“New York, 1941…forse” di Luca Giribone, Europa Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Forse nessuno di voi conosce Adelbert Ames. Questo straordinario studioso, costruì nel 1946 una stanza, chiamata appunto stanza di Ames, dalla forma distorta in modo da creare un’illusione ottica di alterazione della prospettiva. Essa fu costruita in modo che, vista frontalmente, appariva come una normale stanza a forma di parallelepipedo con due pareti laterali verticali e un soffitto e un pavimento paralleli all’orizzonte.  In realtà, la sua vera forma era trapezoidale, con pareti divergenti e pavimento e soffitto inclinato.

E ancora. Per effetto di un’illusione, una persona in piedi in un angolo della stanza, appariva un gigante mentre un’altra persona nell’angolo opposto sembrava, invece, minuscola. Ed ecco che compare un effetto realistico in grado di alterare la stessa percezione delle dimensioni.

Straordinaria è anche l’interpretazione che il buon Adalbert diede del fenomeno, ossia che queste percezioni, sono influenzate da esperienze passate di stanze rettangolari, tanto che il suo concetto si accosta profondamente a quello di interferenze inconsce di Helmholtz. Una piccola digressione su questo fisiologo e fisico tedesco che teorizzò nella seconda metà dell’ottocento una teoria che avrebbe poi influenzato la nascente psicologia sperimentale. Questa inferenza inconscia affermava che, la nostra percezione retinica è influenza o viene influenzata e continuamente “corretta” da un particolare procedimento creativo della nostra mente aggiungendo informazioni sulla basa di cosa già sappiamo di un oggetto che poi visualizzeremo successivamente nell’ambiente che lo circonda. Ciò stava a significare che l’ambiente o il contesto entro il quale vengono percepiti oggetti, assume la rilevanza di schema di riferimento primario che influisce e dirige il nostro sistema di interpretazione del fenomeno reale.

Ed ecco che si incastra in questi esperimenti il concetto stesso di realtà, che appare non più oggettiva ma totalmente soggettiva. È il nostro cervello a costruire le immagini che crediamo di percepire. Ampliato dagli studi di Gregory Bateson, la disoggettività del reale, fa letteralmente crollare tutta la cultura occidentale che appunto, impernia tutte le sue filosofie attuali sui dati sensoriali considerati realtà oggettive, rendendo ovvio che la cultura considerata da noi evoluta, si basa, in realtà su illusioni.

Ecco che per ovviare a questo tragicomico inconveniente epistemologico, creiamo frasi come: alterazione di coscienza e destino, per giustificare l’andamento diverso dalle nostre aspettative, che questa distorta realtà beffardamente ci concede.

Mi spiego meglio. Se tutto è frutto di una percezione illusoria di cosa sia reale o no, tutto il nostro sistema ontologico che elabora i dati relativi all’andamento costante di azioni e retroazioni, non ha più la stessa logica interna che noi gli affibbiamo. Se facendo un percorso rettilineo pensiamo di arrivare entro un tot di tempo alla destinazione, forse, quella stessa strada lineare non è quella che stiamo percorrendo, noi la vediamo come rettilinea ma in realtà è sinusoidale. E ancora. Se a una nostra azione dovrebbe corrispondere una reazione logica e conseguenziale alla motivazione per cui la effettuiamo, in realtà noi stiamo giustificando la legittimità di un movimento con idee illusorie, considerate logiche ma che logiche non sono e quindi invece che la reazione A, avremmo una reazione di tipo B.

La realtà stessa in cui ci muoviamo, considerata dotata di senso e di significato, appare totalmente confusa, è il nostro cervello che la elabora in modo da donarci sicurezze, certezze e colorando la nostra “follia” di coerenza logica. Tutto questo è stato magistralmente svelato con Pirandello che inizia a mischiare i nostri sensi, a stupirci a infastidirci passando ferino quel confine tra realtà e irrealtà, confondendo i ruoli, creando schemi sempre diversi e distruggendo, pertanto le certezze, rivelate per quello che sono illusioni.

Noi saremmo così uno, nessuno o addirittura centomila, ognuno mascherato per quella commedia della vita di stampo guasconesco che di logica, coerenza, scientificità ha davvero pochissimo. Non a caso il buon vecchio Vilfredo Pareto ha insinuato, con piglio fiero e caparbio, che tutte le nostre azioni logiche in realtà sono frutto di inconsci e oscuri desideri, che nella nostra modernità non c’è molto di evoluto e che le stesse parole come umanesimo, giustizia, volontà non sono altro che maschere morali con cui nascondere le nostre vere pulsioni.

E questi ragionamenti accettabili dalla società non sono altro che metodi vantaggiosi e, perché no, economici per far passare informazioni scomode, minacciose per il nostro equilibrio omeostatico attraverso un qualche genere di interfaccia.

Il libro di Luca Giribone parla di questo nostro modo di avvertire e organizzare la realtà. Una realtà che è cosi fittizia, cosi organizzata, cosi comoda da aver bisogno di personaggi che interpretino un ruolo, che seguano un lineare schema, sofferenza, disagio e rivalsa ma che lungi dall’essere liberi restano invischiati in quello stesso mondo che tentano di combattere. Frank il grande giornalista ha un passato doloroso e al tempo stesso così illogico da essere quasi dimenticato. Il buon poliziotto ha un segreto scabroso che è alla base delle sue azioni. L’avvocato orgoglioso è essa stessa vittima di una mostruosità che la spinge a reagire indossando una sorta di vessillo della giustizia. Tutti loro partecipano a una danza di cui sono totalmente inconsapevoli, cosi ben adeguati al loro ruolo.

