La Napoli redenta. Vincenzo Carriero, il pulcinella guascone eredita l’impegno sociale di Salvatore di Giacomo. A cura di Alessandra Micheli

 

Ci sono autori che rappresentano una ventata di freschezza nel panorama letterario contemporaneo. sono quelli che scavano nella realtà in cui sono calati per trovare non solo idee ma personaggi, scampoli di vita da tessere in un arazzo di luce che abbia il dono di guidare i sogni perduti a una loro nuova e originale rinascita. Sono quelli che accolgono la parte più ignorata del mondo, quella fatta di abisso e paradiso, quella quotidiana troppo banale per i geni di turno eppure così piena di vita, di concetti, di filosofie straordinarie, di rude bellezza. È tra i vicoli della sua Napoli, misteriosa donna affascinante nel suo volto segnato dai segni di quel tempo beffardo che la seduce, promette e poi l’abbandona in un angolo remoto, scordandosi quasi di quella sua acerba eleganza. Quella Napoli cosi ferita, così fragile, tanto amata a parole, nelle canzoni, ma così tanto odiata nei fatti e nelle azioni quotidiane di quei suoi figli distratti.

Ecco che però, tra lacrime di disperazione, tra crepe lacere di quei palazzi che come fantasmi ci ricordano un lontano, fastoso passato, alcuni dei suoi figlioli si rialzano fieri, e con l’ironia che da sempre, in fondo li salva, omaggiano Mamma Napoli, non disdegnando di risollevarla da quel fango indegno, attraverso le dissacranti, affilate parole uscite da una penna sublime. Erede della migliore tradizione filosofica partenopea Carriero non si sottrae all’arduo compito di raccontare con un poetico cinismo la realtà che lo circonda, divenendo in tal senso il Dickens moderno, nato tra le ceneri di una civiltà che fu civiltà e che oggi appare solo un misero ma orgoglioso abbaglio di ciò che l’uomo, dovrebbe essere.

Andiamo a conoscere da vicino questo straordinario uomo, a metà strada tra uno scanzonato Pulcinella e un geniale e acuto Gianbattista Vico.

Buon Viaggio

 

A.Cosa significa per te scrivere?

V. Scrivere è come cambiarsi le mutande, un processo intimo, un modo come un altro di metabolizzare la vita. Per quanto mi riguarda, è un incontro coi pensieri, una dimensione parallela in cui posso sfogare la mia rabbia. Diciamo che la scrittura mi ha evitato di diventare un serial killer e consentito di risparmiare parecchi soldi di analisi. Nella mi storie ci sono io, la gente che incontro per strada, a lavoro, gli amici, i parenti, persone che diversamente avrei picchiato a sangue. È un modo piuttosto innocuo per disinnescare i miei istinti più bassi. Solo così riesco a conservare un certo equilibrio interiore che mi fa sembrare una persona quasi normale.

 

A. Scrittura come diversivo o scrittura come impegno?

V. La scrittura, a mio modo di vedere, deve essere impegno. Ti dirò, questo tipo di scrittura, quella impegnata, la reputo l’espressione più alta cui la letteratura può arrivare. Non biasimo chi scrive per divertire, storie tanto per intrattenere. Le reputo però opere minori delle quali si potrebbe fare a meno in ogni momento. Compito di uno scrittore è quello di raccontare la società che ci circonda, di anticiparne l’evoluzione, di mettere in guardia il lettore dalle tentazioni, i falsi profeti che oggi si chiamano politici. La scrittura, oggi più di ieri, è una missione. A costo di diventare impopolare, uno scrittore deve dare pugni nello stomaco, deve turbare scavando nell’animo del lettore. Il lettore deve sentirsi nudo, indifeso fino a dire: ” Cazzo questo personaggio sono proprio io quando mi guardo allo specchio.” Io spero di riuscire, un giorno, in tutto questo.

 

A. Cosa deve contenere un buon libro?

V. Un libro deve essere scritto bene, con un linguaggio semplice, immediato e moderno. Viviamo in una società complessa, in cui la velocità è tutto. La gente non ha più voglia di attendere niente, i messaggi che arrivano dai social, dalla tv, dal marketing, sono sempre più immediati, subliminali. Anche la scrittura deve adeguarsi a tutti questo. La leggerezza poi deve essere solo il cavallo di Troia, la cortina dietro la quale nascondere il messaggio. Questo deve arrivare come un pugno, magari dopo una risata perchè il lettore non se lo aspetta. Allora, come un pugile distratto, accusa il colpo, la ferita brucia, la cicatrice resta e la storia ha vinto. Ecco, così deve essere un buon libro. Bello e feroce al tempo stesso.

