“Paradisi senza luce” di Damiano Dario Ghiglino, Studio 64 Editore. A cura di Francesca Giovannetti

 

Paradisi senza  luce : esiste più di un paradiso? Esiste senza luce?  Tutti, credenti e non , abbiamo un’idea di paradiso, data da un formazione religiosa, anche se ce ne siamo allontanati, o immaginata sui banchi di scuola quando si era alle prese con l’inestimabile capolavoro dantesco.  Qualsiasi idea di paradiso ci siamo formati, dubito che fosse senza luce. Ma lo è quello di Mario Rossi, il protagonista. Un nome così banale e scontato per un personaggio tanto intricato e intrigante. Anche questo un voluto ossimoro, come il titolo? Io la penso così.

Il romanzo breve è il flusso continuo di pensieri, idee, incontri , percezioni ed emozioni di un adolescente problematico. Il mondo visto da chi non se ne sente parte. Mario non vede le persone, ma involucri vuoti, comparabili a ogni specie di insetto o mollusco, figuranti che vivono senza sapere di aver smesso di essere vivi. Mucchi di rughe e capelli grigi ormai defunti,  impegnati a raggiungere obbiettivi senza capirne il significato: perché gli adulti fanno schifo; nessuna eccezione, a cominciare dalla mamma.

Mario non vuole morire, ma sa che la fine è vicina. Lo percepisce, lo sente dentro, nonostante esprima ossessivamente lo stesso desiderio, guardando le stelle cadenti “Non voglio morire, non voglio morire…” ripetuto quasi all’infinito, un mantra che vorrebbe allontanare l’inevitabile.

Mario vive nei suoi pensieri, mette insieme i pezzi e li scompone di nuovo . è un solitario che vuole rimanere tale. Nessuno capirebbe le sue elucubrazioni e le sue pulsioni.  I suoi ultimi desideri sono distruttivi e criminali. Una vendetta contro un mondo falso e artefatto, che va avanti per inerzia.  Ma in fondo non è una questione di morte, ma di vita, che ci attraversa in un lampo e poi chissà dove va.

Una sola persona sfiora il mondo di Mario: si chiama Vittorio, Vic, è più grande di Mario e come lui porta  un fardello tormentato.

Il romanzo è un vortice di pensieri cupi, una cascata ininterrotta di disagio di fronte alla realtà. Manifesto di una lucida depressione analizzata, eviscerata, a tratti giustificata. Viene quasi da chiedersi  se ci sia un fondo di verità nelle parole di Mario, ma noi siamo adulti, abbiamo degli obbiettivi e non ci possiamo fare nessuna domanda, perché se Mario avesse ragione noi saremmo esseri conformati al mondo senza personalità, senza unicità, se avesse ragione Mario saremmo morti da parecchio, senza  essercene accorti, e non può essere vero…almeno credo.

 

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