“Cosa sono gli uomini paragonati alle rocce e alle montagne? Jane Austen”. Il blog vi consiglia oggi, una nuova grande uscita targata Triskell edizioni “La mia roccia” di Anyta Sunday (Traduttrice Chiara Fazzi). Non lasciatevelo scappare!

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Sinossi:

Igneo.

Quando i genitori di Cooper divorziano, lui si becca le settimane alterne: una con mamma e una con papà. Solo che non è semplicemente costretto a vivere con suo padre. C’è anche Lila: l’Altra Donna, quella che ha portato via le fondamenta – solide come roccia – della sua vita. E poi… C’è Jace. Il figlio di Lila. L’arrogante figlio di Lila, con gli occhi blu color scaglie-di-pesce-rigurgitato. Cooper vuole soltanto riavere la sua famiglia com’era una volta ma qualcosa, in questo ragazzo, gli garantisce che le cose non saranno mai più le stesse.

Sedimentario.

Cooper si oppone alla realtà della sua nuova vita e lui e Jace partono col piede sbagliato. Ma sbagliato o meno, dopo centinaia di ricordi condivisi, forgiano qualcosa di nuovo. Un’amicizia… intima. Perché fra loro può esserci soltanto dell’amicizia. Anche se non sono proprio fratelli per davvero. Tecnicamente, non sono nemmeno fratellastri…

Metamorfico.

Ma come si evolve questa amicizia, sotto le pressioni della vita?

Sotto la spinta del cuore?

 

 

 

Dati libro

COLLANA: RAINBOW

Titolo: rock – La mia roccia

Titolo originale: rock

 

Autrice: Anyta Sunday

Traduttrice: Chiara Fazzi

 

ISBN EBOOK: 978-88-9312-361-7

Genere: contemporaneo

Lunghezza: 255 pagine

 

Prezzo Ebook: € 4,99

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Dietro le quinte della letteratura presenta: “Il coraggio di un editore. Incontro con Domenico Capponi”. A cura di Alessandra Micheli

 

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Vogliamo fare un’editoria che introduca nella cultura idee innovative in campo letterario, artistico, storico e sociale.

 

 

Introduzione

L’editoria oggi non è più soltanto un impegno ma anche una vocazione. La crisi che avvolge il nostro paese come un bozzolo ha conseguenze anche e soprattutto culturali, instaura la tendenza al pensiero immediato, tende allo svago assoluto, annubila la volontà di cambiamento e ci offre una soluzione facile ai drammi dell’esistenza: il trash.

In questo contesto di annientamento totale della realtà a favore di un virtuale sempre più ingombrante, il libro diviene il vero tabù, ma anche il totem contro cui combattere questo offuscamento, spero momentaneo, della mente. E pertanto anche l’editore si trova di fronte a un’ardua scelta: essere pioniere e rivoluzionario proponendo libri di forte impatto emotivo che possano distruggere il muro di indifferenza, o divenire semplice dispensatore di placebo?

Capponi editore appartiene alla minoranza forte di chi ha scelto di venerare il pensiero, di chi fa del libro uno strumento di conoscenza del reale e capace di incidere profondamente sulla stasi della società. I libri di Capponi sono come il bacio tanto agognato della bella addormentata, capace di risvegliarci finalmente da un perpetuo sonno morale.

Andiamo, dunque a conoscere più da vicino la Capponi editore.

 

Chi è Domenico Capponi

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inizia a lavorare nell’editoria nel 2004 prima come amministratore della otiumedizioni e poi come amministrazione della pdceditori, sono anni importanti e di crescita. Nel 2010 dà vita ad un nuovo marchio editoriale Capponi Editore, in cui con dedizione intende seguire autori che abbiano le capacità e la voglia di proporre e proporsi come pensiero nuovo.

 

Il nostro obiettivo è quello di voler diventare un riferimento forte, credibile ed autorevole di un nuovo modo di pensare il nuovo e di ripensare ciò che c’è.

Questo percorso vogliamo farlo utilizzando le potenzialità di autori e collaboratori che, troppo spesso un mondo culturale chiuso su se stesso, intento ad autoreferenziarsi, è pronto a fagocitare con lustrini e riflettori, a scapito del merito e della verità.

 

Vogliamo fare una editoria che introduca nella cultura le nuove tendenze della ricerca in ogni campo, letterario, artistico, storico e sociale, impegnarci per far emergere gli interessi profondi, che spesso vanno contro corrente, ma non per pura presa di posizione, ma solo per dedizione alla verità.

