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Il fascino dell’Egitto non ha tempo e non ha confini. Attrae ogni sognatore e ogni studioso. Attrae fantomatici visionari (come non ricordare Edgar Cayce, o anche Mario Pincherle). Veicola la sete di sapienza ma anche ardite teorie come quella della correlazione stellare di Adrian Gilbert e Robert Bauval. Ma anche testimone di ere passate che non affondano solo nella classica denominazione civiltà egizia ma vanno oltre fino a sfiorare e a congiungersi con il mito di Altantide, con i racconti del Diluvio dimostrati e dimostrabili secondo alcuni rivoluzionari e contestati studi dalle linee di erosione di monumenti come la sfinge.

Ma non è solo la sua architettura a strabiliare, fonte di meraviglie e di stupore, ma anche la sua storia, la sua mitologia, il pantheon di divinità incredibili e mostruose, e quel concetto di sovranità che è poi confluito nella teoria assolutistica ( il re come immagine di Dio)

E’ cosi ricca ma al tempo stesso cosi  adorabilmente inconsapevole, oggi di sé stessa. Schiava di un passato glorioso e al tempo stesso ingombrante, tenta oggi di vivere staccando un po’ di quella pesante corazza che la identifica strettamente e indissolubilmente con la piana di Giza e con  con l’avanzata conoscenze scientifico tecnologiche del medio regno.

Ecco perché oggi, accanto alle divinità quasi dimenticate eppure così fiere e gloriose si affianca una totalmente diversa e aliena concezione religiosa. O almeno aliena appare per i profani, imbevuti delle teorie stellari, dei bellissimi e preziosi saggi di oggi quali Gilbert, Hancock e René Adolphe Schwaller de Lubicz  Ma una parte del suo percorso umano è ancora poco conosciuto, reo di aver sconvolto la precisione del MAAT grazie a una rivoluzione che, anticipò il cristianesimo di secoli: l’inserimento o il suo tentativo di un monoteismo ferreo e granitico. E tutto questo grazie a un solo uomo, il famigerato faraone eretico, tolto per tanto tempo dai cartigli e adombrato non solo dal biasimo di sacerdoti e popolazione ma anche dalla volontà pedissequa di cancellarne le tracce. Akhenaton si chiamava.

Questo faraone, tentò di estirpare alla radice e con una brutalità indiscussa le radici stesse dell’Egitto, nato cresciuto e sviluppatosi alle fronde ombrose di una perfetta e armonica sincronia di divinità, una legata all’altra da rapporti intensi e un’interdipendenza tale da poter abilmente descrivere l’ordine cosmico, simboleggiato dalla Dea MAAT. E questo ordine era un mosaico che con perfezione maniacale richiamava in terra l’ordine del cielo, un motto che ritroveremo poi nella filosofia ermetica

 

come in alto cosi basso

Akhenaton e forse è questo il lato affascinante del personaggio, stravolse questo preciso organigramma, spopolandolo da ogni sua componente (le divinità) e mettendo al centro solamente il dio Aton.

Ora comprendo la difficoltà di carpirne la portata rivoluzionaria, ma cercherò di farvela comprendere con un semplice (e ammetto stupido) paragone. Immaginate un orologio antico, perfettamente funzionante. La sua azione è regolata ma soprattutto costruita da tante piccolissimi parti. Rotelle che mettono in moto un meccanismo che non smette di strabiliare in quanto in grado di scandire il tempo che passa. E grazie a questo suo ardire, riesce a dare a noi umani, una precisa collocazione nello spazio. Spazio e tempo sono le nostre coordinate, legate tra loro da rapporti precisi e addirittura numericamente dimostrabili. Ecco immaginate che uno scienziato folle tolga le piccole rotelle, gli infinitesimali componenti, sostituisca la precisione della varietà che fa muovere il tutto, con un unico meccanismo centrale. Ecco cosa fece il nostro Faraone. Ecco cosa rappresenta, in fondo il monotesimo: sostituire la varietà con la singolarità. È come se un biologo decretasse che è un unico piccolo e immenso organo che muove il tutto. E che se anche le singole parti si ammuffissero il nostro corpo continuerebbe a camminare.

