“L’ultima fermata di Marty Red” di Alessio Linder, Dunwich edizioni. A cura di Vito Ditaranto

 

Maybe I’m just a ghost
disappear when anybody’s close
Go through you when you try to hold
try to hold me near
Maybe I’m just a ghost
Emptie than anybody knows
Maybe I’m on the ropes
Or I’m not even here

 

Forse sono solo un fantasma

che scompare quando qualcuno si avvicina

Ti attraversa quando cerchi di tenermi

Tenermi vicino

Forse sono solo un fantasma

Un vuoto a perdere che nessuno conosce

Forse sono sull’orlo del precipizio

Oppure non sono nemmeno qui

(GHOST STORY- COLDPLAY)

 

 

 

 

Molti lettori considerano le storie dell’orrore come qualcosa di relegato in ripetitive edizioni tascabili, infarcite di una prosa stereotipata, con copertine granguignolesche e triti titoli che immancabilmente esordiscono con “Il…”.

La maggior parte delle volte hanno ragione.

L’odierna produzione dell’orrore raramente offre qualcosa di nuovo.

Poche delle vicende etichettate come “horror” sono originali ed emozionanti; invero molti editori lamentano quanto facilmente queste storie possano essere classificate in categorie riconoscibili.

La stessa scrittura è, nella media, inverosimile e superficiale; nei casi peggiori si tratta di materiale da riviste a poco prezzo, il cui livello pare essere uniformato al peggior comune denominatore.

Per ogni racconto o romanzo originale, ce ne sono centinaia che si presentano come pedisseque imitazioni di bestseller o di film di successo, infarcite di case infestate, bambini dai poteri paranormali, cittadine assediate dal male o presenze soprannaturali. A giudicare dalla produzione letteraria, esiste un pubblico per l’equivalente letterario del “passaparola”. In pratica, il mestiere di scrittore è inteso come un’attività consistente nel ricordare a chi legge qualcosa che ha già avuto successo.

Per trovare esempi di narrativa dell’orrore veramente validi, è necessario guardare oltre la confezione vistosa, le stravaganti citazioni di copertina e, invero, gli strilli che gli editori abbinano ai loro prodotti. Per trovare una risposta soddisfacente alla domanda iniziale è necessario che condividiate con me un’importante considerazione anche se può essere considerata un’eresia: l’horror non è un genere, come il giallo, la fantascienza o il western. Non è un tipo di narrativa se con questo concetto indichiamo qualcosa di ristretto a un ghetto o peggio a uno scaffale speciale nelle biblioteche o nelle librerie.

L’orrore è un’emozione.

“La più antica e forte emozione dell’umanità è il terrore”

 

scrisse H.P. Lovecraft e le storie in grado di evocare paura non hanno mai mancato di suscitarla in chi le abbia raccontate… o lette.

La storia dell’orrore non è semplicemente un’evasione, ha an­che un altro valore di cognizione che serve, più o meno inconscia­mente, come specchio imperfetto delle reali paure dei nostri tempi. Uno sguardo allo specchio oscuro dell’horror di Alessio Linder rivela un ricco sostrato interessante, quindi non il solito horror.

Alla rinfusa, il racconto mette in evidenza l’invasività di un male primordiale che ci giunge per un corridoio ben descritto da emozioni appena accennate ma pungenti; come uomini neri dall’Altrove che, come Freddy Krueger, sanno perfettamente come invadere l’inconscio e gli incubi del lettore; la consapevolezza del contagio mediatico e virale dell’immagine maligna che produce “Ultracorpi” nei territori inesplorati della mente umana.

“L’ultima fermata di Marty Red” è un invito alla ricerca dei fantasmi del passato che spesso ci portiamo dentro. Un incitamento a godere della vita, affrontare le paure del fallimento e combattere i fantasmi del trascorso. Linder  ci dimostra quanto il nostro senso di sicurezza sia illusorio al tempo d’oggi. Una precarietà della vita, minacciata da pericoli dietro l’angolo, improvvisi incidenti stradali o cambiamenti fisici e pschici come in questo caso. Il protagonista Marty Red  da apprezzato e famoso discografico si trasformerà nel “Male” primordiale e irresistibile, quello dei ricordi che spesso lasciano dentro una sensazione di orrore indescrivibile.