 

 

A. Quale rapporto si instaura tra autore e editore?

D. Credo di poter dire con certezza che il rapporto che si instaura tra Editore ed Autore è in sintesi un rapporto bello e complesso, un gioco delle parti, un rapporto che necessariamente, tenendo conto della esperienza che l’Editore ha, fa sì che all’interno del rapporto stesso l’Editore debba avere qualche responsabilità in più. Quando questo equilibrio si raggiunge allora si crea una alchimia che potenzia i lati positivi dell’uno e dell’altro. Perché ciò avvenga è necessaria una certa consapevolezza che si acquisisce nel tempo e che in parte è compito dell’Editore trasmettere  all’Autore.

 

A. Cosa deve esserci nei testi per renderli idonei alla pubblicazione?

D. Un testo deve avere in primo luogo una storia, non essere banale. Deve avere una sua forma e questo dipende dall’Autore se ha trovato il suo stile o meno, poi sarebbe bello se dicesse qualcosa, cioè se fosse chiaro il messaggio. Ci arrivano tanti testi che sono spesso esercizi di stile, mancano cioè della direzione, non si capisce bene dove vogliano andare. Questo vuol dire che l’autore non ha individuato bene, o non ha metabolizzato bene il messaggio che vuole dare. A volte si percepisce in modo chiaro che lo stesso Autore nell’atto di scrivere sta cercando il suo messaggio, e questo sarebbe meglio se non accadesse.

 

A. Sfogliando il vostro catalogo, ho notato un’ampia sezione dedicata alla saggistica. Secondo lei questo genere può ancora interessare i giovani?

D. Guardi la saggistica all’interno del nostro catalogo ha avuto inizialmente un ruolo importante nel senso che all’inizio decidemmo di puntarci perché individuando i temi giusti ci ha permesso di intercettare precise nicchie di mercato e di farci conoscere. Ci sono libri che ci hanno dato le pagine  culturali di testate importantissime, penso al Corriere della Sera, al Sole 24ore, all’Avvenire, alle interviste radiofoniche su Radio 2, Radio 24, insomma è stato un ottimo inizio. Oggi il catalogo si è molto differenziato e con la narrativa abbiamo ottenuto risultati altrettanto importanti. La mia esperienza, supportata dalle nostre vendite, mi dice che i giovani non seguono in modo particolare la saggistica, ma molto di più testi che parlano di vita vissuta, storie vere, cercano qualcuno con cui identificarsi, vogliono messaggi, vogliono sentire la voce di qualcuno che ce l’ha fatta, in amore, nella vita, con se stesso.

 

A. Che dote deve possedere un testo per essere vincente?

D. Deve avere in sè un messaggio, lanciare una sfida, ispirare, insomma far vibrare le corde di chi legge. Può sembrare scontato, ma le assicuro che non lo è.

 

A. Cosa hanno i vostri romanzi di particolare?

D. Rispettano quanto detto sopra, nelle due domande precedenti, hanno qualcosa da dire e lo dicono in modo convincente.

 

A. Che difficoltà può incontrare o incontra una CE piccola o media di fronte allo strapotere dei grandi?

D. Le difficoltà sono tante, ma io credo che anche le opportunità oggi possono essere tante e cosi, affronto sempre le difficoltà come grandi momenti di opportunità. Dirle che la distribuzione è in mano a poche aziende editoriali, non cambierebbe lo stato delle cose, lo dicono in tanti e dovrebbero saperlo tutti quelli che si approcciano a questo mondo, io preferisco parlare delle soluzioni creative che realtà editoriali  medio grandi come la nostra devono mettere in azione.

Voglio dire cioè che le difficoltà non sono il lato brutto di una medaglia, sono un lato della medaglia, semplicemente un lato, che da sempre mi ha spinto a cercare soluzioni nuove, spesso creative per far sì che la C.E. crescesse.

 

A. Cosa scatta in un editore che lo porta a investire tempo e denaro su una storia?

D. L’Editore, se è vero, è in primo luogo un sognatore con i piedi per terra, un visionario con le mani sporche di inchiostro, di fondo io credo un coraggioso. Parlando di me posso dire che le storie su cui investiamo sono molto legate all’Autore nel senso che nel mondo editoriale di oggi non si può prescindere.

