“Lo gnosticismo”. A cura di Alessandra Micheli


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Spesso, durante le mie ricerche ho sempre avvertito un irresistibile attrazione verso quelle filosofie eretiche dello gnosticismo e dell’ermetismo che si trovano celate tra i muri di pietra. Per quanto mi sforzassi di apparire oggettiva, queste idee mi toccavano nel profondo. Tanto da non riuscire a considerarle in maniera distaccata.

 Era questa la reazione che si voleva creare nell’uomo?

Quella sensazione persistente di sapere, in fondo, quanto esse siano vere e necessarie?

C’erano luoghi che facevano affiorare delle contraddizioni sepolte dentro di me. Profondamente influenzata dalla cultura celtica, stentavo a considerare il corpo e la materia come ricettacolo del male e che il mondo stesso, fosse la dimora privilegiata di potenze arcontiche. E mi chiedevo se, lo gnosticismo e l’ermetismo, fosse propagatori di tali concezioni o se, il simbolismo in esso celato, aveva connotazioni più ampie e profonde. Imbevuta della filosofia celtica secondo la quale il mondo è una creazione dello Spirito Unico, avvertivo questa presenza impressa ovunque. Bastava svegliarlo poiché ignorato da secoli, dormiva assopito. Nei boschi, nelle sorgenti, attraverso il vento, il cielo stellato, Dio, o meglio la Dea, parlava al cuore.

Allora come mai mi attraeva la filosofia opposta, secondo la quale il mondo era male?

E quale mondo era male?

Secondo i filosofi Indù, la realtà in cui viviamo è Maya, illusione, che ci impedisce di vedere il vero volto dell’uomo e del mondo. Eppure, molti mistici hanno cercato Dio nella solitudine della natura, nel contatto con la terra e imparando i misteri del Cosmo, scrutando i cieli. Il Corpus Hermerticum recita ” come in alto così in basso” a simbolo dell’originaria unione Cielo e Terra. Cielo e Terra, Spirito e Materia. Cominciai a riflettere: quale mondo io reputavo fasullo? La risposta era una sola, il mondo senza anima. Quella realtà mondana dove Dio, o la Dea, venivano estromessi. Dove l’illusione delle passioni, del potere, ci allontanavano dal nostro vero volto. Dove il cielo perdeva la sua magia e serviva solo da laboratorio, dove al sentimento di timorosa reverenza, si sostituiva la tracotante arroganza dello scienziato. Dove i cicli della creazione venivano piegati alla finalità cosciente dell’uomo reso sempre meno Dio. Allora regnava il male, il decadimento, la corruzione, ogni nostra azione perdeva ogni scintilla divina, prigionieri del potere arcontico, dimenticando il comandamento più importante “cercate il Regno di Dio che è dentro di voi”.

Se la rinascita è qui, allora la mente non crea più terrore; si lacera l’illusione e si torna a casa. Forse i morti vivono veramente vicino a noi ma senza le pastoie tipiche della nostra condizione umana. Dove non esistono città, la materia, ma solo luce, acqua e vento. E forse dove alcuni diventano stelle.

Ed è proprio in quel punto appena scoperto che si annidava la mia concezione gnostica. Io non credevo, né potevo credere, alla salvezza ottenuta soltanto per mezzo della fede o dell’intercessione di altri. Così come non mi convinceva l’idea secondo cui, l’uomo veniva spinto al male da un’entità esterna al proprio sè. La bontà, ossia quello stato elettivo di comunione con il Bene Supremo, doveva portare ad agire secondo una legge superiore di equilibrio e armonia. Pertanto, essa non poteva essere concessa soltanto se si seguiva  in modo cieco dei comandamenti, seppur giusti, imposti dall’esterno. La salvezza non poteva non trovarsi nella gnosi, nella condizione della conoscenza di sè. Bisognava, invece, comprendere il perché delle nostre azioni e bisognava soprattutto riconoscere Dio in ogni cosa; solo così si poteva ottenere la trasformazione di ogni atto in Sacro. L’accento andava posto sulla responsabilità personale di ognuno. Gli esempi servivano ed erano importanti, in quanto mappa che indica la via, da non confondere con la via stessa. Non andavano considerati solo per essi ma per ciò che dicevano, perché ogni loro insegnamento genera domande e le domande rappresentano la strada verso la Verità. Solo con la conoscenza, il male, viene annientato e riequilibrato. Così come siamo, il dualismo lacera, mentre la Verità riunisce ciò che è stato diviso. Per poter ascoltare questo messaggio, però, è necessario distruggere l’identità precedente per ascoltare con la voce dell’intuito e capire la differenza tra sensazioni dell’anima e sensazioni terrene. Questo è il vero gnosticismo.

