“Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. A cura di Massimo della Penna

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Il Ritratto di Dorian Gray è un romanzo cult, sul culto della bellezza.

Volutamente non aggiungo l’aggettivo “esteriore”, dato che, a mio avviso, una sua lettura profonda porta a riflettere non solo sulla bellezza estetica, ma sul bello del “bene”.

Oscar Wilde è stato ampiamente “superficializzato” dai social network e dai film, dall’industria dell’immagine, dove la velocità di espressione sopprime tutto ciò che sta sotto la patina brillante. Ma personalmente, mi rifiuto di vederlo come un mero “aforista” esteta.

Per me è principalmente un immenso autore teatrale, mentre Dorian Gray, suo unico romanzo, mi pare un’opera immensa da molte parti sottovalutata (per quanto nessuno metta in dubbio trattarsi di un capolavoro).

Sulla superficie del romanzo sono evidenti i temi della giovinezza e dell’idolatria, nonché della bellezza estetica che spesso è legata alle prime due.

La trama è arcinota, ma proviamo a riassumerla per comodità.

Un giovane bellissimo, Dorian Gray, viene ritratto nel fiore della sua gioventù dal pittore Basil Hallward.

La realizzazione del quadro è anche occasione di incontro tra Dorian e Lord Henry Wotton, un vero dandy che influenza il bel giovane portandolo sulla via del vizio.

Dorian comincia a provare sentimenti contrastati verso il suo ritratto: attrazione, invidia, paura. Il pensiero del tempo che passa lo rode, al punto da causare una sorta di immedesimazione al contrario: il quadro prende ad invecchiare al posto di Dorian. Questi, mantiene la sua giovinezza, mentre il dipinto tiene conto dei segni del tempo, ma anche, pare, di vizi ed eccessi cui egli si abbandona.

Dorian cade in una spirale di crescente perversione, giunge ad uccidere il pittore, fastidioso “grillo parlante”, nonché a causare indirettamente la morte della sua fidanzata e di un suo amico.

Il finale, da molti inteso come simbolo di sconfitta morale e totale, è un vero colpo di teatro: Dorian decide di pugnalare la tela del suo dipinto per spezzare l’incantesimo che li lega. Ma chi muore non è il quadro, bensì Dorian stesso, che cadrà a terra vecchio e decrepito.

Il romanzo è stato etichettato come manifesto dell’estetismo. Non sono un critico e non ho letto l’intera produzione di Wilde (lo farò di sicuro, però!), ma da quel che ho letto ho intravisto nelle sue opere sia ironia talvolta leggera (vedi le commedie per il teatro), sia un idealismo profondo, presente soprattutto nella prosa. In tale ottica globale, a mio avviso, va visto Il Ritratto di Dorian Gray. In esso baluginano, volutamente per pochi “attimi”, valori quali l’aspetto esteriore, l’arte, la ricerca del bello. Su tali “lampi” molti penso siano stati accecati. La moralità, a un primo sguardo, sembra disdegnata, relegata in soffitta. Basil, l’unico che pensa a ciò che è “bene” fare, muore. Dunque vince il male?

Fu Wilde stesso a dichiarare che dei tre personaggi chiave, egli si sentiva più “Basil” che Lord Henry. Quanto a Dorian, disse che avrebbe forse voluto essere lui, ma a mio avviso è la sua solita ironia sottilissima a parlare.

Se ha dichiarato che Basil è ciò che Wilde è, vuol dire che egli sentiva forte il senso della morale. Basil è l’unico che ricorda a Dorian il suo comportamento immorale, l’unico che lo invita al pentimento. Egli è uno dei cardini del romanzo, è un uomo che delle superfici ha fatto il suo mestiere, quale appunto è il mestiere d’ogni pittore: gettare sulla superficie ogni specie di colore. Finché la tela non scompare del tutto.

Il suo quadro è di una bellezza inimmaginabile. E’ un quadro fedele? E’ mai stato fedele? Si può ipotizzare che la bellezza originale del quadro sia emblema e simbolo della bellezza di un’anima pura, quale (forse, dico forse) era Dorian mentre posava per il ritratto. La purezza della giovinezza incontaminata.

Lord Henry è il secondo fulcro del romanzo: affabulatore, manipolatore, piega le parole a suo uso e consumo in modo così geniale e artificioso da essere stato identificato come “specchio” dello stesso autore. Wilde, da genio qual era, aveva previsto che “la gente” lo avrebbe visto come Lord Henry.

Senza di lui, Dorian sarebbe un personaggio senza spessore, invece la sua “iniziazione” al vizio lo rende personaggio super-tondo.