Sono queste le Montagne della follia di cui parla Lovecraft?

La lettura del testo di Linder riaffiora come i racconti di Lovecraft ha aperto la via al Male che è dentro, nella nostra psiche antica. “Chtulhu” eternamente in attesa di congiungersi con il nostro io cosciente, di essere richiamato dal profondo, con gli altri “Antichi”, o dalle rovine ventose della “Città senza nome”.

I ricordi riaffiorano per Marty Red  in metropolitana, il tutto ha inizio con una ragazza e un gioco di sguardi. Con il passare dei giorni il protagonista  si rende conto che qualcosa lo unisce ad altri bizzarri personaggi che affollano la metropolitana e che riescono a interagire solo con lui. I fantasmi del passato cominciano a invadere la sua vita. Ma, per quanto si possa provare a dimenticarlo, l’Inferno non dimentica una volta che ti ha assaggiato: aspetta solo il momento giusto per reclamarti usando le persone più vicine per ingannare e gettarti tra le fiamme.

Le attività umane legate al non-senso, private di ancoraggio trascendente, si disperdono condannando l’uomo a tentare di creare un senso su misura, sulla scia di una preoccupazione che egli ben percepisce, comprendendo, a ragione, che tutte le piccole cose di cui si occupa finiranno nell’abisso, non essendo assicurate a qualcosa di più grande.

Sembra che tutto finisce in questo libro, ma secondo me… no, il finale del racconto ci da un consiglio e una lezione di vita d’oro, ci mostra come non si possano cancellare i mostri del passato ma come in compenso si possano domare, accettandoli e controllandoli. Mettete anche voi il vostro babadook in cantina, al riparo di tutti gli sguardi dei vicini, degli amici, dei colleghi. Vincete anche voi quella paura, guardatelo in faccia e affrontatelo il vostro mostro interiore, scendete quelle scale e date lui da mangiare gli avanzi della vostra vita prima che sia lui a decidere di uscire da solo e mangiarla tutta la vostra vita, comprese le parti migliori. Date lui quel minimo di attenzione che merita e non di più…Domate la bestia, accettate che in voi esiste tanto il  bene quanto il male, tanto lo yin quanto lo yang. Solo tramite l’equilibrio tra queste due forze uguali e opposte potrete ritrovare la forza e la serenità di vivere al massimo.

Finche sarete bloccati dalla paura la vità sarà un viaggio a metà e l’esito finale tutt’altro che scontato.

La scrittura di Alessio Linder è degno di nota: il suo stile è elegante eppure semplice descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore per l’emozione che regalano. Un emozione forte e intensa. Una prosa fluida. Lo stile è unico, essenziale, istruttivo e meticoloso. L’autore ha saputo ben dosare ogni elemento. La trama è ben costruita, intricata e appassionante, con gli eventi che si susseguono secondo un disegno preciso, in cui nessun dettaglio è lasciato al caso.

Sono convinto, inoltre, che “L’ultima fermata di Marty Red” possa essere diversamente apprezzato a seconda che chi lo legga sia un lettore onnivoro o prevalentemente un divoratore di horror.

Per un appassionato, infatti, che possiede una conoscenza approfondita delle dinamiche interne e dei meccanismi che regolano questo genere letterario, “L’ultima fermata di Marty Red” non costituirà alcuna novità, anzi, a tratti avrà il sapore di un qualcosa di già visto e già sentito.

Comunque per un lettore attento e aperto questo racconto può costituire una vera sorpresa, facendo addirittura gridare al capolavoro.

Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Uccidere a volte è l’unica scelta!!!

Non è esagerato definire quest’opera un’elevata follia,  considerando la follia come un elogio.

“Tutti gli uomini sono dei mostri. Non c’è altro da fare che cibarli bene. Un buon cuoco fa miracoli.” (O. Wilde)

 

 

 

 

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.