Iniziavo a comprendere anche il motivo per cui, questo movimento, venne bandito e perseguitato dalla chiesa cattolica. Perché una volta che si seguiva la strada della gnosi, non si aveva più bisogno della Chiesa come istituzione intermediaria, dei sacerdoti, e dei sacramenti. Persino la filosofia druidica era permeata dalla stessa sostanza filosofica degli gnostici. I druidi, infatti, erano in grado di rendere manifesti i sogni (visioni) che rappresentavano delle particolari modalità di accesso alle altre dimensioni. Per loro l’universo era considerato come un ambiente composto da più realtà che si compenetravano e interagivano tra loro. L’altro mondo si trovava costantemente in contatto con il mondo sociale e materiale dell’uomo. Così gli antenati e i discendenti, si riunivano con i viventi nelle date di passaggio e il piccolo popolo conversava con i druidi nelle radure sacre (Nemeton). Inoltre, i druidi conoscevano le parole di potere che consentivano il viaggio attraverso i mondi poiché erano in grado di incanalare l’energia spirituale della vita. Ognuno di questi movimenti, anche se apparentemente scollegati e distanti, propugnavano l’accesso diretto alle fonti dello spirituale.

 Esisteva una via alternativa alla salvezza?

Dove a dettare legge fosse non tanto la fede quanto  un processo alchemico di rigenerazione?

Sì esisteva.

In questo processo, si doveva saper decomporre la materia iniziale (l’uomo terreno) separando gli elementi chiave, raccogliendoli e riunendoli per assicurare la loro completa coesione, per arrivare alla sintesi perfetta, dove non avevano più posto le antinomie che governano la natura umana. Un uomo trasformato dal fuoco segreto degli alchimisti, (l’unico in grado di risolvere le contraddizioni dello spirito umano)[1]  rigenera non solo il suo mondo interiore, ma anche il reame esterno dove esiste sterilità e decadimento e porti rinnovamento sotto qualsiasi forma[2]. Restituire la prosperità al reame interno dell’anima o esterno, significa guarire tramite la riparazione dei torti, delle ingiustizie, non solo esteriori, ma anche interiori. L’eroe del Graal, l’iniziato vero, è colui che conosce e incorpora il Sacro Principio: un reame che conosce ingiustizia e disgregazione è sterile. Solo chi è pronto a versare il suo sangue (o il suo io) potrà contribuire alla nascita di un nuovo mondo. In questo senso sta la regalità del Graal e la Regalità del Sacerdozio dell’ordine di Melchitsedeq. Verità, giustizia, equilibrio, sono i cardini su cui è impiantata la legge divina.

Ma c’era un altro elemento importante e tralasciato finora: la femminilità del Graal. In ogni luogo sacro anche a apparente impronta cristiana, si trova l’accenno alla Dea Madre. Spesso, questo graal-coppa è circondato da donne serpente, o donne dragone, è un richiamo alla linea dinastica matriarcale chiamata appunto Sangreal.

Cosa centra questo con il percorso iniziatici ermetico-gnostico?

Innanzitutto, l’immagine della Gnosi è prettamente femminile. Nello gnosticismo si aveva la venerazione della Sophia, il principio della saggezza; per i Templari essa era incarnata nella figura della Maddalena, sacerdotessa, secondo un’altra tradizione eretica, di Iside colei che tutto conosce. Questa venerazione profonda, non era altro che la presa di coscienza dell’esistenza dell’aspetto femminile e acqueo della divinità. La Maddalena era anche considerata depositaria del DNA del Sangreal (di stirpe davidica); tale stirpe è connessa con la stirpe di Iside[3].

La tradizione del Graal è dunque fortemente connessa al mistero di ogni sito sacro, da Rennes le Chateau a Chartres, a Altare nel savonese a Monte Sant’Angelo in Puglia, poiché esso conteneva accenni di molteplici tradizioni esoteriche, eredi dei misteri sumero-egizi. Non solo santuario iniziatici, ma anche vessillo di conoscenze alternative, eredi di antichi misteri risalenti, addirittura, all’origine della civiltà stessa.

I segreti egizi e sumeri, ponevano l’attenzione sulla rinascita spirituale e fisica dell’uomo e grazie al culto di Iside Regina del Cielo e di Osiride il Dio morto e risorto, l’uomo era in grado di accedere al cospetto della Mente universale e dell’intelletto Trascendente: in sintesi, il microcosmo (riproduzione in scala della Mente di Dio) si riunirebbe e fonderebbe con il Macrocosmo, ricreando l’unità originaria. Un altro elemento importante è che gli Dei egiziani (forse anche quelli sumeri), erano rappresentazioni di entità celesti: Osiride ritrovava la sua controparte celeste nella cintura di Orione, Iside invece si ritrovava nella stella Sirio.