Ma siamo davvero liberi?

È davvero questo un libro di denuncia, classico noir schematico e pertanto rassicurante, laddove i cattivi vengono puniti, i segreti svelati e gli scheletri messi a marcire?

A una prima, attenta lettura è così. Le storie passate ci danno la motivazione profonda di ogni scelta personale e lavorativa dei tre strani personaggi. Ma qualcosa stona. Nello stesso racconto, intessuto con maestria da Giribone ci sono troppe lacune, troppe parti che non coincidono e che stridono, che danno un sottofondo appena udibile di fastidiose unghie che graffiano un vetro. È un rumore sempre più vicino che è cosi irritante da infastidire il lettore eppure al tempo stesso, da avvincerlo di più nel girare le pagine, quasi sicuri che alla fine troveranno risposte. Scomode. Che magari minacceranno davvero le più immutate certezze.  E questo lo si avverte già alla prima pagina che suona come una sinistra profezia:

 

Poi, senza motivo, un giorno ci fermiamo a pensare che questi capisaldi del nostro vivere non sono un prolungamento di  noi: loro potevano anche non esistere. Ossia, nell’infinita serie  di variabili dell ’esistente sarebbe stato per noi possibile nascere figli unici, o venire generati da altre persone; non incontrare mai la donna della nostra vita, crescere in un ambiente differente, frequentare compagnie diverse.  Tutto questo provoca una sensazione di assoluto straniamento, quasi di vertigine, come quando pensiamo all’eternità o all’infinito.

Cosa fai Frank incominci a dubitare già dalle prime pagine?

È solo l’inizio della tua morte o l’inizio della tua rinascita?

Eppure Frank il grande giornalista è a New York per un motivo, per combattere la corruzione, per sconfiggere la piovra che ingloba la sua città, cosi perduta tra giochi di potere e strade lastricate di privilegi. Lui ha scelto di combatterle.

Ma ha scelto davvero?

Siamo davvero noi a scrivere i nostri pensieri o siamo davvero pedine di un gioco più grande?

La non consapevolezza delle risposte a queste domande salva tutti dal dubbio, orribile, di vivere in una costante allucinazione, in una sorta di realtà virtuale e di rischiare di non essere. È un bene che Frank, Dorothy, Jim non sappiamo, anzi non si pongano neanche domande. Ignorandole sono liberi di credere a ciò che dicono i sensi, di ignorare le lacune della memoria e di dubitare continuamente della validità dei messaggi ricevuti e soprattutto del dubbio verso sé stessi. Chi siamo è una domanda scomoda. Meglio ignorarla.

Cosi tutto scorre come dovrebbe, tra meravigliosi spunti degni dei grandi scrittori americani, perfetti e coerenti. Nulla di seccante dunque, nulla che deraglia fuori dai rigidi binari del genere.

E poi…accade l’impensabile. Il libro stesso prende vita e si ribella al suo creatore, prendendo vita, sconvolgendo i fatti, facendo deragliare quel treno preciso e puntuale e lanciandolo a grande velocità verso altro. Inizia a far parlare davvero i personaggi, a approfondire le loro lacune, a porre domande scomode:

 

come si chiama TUA madre Frank?

È come se una capricciosa musa decidesse di mischiare le carte e iniziare un gioco d’azzardo che sconvolge letteralmente il lettore mettendo in discussione tutta la sua percezione. E lo fa urlare. Ma anche spalancare gli occhi in un piacere quasi proibito che gli fa toccare vette sconosciute. Perché vedere un libro che imbraccia un fucile e colpisce distruggendo, interi pezzi di una trama riducendola a brandelli e restituendocela come un puzzle e sfidandoci a ricomporlo, piace. Stuzzica un lato di noi stessi che è caotico forse, ma autenticamente creativo. Ci pungola a pensare, a porci quesiti scomodi, quelli che tentavamo di salvare con la brava adesione a cosa sia reale e cosa no. È un gioco pirandelliano delle parti in cui tutto ciò che DEVE essere è altro e tutto ciò che non può essere è.

Strano e complicato vero?

Ma vedete, noi e l’autore lo sappiamo benissimo, siamo dicotomici, in costante scontro e incontro (è quella “guerra” che ci fa esistere) tra la parte conservatrice del nostro io, lo JAHVE colui che è e deve restare immutato, e la parte che ci spinge a distruggere, cambiare, morire al conosciuto, per abbracciare l’ignoto, chiamato il dio Elohim, la forza che va oltre. Ed è questo respiro inquietante ma indispensabile che alita su tutto il testo straordinario di Giribone, perfetto, stilisticamente ineccepibile e anche profondamente fastidioso, come ogni degno capolavoro letterario deve poter essere.

Leggetelo e scoprite perché questa frase sia di fondamentale importanza

Frank che ti succede? Cos’è questa nebbia insensata che avvolge i ricordi più importanti?

Tu la verità la sapevi, ora non sai più.

 

Dorothy ma che ti succede? Come si chiama tua sorella?

Qual è il nome di tua sorella, Dorothy?

 

Siamo a New York, nel 1941…Forse.