Questo monolitica credenza, diffusa e oramai parte di noi del nostro pensiero è oramai diffusa ma al tempo rappresentava l’eresia suprema, orrore più assoluto. Questo perché, nonostante un faraone divenisse un dio in terra, l’Osiride incarnato, lo diveniva per virtù di un complesso processo denominato intronizzazione. Tramite questo il re sacerdote diveniva dio nel senso di sostenitore, protettore, difensore della Sovranità suprema indissolubilmente legata alla MAAT. Ve la faccio breve, faraone sì ma non assolutistico perché nel momento in cui una sua azione avrebbe arrecato danno alla perfezione dell’ordine cosmico, sarebbe stato Reo di detronizzazione. Ossia la sua legittimità ne avrebbe risentito e sarebbe potuto essere a costante rischio di destituzione. Infatti, nonostante la sua volontà di fare dell’Egitto una nazione sotto l’egida di un unico dio (il sogno di Costantino il grande per intenderci) e nonostante i suoi sforzi di crearsi un sostegno politico e sociale, crollò sotto i colpi del tradimento: i sacerdoti degli antichi dei non lo perdonarono mai e attesero come cobra sibilanti, il momento per “toglierlo di mezzo” e dico letteralmente. E questo, nonostante il grande amore che nutro per l’evoluta civiltà egizia considerata un po’ oggi dagli studiosi una sorta di età dell’oro non può non farmi con un sorriso, paragonare la corte alle corti della nostra bella Europa, covi di serpi, di intrighi, di imperfezioni. E questo che lodo nell’autrice. Il suo rifiuto di demonizzare o di esaltare in modo eccessivo la storia. La storia è quella che è, senza abbellimenti, senza elogi senza apologie varie. E’ il modo con cui l’essere umano imperfetto e spesso posseduto dalle lusinghe del potere si destreggia lungo l’impervio cammino verso, si spera l’evoluzione. Ecco che le civiltà e il potere politico appare sempre uguale a sé stesso, cosi ossessionato nella difesa di privilegi di convinzioni che poco hanno a che fare con profondi e radicati ideali, ma piuttosto, nella loro profonda osservazione si rivelano per ciò che realmente sono, gusci che nascondono l’insicurezza umana che porta, nel suo non sentirsi davvero protagonista della vita del cosmo, considerata separata dalla sua se non ostile, verso la strada della sopraffazione.

Immaginate, dunque lo stravolgimento apportato da Amenofi IV, scusate secolo Akhenaton, e immaginate il dissenso profondo in seno alla vecchia casta sacerdotale letteralmente scalzata in favore del clero di Amarna. Se il passaggio dal monoteismo imposto dal Faraone appare quasi scontato in virtù del suo potere, in realtà il libro della Giustiniani ci mostra che non fu così semplice. Apparentemente l’abbandono del tradizionale politeismo egizio a favore di una religione proto monoteistica non fu indolore e nelle reti sotterranee fu duramente e ampiamente contestata. Sotto lo strato di finto servilismo al re i culti poterono sopravvivere, tanto che gli storici propendono per una definizione più accurata del passaggio culturale che non fu un netto monoteismo di stampo caldeo, ma fu più una sorta di enoteismo monoloatrico. Tranquilli non è uno scioglilingua, né una parolaccia, ma può essere la spiegazione al dramma della disapprovazione sociale sfociata, alla morte del re, con la dura e fervente damnatio memoriae. (non è un caso che fu solo nel 1891 che grazie all’archeologo inglese Flinders Petrie che fu scoperta la sua esistenza celata nella sabbia per secoli). Questo termine indica qualcosa di differente dal monoteismo radicale che nega l’esistenza letterale di altre divinità all’infuori della propria, ritenendo le altre illusioni, falsità o, nel caso peggiore, demoniache presenze. L’enoteismo (termine coniato da Max Muller, indica invece un tipo di religiosità che inserisce una preminenza di un dio, in grado di accentrare su di esso tutto il culto senza però negare l’esistenza di altre divinità di cui semmai è sottolineata l’inferiorità e l’estraneità.