Un altro elemento interessante era da individuare proprio nel culto della Dea Madre. Abbiamo già citato la figura celeste della grande madre; questa, oltre che ispirare reverenza per il simbolo di fecondità espresso dall’immagine, era anche una guida del tempo precessionale dell’ultima fase del pleistocene.

Aggiungervi il simbolo della costellazione del toro il fecondatore significava intuire un legame terra cielo.

Tale celeste congiunzione sembrava aver, dunque, dato origine alla vita: da qui il mito di esseri stellari venuti sulla terra per creare l’umanità accelerandone l’evoluzione.

La nostra origine è veramente stellare come sembrano suggerire miti ed iconografie?

 E’ questa la dimensione a cui l’uomo deve aspirare e tornare?

 

 

 

Note

[1]       la pietra filosofale ossia la gnosi ottenuta tramite un battesimo iniziatico

[2]       Come ricostruzione, procreazione o riparazione

[3]     Ed Iside era spesso associata alla stella Sirio: il legame stellare è sempre più forte

 

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“La signora Craddock” di W. Somerset Maugham. A cura di Beniamino Malavasi

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Non è mai facile parlare di un’Opera appartenente ad epoca e cultura così lontane e diverse dalla nostra quale, appunto, è “La signora Craddock”. Invero, letto con occhi attuali, lo si potrebbe liquidare come un romanzetto rosa, alquanto prolisso, tendente al noioso.

Al contrario, riportato nel giusto contesto storico-sociale, “La signora Craddock” non manca di offrire al lettore spunti di riflessione i più vari ed interessanti.

L’asse portante del romanzo è rappresentata dall’analisi del rapporto matrimoniale tra due soggetti che più diversi tra loro non potrebbero essere; in particolare, l’Autore pone l’accento sulla visione che del coniugio ha la protagonista Bertha: dall’idillio, al sentimento più profondo per il marito, al rendersi conto che Edward (il coniuge) non è come ella avrebbe voluto, per giungere al distacco condito da disprezzo e odio…

Nel dipingere questa parabola Somerset Maugham circonda i suoi protagonisti con personaggi solo all’apparenza antitetici tra loro ma che, in realtà, mostrano le miserie e il distacco di chi è costretto a vivere in una realtà che sente estranea: la “zia Polly” che fa del cinismo un’arma di sopravvivenza; la signorina Glover che si rifugia nel bigottismo più meschino; il dottor Ramsay che si atteggia a strenuo difensore dello “status quo…”

Ma “La signora Craddock” è, pure, romanzo sociale, ove l’Autore, sfrutta i suoi personaggi per disquisire circa l’aspirazione di ogni essere umano a migliorare la propria condizione e chi, se non il dottor Ramsey, si pone contro ogni cambiamento?

 

«Benissimo», disse il dottor Ramsay bruscamente, «sono convinto che la cosa migliore per ognuno è di rimanere nel ceto dove è nato. Invece adesso tutti cercano di diventare di più: l’operaio vuol diventare bottegaio, il bottegaio professionista».

«Ed il peggiore di tutti è proprio il professionista, caro dottore», riprese la signorina Ley, «poiché scimmiotta il gentiluomo, il quale molto di rado è degno di essere imitato. La cosa più divertente è che ognuno di loro è convinto di non essere da meno di quello che gli sta sopra di un gradino, mentre disprezza profondamente quello che gli sta un gradino sotto. Le uniche persone che hanno una giusta opinione di se stessi sono i domestici. Ho sempre avuto la sensazione che i domestici delle lussuose case di South Kensington siano molto meno antipatici dei padroni».

Somerset Maugham non manca di sferzare neppure le Istituzioni, in questo caso quelle militari:

“…Per gli ufficiali ci vorrebbe un’educazione elementare a base di buon senso e, se c’è tempo, anche i primi rudimenti grammaticali… (…) … per quanto ne so io, quando un uomo si è mostrato incapace di fare qualsiasi altra cosa, lo nominiamo generale, tanto per incoraggiare gli altri nullafacenti. Se ne può anche capire la ragione. Certo per i genitori è una grande consolazione, quando indirizzano il proprio figlio alla carriera militare, poter dire: “Be’, sarà anche un imbecille ma potrebbe diventare generale!…”

E che dire di come dovrebbe essere il rapporto donna (inglese)/cultura?