In psicanalisi, senza dubbio, Lord Henry sarebbe accomunato all’es, quell’io primordiale, le pulsioni incontrollate che scuotono il nostro essere, confliggendo spesso con il nostro super-io, il nostro senso del dovere, quella vocina che ci dice “Hai sbagliato” (super-io che si può identificare bene con Basil).

E poi c’è il terzo fulcro, il più importante, tanto da dare il nome al romanzo: Dorian, fusione di eros e tanatos, amore e morte, o anche bellezza e morte, una creta molle e di qualità potenzialmente infinita, che però finisce nelle mani di uno scultore malvagio e, perciò marcisce fino a morire decrepito e vecchio, ai piedi del suo ritratto.

Dorian viene corrotto nell’anima, ma la sua corruzione è paradigmatica. In lui sono eccezionali solo la morbosità e l’eccesso cui spinge il suo corpo nel provare il proibito, ma tutto il resto è comune alla maggioranza dell’umanità, da cui credo sia derivata buona parte della fortuna senza tempo di tale capolavoro. Chi di noi non ha messo in soffitta il vero ritratto della propria anima? Se per ogni peccato, per ogni volta che abbiamo mancato a una promessa, o abbiamo tradito qualcuno, o solo noi stessi, un principio cui abbiamo deciso di aderire, se per ogni più piccola deviazione dalla retta via, qualcuno scavasse sul nostro volto una ruga, come appariremmo davvero allo specchio?

La genialità del libro soffia molto al di sotto dei suoi aforismi, pur brillanti e di una sconcertante “presa” sull’immaginazione del lettore. Wilde è riuscito a capovolgere il monito del Piccolo Principe: l’essenziale non solo è visibile agli occhi, ma non può essere altro che ciò che si vede. L’invisibile diventa secondario, inutile al punto da finire nel posto della nostra casa che per paradigma è deputato ad accogliere tutto ciò che è superfluo, anche se non riusciamo a staccarci da esso: la soffitta. Eppure, tale capovolgimento è solo apparente.

Dorian pecca, è vero, si abbandona al vizio, ma non è un amorale. Tutt’altro. Egli è un immorale. Egli ha bene impresso in mente il senso della morale, ma sceglie di deviare da essa con dolo, con intenzione. Egli sa che c’è qualcosa di più alto rispetto a ciò che sceglie per bramosia ed avidità, per vanità, per il proprio vizio, ed è questo il suo tormento. Se Wilde avesse davvero sposato l’estetismo puro, Dorian non avrebbe patito alcun dramma, alcun conflitto, avrebbe semplicemente vissuto in eterno felice e beato della propria ignoranza!

Il ritratto, l’anima di Dorian, tiene conto di ogni peccato, dunque non può dirsi privo di morale Dorian, visto che egli non smette mai di pensare al quadro, mai lo dimentica. Dorian ha forse un senso della morale più alto della media delle persone, che il proprio ritratto non lo sbircia mai e forse, nemmeno sa che esiste una soffitta.

Dorian lo nasconde, lo copre, perché mai? Perché sa che è brutto. Ma come fa, a sapere che è brutto? Se avesse sposato la causa dell’estetismo, quel che rimane sulla tela non avrebbe dovuto avere alcun valore per Dorian, perché è evidente il simbolismo (qui il genio!) per cui in questo romanzo ciò che è profondo, l’anima vera di Dorian, è proprio quella che è dipinta sul quadro, Wilde/Basil nasconde in superficie ciò che è profondo perché nessuno cerca mai lì le profondità. Questo dimostra che Dorian conosce il male e lo sceglie, ma per conoscerlo, conosce anche il bene, dato che poi gli preferisce il male.

Egli si abbandona al culto dei sensi, i sensi “sensibili”, la vista, l’olfatto, la gola, e quant’altro, per una ragione banale: perché così gli va! Ma sa di sbagliare, oh sì se lo sa, per questo uccide Basil.

E venendo al finale, il fendente mortale alla tela che Dorian stesso ha inferto in preda allo sconforto, non fa morire il ritratto, non intacca la tela, ma il corpo stesso di Dorian. Quel corpo macerato nel vizio, che muore da vecchio, coperto di segni.

Sembra di sentire Walt Whitman gridare tra le pagine: “sono il poeta del corpo, perché il corpo è spirito, è sacro, l’anima affonda nella nostra carne, è connaturata ad essa e non la si può staccare da lì”.

Dorian non poteva separarsi dal suo quadro, né dalla sua anima.