Questo processo lascia ampie parti di libertà, nonostante un documentato atteggiamento duro e incisivo del faraone, che presupponeva non una conversione di massa, ma un passaggio lieve e lento che si basasse soprattutto sulle nuove generazioni. Esse cresciute nel culto specifico, avrebbero poi fatto morire di inedia gli altri culti per assenza di riverenza. E nulla come il non credere, il non celebrare una divinità ne decreta la lenta morte. Apparente, perché restano vivi e vegeti nell’ombra pronti ad emergere.

Fu con la morte, anzi con l’oramai accreditato omicidio del faraone che inizia un periodo particolare, in cui si acuiscono le lotte dinastiche e di potere, che renderanno, l’Egitto molto meno sicuro, quasi indifeso rispetto alle insistenze dei paesi altri, in particolare gli Hyksos (una tribù semita che proveniva dalla Palestina e che prese di mira le fertili terre d’Egitto con scorribande e razzie, il cui potere ebbe una battuta d’arresto soltanto con l’avvento della XVIII dinastia che ripristinò l’unità dello stato dando inizio al periodo detto Nuovo Regno.)

Ecco il contesto in cui la Giustiniani inserisce una storia nella storia, che ha il pregio di svelare e raccontare intrighi che nulla hanno da invidiare a quelli delle corti europee del 500 e del 600, ma che danno la giusta caratterizzazione non soltanto dei personaggi, ma di quell’atmosfera rarefatta e di transizione dove ogni certezza crolla per la volontà o per la follia di un solo uomo.

La storia di Khemfre e di suo fratello Nefre, si svolge in quei giorni strani a tratti bui, che tentano di riunire e di curare le cesure in senso alla civiltà egizia grazie alle antiche tradizioni, e alle costanti e mai del tutto scomparse divinità. Ecco che Ptha, Hathor, Sekmet tentano di mostrarsi in tutto il loro fulgore, appoggiati e forse mai del tutto dimenticati da una popolazione che, delle loro complicate tradizioni, fece il perno su cui basare l’intera esistenza. Sentirsi togliere quelle sicurezze fu sicuramente devastante. Inoltre, la popolazione fu sicuramente incitata, nella sua ribellione, da un’antica e riverita casta sacerdotale che continuò a considerare l’intervento di Akhenaton un vero affronto, perché svuotò di illegittimità la casta sacerdotale che si occupava della complessa cosmogonia stellare e dei complessi riti mortuari, che nell’ottica di una nuova religione non avevano né posto, né senso.

Come si può togliere a un popolo tradizioni millenarie senza causare un vero e proprio sicuramente uno vero shock culturale?

E questo il vero protagonista del testo e Isabel lo esemplifica abilmente Isabel nella descrizione quasi tragicomica dell’impatto dei due fratelli con i culti antichi, ristabiliti con entusiasmo mai realmente offuscati dallo splendore del disco solare Aton. In particolare, il disagio e il disorientamento che Khemfre prova davanti alla fierezza e alla magnificenza degli antichi dei, si manifesta in una aperta ostilità verso il nuovo. Cresciuto con delle idee ferree, al pari dei sacerdoti redenti, si trova a dover convivere e forse accettare quelle manifestazioni ultraterrene che rappresentano l’ignoto. Eppure non può non avere una sorta di attrazione per la loro millenaria conoscenza, custodita gelosamente dai sacerdoti, e racchiusa in papiri polverosi che aprono le porte dell’inimmaginabile. La scena di Khemfre alle prese con questi testi sacri suscita in noi amanti dell’Egitto un’invidia quasi dolorosa, visto che gli stessi sono e resteranno il miraggio e il sogno di tanti ricercatori, che cercano senza mai rinunciarci la famosa biblioteca perduta o la stanza degli archivi.

