attoniti, nel chiederci quanto davvero Silver sia frutto di una fantasia nata per diletto e divertimento.

A voi l’ardua sentenza. A me non resta che un sobrio inchino davanti alla bravura dell’autore.

 

Silver rimarrà comunque una città di merda, un angolo dimenticato dal progresso e dalla civiltà. Nemmeno la pagina dedicata allo sport può in qualche modo risollevare il morale generale degli abitanti. Un club allo sbando, perdente come pochi altri, indebitato da far paura, alla continua ricerca di investitori in grado di ingaggiare e di portare in rosa almeno tre buoni giocatori. La retrocessione è ipotesi sempre più concreta. Sì, i diavoli bianchi di Silver non si salveranno, non questa volta, a dirla tutta, sembra già abbastanza difficile riuscire a evitare il fallimento della società…

 

“Quello che succede a Natale” di Jay Northcore, self publishing. A cura di Sara Pelizzari

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 I protagonisti di questo breve romanzo natalizio sono Justin e Sean.
I due ragazzi sono amici da sempre, e proprio a causa di questa meravigliosa amicizia tra di loro c’è un segreto che sia Sean che Justin tengono gelosamente nascosto.
Confessare l’amore che provano l’uno per l’altro potrebbe mettere a rischio il bellissimo rapporto che c’è tra di loro e nessuno dei due vuole che ciò accada.
La situazione sembra smuoversi quando Justin, lasciato da poco dal fidanzato, chiede a Sean, rientrato da poco a Londra dopo un lungo viaggio e suo ospite, di fingere di essere la sua nuova fiamma al party aziendale dove anche il suo ex sarà presente.
L’amico ovviamente non se lo farà ripetere due volte e, quella sera, finzione e realtà si fondono…

«Vengo con te,» si offrì Sean. «Posso essere il tuo appuntamento. Possiamo fare finta di stare insieme e di essere una coppia.» «Sì?» Justin aveva l’aria pensierosa. «Sei sicuro?» Cavolo. Difficilmente sarebbe stato un sacrificio flirtare con lui tutta la sera. In realtà sarebbe stato un sollievo non dover nascondere quello che provava, per una volta. 



Il punto di vista alternato dei due protagonisti ci permette di conoscere i pensieri dell’uno e dell’altro, fornendoci un quadro completo della situazione.
Entrambi incerti e indecisi, i due ragazzi si troveranno inaspettatamente a trascorrere il Natale insieme e chissà se finalmente troveranno il coraggio di dichiararsi.

In questo romanzo oltre a leggere una bella storia d’amore, troverete anche tematiche molto forti, come il valore dell’amicizia e il “dramma famigliare” di Sean.
Anche se quest’ultimo è solo accennato, ci invita a riflettere su situazioni simili che non sempre trovano “il lieto fine”.

I personaggi sono sapientemente descritti, sia caratterialmente che fisicamente e i vari meccanismi mentali che li portano a prendere le decisioni sono chiari e ben delineati.
Non è un libro che vi terrà con il fiato sospeso, ma un racconto da assaporare nella purezza dei sentimenti.
L’indecisione adolescenziale di Sean e Justin vi accompagnerà fino alle ultime pagine del romanzo, lasciando accesa in voi la fiammella della curiosità.
L’autore ci regala una storia dolcissima, dove però non manca la passione.

Romanzo ben scritto, con uno stile è semplice, ma coinvolgente e descrizioni accurate e precise.