Il ritratto di Dorian si chiude con la sua morte, muore con Dorian, il suo ritratto. Perché l’uomo è entità indissolubile, in lui anima e corpo sono tutto, in lui tutto è tutto.

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Oggi il blog consiglia un libro frizzante e suadente “Tutta colpa di Mr G.” di Milen a Galetto, Hope edizioni. Imperdibile

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Sinossi:

La vita di Giulia trascorre piatta e grigia senza alcuna aspettativa su binari morti che lei stessa ha deciso di percorrere. La relazione con l’uomo-divano, il lavoro di insegnante precaria, la passione per la lettura, i venerdì svogliati al C.L.F, un’associazione di lettrici accanite ma molto snob, i sabati a fare la spesa… Dopo la tragedia che ha distrutto il suo passato, lasciarsi andare è difficile e pericoloso.
Ma è proprio durante uno dei noiosi tour al supermercato che l’esistenza di Giulia viene sconvolta. Ad aspettarla tra gli scaffali del reparto libreria c’è infatti la cravatta di Mr G., che la seduce come le Sirene a Ulisse, e una volta ceduto all’impulso della curiosità tutto cambia in modo rapido e vorticoso. L’incontro casuale con un poliziotto in borghese, poi, completa il quadro; e mentre i protagonisti del libro “innominabile” si scambiano dolorose sculacciate e mail assurde, Giulia scopre che la vita vera arriva quando meno te le aspetti.

 

 

L’autrice:

La mia vera passione sono la fantascienza e i racconti. Vivo in una casa con tanti libri, un marito e due figli. Ho un lavoro creativo e colorato, amo leggere e viaggiare.

 

 
Dati libro
Titolo: Tutta colpa di Mr. G.
Autore: Milena Galetto
Editore: Hope Edizioni
Pagine: 126
Data d’uscita: 10 febbraio 2018
Prezzo: 2,99 (ebook) 12,99 (cartaceo)

 

 

 

info@hopeedizioni.it

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“lo stivale d’oro di Istanbul” di Elsa Zambronini Durul, self publishing. a cura di Alessandra Micheli

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La più grande fortuna che ho avuto nella mia carriera universitaria è stata quella di intraprendere studi non banali, né così tanto scontati, che hanno avuto l’ardire di interpretare e raccontare uno dei più temuti, eppure oscuri, imperi che hanno fatto la storia: l’impero ottomano. Secondo la visione comune e popolare i turchi furono barbari privi di morale, misero in difficoltà la nostra cristianità cosi civile, cosi improntata a uno stile di vita etico, così diverso dalla amoralità del turco. Non a caso fiorirono tanti detti popolari come “mamma li turchi”, “bestemmiare come un turco”, come a sottolineare la loro natura selvaggia e inquietante. L’altro, in fondo, è sempre stato considerato portatore di una inconciliabile minaccia, quella del disordine. E questo disordine metteva in crisi l’equilibrio di società intere, mummificate su posizioni antiche e prive oramai di significato. E cosi l’impero Ottomano e poi l’Islam intero, iniziarono a rivestire i panni del nemico, unico elemento in grado di mantenere viva la gerarchia di potere, l’unico collante in grado di non far crollare civiltà millenarie. Il problema però appare subito ingombrante e non di facile risoluzione; se un popolo ha bisogno di un costante nemico per ritrovare l’unità di valori e intenti, ciò significa che questi valori sono sbrindellati e che questa tecnica del sospetto è l’unico modo per non lasciare che, il vento dell’innovazione li spazzi via?

La domanda che emerge da questa riflessione è importantissima per comprendere il libro di Elsa Zambronini, ed è la seguente, formulata con la solita scientifica precisione da un perfetto Franco Cardini:

 

E’ dunque vero che l’Islam è tornato a minacciare la civiltà? E minaccia una civiltà tout court, quella assoluta, la vera e sola quella con la maiuscola, oppure minaccia semmai una civiltà precisa, la nostra quella europea?

E ancora:

 

Ma poi esiste una civiltà che possa davvero ambire a presentarsi come la civiltà oppure il pensare una cosa del genere è puro frutto di intolleranza, di etnocentrismo occidentale?

Queste domande se le pose una grande storica, Giovanna Motta, dando alla luce il testo fondamentale che formò davvero la mia mente e la mia cultura accademica improntandola all’elogio del “e se fosse”: ossia I turchi, il mediterraneo e l’Europa.