 

A. Cosa offrite agli autori che scegliete?

D. Fiducia

 

A. Quale è la parte più difficile del rapporto scrittore CE?

D. Far comprendere che  un percorso importante come Autore è allo stesso tempo collettivo ed individuale. Questo è un passaggio a cui tengo molto, nel senso che si deve scegliere di partecipare al dibattito, leggere molti libri, riviste, esser curiosi delle idee altrui, non essere autoreferenziali, accettare che ci saranno tanti fallimenti. L’autore, ed è qui che molti cedono, deve comprendere che è importante essere in grado di costruire un sistema di relazioni. Questo richiede impegno, determinazione, capacità di ascoltare. Spesso parlo con persone che è palese che si sono relazionate in merito al testo con amici e fidanzate.

Dobbiamo smontare l’idea che la letteratura sia un gesto disperato e solitario, non è cosi, oggi più che mai è un insieme di relazioni e capacità che vanno sviluppate. Chi comprende  questo passaggio ha indubbiamente più possibilità di riuscita.

 

A. Quale è il rapporto con i blog del settore?

D. Credo che i blogger, nello specifico quelli letterari, siano una risorsa importante  in un mondo molto “ markettizzato” mi passi il termine, nel senso di costruito a tavolino. I blogger, se onesti e mossi da sana passione, possono essere un baluardo di libertà di scelta, di sincera condivisione,  un consiglio vero su cosa leggere o meglio su cosa varrebbe la pena leggere. Li seguo inoltre con attenzione, quelli liberi intendo, in quanto spesso anticipano  le tendenze letterarie ed i gusti dei lettori.

 

A. Cosa pensa della nuova frontiera del self publishing?

D. Non la penso. Auto pubblicarsi un libro credo che sia la cosa meno vicina al mio concetto di scrittura e di Autore. Lo trovo un atto di superbia,  un gesto che contraddice alla lettera quello che penso, nel senso che l’atto del confrontarsi, dell’uscire fuori, non può essere un atto autogestito. L’Autore che si autopubblica rimane a mio modesto avviso nel suo micro mondo. Non sono da considerare i casi sporadici di chi dice che è partito tutto dall’auto pubblicazione.

 

A. Molti editor sono convinti che basti il loro intervento per rendere un libro mediocre un capolavoro, lei cosa ne pensa?

D. L’editor è una figura importante all’interno di una casa editrice come la nostra. Se è bravo può sicuramente avere un forte impatto su un libro e all’interno del processo di produzione e realizzazione del libro stesso. Ma se un libro è mediocre, secondo me resta tale. Se su un libro mediocre si attivano operazioni di marketing allora tutto cambia. In altre parole è il marketing che costruisce il mercato del testo, certo che un buon editor potrà renderlo accettabile, leggibile.

 

A. Oggi conta di più la capacità di vendersi o il talento?

D. Talento e capacità di vendersi rispondono a due logiche temporali diverse. La prima è a lungo termine, la seconda a breve termine. Il talento dura e si consolida nel tempo, nelle difficoltà e nella grande determinazione, la capacità di vendersi è quello a cui assistiamo oggi nell’80% dei casi letterari. Solo nel lungo termine, queste due rette parallele potrebbero coincidere, ma non sempre accade.

 

A. Tra tutti i generi letterari, quale secondo lei non deve mancare in un catalogo?

D. La  narrativa per noi è molto importante oggi, ma con attenzione seguiamo progetti legati al food, nello specifico abbiamo aperto un buon filone legato al cibo che cura.

 

A. Che consiglio può dare agli autori che vogliono pubblicare con una casa editrice?

D. Guardate bene il catalogo, studiate bene cosa fa la casa editrice, che tipo di rapporti intrattiene, che tipo di promozione fa , qual è la rete che gestisce, e i progetti che segue. Avere come abbiamo noi,  rapporti con Università, Centri di ricerca, aziende per le quali seguiamo progetti di Storytelling è indubbiamente segno di grande professionalità e affidabilità. Fatto questo passaggio in modo critico, invito tutti a fare il passaggio successivo e cioè valutare in modo onesto la propria determinazione e convinzione, se cioè l’esigenza di pubblicare è vera oppure risponde a velleità personali.

