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Credo che la malinconia sia un problema musicale, una dissonanza, un ritmo alterato. Mentre fuori tutto accade con un vertiginoso ritmo da cascata, dentro c’è una lentezza esausta da goccia d’acqua che cade di tanto in tanto. Ecco perché quel fuori contemplato dal dentro melanconico risulta assurdo e irreale e costituisce la farsa che tutti dobbiamo rappresentare.

Alejandra Pizarnik

 

 

Appena ho terminato di leggere L’abbandonatrice di Stefano Bonazzi, sono riuscita a dare un volto alla malinconia. Ho compreso che dietro ogni arte, ogni genio, ogni pensiero originale ci deve essere questo sentimento che rallenta chi lo vive rendendolo più attento alle piccole cose e, allo stesso tempo, in ansia per un mondo che va a folle velocità e che rischia di lasciarlo indietro.

Tuttavia, sono arrivata alla conclusione che se la malinconia è troppa tende a soffocare, corrodere e, alla fine,annientare chi la sente scorrergli nelle vene.

Ecco perché serve la razionalità, perché serve tenere sempre un piede sopra il marciapiede della propria esistenza. Staccare del tutto la suola dal terreno equivale a lasciarsi cadere, a lasciarsi andare e non ai venti che soffiano da ponente, ma lasciarsi disintegrare.

In questo struggente e meraviglioso romanzo l’autore ha presentato tre personaggi problematici, dal passato difficile; animi tormentati e insoddisfatti, menti creative e smarrite.

In ognuno di loro, però, c’è una caratteristica specifica che ne sottolinea la differenza. Una differenza che serve al lettore per riuscire a comprendere l’intento dell’autore e a dare il giusto – il proprio – significato ai vari eventi. Una caratterizzazione funzionale alla trama.

Eventi che si susseguono in modo quasi silenzioso, che si svelano senza suscitare attonimento, poiché nella stessa costruzione dei vari caratteri è racchiusa la chiave di lettura delle loro stesse scelte e dei risvolti che tali scelte scatenano.

Ecco perché Sofia abbandona, perché Davide accetta e Oscar rifiuta. Ma soprattutto ecco perché questi tre compagni di vita si ritroveranno ad affrontare scelte che per noi sarebbero insensate, ma per loro e per il loro vissuto sono l’unica soluzione che intravedono mentre brancolano nel buio e nel caos interiore.

L’ago della bilancia sarà Diamante. Un nome che dovrebbe promettere bene e un’età che, invece, dovrebbe farne dubitare. Domenico è il figlio sedicenne di Sofia, un ragazzo amareggiato e incavolato, confuso e triste. Una piccola spina nel fianco di Davide che lo porterà a vedere in modo diverso la vita, le proprie necessità e il proprio futuro.

Un romanzo, L’abbandonatrice, che mostra uno spaccato della vita di una parte di giovani e ne elabora l’incedere lasciando, tra le righe, un messaggio di grande speranza e di consapevolezza.

La speranza che anche nel “marcio” ci sia sempre una parte da salvare, e una consapevolezza che nella vita esistono le sfumature, non solo il bianco o il nero, e che in mezzo a tali mezzi toni di colore ci sia la vera essenza della vita.

Lo stile di questo bravissimo autore incanta e cattura: ricercato ma non ridondante, schietto ma mai esagerato e sublime nel trattare temi così delicati con coscienza e raffinatezza.

Un autore, Bonazzi, che non ha lasciato nulla al caso pur narrando di casualità, che ha scavato nell’animo buio dei suoi protagonisti svelandoli al lettore con amabile maestria, rivelandosi, pur mantenendo il punto di vista del personaggio narrante, super partes. Non ci sono giudizi né pregiudizi che vengono solo guardati da lontano e ben presto accantonati; l’occhio narrante vive e descrive la sofferenza, il tormento, la paura, l’amore e l’amicizia con toccante schiettezza, senza essere mai rude.

Un viaggio che rappresenta, sopra ogni cosa, la crescita di Davide. Ragazzo dal cuore grande e dalla sfrenata passione per la fotografia.

 

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