Blog tour “Cagliostro. La doppia vita e l’intrigo maltese” di Frans Sammut. Prima tappa recensione a cura di Alessandra Micheli

 

Il testo di  Frans Sammut ripercorre le principali tappe della vicenda personale del famigerato conte di Cagliostro, ma lo fa inserendo tali elementi marginali rispetto, non soltanto alle motivazioni psicologiche di una personalità complessa ma anche ai dettagli del contesto socio-politico con approfondimenti addirittura semantico-linguistici atti a svelare e a scindere la storia dalla leggenda, tentando con velata ironia, di sbrogliare una matassa ingarbugliata che non solo restituiscono ai posteri un Cagliostro più vero e autentico ma riescono anche a raccontare senza scadere nel prolisso e nel complicato uno dei secoli più importanti per la storia contemporanea, ossia il settecento colorato dall’illuminismo.

Cosa c’è di così intrigante in questo periodo?

L’illuminismo fu una filosofianata come reazione all’oscurantismo dei secoli precedenti che ebbe, specie nel seicento complice una profonda crisi economica, il suo picco più alto, accentuando l’azione repressiva dell’inquisizione. Rinnegando quasi la spinta propulsiva della cultura rinascimentale, la società sull’orlo del disastro si rannicchiò in sé stessa erigendo a scudo protettivo le più turpi idee conservatrici. Ecco sorgere dai meandri di questo buio culturale il lume della ragione, che con la sua filosofia riuscì se non a scacciare a ingabbiare nel più remoto angolo della coscienza quelle ombre. Questa filosofia non interessò soltanto la vita culturale e emotiva del settecento, ma anche e soprattutto indirizzò le aspirazioni politiche di quella borghesia che, tranne in Inghilterra, scalpitava per emergere e prendere le redini del potere. La migliore definizione è sicuramente quella kantiana e quindi mi faccio da parte e lascio a lui l’arduo compito di sintetizzare quell’innovazione:

 

« L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo. »

 Immanuel Kant

 

Nato in un Inghilterra molto avanti rispetto alla “retrograda” Europa (ricordo che nel suolo britannico la borghesia già si era ritagliata il suo posto nella società di allora fondandosi con la nobiltà cosi come descritto nel bellissimo testo di Lawrence Stone e Jeanne Stone un élite aperta. L’Inghilterra fra 1540 e 1880) si diffuse, stranamente, in Francia fino in tutta l’Europa e persino in America. Uno dei maggiori esponenti di questa corrente fu senza dubbio Locke (invito tutti a leggere e restare estasiati dall’attualità del suo testo “Saggio sull’intelletto umano”) e si pose come erede di una ragione da troppi secoli dimenticata e che tentò di adattare alla filosofia il metodo della fisica newtoniana, affidando alla ragione, alla mente consapevole le proprie possibilità cognitive e anche i propri limiti. Questo significava scrollarsi di dosso le pastoie della religiosità che venne considerata una delle catene che impedivano all’uomo la sua piena realizzazione.

Pertanto, la fede nella ragione coniugandosi con il modello sperimentale della scienza, sembrava rende finalmente possibile la scopetta non solo delle leggi del mondo naturale ma soprattutto dello sviluppo sociale. E fu questo ripensare alle modalità di progresso sociale che portò alla diffusione di quelle idee rivoluzionarie che portarono al totale stravolgimento e alla disfatta dell’Europa assolutistica.

Sammut riesce a oltrepassare la natura della semplice storia autobiografica per addentrarsi nel campo autenticamente storiografico, partendo dalla piccola storia, come la chiamerebbe Giovanna Motta, che muovendosi dai piccoli eventi, alle implicazioni sottili celate dietro un simbolo, può riflettere l’ethos dell’epoca e in senso lato ingigantisce e amplia la portata sociologica degli eventi.

L’attenzione al contesto diviene fondamentale, dunque, non solo per la comprensione del fenomeno Cagliostro,  inserito in una dinamica storica quasi dicotomica che tenta da un lato di oltrepassare i limiti di un sistema feudale, che oramai è stagnante attraverso la logica e la reinterpretazione dei rapporti di forza, dall’altro è sostenuta e alimentata da oligarchie come quella degli intellettuali che si riuniscono nei circoli privilegiati come le legge massoniche o rosacrociane, idee che porteranno alla rivoluzione francese e al risorgimento poi, nonostante il tentativo disperato del congresso di Vienna di porre un freno all’ansia di evoluzione statale. Le stesse peregrinazioni del nostro conte ci consegnano un’immagine fotografica di quelle radicali mutazioni dello scenario internazionale raggiunte dalle

 

fiamme del pensiero illuminista”

 