 

A. Un testo deve essere originale o deve comunque affondare le radici nella tradizione letteraria?

V. La tradizione deve morire, come il dio di Nietzsche. La tradizione è metafisica e in quanto tale va rispettata. Ciò nonostante deve essere abbattuta. Ne trarrà giovamento il movimento, l’editoria, i lettori e gli scrittori tutti. Immagino un modo di scrivere che sia capace di fondersi con i social, con internet, le storie diventare interattive, dove chi legge possa essere protagonista. Immagina un giallo o un thriller dove il lettore possa essere coinvolto in prima persona nelle indagini. Sarebbe una rivoluzione epocale.

 

A. Nei tuoi scritti affronti spesso il disagio sociale. Cosa speri possano dare i tuoi libri?

V. Viviamo in una società egoista, che non ha tempo per chi rimane indietro. Gli ultimi, i perdenti, devono avere voce, è un imperativo. Se non gliela dà la scrittura, chi altri può farlo? Io conosco tanti perdenti, io stesso lo sono stato e mi sento ancora un perdente. Mi sono trovato spesso in situazioni di disagio. Immagina di non poter sfamare tuo figlio. Io questo fatto l’ho vissuto sulla mia pelle, ho visto mia figlia piangere perchè non potevo comprarle un etto di prosciutto. Mi sono sentito una merda. Per questo comprendo il disagio ma non comprendo chi fa finta che tutto questo non esiste. Invece la vita è un qualcosa di molto diverso da quella patinata delle starlette che girano su Instagram. La vita è quella di Elena, una donna che conosco e che vive con 400 euro al mese. È quella di Antonio, che non ha una pensione, non ha un lavoro ma ha un carcinoma ai polmoni. Potrei parlarti di Mimmo, di Cira che ha perso un figlio suicida. Potrei parlarti all’infinito di gente così. Io non posso fare finta che non esistono.

 

A. Napoli croce e delizia di ogni artista. Parlaci della tua città di cosa può ancora dare alla letteratura

V. Napoli è una città complessa. Molto più dei soliti luoghi comuni. Napoli è viva. Nel senso che se giri per i vicoli del centro storico, senti voci, profumi, odori che ti raccontano di umanità, gioie, dolori, successi e sconfitte. Napoli è sospesa fra la vita e la morte. E noi napoletani questa cosa la conosciamo bene. Viviamo ai piedi di un vulcano, di fronte la mare che ci porta sempre gente nuova e diversa. Siamo votati all’accoglienza, e forse per questo abbiamo poco in termini materiali ma tantissimo in termini emozionali. Il napoletano vive alla giornata perchè sa che può essere l’ultima. Per lo stesso motivo che ti ho detto prima. È una questione di territorio. Bello e feroce. Ti rapisce ma ti può anche uccidere. E noi viviamo così, in attesa, senza un progetto bene definito. Questa cosa genera malinconia e sofferenza mista a gioia e voglia di vivere. Allora siamo tutti un po’ artisti, un po’ figuranti di una commedia infinita che non sai mai come va a finire. È difficile imbrigliarci in un sistema di regole e confini. Questo però non sempre è un pregio. Qualche volta è un limite perchè il genio e la sregolatezza restano potenziali inespressi senza disciplina. Chi è riuscito a darsela è diventato grande se non grandissimo. Vedi Pino Daniele o Troisi. Oggi Napoli, più di ieri, offre una mole enorme di materiale per creare arte. Non a caso Ozpetek continua a farci film, Dolce & Gabbana ci girano gli spot e sempre più artisti ne attingono ispirazione. In città c’è un grosso fermento culturale, ci sono collettivi che fanno teatro e musica. Il problema sono i mezzi economici che mancano e, come sai, senza soldi non si cantano messe, difficile farsi conoscere al grande pubblico.

 

A. Nel tuo libro una giornata bestiale ci sono molte caricature, come mai hai scelto la strada del sarcasmo?

V. Quando ho superato la soglia dei quaranta, mi sono reso conto di avere davvero le palle piene della gente e di tutto il resto. Per questo ho cominciato a scrivere. La strada del sarcasmo più che una scelta è una conseguenza. Mi sono stancato di aprire dibattiti, di discutere e azzuffarmi su cose che non portano a niente se non a conflitti a somma zero in cui tutti hanno ragione. La ragione è dei fessi. Il sarcasmo mi serve per bypassare tutto questo e non dare l’opportunità di aprire un dibattito. Voglio dire quello che penso, libero come un fringuello. Diamine, almeno nel mio mondo voglio essere un dannato desposta, affossare il dibattito. La democrazia non è per tutti anzi, è l’anticamera del tutti contro tutti. Poi, per fare sarcasmo devi essere onesto, prima con te stesso. Io ammetto sempre di essere un peccatore, una vera e propria merda. Questo mi consente di poterlo dire per gli altri. Onestà e sarcasmo, sempre.