Vi consiglio di leggere questo saggio prima di addentrarvi nella lettura dello stivale di Istanbul, perché solo cosi, scevri da ogni pregiudizio nei confronti della Turchia, potrete capire la sottile e raffinata simbologia che spiega e tenta di superare l’incontro tra esseri umani; la cui cultura è solo uno degli aspetti che entrano in gioco condizionando la percezione dell’altro. In questo testo si affrontano gli stessi enigmi presentati da Cardini, dalla battaglia di Lepanto, dal grande assedio di Malta del 1565 fino a evidenziare un rapporto, il cui conflitto, è solo uno degli elementi che entrarono in gioco. Ebbene sì, cari lettori. Noi tendiamo a esaltare l’onore cavalleresco delle battaglie cruente tra Ottomani e stati Europei, esaltando in modo nazionalistico (un nazionalismo pret-a–porter a parer mio) il paladino del momento. Vlad Tepes, oppure il famoso comandante Doria eroe della battaglia di Lepanto. Osannati e portati come vessillo per la difesa di una tradizione oramai morta, che si regge su stampelle traballanti, che si perpetua solo attraverso gli stereotipi e che appare, in fondo, scientificamente stupida. Vedete: anche la famosa battaglia di Lepanto non fu cosi nobile come ci raccontato i bellissimi libri storici. Ma fu necessaria, soprattutto per un vantaggio economico, la famosissima profezia, lo scontro, che diede nuova linfa all’economia cinquecentesca dovuta all’aumento dello scambio dei prodotti (più che a un vero aumento della produttività).

Altro che battaglia di valori!

Si rende poi evidente l’elevato bagaglio culturale profondamente raffinato dell’impero Ottomano, come testimoniano i millet turchi, (i millett erano comunità religiose non musulmane residenti nel territorio dell’Impero ottomani dotate di un’organizzazione amministrativa e governativa autonoma, con leggi proprie e un capo religioso responsabile nei confronti dell’autorità centrale).  che furono il primo esempio di federalismo.  Ci fu e resta, un filo, neanche tanto esile, che lega Turchia e Europa, fatto non solo di contrasti ma anche di scambi, di invasioni culturali che fornirono la dimostrazione pratica di quello che sostiene Franco Casini:

 

non esistono se non nel mito o nell’utopia culture prive di contaminazioni

 

E gli ottomani lo fecero: influenzarono la musica, le abitudini religiose, la letteratura, persino la lingua e l’architettura. Il contatto quotidiano tra cristiani e musulmani consentì alle diverse culture di comunicare e attuare le prime forme di integrazione nelle strutture mentali.

Ed è questa integrazione e della sua difficoltà che parla il libro della Zamobinini. I protagonisti sono i genitori della nostra Lisa, sono gli emblemi di due culture che si conoscono e sfidano i loro preconcetti, carichi di millenni di immagini anche negative e che dal loro incontro producono la donna senza radici, ignara del suo passato e quindi di se stessa, mai a suo agio in Italia poiché mancante dell’altra parte del sé, la sua eredità materna turca.

Cosa accade quando due culture apparentemente distanti si incontrano?

Principalmente due cose. O la rinuncia di una identità a favore dell’altra, o la sua cooperazione, dando vita a un ibrido che sarà quasi un ponte per attraversare le due culture. Se il primo risultato porta alla depressione totale perché l’uomo senza radici si senta privato dalla sua stessa anima, il secondo, rarissimo, è quello che gli inglesi chiamano melting pot, ossia il prendere il meglio dalle due culture per formarne una terza. Ed è questo che dovrebbe accadere, poiché la cultura, senza un flusso costante di novità, rischia di stagnare e morire.

La cosa ancor più intrigante è il riflettere sulla modalità con cui avviene l’incontro tra Italia e Turchia, rappresentanti di due diversi universi a sé stanti, dei cliché rovesciati. Eh sì, perché la nostra Italia cosi civile, cosi economicamente sviluppata, è quella che porta avanti e sostiene l’idea del sultano, ossia del potere maschile, che per sostenersi e mantenersi soffoca i doni del femminile. E badate bene non è un turco il responsabile dell’annullamento della donna amata, bensì un italiano.

La sindrome del sultano è:

 

il rapporto fra un marito-padrone e una donna che è tanto maggiormente esposta alla sua repressione, quanto più è colta e capace.