“…Odiava l’educazione che le era stata impartita in paesi stranieri; essa attraverso lo studio della pittura e dell’architettura e attraverso la conoscenza delle persone più varie aveva, certo, liberato il suo spirito dalle tenebre nelle quali fino ad allora era stato imprigionato, ma aveva distrutto quasi completamente le sue illusioni. Adesso avrebbe certo preferito possedere la cultura piatta, limitata e povera, l’ignoranza ingenua e tipica della sentimentale ragazza inglese. A cosa serve la scienza? Beati i poveri di spirito! Veramente una donna ha bisogno solo della purezza della bontà, oltre a una discreta conoscenza di spicciola arte culinaria…”.

Se, come sopra accennato, “La signora Craddock” appare caratterizzata da eccessiva verbosità, non va, comunque, sottaciuta l’abilità narrativa dell’Autore, capace di tenere avvinto il lettore, pagina dopo pagina, a quel mondo così “altro” qual è l’Inghilterra di fine ‘800.

Certo, molto forte è l’influenza Wildiana nella costruzione degli aforismi con i quali l’Autore vuole arricchire il proprio canovaccio:

…Una donna non può mai ammettere di avere un’età indefinibile come quarantott’anni, se non sta per sposare un vedovo con diciassette figli…”; oppure:

“…Ecco un vantaggio proprio delle donne», pensò fra sé. «Passati i venticinque anni esse scivolano sul loro compleanno come su una cosa sconveniente. Invece l’uomo è talmente convinto di aver dato un’enorme prova di intelligenza venendo al mondo, che, davvero da sciocco, è sempre interessato al giorno del proprio compleanno e crede che anche gli altri debbano esserlo non meno di lui…”; o, ancora:

“…Non approvo il matrimonio, signorina Glover, ma non sono nemmeno tanto stupida da cercare di impedirlo. Il matrimonio è sempre una terribile sciocchezza per una donna che ha una rendita che le permetta di vivere…”; per finire con:

“…Una donna preferisce sempre un mazzo di erbacce che costi una fortuna ad un cesto di rose che costi una lira…”;

ma ciò non toglie valore al romanzo in oggetto, godibile anche per il pubblico del XXI secolo.

 

“Le Torri di Kelt” di Walter Coccarelli, PubMe edizioni. A cura di Vito Ditaranto.


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Sei sono le Stelle conosciute che brillano nel cielo. Sei più delle altre al di sopra delle terre che hanno fine. Sei vogliono che il loro colore brilli in eterno sotto la volta di Caerlwenna. Una più delle altre adorate dagli uomini. Così sei sono le Pietre conosciute che alle Stelle si contrappongono, anch’esse infinite e immortali come l’universo da cui sono nate. Quando l’ultimo degli esseri viventi sarà obliato, esse continueranno a esistere, a diffondere il loro potere e il loro magico colore; manifeste o nascoste nell’ombra, in attesa d’essere svegliate dal bene o dal male o da ciò che agli uomini è celato. Infine sei sono i Fuochi dai vari colori che i Maghi proteggono nelle sei Torri più alte della Terra di Kelt: essi ne venerano il calore e il potere che da essi deriva, ne adorano la potenza infinita e la luce, la vita e la morte che al fuoco appartengono.”

 

Questa è l’introduzione di “Le Torri di Kelt” di Walter Coccarelli, che inevitabilmente mi riporata alla mente un passo del famoso “Signore degli Anelli”.

Poesia dell’anello di  “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien:

 

“Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende, Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra, Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende, Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra, Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende…Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli. Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende…Un anello per domarli, un anello per trovarli, Un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli.

In realtà nel romnzo di Coccarelli ho trovato molte similitudini anche con George R. R. Martin ed in particolare con i romanzi “Il trono di spade” e “Le torri di cenere”.

Comunque, tolte le similitudini con Tolkien e Martin, il romanzo di Coccarelli si mostra come un ottimo romanzo fantasy ben congeniato e ben strutturato.

L’autore esprime egregiamente un ottimo, racconto d’immaginazione: più che il frisson per dirla alla francese, più che il brivido del colpo di scena quello che qui conta è la costruzione immaginaria, l’atmosfera onirica, gli squarci di visione che a volte si aprono nella sua prosa densa di aggettivi e ben elaborata. Se nella prima parte della sua narrativa egli ha espresso una rivolta, completa e cosciente, contro il mondo prosaico che lo circonda, nell’ultima ha raggiunto risultati fantastici che in pochi altri autori è dato riscontrare.