 

A. Come può un autore riconoscere una CE seria da una improvvisata?

D. In primo luogo una casa editrice per tutto quanto detto sopra, non deve chiedere soldi all’autore, questo è determinante, noi è la prima cosa che specifichiamo. Poi è fondamentale vedere il tipo di rapporti che l’Editore ha, la sua esposizione, la sua presenza, diffidate di chi non sta in trincea con voi. Inoltre credo che sia importante valutare la franchezza, diffiderei di chi promette la luna a portata di un salto, non è cosi, è un lavoro di squadra, un lavoro condiviso, un lavoro dove sicuramente ci saranno delle difficoltà, ma è un percorso molto bello, un passaggio che fa crescere e che non lascia mai come prima, questo è quello che facciamo noi.

 

A. L’etica che guida il vostro lavoro riassunta in una frase

D. L’etica è indubbiamente legata alla convinzione  che l’Editore e quindi la CE, con il proprio operato, con le proprie scelte può dare un contributo importante al miglioramento della consapevolezza collettiva. Dovrebbe essere un lavoro felice quello dell’Editore, in fondo ogni giorno si sveglia con lo stesso spirito dei cercatori, dei viaggiatori, dei visionari, dei sognatori, degli illusi consapevoli, dei pirati, cos’altro è o dovrebbe essere un Editore se non questo, prima di tutto, sopra ogni cosa è questo, e se non lo incontrate così, è un mercante, che va bene lo stesso, ma è come attraversare la vita e non vederne la meravigliosità.

La mia etica è questa, ed il mio sforzo quotidiano è mantenere fede a questo mio credo.

 

L’Editore

Domenico Capponi

 

 

Ringrazio Domenico Capponi per avermi accolta nel suo mondo, odoroso di inchiostro,  e per avermi  raccontato più da vicino la sua lotta per difendere il pensiero.

 

e per tutti i ragazzi e le ragazze

che difendono un libro, un libro vero

così belli a gridare nelle piazze

perché stanno uccidendo il pensiero

perché le idee sono come farfalle che non puoi togliergli le ali

perché le idee sono come le stelle che non le spengono i temporali

perché le idee sono voci di madre che credevano di avere perso

e sono come il sorriso di dio in questo sputo di universo

Roberto Vecchioni

 

 

 

 

 

 

 

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti. Luigi Pirandello” Cover Reveal “Pericolosamente Tu” di Tiziana Lia, Gilgamesh edizioni. Non lasciatevelo scappare!

 

 

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Sinossi

Una famiglia unita. Un segreto taciuto per quarant’anni. Una sottile vendetta.

In passato un uomo l’ha sedotta, per causa sua adesso Joanna rischia la vita. L’FBI non ha dubbi: un pericoloso criminale è sulle sue tracce e non si fermerà. Solo un uomo può proteggerla: Alejandro Cortez, un ex ranger addestrato alle azioni più pericolose.

Un uomo che l’ha avvicinata sotto false spoglie.

Un uomo che nasconde una scomoda verità.

Inganni, veleni, false identità, e il pericolo sempre a un soffio. Come le loro labbra, le loro anime, i loro cuori e un imprevisto chiamato amore.

 

“Aveva un compito da portare a termine, non avrebbe concesso a niente e nessuno di distrarlo. Un regalo inatteso entrare nel mondo dei Ford: avvicinarli e conoscerli non era stato complicato. Aveva tante cose da scoprire sul loro conto ancora. Jo sarebbe stata soltanto il suo cavallo di Troia.”

 

 

 

L’autore

Tiziana Lia nasce a Roma nel 1971 e vi vive fino al 1996, quando si trasferisce in provincia, con il marito. Madre di tre figli, non ha mai abbandonato la sua prima passione: la lettura, cui si è aggiunta la scrittura cui non riesce più a rinunciare. Nel 2009 inizia la collaborazione con una rivista con tiratura nazionale, cui seguirà una seconda, che le permetterà di pubblicare quasi ottanta racconti, romanzi a puntate e un romanzo breve. Sognatrice, amante del lieto fine e delle emozioni, per sua stessa definizione, ogni storia che legge o scrive “è una vita da vivere”. Con Gilgamesh Edizioni ha pubblicato “Pericolosamente, tu”, un Romantic suspense che trova collocazione nella collana Inanna.