Una fiamma che originò un dualismo ontologico e uno scontro tra il pensiero razionalista (lo ri-sottolineo che fu una reazione all’oscurantismo delle persecuzioni della santa inquisizione) ma che allo stesso tempo:

la sua luce continuava ad alimentarsi dell’ermetismo, del mistero, dell’occultismo in genere

Ma non solo il contesto rivoluzionario appare nel resoconto di Sammut ma anche quello prettamente siciliano, caratterizzato da una grave arretratezza culturale, priva di reali possibilità e che forse spinse il giovane Balsamo a crearsi da solo e mediante la sua notevole capacità persuasiva, una carriera diversa da quella che la sua condizione economica, gli consentiva. Ecco che, nonostante vanti  nobili natali o una condizione agiata,  il contesto nel quale il conte fu immerso era caratterizzato da una sorta di immobilità sociale:

 

appartenente non già al gran mondo, bensì al mondo provinciale del Regno delle Due Sicilie, arretrato e retrivo, rinchiuso in uno Stato medievale

 

la Sicilia del settecento, cosi come emerge anche dai documenti presentati dallo storico maltese era:

 

specialmente a quell’epoca, l’agnello sacrificale, per così dire, a beneficio dei signori del “gran mondo”. Infatti essa era scesa così in basso, culturalmente parlando, che i signori “europei e illuminati” ne coltivavano una percezione non molto lontana da quella che riservavano ai turchi e agli arabi, cioè la percezione dell’“altro” che, essendo essenzialmente e inevitabilmente diverso, serviva solo per gratificare il gusto degli avventurieri e per divertire le signorine borghesi o le casalinghe disperate, l’archetipo delle quali attendeva la potente penna di un Flaubert per essere riversato nella figura di Madame Bovary.

 

Ecco che un giovane intraprendente, disinibito quale fu senza dubbio il conte, capace di creare attorno a sé questo straordinario mito, difficile da sbrogliare e che giunge fino a noi:

da un lato come quella di un taumaturgo, cultore di scienze esoteriche (Petraccone 1995), dall’altro come di un avventuriero condannato in quanto ciarlatano e venditore di fumo.

Decide di tentar la sorte immergendosi totalmente e anzi ricreandolo nel substrato multiforme dell’esoterismo. Del resto come ben delinea Sammut:

 

L’interesse per l’occultismo non è diminuito, anzi risulta accresciuto; ciononostante, il pubblico è diventato, grazie anche all’eliminazione dell’analfabetismo e alla comunicazione di massa, meno credulone e ingenuo.

 

Tra infidi complotti, scandali importanti come quello della collana che portarono al tracollo dell’ancien regime, ma anche intrighi come quello maltese che, seppur non crearono lo stesso ritorno di fiamma francese, misero comunque a nudo le fragilità del sistema giovannita, fino ad essere egli stesso accusato di essere al servizio delle forze riformatrici che intendevano esportare la rivoluzione francese e i principi giacobini persino nell’arcaico stato della chiesa.

Fu il terrore acuto degli assunti rivoluzionari, unito alla sua spavalderia che condannò, forse il conte al suo tracollo ed è questo terrore che viene illustrato con maestria dall’autore, mettendo in evidenza:

 

le ambiguità relative allo svolgimento degli eventi successivi

 

Ecco che da questo saggio Cagliostro sorge come il simbolo di un epoca come conseguenza e forse come reazione a un pensiero sicuramente innovativo ma che, forse, prefiggendosi di eliminare le superstizioni, le velleità esoteriche privava la società delle sue giustificazioni, delle sue maschere di logicità atte a legittimare gli impulsi più materiali, sublimandoli in vista della crescita emotiva e spirituale. Una volta tolte le pastoie che offuscano la percezione troviamo, come sempre non più alte forme di pensiero, ma soltanto volontà di potere, difesa dello status quo e lotta per la sopraffazione di un élite sull’altra, cambiando in fondo i suonatori e mai la melodia. Ecco che si vedrà, piangente e affranta, una realtà nuda e colpevole posta davanti all’occhio implacabile e inclemente dei posteri; senza la scusa della ricerca esoterica, o dell’ortodossia rituale religiosa (quella colpita a morte dalle rivendicazioni protestanti) gli intrighi appaiono banali ripetizioni di cliché che tutt’oggi allietano il nostro misero vivere.

Chi fu dunque Cagliostro?

Massone o famigerato venditore di fumo?