La madre di Lisa è una donna raffinata, amante della musica e dell’arte. Lui è un giovane promettente forse troppo presuntuoso che mostra con orgoglio smisurato il suo etnocentrismo. E che a contatto con una civiltà che pensava di conoscere si ritrova spaesato, privato delle sue sicurezze, in balia di una realtà che gli era stata negata, a dover raccogliere i pezzi di un’identità infrantasi sullo scoglio duro del pregiudizio. Ecco che, fragile e privato delle sue certezze di conquistatore, inizia a tiranneggiare la donna, la moglie “Amata” rea di aver mostrato un’immagine femminile che mal si sposava con la sua idea del turco comune:

 

Non so, era più forte di me. L’ho conosciuta su un palcoscenico, l’ho guardata dal basso all’alto, dovevo tirarla giù di lì, metterla al mio livello, anzi più in giù… era una specie di malattia… una sindrome… esiste la sindrome del sultano? Tutto sommato le favorite che teneva come schiave donna e anche una grande artista se lui non l’avesse fatta cadere in depressione umiliandola e ostacolandola come ha fatto. Una volta mi ha detto che è l’unica donna che abbia mai amato

Una donna, musulmana e turca che si mostra molto più emancipata di noi italiane?

È un affronto.

Va messa al suo posto, quel posto che è presente solo nelle mie distorte percezioni.

Lu non sa, non può saperlo perché nessuno lo ha davvero raccontato, cosa sia questo strano mondo turco, una sorta di distorsione inquietante e graffiante nell’immaginario collettivo dell’Islam, dove convivono sia veli ma anche una libertà nel vestire che non appartiene, forse, a nessun mondo islamico. E anche questa è una realtà offuscata dai media, in quanto propone un’immagine distorta di cos’era davvero l’Islam prima dell’avvento del fanatismo talebano, a sua volta appoggiato da un occidente che pensava di sfruttarlo per i suoi subdoli fini.

Non sa, non può sapere, quanta importanza aveva la musica non solo nel mondo turco ma arabo intero, non sa, non può sapere, la raffinatezza del pensiero, un pensiero tutto incentrato a godere delle bellezze del creato:

La consapevolezza delle stelle della loro luce che riflette la luminosità dei corpi celesti fu la causa principe della fioritura della matematica dell’astronomia. Comprendere il cosmo  e i movimenti delle stelle significa comprendere le meraviglie create da Allah . La visione islamica è quella di un cosmo in continuo movimento, la ricchezza della terra e dei cieli appartiene a chi vincola il governo celeste alla traiettoria delle stelle come se queste fossero in grado di dare a loro la saggezza necessaria a gestire le cose umane come specchio della perfezione del cielo. È un’idea antica suggestiva ma che fa comprendere l’immenso patrimonio filosofico e scientifico dell’Islam

 

E’ questa raffinatezza di un pensiero pregiato, che ha dato addirittura l’avvio al rinascimento, donandoci testi di pregiata filosofia, raccontandoci i misteri della metallurgia attraverso l’alchimia, che ha fornito, al pari dell’ebraismo, i capisaldi del pensiero ermetico, che è oggi ancora incompresa dall’occidente. La Turchia è un paese sfaccettato, un paese particolare, dove riescono a convivere più influenze creando un perfetto mosaico umano, e vi informo di una cosa strabiliante: a differenza della Costituzione italiana, che dichiara sì che lo stato è laico, ma attraverso i patti lateranensi che restano, secondo l’articolo sette:

 

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale

 

 La Turchia, invece è e resta laica, senza riconoscere alcuna religione di stato

ARTICOLO 2.

La Repubblica di Turchia è uno stato democratico, laico, sociale e federale disciplinata dalla norma di legge, tenendo presente i concetti di pace pubblica, la solidarietà nazionale e di giustizia, rispetto dei diritti umani; fedele al nazionalismo di Atatürk, e sulla base dei principi fondamentali enunciati nel preambolo. 

 

Trovarsi in un mondo totalmente diverso dagli insegnamenti ricevuti, che cozza con una percezione parziale non può NON sconvolgere l’uomo occidentale eccessivamente tronfio di se. E come reagisce l’insicuro davanti all’ignoto?

Con la violenta dimostrazione della sua forza, che in realtà è solo una grande debolezza

 

Così facendo le ha in effetti silenziosamente dichiarato che lui si sentiva inferiore a lei, e che non lo poteva tollerare.

Ed è la figlia a dover spezzare questo ciclo di menzogne e di orrori attraverso la consapevolezza, unica strada che può portare la perdono:

Tutto ciò lo ha fatto in un modo deviato e malato, e l’accettazione da parte sua della propria devianza sarà la chiave di volta perché io trovi la strada del perdono

 

Un libro importante, un libro necessario affinché si possa riflettere sui modi con cui ci si avvicina all’altro, che può spronare il lettore a lasciare il tranquillo nido delle proprie certezze e addentrarsi nella meravigliosa cangiante giungla dell’ignoto.