 

 

 

Blog tour “La medica e la strega” di Giancarla Erba, Decima Musa editore. a cura di Alessandra Micheli

 

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Quando frequentavo l’università (ebbene sì anche io ho ceduto al richiamo intelletual chic della facoltà di scienze politiche) uno dei corsi più snobbati era “storia delle Donne”. Eppure era tenuto da una grande professionista, che sapeva raccontare con una maestria e obiettività non solo la storia delle difficoltà dell’altra parte del cielo, ma soprattutto l’evoluzione della nostra società, caratterizzata da pregiudizi, da valori e, perché no, dalle più disparate reazioni di fronte alla gestione degli stereotipi. In pratica, attraverso il confronto con quelle idee che ci servono come armi o scudi o corazze per affrontare il famigerato altro, possiamo comprendere chi siamo e, soprattutto, dove andiamo. Anche se spesso sarebbe meglio non saperlo.

 

“Storia delle Donne” era lo studio dell’evoluzione del pensiero rispetto a temi come l’uguaglianza, le pari opportunità, le scelte di differenziazione strutturale e di assimilazione; ma anche la storia di come il pensiero intellettuale, l’ontologia stessa e persino la semantica, abbia costruito la cultura popolare e elitaria rispetto alla gestione dei conflitti. Perché tra diversi (anche se poi diversi non si è mai), tra opposti, ma anche tra complementari a contatto con l’ignoto, c’è sempre il rischio che l’interazione sia dominata dal sospetto e dalla diffidenza, e la comunicazione sia adombrata e distorta dal cosiddetto rumore (ossia effetti che rendono l’intenzionalità del messaggio totalmente estranea alla sua origine). La mia professoressa, la geniale Ginevra Conti Odorisio, reagì in modo ribelle e rivoluzionario, nell’accademico barboso e polveroso, dominato da un potere costituito, quasi restio ad accettare i cambiamenti, e portò alla nostra attenzione pensieri controcorrente, stimolando le nostre giovani e fertili menti a studiare intellettuali straordinari e strani, quasi una reazione ai classici come Jean Bodin, o Rosseau, o il nostro amabile Montesquieu, rilanciando la straordinaria teoria dell’uguaglianza patrocinata da un misconosciuto Poullaine de la Barre, autore de “L’uguaglianza dei due sessi” del 1673.

Perché vi racconto questo?

Perché alcune delle frasi del saggio di Giancarla Erba mi hanno riportato alla mente proprio quell’ostracismo che non fu, come avevo pensato, una reazione snob e borghese a uno studio considerato indegno perché non esaltato dai grandi nomi della filosofia; non ci si sentiva “grandi” riempendosi la bocca dei conosciuti Socrate o Kant, ma si andava a scovare intellettuali osteggiati dalla tradizione, personaggi innovativi e catastrofici per le fragili certezze culturali e scientifiche. Eppure forse la spiegazione era più devastante. Chiunque tentasse di imporre il cambiamento intellettuale, una modifica profonda e importante che rendesse le conquiste politiche ed economiche più pregnanti e profonde e non solo dei contentini per tenere buone ste donne femministe, rischiava un ostracismo intellettuale, una sorta di anatema, per aver solo tentato o pensato di modificare non la superficie ma più profondamente il nostro traballante ethos culturale. Cambiare quella trita e oramai deceduta idea di generi diversi, di una stratificazione del potere basta sul testosterone, sulla sottomissione e sulla gerarchia. E la Erba vuole incidere su questo substrato epistemologico, cercando, tramite le immagini di donne che durante i secoli si sono ribellati al loro stantio ruolo, di modificare la nostra percezione della femminilità e quindi del femminismo, liberandolo dalle pastoie dello stereotipo e del tabù, scegliendo come campo di indagine proprio uno degli alleati del potere politico sacerdotale della nuova casta di dominanti, ossia la medicina. Per una strana beffa del destino, la salute è e resta uno dei campi su cui si combatte da sempre un particolare braccio di ferro. Assieme al controllo della sessualità, che riguarda la psiche più profonda, le frustrazioni, gli istituti e la libertà creativa, la salute incanala le energie importanti relative alla capacità di azione, alla sicurezza e alla tranquillità. Chi ha una salute precaria, sia essa fisica che psichica, si trova in uno stadio di fragilità assoluta, divenendo spesso preda di millantatori e di imbonitori. Non è un caso che, chi si affida a santoni, a sette, a guru, è spesso in uno stato emotivo sfiancato da malattie, da lutti e da una sensazione di insicurezza. Il medico diviene non solo colui che ristabilisce l’equilibrio tra corpo e mente ma anche un confessore, un appoggio, una sorta di consolatore degli afflitti. Nel caso studiato dalla Erba, si ritrova quel passaggio tra la cultura popolare contadina, nata nei villaggi e nelle campagne, a quella della dispersiva città, con la sua volontà di accentramento del potere che non risulterà mai più orizzontale ma stratificato e soprattutto dominato dalla nuova élite del potere sacerdotale cattolico che resterà invariato fino all’illuminismo, e che porterà la condizione femminile a subire un costante degrado. Ed è su questo degrado – anche per carpirne i motivi – che la Erba si sofferma, cercando di insinuarsi in quegli spiragli celati dietro un silenzio fatto:

 

fatto di parole non dette, progetti negati, promesse mancate.

Mi capita di cogliere nei piccoli gesti e negli accenti sommessi una sorta di rassegnazione nei confronti di una condizione di sudditanza, di dipendenza che, anche se a volte negata con forza e convinzione, caratterizza in realtà la vita delle donne.

Ed è per contrastare:

 

un costante ridimensionamento di sé, delle proprie capacità e potenzialità. Ascoltare la voce delle donne può significare compiere un percorso fra il senso di inadeguatezza e la negazione dei propri bisogni

Che il libro di Giancarla Erba si mostra in tutta la sua necessità

 

un approfondimento culturale di questo genere, è necessario fare una specie di “punto della situazione femminile” che parta dal ’antichità e arrivi ai giorni nostri.

Le donne si mostrano ostacolate se non addirittura rese invisibili, quasi eteree e relegate nelle periferie della coscienza, qualora rivendichino la loro creativa libertà di essere persone al di fuori del genere sessuale e del loro ruolo, ostacoli che la Erba ritrova non già nei limiti esteriori ( incapacità di staccarsi dal ruolo di madre, incapacità di realizzarsi appieno nel lavoro, minaccia costante alla loro integrità fisica e morale) ma piuttosto in un atteggiamento percettivo e dunque mentale che lungi dall’essere ribaltato, contestato e sostituito, si insinua ancor oggi nelle nostre filosofie e valori acquisiti dalla socializzazione:

 

Per la donna c’è ancora moltissima strada da fare prima di arrivare ad un’effettiva parità di diritti che non si ravvisa solo nel trattamento sociale, ma anche nel pensiero e nel ’atteggiamento comuni. Anche la donna ormai ritiene inferiore e superflua una certa arte antica che gli consentiva di usare tutta la sua creatività per la realizzazione di utensili e di oggetti per la casa; il lavoro domestico è ridicolizzato e minimizzato dalle stesse donne (e in questo caso a ragione) visto che per secoli è stato considerato un dovere non retribuito, riservato esclusivamente a loro e spesso in aggiunta al lavoro fuori casa che dovevano sobbarcarsi per aiutare la famiglia a sostentarsi. La donna si adegua in qualche modo alla forma mentis maschile minimizzando tutto ciò che la riguarda

Ed ecco che indagando nella storia antica, attraverso libri quasi dimenticati, ma anche seguendo l’evoluzione o l’involuzione che ha subito attraverso le epoche storiche relativamente alla sua innata capacità di guarire, ecco che, dicevo, si può tracciare al tempo stesso una sorta di mappa concettuale su cosa davvero sia la femminilità, su quali valori può appoggiarsi e quale società può costruire attraverso questi. Tutto il suo lavoro di ricerca risulta ancora più intrigante e realistico grazie alle voci di donne che hanno voluto tracciare la strada per le loro sorelle, che hanno voluto combatte la de-solidarizzazione effettuata dai poteri costituiti. Donne nobili, donne potenti ma anche donne del popolo quelle che hanno pagato la colpa maggiore ma che hanno lasciato una serie di tradizioni che sono oggi confluite nella moderna omeopatia.

 Cosa può dare quindi al femminismo, quello vero, non quello di facciata, il saggio di Giancarla Erba?

Semplice. Può contrastare quella lasciva e strisciante paura che ha accompagnato l’uomo reo di aver tolto il trono alla Dea:

 

la paura più grande dell’Islam è legata alla paura delle donne (strettamente correlate al disordine e al libero pensiero) una paura che gli arabi non si sono presi mai la briga di analizzare con calma come primo passo per superarla. All’inizio l’Islam tentò di liberarsi delle paure e dalle superstizioni degli arabi pagani. Ma ben presto l’esempio del profeta che insistette sulla necessità del cambiamento scomparve dall’inconscio popolare. I califfi scivolarono indietro verso la jahiliyya e misero sotto chiave le donne e le esclusero dalle moschee”. 