Ma accade qualcosa di strano, ma al tempo stesso di comprensibile: nella mente del giovane si apre un intero universo di possibilità. Lo scibile racchiuso in quei testi non gli basta. Ora che hanno aperto la porta proibita, ora che è riuscito ad addentare la famosa mela, sente una sete inesauribile che, la tradizione egizia non può calmare. Perché in fondo, si rende conto che la tanta acclamata sapienza, le enormi saggezze tanto declamate dai sacerdoti, restano limitate a una devozione che, invece di invogliare a superare i limiti, pone confini invalicabili. L’arte medica, è strettamente legata alla spiritualità, tanto da confondersi una nell’altra e avere come base il rispetto della Sacra MAAT. Immaginate un ragazzo geniale, incredibilmente dotato, cresciuto all’ombra di una religiosità semplice come quella di Aton, spogliata da tutti gli orpelli e da tutte le complesse declamazioni circa il modo al di là del velo. Bastava credere in Aton e riverirlo per essere salvi. Non servivano formule, una mappa precisa di un territorio che appariva quasi scarno nella sua rigida logica. Per l’Egitto stellare, la vita, come la morte era regolata da complessi rapporti di interdipendenza, era un paesaggio difficile e immenso che doveva essere rispettato e conosciuto nei minimi dettagli. Ecco che dopo essere cresciuto in una fede quasi scarne rispetto agli atri, si trova davanti un bombardamento costante di informazioni. Non può non sognare di superare quei limiti che non ha mai avuto la possibilità di percepire come reali. L’arte medica gli pone delle sfide che non possono essere risolte con la fede nella religione ma possono essere spiegate solo con la sperimentazione. Khamfre non può e non riesce ad adattarsi perché a differenza del fratello, non crea il suo nuovo mondo sostituendo il disagio con la corsa al potere (non è un caso che il fratello abbandoni gli enigmi religiosi in favore di una carriera militare molto più semplice e meno intellettualmente impegnativa). Il giovane, invece, sostituisce la sua precedente percezione del mondo con la ricerca a volte edonistica della conoscenza. tutto senza avere una fede precisa perché, la sua fede è stata spazzata via. Totalmente. E la conoscenza dei nuovi dei, lo pone di fronte a dilemmi profondi e molto moderni: e se mi fossi sbagliato? Se fossi cresciuto in una grande bugia?

E se tutto fosse un’illusione e l’unica vera certezza fosse la materia?

E per colpa o grazie a questi dubbi atroci per un giovane di quell’epoca, che si troverà spaesato e forse inerme di fronte a tentazioni che solo una forte etica può vestirlo della giusta corazza per fronteggiarla. Senza certezze, senza un senso del sacro profondamente ferito, Khemfre conosce solo una conoscenza priva di riferimenti sacri, priva di un ordine superiore che la elevi non solo a rango nozionistico.

È una storia che tutti coloro che hanno iniziato a farsi domande, a destrutturare il loro spazio mitico, a contestare non soltanto la religione in cui sono stati cresciuti ma anche l’impatto e la struttura che essa dona alla società. Senza tuttavia avere un’alternativa valida. Perché la scienza senza saggezza, in fondo, non dona la vera pace.

E’ una storia apparentemente di passioni, di intrighi, un perfetto thriller storico. Ma a un’analisi più profonda si rivela la storia di  tutti coloro che, di fronte al cambiamento, devono ricostruirsi giorno per giorno. Di fronte al crollo di certezze, devono affrontare pericoli più insidiosi del peso dell’anima: mantenerla integra. E senza, la credenza in qualcosa che va oltre la mera carnalità è più difficile. Ma per fortuna la Rossa regina lascia il suo marchio dentro di noi, rivelandoci che laddove c’è distruzione c’è pure rinascita. Ecco che non ci resta che seguire Khemfre nella più ardita delle imprese: abbandonare la distruzione della nostra antica visione del mondo, delle cose e di noi stessi e essere pronti a intraprendere con un pizzico di follia l’esilio. Magari troveremo davvero qualcosa che mai avremmo pensato di recuperare il nostro vero volto e non solo quello che la società ci impone come giusto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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