Cagliostro fu uomo del suo tempo che riuscì a riscuotere uno straordinario successo perché, sia Parigi, sia Pinto de Fonseca governatore di Malta, furono propensi a accogliere un saggio orientale in grado di fornire alibi e motivazioni ai loro vizi. Se per Pinto de Fonseca si trattò di un bisogno puramente economico:

 

 Pinto perseguiva davvero un fine di lucro, non era ugualmente ansioso di perseguire il fine spirituale… gran maestro non riuscì a escogitare un piano per risanare la disastrata economia del Principato. Egli era già ben introdotto nei misteriosi meandri del sovrannaturale, quando venne a sapere che i due viaggiatori “Althotas” e il suo discepolo avrebbero potuto rivelargli i segreti della pietra filosofale e di altre formule alchemiche, sicché li accolse a braccia aperte

per quanto riguarda il suo successo a Parigi fu influenzato dalla peculiare cultura parigina

 

Parigi era forse più propensa ad accogliere il saggio orientale in veste di gran guaritore.

 

Questo perché, come scrisse Giacomo Casanova:

 

I francesi sono certamente il popolo più intelligente di Europa e forse del mondo, ma ciò non toglie che Parigi sia la città per eccellenza dove l’impostura e la ciarlataneria possano fare fortuna meglio che altrove. Quando la cosa è scoperta, se ne burlano, si ride, ma mentre durano i commenti, arriva un altro ciarlatano, scalza tutti gli altri e fa fortuna in attesa di essere a sua volta beffato. Effetto indiscutibile del dominio esercitato dalla moda su un popolo gentile, abile e frivolo. Basta una cosa sia sorprendente, per quanto stravagante sia, e subito la folla le fa buona accoglienza, anzi si temerebbe di fare la figura degli sciocchi dicendo: «È impossibile».

 

Sammut ci restituisce un quadro sicuramente più interessante delle eteree figure perpetrate in tanti romanzi o in tante rivisitazioni stile new age, forse meno romantico più imperioso di un personaggio che ebbe il folle ardire di gettarsi a capofitto nei solchi aperti dell’innovazione culturale e nelle opportunità offerte  dalle debolezze della compagine sociale, i cui cardini arrugginiti erano oramai inservibili e incapaci di sostenere l’intero stato, e ci mostra una classe dirigente sempre più aliena alla realtà sociale tanto da sottovalutare i pericolo insiti in ogni arruffapopoli e il suo impatto su una popolazione stremata e sempre più scontenta di un ancien regim sempre meno in grado di mantenersi in vita. Privo della legittimità data dal patto sociale, tradito dal menefreghismo di una nobiltà corrotta (il caso della collana fu solo l’ultimo degli scandali che alienarono la popolazione, basti ricordare l’affare dei veleni che spianò la strada alle idee rivoluzionarie).

È nei casi in cui esistono quelle cesure tra lo strato della popolazione civile e i governanti che, in fondo, nascono i Cagliostri capaci di riempire quei vuoti emotivi e culturali con le loro fantomatiche e erotiche idee che profumeranno, nonostante la ferrea volontà di superarle, ancora di esoterismo.

 

guariva i malati, ricchi e poveri senza distinzione e senza pretendere soldi. A coloro che si mostravano grati, spiegava che l’unica ricompensa che si aspettava era la riconoscenza degli uomini. Naturalmente il suo operato provocava l’odio e l’invidia dei medici, i quali non sopportavano l’intrusione di un estraneo nella loro scienza, anche perché alcuni malati, abbandonati da loro come inguaribili, trovavano miracolosamente la via della guarigione grazie alle pozioni somministrategli da Cagliostro.

 

L’autore

Frans Sammut nacque a Haz-Żebbuġ, Malta.[1] Completò gli studi alla scuola elementare di Żebbuġ, al St Aloysius’ College, al St Michael’s Teacher Training College, all’Università di Malta (B.A., S.Th.Dip., M.Ed.) e infine all’Università per Stranieri di Perugia.

Benché tra il 1996 e il 1998 fosse stato consigliere per la cultura del Primo Ministro maltese, concluse la propria carriera come preside di scuola superiore.

Frans Sammut ebbe il suo primo riconoscimento alla fine degli anni ’60, allorché contribuì a fondare il Moviment Qawmien Letterarju (Movimento di Rinascita Letteraria). Successivamente ricoprì la carica di Segretario dell’Akkademja tal-Malti (Accademia della Lingua Maltese).

Nel 2010, fu nominato Fellow della Società Napoleonica Internazionale.[4]

Era sposato con Catherine Cachia dalla quale ebbe due figli, Mark e Jean-Pierre.

È morto a Malta nel 2011. Le ultime parole di Frans Sammut sono state: “Io e mia moglie avremmo dovuto andare a Gerusalemme, ma pare che c’è stato un cambiamento di programma. Ora sto per dirigermi verso la Gerusalemme celeste.” Serracino Inglott ha commentato così queste parole: “Capì allora che talvolta il riso e le lacrime sono intercambiabili.”

Annunci