 

A. Racconta la tua giornata bestiale

V. La mia vita è fatta di parecchie giornate bestiali. Ogni volta che trascuro gli affetti, l’approccio puramente dionisiaco alla vita a favore delle cose materiali, quella è una giornata bestiale. La ricerca del risultato a ogni costo ci fa perdere di vista le cose belle della vita che sono tutte riconducibili al caos. La vita deve essere caos, scoperta e curiosità, creazione. Se lavoro dodici ore al giorno per pagare le bollette e la macchina nuova, quando creo? Quando vivo? Quando amo? Quando non avviene tutto questo, la giornata è bestiale.

 

A. Qual è il problema dei giovani d’oggi nei confronti della letteratura?

V. Non so se esiste un problema giovani. Quelli che conosco sono lettori accaniti e le ultime statistiche dicono che il mercato editoriale si regge proprio sulla loro sete di lettura. Poi, a dire il vero, mi sembrano piuttosto preparati. Conoscono, più dei loro padri in verità, i grandi scrittori del novecento. Forse grazie a internet, forse grazie all’impegno scolastico. Di certo mi fanno ben sperare per il futuro. Quanto alla scrittura, sui social ce ne sono un sacco che scrivono e vogliono farsi conoscere. Alcuni sono davvero bravi. Il problema, per me, resta sempre il sistema Italia che è fatto a misura di vecchio. Per un ragazzo emergere è quasi impossibile. In qualsiasi campo.

 

A. Si legge poco o si legge male?

V. Si legge poco forse perchè si legge male. Oppure l’offerta editoriale è scadente perchè anche il pubblico lo è. Io credo che sia un problema culturale tipicamente italiano cui contribuiscono diversi fattori. In primis, la televisione generalista che ha ammorbato le menti con i suoi programmi di intrattenimento spazzatura. Hanno rappresentato un’alternativa di svago meno impegnativa della lettura e più a buon mercato. Secondo, il prezzo dei libri, oggettivamente troppo alto, finisce per incidere sul magro bilancio familiare. Non a caso si legge di meno dove il reddito pro capite è più basso. Ultimo, ma ugualmente importante, il ritmo della vita che è troppo frenetico. È sempre più difficile ritagliarsi un po’ di spazio per leggere. Servirebbe l’intervento del governo ma si sa, il potere ci vuole ignoranti.

 

A. Un libro che vorresti aver scritto

V. Senza dubbio Fahrenheit 451 di Bradbury. Per me il più bel romanzo che abbia mai letto.

 

A. Un libro che non vorresti mai aver scritto

V. Qualsiasi libro di Fabio Volo. Che Dio mi fulmini se un giorno scriverò una cosa del genere.

 

A. Il tuo testo ha provocato critiche o reazioni negative?

V. Fino ad ora sono felice dei risultati in termini di critica. Le recensioni ricevute sono state positive. Il fatto bello è che i giudizi migliori sono arrivati da lettori che non conosco. Quindi sono complimenti sinceri. Paradossalmente, proprio gli amici hanno deluso le aspettative e so per certo che nessuno di loro ha acquistato il mio libro. Questo è un fatto brutto perchè dimostra prevenzione nei miei confronti. Ma il tempo sarà galantuomo. Tuttavia, ho comunque ricevuto una critica negativa. Forse la primissima recensione che abbia mai avuto.  A farla è stata una “collega”.  Non mi ha fatto male ma mi ha deluso per la superficialità con la quale è stata esposta. Forse chi me l’ha fatta non aveva letto davvero il libro oppure non l’ha capito. Se questo è avvenuto, forse, è soprattutto colpa mia.

 

A. Qual è il vero dramma che lo scrittore oggi si trova a dover affrontare?

V. Difficile rispondere a questa domanda per me. Non credo si possa parlare di dramma. Mi spiego. Può essere drammatico esporsi al giudizio del pubblico. In questo caso però devi cambiare mestiere e decidere di non essere uno scrittore. Voglio dire, qualsiasi artista si espone al pubblico, nudo, coi suoi sentimenti, le sue idee. Queste possono non piacere, il lettore ti può denigrare. È nel suo diritto. Come uno spettatore che va a teatro ha il diritto di fischiare. Io credo che chi si mette in gioco debba farlo con la giusta, sana follia per la quale tutto quello che ne deriva deve essere un gioco divertente. Se non è divertente non lo devi fare. Poi io odio le persone che si prendono troppo sul serio. Vedo gente che ha pubblicato un paio di romanzi atteggiarsi manco fosse Hemingway. La maggior parte di loro fanno cagare.

