“Il ladro senza volto” di Suellen Regis, self publishing. A cura di Micheli Alessandra


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Non ridevo cosi per un libro dai tempi del mitico giornalino di Gian Burrasca. Adoravo le tristi avventure del discolo sior Giannino che seppur animato dalle migliori intenzioni, non faceva altro che creare drammi e caos. La sua sferzante vitalità la fantasia sconfinata mal si abbinavano al una società ristretta e chiusa in sé stessa, troppo avida di successi così ossessionata dalle convenzioni da risultare una società fantoccio manieristica e priva di veri slanci emotivi. Ed è questo contesto in cui ipocrisia e voglia di autenticità si rincorrono e si sfidano che fa da sfondo alle esilaranti tragicomiche avventure dell’agente Doreen. Impegnata a dimostrare a un padre svampito e anaffettivo il suo valore, la sua bravura e la sua serietà, la nostra eroina sacrifica tutti i suoi sogni intraprendendo la carriera di poliziotta. Riuscendo  suo malgrado a fare anche una discreta carriera. Peccato che per dimostrarsi all’altezza di un ambiente che risente di una notevole competitività di un certo sessismo che mal di sposa con la nobile missione di proteggere la giustizia e il benessere fisico e morale dei cittadini dall’illegalità, e che necessita di una certa forma mentis in cui senso del dovere, dell’onore, competenza e acume si debbano sposare e a volte sottomettere con la rigidità formale che preclude la libera iniziativa e la rende sempre sottomessa all’autorità centrale. Il poliziotto è disciplina e anche e soprattutto ligio asservimento alle regole: come potrebbe altrimenti farle rispettare se non interiorizzandole profondamente nelle sue sinapsi?

Ecco che spesso per reagire a queste forti limitazioni la letteratura ricorre al cosiddetto poliziotto vendicatore, un superuomo incrocio tra Chuck Norris e il famigerato Callaghan in grado di riparare i torti anche scavalcando le regole formali e divenendo esso stesso un borderline in grado di fermare senza ostacoli gli altri devianti. La nostra autrice, invece crea un antieroe opposto, più umano, con il quale non si può non provare una certa empatia. Mi spiego. Non ho mai amato i vendicatori. Non ho mai amato il giustizialismo fai da te. Lo ritengo, anzi prodotto di quella stessa noncuranza abnorme delle regole basilari di convivenza che generano malcostume e criminalità. Chiunque si senta così superiore alle regole tanto da usare metodi non convenzionali autoesaltandosi come eroe non ha quasi mai il mio plauso. E’ bellissimo leggere Robin Hood,  ma a sua discolpa faccio notare come Robin agisca sempre nella legalità andandosi a scontrare con un usurpatore colpevole di aver stravolto il sistema economico sociale. Non dimentichiamoci mai che Robin non si scaglia contro l’autorità ma contro quella che ritiene illegittima. Doreen, invece ha in sé una forza totalmente originale propria di quei personaggi guasconi, o nerd come li chiameremmo oggi che non hanno bisogno di reagire contro il sistema perché ne sono totalmente alieni. Dooren è protagonista di un miracolo. Dalla sua vita standardizzata, scandita dal ritmo dell’asservimento di quella sua bizzarra anima, molto più pura di quella degli altri protagonisti, con quella sua imbranata alterità si ritrova a dare voce di quella parte di sè soffocata per una volontà di compiacere un’autorità paterna ( come vedete Doreen non nega la gerarchia sociale, la sostituisce però a quella delle convenzioni con quella del cuore) in un momento altamente bizzarro, altamente dissonante con la realtà pigra, monotona scandita in sequenze ordinata, che getta nel caos non solo il distretto ma la straordinaria cittadina di Baratol City, con il suo orrido museo e la sua pullulante vitalità degna di un opossum che si finge morto:

Baratol City era quel genere di cittadina alla quale il tramontare o il sorgere del sole non facevano né caldo né freddo: i suoi abitanti sembravano non fermarsi mai, come una marea di formiche operaie ligie al loro dovere. Che fosse giorno o notte, s’incontrava sempre qualcuno che stava andando al lavoro, o tornando dal proprio amore o, anche, facendo l’amore per lavoro.

E quando leggevo il nome straordinario di questa città che in fondo conosco, che ritrovo a ogni viaggio, mi risuonavano in testa in modo compulsivo le parole della canzone di Renato Zero Paleobarattolo

 

Chiuso dentro ad un barattolo!

Sono stato chiuso in un barattolo!

Per vent’anni e trentamila secoli…

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Preso a calci dentro a quel barattolo,

Mentre il mondo fuori andava a rotoli,

Per vent’anni e trentamila secoli…

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Ehi amico,

Dammi l’apriscatole.

Sono stanco d’essere un giocattolo,

Per vent’anni e trentamila secoli,

 

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Perché ti nascondi,

Dai vieni qui,

Giochiamo un po’!

Impariamo ancora, se tu lo vuoi,

A ridere…

Sai cos’è, che non va,

Chiudere in scatola la libertà.

Non ci sto,

Vado via.

Cerchiamo scampo nella fantasia…

Ora passo tutto il giorno a ridere.

C’è la gente chiusa nei barattoli,

Non capiscono ma sono secoli,

Che vanno su, che vanno giù…

 

Mi diverto se li sento piangere,

Sono chiusi tutti nei barattoli.

Si lamentano ma sono secoli,

Che vanno su che vanno giù…

Ecco. Dooren senza l’arrivo dello straordinario a scombussolare la sua vita non faceva altro che restare chiusa nel suo bozzolo, e presa a calci dai ciechi, dal potere, dalle istituzioni e da chiunque considerava il ruolo più importante della libertà. Eppure lei è diversa e se ne accorge il ladro famigerato, spronandola, stuzzicandola ma togliendo strato dopo strato il suo sonnacchioso oblio. E Dooren dimostra davvero, stavolta, cosa vale. Dimostra fantasia, capacità di ragionare oltre gli schemi. Dimostra una dolce accennata femminilità fatta più di forza etica che di orpelli. Come non amarla?

Certo forse magari per il resto del mondo siamo matti perché vediamo uomini magici, orsi incantati, pinguini bastardi e un ornitorinco ci attraversa la strada. Ma meglio essere pazzi in un mondo di sani, che morire lentamente dentro giorno dopo giorno, in questo eterno girone di normalità.

E allora basta essere polli e torniamo a volare come aquile lì in quel cielo che appartiene a noi.

Ah. Ultima cosa. Mi rivolgo a te autrice. Siccome non è autoconclusivo ti invito a sbrigarti a scrivere il secondo, grazie.

Quanto, di ciò che avete più caro, siete pronti a far crollare, senza fuggire? Fino a che punto siete disposti a pensare a qualcosa che non vi è familiare? La prima reazione è di paura. Non che temiamo l’ignoto. Non si può temere qualcosa che non si conosce. Nessuno ha paura dell’ignoto. Quel che si teme davvero è la perdita di ciò che è noto. Ecco di cosa si ha paura.

Anthony De Mello

 

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