Fatema Mernissi

Questa frase non è solo applicabile al contesto fondamentalista islamico ma anche al nostro occidente cosi sviluppato, che ha preferito soppiantare non tanto un’antica religione matrilineare per sostituirla con un’altra ma ha cercato di sostituire un’idea di società libera, imperfetta ma interconnessa, con un’altra “moderna” dove il potere senza briglia etica o valoriale fagocita le sue stesse radici culturali. Ed è una perdita costante di energie e di opportunità di guarigione che rendono instabile e pericolosa la nostra stessa sopravvivenza umana

“ nel momento in cui il secondo millennio cristiano si è concluso, sia il lato maschile che il femminile sono profondamente feriti…i doni del femminile non sono stati pienamente apprezzati né accettati. Mentre il maschile frustrato dall’impossibilità di armonizzare tutte le sue energie con un lato femminile pienamente sviluppato, procede con il braccio armato brandendo imprudentemente le armi. Nel mondo classico le energie opposte erano perfettamente bilanciate. Oggi invece c’è un predominio dell’aspetto maschile. Solo un passo separa la venerazione del potere e della gloria del principio maschile e della gloria del principio maschile/solare dalla venerazione del figlio un culto che troppo spesso porta ad un maschile immaturo arrabbiato, frustrato, annoiato e spesso pericoloso…il risultato finale della svalutazione del principio femminile non è solo inquinamento ambientale edonismo e crimini dilaganti, l’esito ultimo corrisponde all’olocausto”. 

Margaret Starbird.

Ecco che leggere di donne che osavano imporsi sul dominio maschile, quello relativo alla medicina, capaci di infrangere i tabù di ribellarsi contro l’adeguamento al pensiero imperante, imposto a loro che le volevano:

 

la donna si sente di importanza secondaria e tende a concedere agli uomini l’autorità di pronunciarsi sul e questioni importanti della sua vita

 

E ancora:

 

La donna è stata indotta per ragioni storiche a “pensar male di sé stessa”; le è stato insegnato che è debole, dipendente per natura, paurosa, fragile, bisognosa di protezione e di guida. Molti di questi insegnamenti sono ormai superati, ma hanno fatto parte per così tanti secoli del patrimonio comune da essere entrati a far parte del ’inconscio femminile.

Si capisce che i doni del femminino positivi come anche quelli più oscuri vanno riabilitati, riconosciuti e apprezzati. La donna deve urlare la sua presenza e deve poter armonizzare le sue energie con il lato maschile, per poter ritornare a un vero bilanciamento tra ying e yang. Ecco cosa significa rintracciare l’antica sapienza medica delle donne riuscendo ad agire su noi stessi e sulla società in maniera più matura e consapevole, scendere a patti anche con il passato più turpe, restituire le voce alla varie Isabella Cortese, Marie Meurdrac,  Radegonda di Poitiers, Elizabeth Blackwel, Florence Nightingale ma anche le Accabadora, Alice Kyteler, Floreta d’Ays e finalmente poter stringere tra le mani una autentica consapevolezza di sé e della nostra specificità.

Per poter agire in maniera più matura e consapevole bisogna seguire il consiglio della Mernissi, scendere a patti con il proprio passato, seppur crudele e oscuro, per poter finalmente stringere tra le mani la consapevolezza di se stesse, dei doni e della nostra specificità.

E da ultimo: tornare a scavare tra le ceneri dell’esclusione sociale, della disperazione, del sentirsi limitate da un pregiudizio, dai roghi accesi dall’ortodossia religiosa, perché scomode, sapienti e libere. Tutto questo significa anche riprendere in mano una cultura che ci appartiene di diritto, quella di guaritrici, banalizzata, nascosta, persino derisa che però appartiene a noi e appartiene alla civiltà intera con tutta la sua carica di ribellione contro lo status quo, perché la sposa a lungo tempo perduta possa tornare a casa:

 

“Nessuno più ti chiamerà abbandonata né la tua terra sarà più detta Devastata. Ma tu sarai chiamata mio compiacimento e la tua terra sposata” 

Isaia 62,4