 

A. Scrivere si può ancora definire arte?

V. Sì, certo. Poi ci sono artisti e “artisti”. Come in tutte le cose. Personalmente considero artisti tutti quelli che sono capaci di trasmettermi delle emozioni. La scrittura è ancora capace di emozionare, forse più della musica o di un film.

 

A. Italo Calvino scrisse nel 1985 quali valori letterari sarebbero sopravvissuti alla nuova era tecnologica. Tu oggi, cosa porteresti con te nel millennio che stiamo per affrontare?

V. Calvino ci vide lungo, specie quando parlò di leggerezza. Ecco, io porterei la leggerezza con me. Questo mondo ne ha disperatamente bisogno. Non è detto che con la leggerezza non si possa parlare di miseria e dolore. Poi la leggerezza è trasparente. Non ti ci puoi nascondere dietro. Devi essere vero, sincero, cristallino. Io sono alla ricerca della leggerezza, sempre, anche quando parlo di miseria e violenza.

 

A. Regalaci una frase che ti identifica

V. Ce ne sono tante che appartengono alla cultura napoletana. Te ne lascio una che maggiormente mi identifica

 

“Dicette o’pappice vicino a’noce… damme o’ tiempo ca te spetuso.”

Che tradotta diventa: ” Disse il pappice ( vermetto della noce)  alla noce, dammi il tempo che ti buco.”

 

È un proverbio importante per me. Denota caparbietà, determinazione e voglia di riuscire in ciò in cui credo. Non importa quanto tempo ci vorrà. Io voglio farcela.

 

A. Progetti futuri

V. Sono al terzo romanzo. Il più bello che io abbia mai scritto secondo me. Vorrei fosse pubblicato da un editore importante. Speriamo di riuscirci. Intanto la mia vena creativa non si è esaurita. Ne sto scrivendo un altro, e sono a quattro, interattivo, una storia cupa che prevede diversi finali e diverse trame. Toccherà al lettore sceglierne una in base alla propria sensibilità. Sarò una sfida ambiziosa, sopratutto contro me stesso.

 

A. Quale genere vorresti esplorare?

V. Prima o poi mi cimenterò nella scrittura di un romanzo sentimentale. È un genere che leggo poco, pochissimo. Eppure vorrei interpretarlo a modo mio. Una bella storia d’amore pulp. Ho già la trama in mente.

 

A. Un consiglio ai lettori.

V. Consiglio a tutti di essere sempre dannatamente curiosi, di esplorare nuovi generi, nuovi modi di scrivere e di non essere mai prevenuti. Mente e cuore aperto. Sempre.

Ringrazio Vincenzo Carriero, perché diamine ragazzi, senza nulla togliere agli altri autori, questa è stata l’intervista migliore che abbia mai fatto, non solo a livello intellettuale e estetico, ma dal punto di vista umano. Perché autori cosi ricchi, cosi colti e al tempo stesso così semplici e giocosi, capaci di ridere di se stessi, sono perle rare da conservare gelosamente.

Questa è la vera arte. Riconoscere la bellezza ma al tempo stesso sapere che essa non è nostra ma fa parte di un mondo delle idee a cui solo i degni possono accedere. E non tenerlo per sè autoglorificandosi, ma donandolo agli altri con un sorriso e una lacrima.

 

In bocca al lupo Vincenzo!

 

L’ignorante parla a vanvera.

L’intelligente parla poco.

‘O fesso parla sempre.

Antonio De Curtis

 

 

Nota. 

Salvatore Di Giacomo (Napoli, 12 marzo 1860 – Napoli, 5 aprile 1934) è stato un poeta, drammaturgo e saggista italiano. Fu autore di notissime poesie in lingua napoletana (molte delle quali poi musicate) che costituiscono una parte importante della cultura popolare partenopea. È molto apprezzato come novelliere nero.

Tra i suoi libri cito:

Cronaca del teatro San Carlino, 1891, Minuetto settecentesco (1883), Pipa e boccale (1893), Novelle napolitane (1914), L’ignoto (1920). Nel suo teatro, da Malavita – pubblicata nel 1889 col titolo ’O voto e tratta dalla novella Il voto – ad Assunta Spina (1909) e a Quand l’amour meurt (1911).

E’ stato inoltre autore di canzoni immortali come: Marechiaro, Era de Maggio, Luna nuova, Oilì oilà ( irritò i benpensanti milanesi che non si sapevano spiegare il motivo di tanta ilarità in una città appena colpita da gravi epidemie).

Vi consiglio di leggerlo.

 

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