Quello che mi preme sottolineare, tuttavia, è che Coccarelli non abbandona nella sua narrazione mai la ricerca del meraviglioso e del diverso, di ciò che è radicalmente altro; ed è questo a rendere la sua narrativa qualcosa di diverso dalla normale fantascienza, dal puro e semplice tale of terror, che caratterizza i fantasy odierni. Mai come nei racconto scritto in questo libro ci accorgiamo che il suo è comunque, tolte alcune similitudini, un genere autonomo, quasi autosufficiente: una sorta di cammino iniziatico praticabile anche dai profani, con un occhio alla magia e l’altro alle meraviglie.

Inevitabilmente sin dal prologo il lettore è avvolto da un’atmosfera incantata. Bravo a far rivivere le angosce e la paura di Akenor, il quale sarà costretto a riscoprire la sua natura di mezz’elfo scoprendo che al mondo vi sono molte più cose di quello che immaginava.

Libro senz’altro imperdibile, che ti avvolge in una nube fitta, di mistero e magia, facendoti anche perdere un po’ contatto con la realtà. I suoi personaggi ispirano subito simpatia, perché sono esseri dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari. Te li immagini come piccoli amici e ne ascolti le avventure e i pensieri. Il libro ti porta a riflettere a fondo, ovviamente a modo suo, sul concetto di comunità, di fiducia, di amicizia, di sete di potere. L’ho decisamente apprezzato, soprattutto per i messaggi educativi che può offrire anche ai giovani lettori, che di solito si avvicinano al mondo dei libri soprattutto grazie al genere fantasy. Sinceramente l’ho trovato comunque di non facile lettura, non tanto per la mole, quanto per la miriade di personaggi che lo popolano e per l’estrema ricchezza di particolari, che a volte ti fa perdere un po’ la concentrazione.

Coccarelli ci offre un mirabile racconto che intreccia vicissitudini umane quanto mai attuali con personaggi mitici, rappresentanti simbolici di un’umanità archetipica che popolano il suo mondo interno.

L’estrema abilità del Narratore consiste, a mio parere, nel sapersi rendere assolutamente trasparente. La narrazione non sbandiera abilità e autocelebrazione, è invece un racconto pulito e impeccabile. Ogni frase del libro è cesellata con la massima cura e al tempo stesso spogliata di qualsivoglia pesantezza. Così rimane solo il fine piacere della lettura: una lettura che ci rapisce e ci trasporta.

I personaggi che danno vita alla storia sono complessi, e spesso declinati nelle loro sfaccettature.

Il libro trascina a tratti faticosamente, quasi a concretizzare nel lettore la fatica della missione, a volte vorticosamente, e lascia senza fiato.

Il difficile viaggio di Akenor  sembra alludere parallelamente a un viaggio nella profondità dell’animo.

Mille dubbi che porteranno il giovane Akenor ad attraversare la Terra di Kelt, dapprima in cerca di risposte, poi in cerca di suo padre rapito dal demone stesso per assecondare l’oscuro disegno del Male che andrà via via sempre più delineandosi.

La fuga, l’incontro con personaggi di razze diverse, la magia delle Sei Torri, e con avvenimenti che sono dentro e fuori di lui. Domande che lo condurranno a vivere momenti di epiche battaglie che sconvolgeranno per sempre la Terra di Kelt.

Incontriamo personaggi a volte salvifici, altre volte letali: esseri indefinibili in base a parametri razionali, creature plasmate dal dolore o dalla saggezza ci accompagnano attraverso boschi gai od oscuri, paludi, fiumi e torrenti, ampie distese, fino ai più oscuri recessi, in cui ci inoltriamo con paura e reticenza.
Il lettore s’incanta, resta avvinto, affascinato dalla storia, come sempre dovrebbe succedere alla lettura di un buon libro; ma Coccarelli  riesce in un di più, crea quell’atmosfera per cui, girata l’ultima pagina, ci si spiace, ci si resta male, si vorrebbe saperne di più, leggere di più, continuare a stare vicino ai protagonisti, seguendone le vicende direi in religioso silenzio, compartecipazione e trepidazione. Si desidera vivere la storia narrata, lasciarsi cullare dal ritmo ipnotico dello svolgersi dei fatti, centellinare le pagine quasi fosse un nettare, un’ambrosia. La cultura è l’unica medicina valida; l’evolversi dell’esistenza deve senza indugio rivolgersi al meglio, al bene, all’amore. In estrema sintesi, questa e solo questa è l’essenza de “Le Torri di Kelt” di Walter Coccarelli.

Lettura consigliata.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.